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	<title>clientelismo Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Quadro politico e prospettive nella Sardegna della pandemia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2020 16:27:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La crisi della democrazia rappresentativa è uno degli elementi di questo momento storico complicato. Una crisi dovuta al mutamento delle forme produttive e dei rapporti sociali su cui si è fondata, tra Otto e Novecento, questa &#8220;realtà immaginata&#8221;, in funzione dell&#8217;egemonia delle borghesie nazionali. Tale fenomeno assume contorni specifici a seconda del contesto in cui...</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="700" height="360" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/10/immagine-700x360.png" alt="" class="wp-image-4062" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/10/immagine-700x360.png 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/10/immagine-640x329.png 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/10/immagine-768x395.png 768w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/10/immagine-800x411.png 800w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/10/immagine.png 1305w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">La crisi della democrazia rappresentativa è uno degli elementi di questo momento storico complicato. Una crisi dovuta al mutamento delle forme produttive e dei rapporti sociali su cui si è fondata, tra Otto e Novecento, questa &#8220;realtà immaginata&#8221;, in funzione dell&#8217;egemonia delle borghesie nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tale fenomeno assume contorni specifici a seconda del contesto in cui si presenta. Se il contesto socio-politico è fragile, anche la democrazia rappresentativa sarà fragile e tanto più gravi saranno le manifestazioni della sua crisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel contesto politico italiano i fattori di fragilità sono sempre stati notevoli e potremmo dire congeniti. Nella sua succursale sarda ciò ha comportato la mancata realizzazione storica non solo di una vera democrazia in senso compiuto, ma anche di una decorosa democrazia rappresentativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sardegna questa forma di ordinamento giuridico-politico ha avuto storicamente una &#8220;declinazione paternalistica, simil-feudale e para-coloniale&#8221; (come scrivevo <a href="https://sardegnamondo.eu/2018/11/23/democrazia-in-sardegna-questa-sconosciuta/">qui</a>). Niente di particolarmente edificante e sicuramente niente che abbia potuto produrre un reale processo di emancipazione collettiva, a parte rari e circoscritti tentativi, presto normalizzati (vedi le giunte regionali presiedute da Mario Melis, negli anni Ottanta del secolo scorso o il primo biennio della giunta Soru, 2004-6).</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questi ultimi anni il conglomerato di rapporti di forza, di relazioni tra interessi diversi, di accomodamenti utilitaristici, avviatosi nell&#8217;isola con la fine della &#8220;prima repubblica&#8221;, è saltato per aria. Tale fenomeno complica il quadro di una realtà già debilitata, ma costituisce anche una opportunità politica notevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una prima occhiata ai <a href="https://elezioni.interno.gov.it/comunali/scrutini/20201025/elenchiGI20000" target="_blank"  rel="nofollow" >risultati della tornata elettorale amministrativa</a> dei giorni scorsi suggerisce la conferma dello sfaldamento di alcuni gruppi di potere basati sull&#8217;affiliazione a forze politiche italiane, in primis il PD, ma anche lo stesso Movimento 5 stelle. Nel cosiddetto centrodestra prevalgono sempre, come fattori favorevoli, la capacità di raccolta di voto clientelare e una certa ostilità diffusa verso il governo centrale, ma senza dare a tali forze alcuna reale egemonia. Anzi, a ben guardare anch&#8217;esse escono ridimensionate dalla competizione del voto, forse pagando anche la pessima riuscita della giunta sardo-leghista al governo della Regione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un panorama di sfaldamento politico e di disarticolazione della rappresentanza popolare che discende in qualche misura anche dalla