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	<title>eguaglianza Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>La Brexit, la democrazia e noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2016 19:43:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le reazioni alla Brexit, esito del referendum consultivo britannico, sono state varie e di tenore assortito, spesso più emotive che ragionate. Colpisce però l&#8217;ondata di risentimento verso il fatto stesso che i cittadini britannici si siano espressi in questo modo. In molti casi si è messa in dubbio la legittimità stessa del suffragio universale, oltre...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/06/30/la-brexit-la-democrazia/">La Brexit, la democrazia e noi</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La Brexit, la democrazia e noi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/06/30/la-brexit-la-democrazia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Le reazioni alla Brexit, esito del referendum consultivo britannico, sono state varie e di tenore assortito, spesso più emotive che ragionate. Colpisce però l&#8217;ondata di risentimento verso il fatto stesso che i cittadini britannici si siano espressi in questo modo. In molti casi si è messa in dubbio la legittimità stessa del suffragio universale, oltre che dello strumento referendario.<span id="more-2280"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In questo hanno brillato, al solito, i commentatori italiani, sia tra gli editorialisti e gli intellettuali di peso, sia tra gli esponenti politici. Uno spettacolo che francamente mi è parso imbarazzante, per meschinità degli argomenti e per sciatteria delle forme. Con <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=25528">apprezzabili eccezioni</a>, per fortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Più argomentate le reazioni di chi nel Regno Unito è straniero e ospite. Non posso fare una casistica esaustiva, ma &#8211; a giudicare dai miei contatti personali &#8211; in questo ambito ha prevalso lo scoramento e lo stigma su una campagna referendaria condotta malamente da entrambi gli schieramenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per lo più si concorda sul fatto che si sia trattato di un voto poco razionale e sostanzialmente manipolato, espresso da un elettorato disinformato. In più la base valoriale del consenso al <em>Leave</em> era chiaramente reazionaria e xenofoba, benché fatta propria da larghe parti delle fasce sociali più deboli e marginali.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa analisi generale sembra piuttosto realistica, nonostante qualcuno abbia provato a dare un altro senso all&#8217;esito del voto, attribuendolo a una scelta ragionevole contro l&#8217;iperburocrazia europea e la sua chiusura elitaria. Posizione debole, giacché proprio il Regno Unito non può chiamarsi fuori dagli aspetti meno esaltanti del funzionamento dell&#8217;UE. E chi ha vinto, alla fine, è un pezzo consistente dell&#8217;establishment politico e finanziario britannico, non certo i ceti deboli e marginali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;insieme, è proprio l&#8217;idea di democrazia a uscirne male. Il fastidio per un risultato figlio di scarsa consapevolezza, di paura e di rifiuto dell&#8217;altro da sé è del tutto comprensibile. Ma questo deve portarci a ragionare su cosa sia la democrazia oggi, nel mondo globalizzato, nel mondo ipercomplesso e iperconnesso, nell&#8217;era dell&#8217;infotainment, della crisi permanente, delle migrazioni di massa, delle guerre incombenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di fenomeni di cui dobbiamo sorprenderci, a meno che ignoriamo totalmente la letteratura e la riflessione politica e sociale dell&#8217;intero Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia umana non funziona per categorie morali o etiche, né ha alcuna considerazione per gli individui in quanto tali. Il grande motore sono le relazioni tra esseri umani e tra i loro raggruppamenti e tra questi e le forze naturali, l&#8217;ambiente, le risorse disponibili. Ciò che regola tutto questo sono per lo più rapporti di forza.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo scenario, quel che noi chiamiamo democrazia, anche laddove questo tipo di modello politico ha vigore, ha vita davvero grama. La democrazia di tipo rappresentativo (che è quella largamente prevalente) si è da sempre tradotta, di fatto, in un sostanziale regime oligarchico, più o meno temperato.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando tale modello ha avuto exploit emancipativi, è successo in virtù di un rovesciamento &#8211; reale o potenziale &#8211; dei rapporti di forza tra componenti sociali. Il che ha coinciso con le grandi mobilitazioni (di alcune componenti) delle classi subalterne e con al comparsa nello scenario storico di una forza oppositiva rispetto al capitalismo. Per velleitaria e autocotraddittoria che sia stata l&#8217;esperienza del socialismo reale nel corso del XX secolo, esso ha costituito un polo di riferimento per masse e porzioni del pianeta desiderosi di sottrarsi alla propria sottomissione, favorendo soprattutto i ceti più deboli dei paesi capitalisti. Su questo c&#8217;è poco da ingannarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi non esiste nemmeno questo contraltare ideologico (e geopolitico). L&#8217;etica del profitto individuale a tutti i costi domina incontrastata, a volte a dispetto ma più spesso col beneplacito persino delle maggiori confessioni religiose e l&#8217;accondiscendenza, se non la palese organicità, di una parte consistente del mondo intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le diseguaglianze crescono, persino in concomitanza con la crescita complessiva della ricchezza mondiale. Ricchezza, teniamo conto, misurata sempre e solo tramite le unità di conto monetarie e riassunta in indici quali il PIL. Niente di particolarmente &#8220;scientifico&#8221;, in fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se almeno si seguisse il proposito di <a href="http://www.max-neef.cl/">Manfred Max-Neef</a> e dei teorici dello &#8220;sviluppo su scala umana&#8221; di usare nelle misurazioni economiche le grandezze e le unità di misura della fisica (a cominciare dall&#8217;energia e dal suo consumo) potremmo anche parlare di una vera scienza economica. Per ora, a dispetto dei teorici dell&#8217;<a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/homo-oeconomicus/"><em>homo oeconomicus</em></a> e altre cavolate di questo tipo, siamo alle astrazioni fantasiose e alle superstizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutto questo uno dei pilastri della democrazia &#8211; ossia l&#8217;eguaglianza e le sue declinazioni concrete &#8211; non solo non è mai stato eretto, ma ormai se ne nega persino la necessità. Tutto viene ridotto all&#8217;acquisto di beni e servizi, il cui accesso è legato alla percezione di un <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/reddito/">reddito</a>. Reddito che però il medesimo funzionamento dell&#8217;economia reale contemporanea non può più garantire a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">I teorici del liberismo economico asseriscono che va bene così. Non esiste nulla che non sia sottoponibile tanto alla metafisica quanto all&#8217;ingranaggio concreto del &#8220;libero mercato&#8221;, nemmeno la vita stessa. Libero mercato che nei fatti consiste inevitabilmente in una serie di oligopoli o di veri e propri monopoli giustapposti uno all&#8217;altro. Meccanismi infernali in cui scompaiono cose nominalmente ancora in voga come diritti, norme legislative, volontà popolari, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l&#8217;istruzione e l&#8217;accesso alla bellezza, alla sua fruizione e alla sua comprensione, fattori storici più decisivi di quanto si dica, sono sottoposti alla presunta legge del mercato e sottratti arbitrariamente alla loro condizione di beni comuni non direttamente economici. Così come del resto l&#8217;accesso ai mezzi di guarigione, al cibo buono, a volte anche all&#8217;acqua potabile. E non solo nei paesi poveri o &#8211; come ancora si usa dire &#8211; arretrati.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ignoranza del popolo, sia dove esso è ancora titolare di quella strana qualità chiamata &#8220;sovranità&#8221; sia altrove, è dunque perfettamente funzionale a quest&#8217;ordine di cose. Non è un effetto perverso di cui si debba addebitare la &#8220;colpa&#8221; ai cittadini medesimi. Non nel Regno Unito, né &#8211; per dire &#8211; in Sardegna. E va di pari passo con la crescente precarietà materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">La conquista di una condizione di cittadinanza consapevole non dipende da un mero atto di volontà delle singole persone, ma è una conquista sociale collettiva discendente da fattori storici particolarmente potenti e pervasivi, su cui la maggior parte degli esseri umani non può niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Se cade il principio di eguaglianza, non ha alcun senso nemmeno quello di libertà. Questa è una delle radicali differenze tra &#8220;destra&#8221; e &#8220;sinistra&#8221;, per quanto ci si industri a negarne la cogenza sia teorica sia politica. Finché esisteranno persone e interi gruppi sociali esclusi di fatto e senza rimedio dall&#8217;accesso a beni, relazioni e risorse immateriali fondamentali, la democrazia sarà &#8211; come diceva <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Nietzsche">uno</a> che non passa per essere un paladino della democrazia &#8211; una carrozza vecchia a cui semplicemente sono stati attaccati cavalli nuovi.</p>
<p style="text-align: justify;">Di che democrazia stiamo parlando, dunque? Chi rappresenta davvero la cosiddetta democrazia rappresentativa? E quanto conta nella regolazione delle nostre vite?</p>
<p style="text-align: justify;">E si può parlare di democrazia diretta, di volontà popolare espressa senza mediazioni, in queste condizioni? Quanto è facile, per chi dispone di informazioni e di mezzi di persuasione, manipolare l&#8217;opinione pubblica e persino l&#8217;immaginario collettivo stesso? E dunque non è forse la democrazia, in tutte le sue forme, una grande finzione a cui bisogna credere per scongiurare il peggio? O il peggio è già qui e noi semplicemente non lo riconosciamo?</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna, non diversamente da altre parti del pianeta, pure considerate più evolute, la politica e la democrazia sono ridotte a pura spartizione di potere e ricchezza tra gruppi di interesse e clan rivali (ma all&#8217;occorrenza <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/nuoro/cronaca/2016/06/28/news/isre-giuseppe-pirisi-nuovo-presidente-1.13738429">solidali tra loro</a>). Con l&#8217;aggravante di essere anche sottomessi ad un apparato egemonico fortissimo, volto a renderci una preda facile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un meccanismo diabolico e per lo più eterodiretto, a cui si presta &#8211; nel proprio interesse &#8211; l&#8217;élite coloniale locale. Anche per questo il discorso democratico  e quello dell&#8217;emancipazione sociale non possono essere disgiunti da quello dell&#8217;autodeterminazione. Non ci sono nazionalismo nostalgico o mitologia etno-centrica che tengano, in questa faccenda. E poco conta se per queste prospettive &#8211; al contrario di quanto lasci supporre la Brexit &#8211; non tiri buona aria nel Vecchio continente.</p>
<p style="text-align: justify;">Su tutto questo è più che mai necessario interrogarsi, senza rinunciare alla comprensione del contingente, ma senza perdere lo sguardo sui grandi processi storici dentro i quali siamo comunque immersi. E occorre farlo con maggiore generosità e maggiore senso di responsabilità di quanto l&#8217;ottuso e stupido egoismo, ormai dilagante, ci ha abituato a fare.</p>
