Contraddizioni consolatorie

Pensavate che non me ne fossi accorto o che ci fossi passato sopra. E invece no! Sebbene a qualche giorno di distanza, vorrei affrontare alcuni nodi spinosi messi in evidenza da un commento di Michele Serra, sulla Repubblica del 6 agosto scorso (anniversario della bomba atomica su Hiroshima, ricordiamolo). Il commento voleva far emergere l’assurdità delle dichiarazioni leghiste circa le bandiere e gli inni “regionali” da affiancare a quelli ufficiali dello stato italiano.

Pur riconoscendo l’abilità tecnica di Serra, non è possibile sorvolare su alcuni trucchi retorici e su alcune astute forzature che potrebbero trarre in inganno il lettore disattento o non avvertito. Lasciamo stare l’impianto ironico e vediamo il merito del discorso. Intanto l’assunto iniziale, dalla dimostrazione del quale l’autore si esime, è che sia indispensabile ed anzi inevitabile difendere quella cosa chiamata “unità nazionale” italiana. E va be’. L’argomento forte di Serra contro i leghisti è che mistificherebbero la realtà inventandosi appartenenze locali, bandiere e simboli identitari a discapito di chi a tali segni di differenziazione culturale e storica avrebbe buon diritto. Ossia (a parte i sud-tirolesi) soprattutto i sardi. Parlando disinvoltamente di “bandiera nazionale” dei sardi e indicandola in quella dei Quattro mori, Serra sembrerebbe solleticare l’orgoglio identitario nostrano, sempre così pronto a farsi coccolare dall’autorevole forestiero (quasi mai disinteressato).

Mi concentrerei in particolare su un paradosso e su una notizia falsa racchiusi in pochissime parole: i sardi una bandiera nazionale ce l’hanno, quella dei Quattro mori. Il paradosso è che qui, in un testo che vorrebbe difendere l’unità italica in nome di un’appartenenza comune, si afferma, in modo assertivo e senza alcuna argomentazione, che i sardi non sono semplicemente una componente particolare del popolo italiano, ma sono precisamente una nazione diversa (“bandiera nazionale”). Non male come concessione. Non ci avevano informato di aver raggiunto tale conclusione (evidentemente pacifica e assodata): ne prendiamo atto con favore.

Tuttavia Serra, forse preso dall’entusiasmo, scivola sulla classica buccia di banana: i Quattro mori. Ma come, parli di “bandiera nazionale” dei sardi e mi tiri in ballo l’emblema della “regione autonoma”? Senza considerare affatto che si tratta di un vessillo di origine iberica, simboleggiante la sconfitta storica dei sardi e la perdita della loro sovranità. Della loro sovranità “nazionale”, appunto. Una bandiera che ha per sua natura un significato “autonomista”, perfettamente integrato nell’ambito dell’ordinamento statale italiano e non per nulla legato ai concetti fondamentali di orgoglio militaresco (la Brigata Sassari) o sportivo (il Cagliari calcio), ottime fonti di legittimazione, ai nostri stessi occhi, nell’ambito culturale italico. Altro che bandiera nazionale! Si tratta della solita fregatura ammannitaci dall’Egemonia: voi sardi siete altro, siete diversi, ma vi concediamo di essere italiani (speciali, ovviamente) in nome del fatto che non scocciate troppo e, se del caso, vi sacrificate per noi.

Naturalmente a qualcuno tutta questa pappardella è piaciuta. Ad altri no, ma per ragioni su cui non riesco a concordare (troppo “autonomiste” e “sardiste”, seppur in salsa federalista, per i miei gusti). Nel complesso, tuttavia, in Sardegna il pezzo di Serra, pure intellettuale ben noto e molto letto, è passato abbastanza in sordina. Troppe complicazioni, troppo sforzo intellettivo da affrontare in questo torrido mese d’agosto. E dunque lasciamo perdere e godiamoci la pacifica quiete del non-senso.

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Omar Onnis

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