scomparsa delle grandi ideologie e delle grandi organizzazioni di stampo novecentesco. Anche in un contesto particolare come quello sardo, tributario e subalterno verso un centro posto altrove, le grandi famiglie politiche novecentesche si erano in qualche modo affermate come punti di riferimento, non solo astratti, teorici, generali, ma anche organizzativi e formativi. La loro crisi storica al centro, ha prodotto un disastro in periferia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;isola non si è ancora codificata e diffusa una &#8220;realtà immaginata&#8221; alternativa a cui affidarsi. Perciò sono emersi prepotentemente i limiti strutturali connaturati alla particolare declinazione sarda della politica italiana: scarsa qualità soggettiva del personale politico, clientelismo, nepotismo, commistioni tra interessi privati e interessi pubblici, opachi intrecci tra gruppi di pressione esterni e interni, disponibilità verso pratiche neo-colonialiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, poniamo il caso che l&#8217;Italia in un modo o nell&#8217;altro si salvi, magari tramite il ricorso a un governo di unità nazionale capitanato per una volta non da qualche cialtrone arrivista o da un marpione senza scrupoli, bensì da un personaggio come Mario Draghi (in rampa di lancio da mesi). Dubito che anche lui riuscirebbe nell&#8217;impresa, ma ipotizziamo che ci riesca: come si rifletterebbe questo scenario sulla Sardegna? </p>



<p class="wp-block-paragraph">La butto lì: per la Sardegna non cambierebbe nulla, se non in peggio. Qualsiasi salvezza dell&#8217;Italia sarebbe ottenuta a prescindere dalla Sardegna o, più probabilmente, a suo danno. Non per un disegno malvagio di qualcuno, ma per l&#8217;inevitabile dispiegarsi di un rapporto di forza del tutto sbilanciato e per l&#8217;assenza nell&#8217;isola di una potenziale opposizione politica a qualsiasi decisione proveniente da Roma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tutte le questioni decisive &#8211; dall&#8217;energia ai trasporti, dal settore agro-alimentare alla scuola, dal commercio al turismo, per non menzionare l&#8217;occupazione militare &#8211; lo stato italiano, come e più di sempre, userebbe la Sardegna come fonte di risorse da sfruttare, come territorio da destinare a impieghi dannosi o degradanti; nei casi migliori, la considererebbe una concorrente da tenere a bada (pensiamo ai flussi turistici, o all&#8217;agro-industria o a certe partite commerciali).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso di improvvisa disponibilità di risorse da investire, viceversa, la Sardegna sarebbe come sempre l&#8217;ultima ruota del carro o eventualmente la pedina da sacrificare. È sempre una questione di rapporti di forza, ribadisco, e la forza politica della Sardegna nello stato italiano è minima, se non nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello specifico della gestione della pandemia di covid-19, stiamo constatando come alle scelte cervellotiche, paternaliste e per lo più inutili o alle non-scelte del governo non risponde alcuna reale forza di contrapposizione virtuosa nell&#8217;isola. La giunta Solinas sta dimostrando con ostinazione degna di miglior causa tutta la sua inadeguatezza e la sua intima pericolosità, in uno scenario emergenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mutare questo stato di cose non è affatto facile. Sarebbe necessario agire su tanti fronti. Ma chiaramente l&#8217;ambito politico è quello che ha un ruolo determinante. La maggior parte delle magagne sarde discendono dalla mediocrità della politica, dalla mancata realizzazione appunto di una forma accettabile di democrazia, sia pure rappresentativa. Dalla selezione al ribasso del personale politico consegue a cascata quella dei funzionari pubblici, quella dei gestori dei vari enti, quella degli stessi impiegati delle varie amministrazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il clientelismo e le consimili forme di gestione privatistica della cosa pubblica non sono solo un male di natura etica, ma prima di tutto un danno di natura pratica, materiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dato che l&#8217;economia sarda dipende ancora molto dalla politica, è chiaro che questo sistema di potere implica anche un mantenimento dell&#8217;economia stessa