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		<title>Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/01/11/liberta-ed-eguaglianza-conquiste-precarie/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2016 11:18:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A Bolzano (Sud-Tirol) un corteo di musulmani ha celebrato la nascita di Maometto. Centinaia di persone di varia provenienza (dal Marocco al Bangladesh), gli uomini davanti, le donne e i bambini dietro, hanno pregato e risposto alle invocazioni degli imam, per le vie del centro cittadino, e nello stesso tempo hanno preso esplicitamente le distanze...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/01/11/liberta-ed-eguaglianza-conquiste-precarie/">Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/01/11/liberta-ed-eguaglianza-conquiste-precarie/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-2088" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image.jpg" alt="image" width="589" height="302" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image.jpg 558w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /></p>
<p style="text-align: justify;">A Bolzano (Sud-Tirol) <a href="http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2016/01/10/news/bolzano-300-islamici-in-piazza-non-siamo-dei-terroristi-1.12752910?ref=hfaabzec-2" target="_blank">un corteo di musulmani ha celebrato la nascita di Maometto</a>. Centinaia di persone di varia provenienza (dal Marocco al Bangladesh), gli uomini davanti, le donne e i bambini dietro, hanno pregato e risposto alle invocazioni degli imam, per le vie del centro cittadino, e nello stesso tempo hanno preso esplicitamente le distanze dal fanatismo e dal terrorismo.<span id="more-2087"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Bello, opportuno, confortante? Macché: apriti cielo!</p>
<p style="text-align: justify;">I mass media locali hanno amplificato non tanto il fatto in sé, ancor meno i suoi contenuti culturali, quanto piuttosto le prese di posizione critiche di diversi esponenti politici, a loro volta sedicenti portavoce del fastidio dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Pare che a generare lo sconcerto e persino la paura dei bolzanini sia stato l&#8217;uso della lingua araba e il volume troppo alto delle invocazioni. Sembra che alcuni passanti e alcuni turisti, nel vedere avanzare questa folla urlante, e per di più in una lingua minacciosa, si siano dati alla fuga.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare i rappresentanti dei partiti italiani in Alto Adige hanno stigmatizzato precisamente l&#8217;uso dell&#8217;arabo come lingua di preghiera di questa comunità musulmana (per altro, in larghissima misura regolarmente residente in loco).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno ha dichiarato apertamente che dovrebbero pregare in italiano, dato che sono in Italia, o quanto meno in tedesco. Un paradosso significativo, quest&#8217;ultimo: mai si era sentito un politico italiano altoatesino difendere pubblicamente l&#8217;uso del tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno che abbia semplicemente fatto presente che per un musulmano la lingua della fede e della liturgia è e rimane l&#8217;arabo e che questo fatto non ha nulla a che fare con le appartenenze etniche o nazionali, né con rivendicazioni politiche. Fino a cinquant&#8217;anni fa, del resto, i cattolici di tutto il mondo usavano il latino, o più spesso il &#8220;latinorum&#8221;: i ferventi difensori dell&#8217;italianità (o al limite della tirolesità) dell&#8217;Alto Adige hanno poco da dare lezioni, su questo punto. Ma tant&#8217;è.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnalo questo episodio, tutto sommato minore rispetto ai fatti più drammatici di cui sono piene le cronache, perché assomma in sé diverse questioni aperte, su cui è sempre più difficile ragionare serenamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le intenzioni della comunità islamica bolzanina erano non solo lecite ma anche particolarmente apprezzabili. Svolgere un proprio rito in pubblico (con regolare autorizzazione dell&#8217;autorità preposta) e in tale contesto prendere le distanze dal terrorismo e dal fanatismo non è facile, per una comunità eterogenea al suo interno ma comunque tenacemente marginalizzata, guardata con sospetto dal resto della popolazione. Un atto di civismo e di coraggio politico che avrebbe meritato ben diversa accoglienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le critiche mosse alla manifestazione suonano strumentali e capziose. Ci si attacca a un fatto linguistico (in modo ignorante, come detto) o a questioni inconsistenti (il volume delle invocazioni: come se le scampanate delle chiese, anche ad ore inconsulte, non fossero fastidiose), perché non si può dichiarare apertamente che questa manifestazione non andava fatta svolgere.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna esiste ancora un diaframma tra le pulsioni ostili verso la diversità culturale e la loro traduzione concreta in atti repressivi e/o violenti, magari di massa. È un diaframma fragile, costituito fondamentalmente da parole (regole, norme, diritti stabiliti e protetti dall&#8217;ordinamento giuridico), a cui si fa sempre più fatica a dare peso, che quindi va assottigliandosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che chi nega o vorrebbe negare il diritto dei musulmani a svolgere i propri riti e le proprie legittime manifestazioni lo fa sostanzialmente non in nome della laicità (ossia l&#8217;unica garanzia della stessa libertà religiosa), ma in nome di un sistema di credenze, appartenenze e pregiudizi di segno diverso ma nient&#8217;affatto più aperto, libero e democratico di quelli che si rinfacciano agli islamici (o ai rom o a qualsiasi altra minoranza presa di mira sul momento).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche le reazioni ai fatti tedeschi (le molestie di massa verso le donne, la notte di Capodanno) segnalano non la preoccupazione per la natura &#8220;di genere&#8221; di tali violenze, ma solo per la provenienza degli accusati di tali atti. Il discorso somiglia alla rivendicazione di una proprietà violata, più che alla difesa dei diritti e delle libertà civili delle donne (la vera e sola posta in gioco, qui).</p>
<p style="text-align: justify;">Emerge dunque, a vario livello, l&#8217;estrema fragilità di quel sistema di valori, diritti e garanzie sul quale abbiamo per molto tempo basato la nostra pretesa superiorità etica di &#8220;occidentali&#8221; sul resto del mondo. Si mostra in tutta la sua preoccupante precarietà la natura transeunte, sempre revocabile, di condizioni di vita che diamo per scontate, di cui godiamo come se fossero conquistate una volta per tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è così, evidentemente, e le questioni di genere sono un ottimo esempio di questo fenomeno storico. Come segnala lucidamente Giulia Blasi in <a href="https://storie.expost-news.com/la-colonia-in-s%C3%A9-e-la-colonia-in-te-15fa411314ad#.djwhd9pb0" target="_blank">questo pezzo</a>, non solo i civilissimi e emancipati europei attuali hanno poco di cui vantarsi, rispetto agli uomini di altra provenienza, ma ogni grammo di libertà che le donne hanno conquistato nel corso degli ultimissimi decenni rappresenta ancora e sempre una linea del fronte da difendere, un luogo di conflitto tutt&#8217;altro che sopito, interno alle nostre stesse civilissime ed evolute comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">E in fondo non si può dire lo stesso di qualsiasi diritto politico e sociale? Non ci sta insegnando la storia recente, quella del dominio assoluto dell&#8217;ideologia capitalista, che per guadagnare una libertà occorre spendere tempo, energie e vite umane e per perderla basta spesso un tratto di penna?</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che fa più paura nelle dinamiche sociali e culturali di questi anni è la facilità con cui vengono azzerate o svuotate le conquiste sociali e politiche degli ultimi due secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">È palese il tentativo di annullare gli effetti scatenati da quell&#8217;incidente storico che fu la Rivoluzione francese, con tutte le sue conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Non esiste un verso prestabilito, nei fatti storici, non c&#8217;è alcuna teleologia che possa condurre l&#8217;umanità verso le magnifiche sorti e progressive, per inerzia, perché così vuole lo Spirito Assoluto, o Dio, o chissà quale altra entità trascendente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò che di buono in termini emancipativi, di eguaglianza, di giustizia sociale, di libertà gli esseri umani hanno costruito nel tempo va difeso strenuamente e irrobustito costantemente, o andrà perduto.</p>
<p style="text-align: justify;">I rapporti di forza, le forme della divisione del lavoro, il sistema di gestione del potere economico e politico, oggi come oggi congiurano a proteggere gli interessi di una ristretta élite mondiale a discapito della vita del resto dell&#8217;umanità e della stessa biosfera.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli apparenti conflitti tra le varie fazioni dell&#8217;establishment mondiale non devono trarre in inganno circa la vera portata del conflitto in corso. Che poi è lo stesso degli ultimi millenni, almeno da che la specie umana ha inventato l&#8217;agricoltura, la sedentarietà, la proprietà, le religioni istituzionalizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">Assumere come problema fondamentale dell&#8217;Europa di oggi la presenza di comunità di fede islamica dentro i suoi confini è un annebbiamento della ragione, per chi lo subisce passivamente e lo replica meccanicamente, ma è un ottimo strumento di dominio in mano ai padroni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non perché nell&#8217;islam non ci siano aspetti inaccettabili in un contesto pienamente laico e anche francamente detestabili. Ma se fosse solo per quello, cosa dovremmo dire del cristianesimo e specialmente del cattolicesimo? O dimentichiamo che le &#8220;sentinelle in piedi&#8221;, i fanatici in servizio permanente effettivo contro la fantomatica &#8220;ideologia gender&#8221;, gli ostinati difensori della famiglia &#8220;naturale&#8221;, i medici &#8220;obiettori di coscienza&#8221; antiabortisti, ecc. sono tutti roba nostrana?</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che come minimo siamo chiamati a fare, se davvero teniamo nel massimo conto &#8211; come spesso dichiariamo ma quasi mai pratichiamo &#8211; la sfera dei diritti civili e umani, è difendere la laicità delle istituzioni, difendere le residue leggi che proteggono e assicurano quei diritti e quelle libertà, pretendere che non ci sia violenza, provocazione o persino tragedia che possa escluderne la vigenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Cancellare i diritti in nome della loro protezione è un paradosso degno di un romanzo distopico, è l&#8217;incubo di George Orwell fatalmente realizzato. Col nostro consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe dinamiche storiche non possono essere contrastate, ma solo comprese e rese il meno traumatiche che sia possibile. I fenomeni migratori, generati pressoché sempre da situazioni di sfruttamento e conflitto da cui noi stessi abbiamo a lungo tratto esclusivo vantaggio, non possono essere arrestati con la forza o con l&#8217;autoritarismo repressivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Caso mai dovremmo aspirare a rafforzare diritti e libertà, a rendere le istituzioni molto più democratiche e molto più trasparenti, ad ampliare l&#8217;accesso ai beni comuni e a condizioni di vita dignitosa per tutti, indistintamente.