a un livello di pura sussistenza, sempre ricattata dal decisore di turno o con esso vantaggiosamente ammanicata. Il che comporta un drenaggio di risorse a favore non sempre delle soluzioni migliori e più lungimiranti, bensì spesso il contrario. Dentro una prospettiva asfittica e sempre subalterna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto deve restare nella mediocrità, funzionare male. Ogni piccolo guadagno, ogni minima conquista deve costare molto. Nessuno deve illudersi di poter fare a meno di qualche padrino o di qualche padrone. Nessuno deve poter dare per scontato che le cose funzionino bene, caso mai l&#8217;opposto. In questa idiocrazia conclamata, oltre al vantaggio diretto per chi trae guadagno immediato dalle pratiche clientelari e dai favoritismi indebiti, c&#8217;è il vantaggio generale, di indole etica e culturale, di assuefare la cittadinanza al malcostume, alla rassegnazione, al pessimismo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I terminali periferici di questo apparato di dominio tossico sono distribuiti capillarmente sul territorio e trovano i loro snodi concreti nella politica locale, quella che di norma controlla i comuni. Per questo è decisivo riconquistarli a una politica diversa. Non solo banalmente più efficiente, ma prima di tutto basata su presupposti, su prassi e su orientamenti ideali radicalmente alternativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una nuova classe politica e un consenso popolare robusto a una prospettiva di rinnovamento profondo non si trovano per strada, non ci si inciampa sopra per un colpo di fortuna. Vanno costruiti e conquistati. E questo va fatto nelle condizioni date e con le carte di cui si dispone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo ho seguito con sconcerto alcune polemiche &#8211; fortunatamente limitate alle &#8220;bolle&#8221; autoreferenziali dei social media &#8211; nate nell&#8217;ambito indipendentista a proposito delle candidature alla recenti elezioni amministrative. Veti incrociati, scomuniche reciproche, giudizi frettolosi e superficiali, attenzione compulsiva a scovare gli errori altrui: tutti sintomi di immaturità politica, a mio avviso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questo non voglio dire che non ci sono stati errori o che non si poteva fare qualcosa di diverso. Ma gli errori li fa solo chi, appunto, fa qualcosa, e le critiche è bene esprimerle, anche pubblicamente se è il caso, ma nelle sedi, nelle modalità e nelle circostanze giuste (ossia, prima di tutto <em>non</em> su Facebook). </p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica è l&#8217;arte del possibile, ossia deve fare i conti con le condizioni di fatto e con le forze reali in campo. Il solo fatto che tante/i militanti indipendentiste/i si siano candidate/i, o in formazioni indipendentiste o in liste civiche, e che diverse/i siano state/i elette/i, già di suo è un segnale di vitalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se c&#8217;è una speranza di rianimare lo scenario politico sardo e sottrarlo alla deriva neo-colonialista in atto, risiede nel rafforzamento e nel coordinamento del fronte democratico, popolare, ambientalista, critico verso gli assetti produttivi e sociali dominanti, anti-imperialista, femminista e autodeterminazionista. È un fronte già attivo, di cui l&#8217;indipendentismo è una componente. Un fronte ampio e plurale, con tante anime, non necessariamente sovrapponibili, ma in grado, volendo, di trovare percorsi condivisi sui grandi temi strategici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forze sociali e istanze ideali di provenienza e di collocazione eterogenea devono imparare a convivere, ad ascoltarsi, a confrontarsi e anche, quando serve, ad agire di concerto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trovare forme organizzative e di coordinamento di questo variegato movimento politico, sociale e culturale è importante per due motivi. Uno è che serve per poter mobilitare le forze quando è necessario, che sia per manifestazioni specifiche o per presentarsi alle elezioni. Un altro è che una forma di ascolto reciproco e di coordinamento garantirebbe anche di non sovrapporre iniziative simili su temi analoghi ma anzi di mettere insieme le forze. Inoltre, trovandosi e confrontandosi, sarebbe più