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo significa anche rimettere in discussione i modi di produzione, i rapporti sociali, la distribuzione delle risorse. Significa dunque riaprire la partita rivoluzionaria, contro il pensiero unico tardocapitalista e i suoi cascami consumistici dell&#8217;infotainment, della società dello spettacolo, dell&#8217;ineguaglianza eretta a valore sistemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni discorso che enfatizzi la competizione, ogni proposta economica o politica che non tenga conto delle leggi fisiche, delle conseguenze sociali, dei fattori storici reali, ogni appello alla paura e al rifiuto dell&#8217;altro, ogni pretesa oscurantista in campo politico, morale, sessuale vanno respinti come una minaccia mortale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è importante contrastare il fanatismo islamico se non si contrasta il fanatismo in sé, ovunque e comunque si manifesti. Non ha alcun senso vantarsi dei propri diritti e delle proprie conquiste civili se non le si difende prima di tutto dalle nostre stesse classi dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sì sono in prima linea nel condizionamento in negativo delle nostre esistenze, molto più di qualsiasi straniero. Non vedere che Daesh (o Is che dir si voglia), Al-Qaeda, o qualsiasi altra manifestazione più o meno realistica di un possibile nemico collettivo sono banali funzioni di un sistema di produzione e di potere a cui siamo <em>già</em> soggetti, ci fa drammaticamente sbagliare obiettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo è fondamentale, anche nei processi di autodeterminazione in corso, non cedere alle tentazioni del nazionalismo fine a se stesso, della conservazione identitaria, dell&#8217;ostilità verso un &#8220;altro da noi&#8221; dove si assumono sia il &#8220;noi&#8221; sia &#8220;l&#8217;altro&#8221; come soggetti storicamente definiti, omogenei al proprio interno e reciprocamente ostili.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo va salvaguardata la dialettica tra diverse visioni, non solo va tenuta aperta la differenza sostanziale tra i valori, le prospettive e le prassi di destra e di sinistra: questo dovrebbe essere il minimo sindacale.</p>
<p style="text-align: justify;">In un discorso che si presenti come realmente emancipativo va anche necessariamente ristabilita la centralità delle questioni sociali, la rilevanza della questione di genere, la necessità della difesa delle minoranze, il principio dell&#8217;autonomia e del decentramento, la difesa dei beni comuni dai meccanismi dell&#8217;accaparramento e dello sfruttamento capitalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Altrimenti potremo ottenere tutto, in termini politici, tranne che quella libertà di cui ci riempiamo la bocca solo quando si tratta di attaccare volgarmente qualche malcapitato forestiero, meritevole o meno che sia della nostra esecrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vale la pena lottare per qualcosa che non preveda la pluralità, la diversità e tutte le libertà civili come condizioni sine qua non e che non persegua attivamente l&#8217;abbattimento delle ingiustizie economiche, sociali ed ambientali come obiettivi storici del proprio realizzarsi concreto. E questo vale per la tanto vantata democrazia europea e occidentale (in realtà oggi qualcosa di molto simile a una cleptocrazia appena riverniciata) come per l&#8217;indipendenza di una &#8220;nazione senza stato&#8221;.</p>
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		<title>Capire, condividere, liberarsi e scongiurare il peggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2015 10:13:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mettiamola così. Siamo già ben dentro una situazione prebellica, le condizioni ambientali del pianeta non sono buone, la distribuzione delle risorse è pessima, la rapacità delle classi dominanti aumenta. C&#8217;è da aspettarsi significativi progressi nei prossimi decenni? Direi di no. Piuttosto, un radicalizzarsi delle situazioni più gravi e una accelerazione dei processi degenerativi, senza escludere...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Capire, condividere, liberarsi e scongiurare il peggio' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/07/capire-condividere-liberarsi-e-scongiurare-il-peggio/' data-app-id-name='category_above_content'></div><figure style="width: 2000px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/32/Gini_Coefficient_World_CIA_Report_2009.svg/2000px-Gini_Coefficient_World_CIA_Report_2009.svg.png" alt="" width="2000" height="1015" /><figcaption class="wp-caption-text">Indici di diseguaglianza economica nei vari stati (più è basso l&#8217;indice meno diseguaglianza c&#8217;è)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Mettiamola così. Siamo già ben dentro una situazione prebellica, le condizioni ambientali del pianeta non sono buone, la distribuzione delle risorse è pessima, la rapacità delle classi dominanti aumenta. C&#8217;è da aspettarsi significativi progressi nei prossimi decenni? Direi di no. Piuttosto, un radicalizzarsi delle situazioni più gravi e una accelerazione dei processi degenerativi, senza escludere l&#8217;opzione &#8220;guerra aperta&#8221;, per cui ci si sta attrezzando un po&#8217; ovunque.<span id="more-1811"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La crisi economica in corso è solo uno dei fattori in ballo e potremmo anche considerarla in realtà un puro strumento di potere, più che un problema oggettivo cui non si riesce a far fronte. C&#8217;è chi in questi anni ha mantenuto, se non accresciuto, la propria posizione privilegiata. Chi detiene, controlla e gestisce le risorse e le conoscenze non farà proprio nulla per privarsene a vantaggio di una più ampia porzione dell&#8217;umanità: meglio togliersi quest&#8217;illusione una volta per tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo oggi come oggi è molto facile mantenere diviso il fronte potenziale degli esclusi (attuali e prossimi venturi). La distanza tra il senso comune, l&#8217;armamentario mentale della gran massa degli esseri umani, e la realtà storica è imbarazzante. Il livello di complessità dei fenomeni è di molte volte superiore alla capacità della stragrande maggioranza dell&#8217;umanità non dico di comprenderli, ma anche solo di intuirne la portata.</p>
<p style="text-align: justify;">A maggior ragione è indispensabile recuperare cornici interpretative generali, principi e valori universali cui fare appello per orientarci nel mondo. Il fatto che i modelli alternativi al capitalismo (più presunti che reali, a dire il vero) siano falliti storicamente non significa che non si debbano riproporre e adeguare alle circostanze le idee di eguaglianza, giustizia sociale, libertà diffusa, diritto di accesso ai beni fondamentali. Tali idee sono state a lungo e sono sempre, per propria natura, il contraltare dell&#8217;impostazione capitalista assoluta oggi dominante. Ben più &#8211; occorre precisare &#8211; delle dottrine della &#8220;decrescita felice&#8221;: notevole presa per i fondelli persino per molta parte delle pur privilegiate società benestanti del pianeta, figuriamoci per le altre, e per giunta quasi sempre riconducibili a un&#8217;ideologia di stampo conservatore o reazionario.</p>
<p style="text-align: justify;">Dentro questo quadro generale si inserisce anche il discorso dell&#8217;autodeterminazione, che a sua volta si compone di una parte relativa alla vita concreta delle persone e di una relativa all&#8217;esistenza e alle forme di convivenza delle comunità umane. I vari piani del discorso sono interconnessi, non si possono separare senza che qualsiasi proposito emancipativo perda drasticamente forza.</p>
<p style="text-align: justify;">Enfatizzare uno o alcuni aspetti del complesso discorso della autodeterminazione, magari istituendo e assolutizzando categorie astratte, o imponendo formule puramente ideologiche, serve in fondo a neutralizzare qualsiasi possibilità rivoluzionaria. Separare le questioni ecologiche da quelle economiche e quelle economiche da quelle sociali e da quelle culturali, stabilire discontinuità laddove invece c&#8217;è da tenere conto di profonde continuità sia in senso cronologico sia in senso geografico, o viceversa imporre continuità fittizie dove esistono differenze conclamate, tutto ciò fa comodo per mantenere o conquistare posizioni di potere, ma non certo per promuovere il miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani e per garantire l&#8217;esistenza di una biosfera abitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto appare ridicolo il razzismo dei poveri europei contro i poveri di altre aree del mondo, alla luce della drammatica unicità del processo di impoverimento dell&#8217;umanità a vantaggio di una sua ridottissima minoranza? Il fatto che un giovane etiope o somalo o congolese desideri stabilirsi in Europa per sopravvivere e realizzarsi dovrebbe scandalizzare e offendere un giovane sardo o andaluso o fiammingo che ha le stesse umanissime aspirazioni? Una famiglia impoverita italiana o francese deve temere una famiglia ancor più povera dell&#8217;Africa subsahariana o non invece i gruppi di potere economico e politico che prosperano sull&#8217;impoverimento di entrambe?</p>
<p style="text-align: justify;">Sullo stesso piano, ha senso orientare i percorsi di autodeterminazione in termini di ostilità verso altre collettività, senza mettere prima di tutto in discussione gli assetti produttivi, i rapporti di forza economica e sociale, le manipolazioni culturali che si subiscono in proprio e che spesso e negli stessi termini sono subiti da altri, strumentalmente additati come il pericolo da cui guardarsi?</p>
<p style="text-align: justify;">Comprendere questi fenomeni è fondamentale per tutti. Per i Sardi è vitale. Non possiamo più gingillarci con slogan consunti dall&#8217;usura, nemmeno quando riguardano problemi vecchi mai risolti. Le parole d&#8217;ordine che non hanno funzionato per anni, se non per decenni, forse hanno in sé qualcosa di sbagliato, data la conclamata inefficacia, anche quando intendano veicolare istanze concrete e sacrosante, giustificate dalla storia. Bisogna interrogarsi molto su questi aspetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre dotarsi di conoscenze maggiori, in vari campi. Bisogna maturare uno sguardo sul mondo che non sia provinciale né ombelicale. Bisogna capire che l&#8217;umanità è una e noi ne siamo parte, al di là delle classificazioni di comodo e dei costrutti ideologici. Deve interessarci di più la sorte degli altri popoli, non solo in quanto possibili esempi, ma anche propriamente come con-sorti, portatori di una vicenda collettiva che ci riguarda.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, a titolo di esempio, per noi ha rilevanza e offre elementi di valutazione più il caso della Grecia che quello della Catalogna. I fatti dell&#8217;Ucraina devono darci da riflettere almeno quanto quel che succede in Scozia. E allo stesso modo la Tunisia ha da dirci qualcosa di più dell&#8217;Irlanda del Nord. Contemporaneamente e non in alternativa è indispensabile ragionare sui modelli produttivi, sulle forme della divisione del lavoro, sulle relazioni tra soggetti economici a vasto raggio.</p>
<p style="text-align: justify;">La classe dirigente sarda ha la capacità o almeno la volontà di confrontarsi con questo ordine dei problemi? Io temo francamente di no. Eppure sono queste le questioni che ci chiamano in causa, non certo un <a href="http://www.sardiniapost.it/politica/crisi-sardegna-da-senato-ok-4-mozioni-isola-sia-questione-nazionale/" target="_blank" rel="noopener">dibattito ridicolo nei contenuti e offensivo nei toni</a> nel parlamento italiano. Ridicolo e offensivo prima di tutto da parte dei rappresentanti sardi che se ne fanno convinti (e patetici) promotori.</p>