facile rendersi conto di quanto sia ampio e ricco questo movimento, evitando anche lo scoraggiamento delle/dei militanti e favorendo l&#8217;ingresso di nuove leve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Servirebbe un patto politico strategico di ampio respiro, con pochi punti chiave, limiti chiari e rigorosi, ma non settari, occasioni formalizzate di incontro e dibattito, anche senza pulsioni assembleariste né votazioni a maggioranza o altri meccanismi finto-democratici analoghi. E, naturalmente, senza pretese leaderistiche o egemoniche di chicchessia. Molto meglio impratichirsi con i metodi partecipativi (ce ne sono tanti; vedi <a href="http://www.sinanet.isprambiente.it/gelso/files/guida-progettazione-partecipata.pdf" target="_blank"  rel="nofollow" >qui</a>, o <a href="https://www.format.bo.it/metodologie-partecipative/" target="_blank"  rel="nofollow" >qui</a>, per avere un&#8217;idea comunque non esaustiva). In Sardegna abbiamo un&#8217;esperienza millenaria in organizzazione di feste collettive e <em>rebotas</em> in grande stile: perché non sfruttarla in termini di condivisione e progettazione politica?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non bisogna arenarsi sulle pretese di unanimismo o, su un altro versante, di purezza ideologica, né sulla retorica &#8220;né di destra né di sinistra&#8221; e altri diversivi analoghi. Così come sarà sempre necessario un filtro etico abbastanza robusto da evitare di piegarsi alla logica &#8220;se gli altri hanno successo facendo in questo modo, facciamo in questo modo anche noi&#8221;: certa indulgenza verso operazioni bassamente trasformiste degli ultimi anni o verso conversioni improvvise è giustificabile per chi è alle prime armi o per chi non sappia nulla della politica sarda, ma se facciamo un discorso serio non è ammissibile. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scenario disarticolato in cui si agisce oggi &#8211; con la crisi evidente del PD e dei suoi satelliti (forti ormai solo nei meandri del sottogoverno, nelle università e in qualche ambito corporativo e clientelare), la pochezza politica del sardo-leghismo, l&#8217;estinzione del berlusconismo e lo scarsissimo peso del neo-fascismo &#8211; è il terreno ideale per sperimentare percorsi alternativi e per proporli agli elettori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il percorso di autodeterminazione della Sardegna passa necessariamente per queste prove. Non potrà mai portare a nulla di buono se si piegherà sul mero rivendicazionismo (vedi operazioni reazionarie come quelle sulla Zona Franca, ormai un po&#8217; dimenticata, o quella sull&#8217;insularità in costituzione, molto gradita a tutto l&#8217;establishment coloniale), oppure all&#8217;opportunismo entrista (entriamo nel Palazzo in qualsiasi modo, a qualunque costo e con chiunque, poi faremo la rivoluzione dall&#8217;interno). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il processo di conquista della democrazia in Sardegna deve basarsi sulle proprie forze vive, presenti anche nella nostra diaspora, e su risorse attinte dalle nostre articolazioni sociali, dal nostro mondo produttivo e dalla nostra ricchezza culturale, senza attendere sostegno o concessioni dall&#8217;esterno, senza inganni né opacità. Giusto qualche destrezza tattica, specie in caso di partecipazione alle elezioni, ma con giudizio. Si può fare.</p>
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		<title>I pastori in lotta, il Cagliari calcio e i problemi strutturali irrisolti della Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2019 16:23:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una scena difficile da giudicare. Io onestamente provo grande disagio. Che la situazione delle campagne sarde sia ciclicamente esplosiva dovremmo saperlo. Paghiamo problemi strutturali datati, che la politica non ha mai risolto. Forse perché non ha interesse a risolverli. La politica sarda, quella coloniale, padronale, clientelare, ha tutto l&#8217;interesse a mantenere intere fasce di popolazione,...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Una scena difficile da giudicare. Io onestamente provo grande disagio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che la situazione delle campagne sarde sia ciclicamente esplosiva dovremmo saperlo. Paghiamo problemi strutturali datati, che la politica non ha mai risolto. Forse perché non ha interesse a risolverli. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica sarda, quella coloniale, padronale, clientelare, ha tutto l&#8217;interesse a mantenere intere fasce di popolazione, intere categorie produttive nella precarietà, nella necessità di dover aspettare il favore del potente di turno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli stessi potenti di turno che vengono regolarmente votati e rimessi lì a decidere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente non è questione di <a href="https://sardegnamondo.eu/2011/06/03/il-nostro-padrone/">cambiare padrone</a>. Il padrone è il padrone, togliamoci l&#8217;illusione che ne esista uno buono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A me sembra che nel mondo pastorale sardo da troppo tempo manchi <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/01/26/leterno-ritorno-delluguale/">una visione politica</a> della situazione. Manchi una analisi compiuta, manchi una capacità di inquadrare il proprio posto nel mondo secondo una visione complessa, strutturata, connessa con tutto il resto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il settore zootecnico in Sardegna è grande, importante, ma paga difetti altrettanto grandi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci vuole maggiore disponibilità degli operatori del settore ad assumersi responsabilità politiche che vadano oltre la momentanea protesta corporativa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Che di solito porta divisioni, un po&#8217; di solidarietà qui e là e molte antipatie ben distribuita. Serve a poco, insomma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non perché sia illegittima. La condizione degli allevatori sardi grida vendetta al cielo. Ma perché è una protesta non organizzata, non finalizzata a obiettivi strategici, non indirizzata contro le vere controparti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che sono prima di tutto i padroni industriali e in secondo luogo, ma non per importanza, la politica clientelare e cialtrona che ci governa da decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendersela col Cagliari Calcio, come in questo caso, francamente mi pare un colpo di teatro mal studiato. Specie se si pretende che la squadra rifiuti di giocare o cose del genere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una richiesta che non ha alcuna possibilità di essere accolta. Non per cattiva volontà della squadra, ma perché sono coinvolti troppi soggetti terzi, troppi meccanismi e troppi interessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se il Cagliari perde, cosa ci guadagnano i pastori, oltre all&#8217;odio dei tifosi e al fastidio dell&#8217;intera organizzazione calcistica professionistica di cui il Cagliari fa parte?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando Peppino Fiori chiese a un pastore, radiolina all&#8217;orecchio, cosa ci guadagnasse se il Cagliari di Gigi Riva vinceva, il pastore rispose: e se perde cosa ci guadagno?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che sia un episodio da ricordare, oggi.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto più ragionevole l&#8217;idea di utilizzare il Cagliari per far conoscere il problema fuori dai confini sardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il che però porta a un&#8217;ulteriore riflessione. Perché il Cagliari, a questo punto, non si fa portatore anche delle altre vertenze storiche dell&#8217;isola?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve fare l&#8217;elenco, sono sempre quelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si dirà: ma è il Cagliari che deve farsi carico dei problemi della Sardegna?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta è no, chiaramente. Non sempre, non del tutto. Però sarebbe bello che, come succede in altre realtà paragonabili alla Sardegna, la nostra squadra sportiva più rappresentativa fosse anche una sorta di portavoce &#8220;politico&#8221; del suo stesso popolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immagino che non piacerebbe alla nostra politica coloniale e nemmeno alla nostra classe padronale (a un cui esponente pure appartiene la società Cagliari Calcio). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti è una pia illusione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">O un auspicio per il futuro, quando magari il Cagliari &#8211; come altre società sportive di realtà paragonabili alla Sardegna &#8211; diventerà proprietà dei suoi stessi tifosi, tramite l&#8217;azionariato diffuso, e non dovrà più rispondere alle logiche affaristiche del &#8220;buon padrone bianco&#8221; di turno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma intanto mi accontenterei del fatto che la notizia della vertenza pastorale alla fine abbia bucato il velo di silenzio italiano <a href="https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Cagliari/09-02-2019/sardegna-cagliari-bloccato-la-protesta-pastori-latte-3201102498126.shtml" target="_blank"  rel="nofollow" >tramite le pagine della stampa sportiva</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che è la più seguita, in questo scalcinato paese, dopo tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qualcosa, è più di niente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di solito delle vertenze strategiche e strutturali sarde di là del Tirreno non se ne sa nulla o se ne ha un&#8217;idea vaga e folkloristica, o esotica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Direi che potremmo approfittare di queste circostanze eccezionali per ragionare un po&#8217; anche su questi aspetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi piacerebbe che intanto lo facessero i pastori, che hanno il diritto di essere rappresentati di più e meglio anche a livello politico e di recuperare la dignità che merita il loro mestiere.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='I pastori in lotta, il Cagliari calcio e i problemi strutturali irrisolti della Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2019/02/09/i-pastori-in-lotta-il-cagliari-calcio-e-i-problemi-strutturali-irrisolti-della-sardegna/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='I pastori in lotta, il Cagliari calcio e i problemi strutturali irrisolti della Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2019/02/09/i-pastori-in-lotta-il-cagliari-calcio-e-i-problemi-strutturali-irrisolti-della-sardegna/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2019/02/09/i-pastori-in-lotta-il-cagliari-calcio-e-i-problemi-strutturali-irrisolti-della-sardegna/">I pastori in lotta, il Cagliari calcio e i problemi strutturali irrisolti della Sardegna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>Beni pubblici, diritti collettivi e buona politica</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2017/09/13/beni-pubblici-diritti-collettivi-e-buona-politica/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2017/09/13/beni-pubblici-diritti-collettivi-e-buona-politica/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Sep 2017 08:34:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nomina di Chicco Porcu (PD, di quale corrente non saprei) a capo dell&#8217;ARST (uno degli enti regionali più importanti e strategici) è ordinariamente scandalosa. Ordinariamente, perché non propone nulla di nuovo sul fronte della gestione della cosa pubblica da parte della politica istituzionale. È perfettamente normale che le bande e le cordate che spolpano...</p>
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<p>La <a href="http://www.sardiniapost.it/politica/arst-chicco-porcu-pd-amministratore-unico/" target="_blank"  rel="nofollow" >nomina di Chicco Porcu</a> (PD, di quale corrente non saprei) a capo dell&#8217;<a href="http://arst.sardegna.it/index.html" target="_blank"  rel="nofollow" >ARST</a> (uno degli enti regionali più importanti e strategici) è ordinariamente scandalosa. <span id="more-2681"></span></p>
<p>Ordinariamente, perché non propone nulla di nuovo sul fronte della gestione della cosa pubblica da parte della politica istituzionale.</p>
<p>È perfettamente normale che le bande e le cordate che spolpano assatanate la carcassa del patrimonio pubblico non si facciano troppi scrupoli, in questo genere di operazioni, specie in periodo pre-elettorale.</p>
<p>Bisogna dare contentini a possibili variabili impazzite, bisogna sistemare vice-capi banda e reggicoda vari in modo che garantiscano la loro fedeltà. Bisogna disinnescare possibili conflitti. Bisogna occupare posti che torneranno tatticamente utili quando ci sarà da raggranellare qualche centinaio di voti in più.</p>