<p style="text-align: justify;">La politica sarda in realtà pensa preferibilmente alle proprie trame meschine, ai propri giochetti di potere locale, al successo di cricca come veicolo per conquiste personali. Meglio un appalto oggi che un progresso generalizzato domani. Questa è la drammatica verità. Una verità di cui chiaramente tutti noi portiamo almeno una parte di responsabilità. Ma mai quanto quella che porta chi dovrebbe rappresentare interessi collettivi e possibilmente trovare soluzione ai nostri problemi generali. Se, come detto in altre circostanze, l&#8217;inadeguatezza è inescusabile, l&#8217;egoismo è esecrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo bisogno di uno sguardo aperto e generoso. Poco importa avere ragione se si è da soli in un deserto. Non siamo nella condizione storica di poter tergiversare appresso a vessilli di comodo, a falsi miti, a diatribe di piccolissimo cabotaggio. Non ha nemmeno senso perdere tempo appresso a unanimismi &#8220;pelosi&#8221;, sempre sospetti. Non siamo tutti sulla stessa barca e non esiste alcuna comune appartenenza etnica che possa cancellare le ingiustizie economiche e sociali: anche in Sardegna ci sono pochi che hanno tanto e molti che hanno pochissimo. Raramente questa proporzione rispetta la distribuzione statistica dei meriti e delle capacità.</p>
<p style="text-align: justify;">La liberazione e l&#8217;emancipazione dei Sardi passano dalla riduzione drastica delle disuguaglianze materiali e culturali, dalla riappropriazione dei beni comuni, del territorio, della nostra storia, della nostra stratificazione culturale. Non come strumenti da opporre a un &#8220;altro da noi&#8221; presuntivamente ostile, da cui difenderci, ma al contrario come fattori indispensabili per dotarci di quella soggettività collettiva, sana, compiuta, consapevole che ci faccia stare al mondo a buon diritto e insieme agli altri. E che salvi noi ed altri dalla decadenza, dalla miseria e infine dall&#8217;estinzione.</p>
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		<title>Connessioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 09:37:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il giorno della Memoria, come tutte le operazioni egemoniche, ha il paradossale risvolto di essere in realtà una giornata della rimozione e del non detto. Almeno, per larga parte del mainstream mediatico. Ma in queste faccende la complessità ha spesso la meglio, così, alla fine, l’evocazione ideologica di una memoria che si vorrebbe strumentale ad...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Connessioni' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/01/27/connessioni/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_della_memoria" target="_blank">giorno della Memoria</a>, come tutte le operazioni egemoniche, ha il paradossale risvolto di essere in realtà una giornata della rimozione e del non detto. Almeno, per larga parte del <em>mainstream</em> mediatico. Ma in queste faccende la complessità ha spesso la meglio, così, alla fine, l’evocazione ideologica di una memoria che si vorrebbe strumentale ad assetti strutturali di dominio, diventa anche motivo di ragionamenti e sguardi diversi, a volte stridenti o rivelatori.<span id="more-314"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa c’è in comune, ad esempio, tra i focolai di rivolta che agitano la sponda est e sud del Mediterraneo (per ora) e l’Olocausto? E noi, noi popolo senza Storia, o fuori dalla medesima, cosa abbiamo a che fare con tutto ciò?</p>
<p style="text-align: justify;">Una possibile chiave di lettura con cui aprire lo scrigno del rimosso è uno dei pilastri della Modernità trionfante, almeno sulla carta. È quel principio di eguaglianza, quello che campeggia tra le parole d’ordine della Rivoluzione Francese, che è invocato e sancito da tante carte costituzionali e dalla stessa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_universale_dei_diritti_dell%27uomo" target="_blank">dichiarazione dei diritti universali dell’umanità</a>. Una delle conquiste fondanti della nostra era, ora al tramonto.<span id="more-714"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, proprio la Modernità più prossima a noi ha decretato il tradimento profondo di tale principio. Tradimento per perversione e tradimento per elusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1889, a cento anni dalla Grande Rivoluzione, a Parigi si celebrò l’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Expo_1889" target="_blank">Esposizione Universale</a>, grande dimostrazione di trionfo della civiltà umana, il cui simbolo (originariamente pensato come provvisorio) era la Torre Eiffel. Proprio tra i padiglioni dell’Expo, all’ingresso, c’era una zona adibita a zoo, uno zoo in cui si dava conto della varietà non di specie animali o vegetali esotiche, ma delle “razze” umane. Indigeni, nativi dei quattro angoli del mondo, “selvaggi”, erano esposti lì come esemplari da osservare con meraviglia e soprattutto  con gratitudine per la propria condizione di esseri umani evoluti, superiori.</p>
<p style="text-align: justify;">Era l’epoca del grande colonialismo e dell’antropologia positivista, ricordiamolo. La diseguaglianza tra gli uomini era finalmente giustificata da teorie scientificamente accertate, dal consenso della comunità accademica del mondo civilizzato. Che esistessero razze diverse, per lo più “inferiori” a quella bianca europea, era un dato comunemente accettato. Non dimentichiamoci che tra queste strane comunità umane c’eravamo anche noi sardi, non ancora italiani speciali, ma più che altro una sorta di enclave semitica, “orientale” (come sosteneva il buon <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Bresciani" target="_blank">padre Antonio Bresciani</a>), nel bel mezzo del Mediterraneo europeo. Razza, tra l’altro, come accertato dagli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Niceforo" target="_blank">studi antropologici</a> di quegli stessi anni, “congenitamente delinquente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Era la <em>Belle Epoque</em>, poco da dire. È vero che a Cagliari giravano i tram, si andava al caffé e al teatro e si stampavano e leggevano riviste e giornali, ma la Sardegna e i sardi appartenevano comunque a quel limbo di terre e genti dimenticate nell’oblio dalla grande Storia, popolazioni la cui sorte era possibile riscattare solo in virtù di una superiore civiltà (quella italiana, nel nostro caso) che le avrebbe estratte dai bui recessi dello stato di natura.