<p>È una decisione comunque scandalosa, perché consiste unicamente in una ricollocazione in un posto di grande responsabilità di personale politico non altrimenti sistemato, a discapito di competenza, trasparenza, senso civico, visione politica.</p>
<p>Il problema andrebbe risolto alla radice.</p>
<p>È noto che l&#8217;amministrazione pubblica dei beni e dei servizi di interesse generale è più efficiente di quella privata. Su questo esiste molta reticenza, ma gli studi in materia sono concordi nel segnalare come non esista interesse o bene collettivo che possa essere efficacemente gestito e/o offerto da privati.</p>
<p>Il che è persino ovvio, dato che i privati hanno come scopo quello di massimizzare i profitti, cioè un obiettivo quasi mai compatibile con una corretta gestione in nome e per conto di interessi generali.</p>
<p>I beni e i servizi pubblici devono essere gestiti e/o offerti sulla base di una logica totalmente diversa da quella che sottende al processo capitalista. Nella loro natura non è prevista la necessità di profitto e di estrazione di valore dal capitale e dal lavoro.</p>
<p>C&#8217;è invece l&#8217;esigenza di soddisfare bisogni collettivi e di garantire un accesso universale a beni e servizi reputati fondamentali in un regime politico che voglia essere davvero &#8211; e non solo proclamarsi &#8211; democratico.</p>
<p>Tutta la retorica sugli sprechi dell&#8217;amministrazione pubblica, sulla corruzione, sulle inefficienze, ecc. è in larga misura appunto solo retorica. Nel tempo ha costruito un feticcio ideologico che ormai ha preso piede nelle coscienze dei più, ma non per questo è più veritiero.</p>
<p>Si sa invece che la corruzione è altissima e sistematica anche laddove prevalgono gli interessi privati. Basti pensare a quello che succede regolarmente a livello internazionale, con <a href="http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/09/08/news/eni-indagata-per-corruzione-1.309405" target="_blank"  rel="nofollow" >le grandi multinazionali che fanno a gara a chi corrompe di più</a>. E a livello altissimo, di governi e di interi stati.</p>
<p>È una delle forme del neo-colonialismo, del resto. Non è che ci sia da cadere dal pero. Il nostro maggiore benessere rispetto alla gran parte della restante umanità si regge anche su queste pratiche disdicevoli (ohibò!).</p>
<p>Insomma, è del tutto possibile gestire proficuamente beni, servizi, enti e reti infrastrutturali a livello pubblico, garantendone qualità e quantità.</p>
<p>Il problema si affronterebbe alla radice non privatizzando e sottoponendo beni comuni e diritti di cittadinanza alla mera logica del profitto privato, bensì assicurando qualità e trasparenza nella scelta del personale e dei dirigenti delle varie entità pubbliche.</p>
<p>Risultato che non si potrà mai ottenere se la nomina dei vertici di enti, aziende e uffici rimane in capo ai partiti dominanti e alle loro fazioni.</p>
<p>Oltre alla politica intesa in senso alto, ai grandi orizzonti ideali, agli impegnativi obiettivi storici, bisognerebbe dedicare un po&#8217; di forze e di attenzione anche a questo fronte più pratico e immediato.</p>
<p>Voglio proprio vedere, magari già nella prossima campagna elettorale ormai alle porte, come si porranno gli schieramenti candidati su questo tema.</p>
<p>Che andrà messo in agenda.</p>
<p>Basterebbe dichiarare che si lavorerà affinché i ruoli di responsabilità e di gestione in tutti gli enti pubblici o a partecipazione pubblica siano stabiliti sulla base di concorsi, pubblici anch&#8217;essi, con tutte le garanzie di serietà, trasparenza e controllo possibili.</p>
<p>Un impegno chiaro, esplicito, verificabile.</p>
<p>Non stiamo parlando di poca cosa. L&#8217;amministrazione pubblica regionale è un mastodonte. Pensiamo ai trasporti (ARST, Autorità portuale, ecc.), all&#8217;ambito culturale (ISRE, musei, ecc.), al diritto allo studio (ERSU), alla gestione di servizi importanti in materia ambientale e agroalimentare (ARPAS, LAORE, ecc.), al moloch Abbanoa&#8230;</p>
<p>Pensiamo alla ASL unica e a tutti i primariati e i posti dirigenziali nell&#8217;amministrazione della sanità pubblica.</p>