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scorta dell’antropologia positivista, dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eugenetica#Diffusione_della_teoria_eugenetica" target="_blank">eugenetica</a> e di una strana interpretazione della selezione naturale darwiniana, si giustificavano allora le distanze sociali (era in corso una poderosa rivoluzione industriale e tecnologica, nel frattempo) e quelle culturali. Di lì a poco, si comincerà anche a giustificare la segregazione degli “inadatti alla vita”, come i pazzi, gli storpi, i malati, i portatori di tare genetiche e poi “razziali”. E non nella Germania nazista, ma negli Stati Uniti e in altri civilissimi e democratici paesi. Il nazismo non fece che assolutizzare e rendere sistematica una rimozione del principio di eguaglianza già ampiamente messo di fatto e di diritto in discussione in molte altre parti del mondo europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Che il tutto fosse funzionale ad assetti di potere e a vantaggi di classe lo diciamo <em>en passant</em>. Il trionfo del capitale passava anche per queste vicende meno presentabili, che ci piaccia o no ammetterlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché oggi, proprio oggi che si celebra invece la condanna universale degli orrori nazisti, della strage di ebrei, rom e sinti, omosessuali, comunisti, sovversivi, malati, ecc., dovremmo ricordarci del principio di eguaglianza e applicarlo ai casi presenti? Be’, a uno sguardo non superficiale sui fatti di questi giorni (rivolte in Tunisia, Algeria, Egitto, Albania e prima ancora in Grecia) non può sfuggire che una delle cause profonde del malcontento generalizzato è la pervasiva disparità di condizioni sociali ed economiche, le aspettative decrescenti di tutta una generazione di esseri umani destinata a vivere peggio dei propri genitori, la constatazione che mentre larga parte delle popolazioni si impoveriscono, una minoranza di privilegiati prospera.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fallimento storico generalizzato dell’applicazione di quel principio, troppo spesso relegato alla sua accezione meramente formale, è una delle radici della situazione conflittuale contemporanea e sarà una delle ragioni dei disordini, anche violenti, di là da venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché il principio di eguaglianza, una volta enunciato e proclamato come fondante della nostra convivenza civile, è difficile da eliminare del tutto. Può essere pervertito, parzialmente vanificato, rimosso dall’agenda politica e dalle scelte economiche decisive. Ma non può essere cancellato del tutto. Né dalla memoria  collettiva (appunto), né dalla storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il principio di eguaglianza è il contrappeso necessario che la Modernità ha saputo ideare a contenimento delle stringenti e spietate dinamiche interne del capitalismo. Quelle stesse dinamiche che si vorrebbe oggi applicare pure e semplici, a ogni ambito della nostra vita, beni fondamentali compresi, in virtù di una loro presunta naturalità e inevitabilità, di una loro immanenza nel tessuto storico umano. Mano invisibile provvidenziale cui affidare la nostra sorte collettiva e dunque individuale. Non lo sentite anche voi, quasi ogni giorno, il reiterato richiamo ai “Mercati”, cui sarebbe necessario rispondere nelle scelte politiche macroeconomiche e sociali? Un’entità impersonale, sovranazionale, onnicomprensiva a cui rendere conto delle nostre necessità vitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il principio di eguaglianza o è praticato concretamente o non è che un <em>flatus vocis</em>. L’eguaglianza o è sostanziale o non serve ad altro che a coprire retoricamente una realtà totalmente divergente. Eguaglianza intesa come rispetto per tutte le diversità, per tutte le minoranze, ma anche come garanzia generalizzata di poter portare a compimento la propria persona, di poter cercare liberamente il proprio posto nel mondo. Perché senza la concretizzazione di questo principio, anche quello parallelo di libertà perde consistenza, finisce per essere un eufemistico sinonimo di arbitrio, di difesa dei privilegi acquisiti, di discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione: alcune parole d’ordine, alcune cornici concettuali grazie a cui si giustificavano emarginazioni, sopraffazioni e poi stermini, ricominciano a circolare liberamente anche oggi. Che a qualcuno, in una civile e democratica città dell’Italia, venga negato un diritto (per esempio di accedere a una casa a fitto controllato) per via del suo status di straniero immigrato, puzza tanto di discriminazione razziale, o sociale. Che da qualche parte in Italia si proponga, asserendone la perfetta legittimità politica e giuridica, l’eliminazione da scuole e biblioteche di alcuni libri per via delle posizioni politiche dei loro autori, sa tanto di avversione per il pensiero complesso e/o divergente, potenziale prodromo dell’eliminazione fisica, tramite apposito rogo, di quegli stessi libri, e di tutti gli altri, magari.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, oggi, nella giornata della Memoria, proviamo a esercitare sul serio questa mirabile facoltà del cervello umano. Ricordiamo e connettiamo i ricordi. Riappropriamoci di anticorpi civili e politici che qualcuno sta cercando di debilitare. Rimettiamo al centro della nostra riflessione e della nostra prassi il principio di eguaglianza, inadempiuto debito dell’umanità moderna verso se stessa. Solo a questa condizione varrà la pena di celebrare questa ricorrenza.</p>
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