<p>Le bande che fanno capo ai vari leader dei partiti dominanti si spartiscono gigantesche quantità di denaro pubblico, migliaia di voti (suddivisi in comodi pacchetti da mobilitare o spostare all&#8217;occorrenza), potere di influenzare la vita di tutti i cittadini.</p>
<p>Mettere a capo di un ente pubblico un proprio fedelissimo al momento giusto può sancire una vittoria elettorale o addirittura decidere un&#8217;intera carriera politica.</p>
<p>O pensiamo che quando si fanno le famose &#8220;nomine&#8221; l&#8217;obiettivo della politica istituzionale sia di mettere la migliore persona possibile nel posto più consono alle sue competenze? magari in nome di un interesse generale?</p>
<p>Questo è un tema poco attraente, ma decisivo. È uno di quelli su cui è lecito e anzi doveroso mettere alla prova chi si candida alla rappresentanza popolare e al governo della Sardegna.</p>
<p>Scandalizziamoci pure per l&#8217;ennesima spartizione sfacciata, ma cerchiamo di ricordarcene soprattutto al momento di decidere. È un nostro potere di cittadini. Non ne abbiamo molti. Usiamolo bene.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Democrazia, lavoro, libertà</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/11/20/democrazia-lavoro-liberta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2014 12:56:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La democrazia non è mai la prima opzione, in presenza di disparità economiche e sociali. Può essere il male minore, per chi detiene il controllo delle risorse e delle informazioni, ma solo in presenza di una minaccia peggiore. Viceversa, non esiste ragione al mondo per cui una classe dominante dovrebbe sceglierla. Gli esempi sono superflui....</p>
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<p style="text-align: justify;">La democrazia non è mai la prima opzione, in presenza di disparità economiche e sociali. Può essere il male minore, per chi detiene il controllo delle risorse e delle informazioni, ma solo in presenza di una minaccia peggiore. Viceversa, non esiste ragione al mondo per cui una classe dominante dovrebbe sceglierla. Gli esempi sono superflui. Naturalmente, si parla di democrazia nella sua accezione più piena e concreta, non di democrazia formale. Quella c&#8217;è anche oggi, in un sacco di posti. Solo, non ha molto a che fare con l&#8217;effettiva possibilità delle persone e dei gruppi sociali di massimizzare le proprie capacità e di ottenere l&#8217;equa distribuzione di beni materiali, diritti, possibilità di scelta.<span id="more-842"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Fare discorsi di democrazia e libertà, in un posto come la Sardegna odierna, risulta complicato. Non abbiamo un sistema economico vero e proprio, mancano alcuni elementi basilari per la nostra emancipazione pratica e non disponiamo di una classe dirigente. Non mi piace la locuzione &#8220;classe dirigente&#8221;, ma è per capirci. Diciamo che manca una leadership. La leadership non ha a che fare col prendere il potere. Si può prendere il potere, esercitarlo anche brutalmente, e non avere la leadership. Leadership equivale fondamentalmente a &#8220;responsabilità verso altri da noi&#8221;. Nel caso dell&#8217;ambito politico, in senso moderno, la leadership di una classe dirigente è quella che pone come orizzonte di riferimento un insieme di interessi, necessità, fattori produttivi, sociali e culturali che oltrepassano l&#8217;interesse immediato individuale o del porprio gruppo sociale. In questo senso, la Sardegna negli ultimi duecento anni non ha <em>mai</em> avuto una classe dirigente nè una leadership.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è stato un momento in cui questa combinazione vincente sembrava sul punto di realizzarsi ed è stato intorno al 1921. Ma in quel caso, per varie ragioni, non tutte riconducibili didascalicamente alla cattiva volontà o alla mala fede dei protagonisti, non se ne fece nulla. Sto parlando del grande movimento successivo alla Prima guerra mondiale, capitanato da Emilio Lussu e dagli altri fondatori del PSdAz. Diciamo, col senno di poi, che qualche carta si sarebbe potuta giocare meglio, allora.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuori dalle recriminazioni inutili, bisogna guardare all&#8217;oggi. Oggi uno dei problemi macroscopici da affrontare è quello del <strong>lavoro</strong>. Le cifre della <a href="http://www.urbistat.it/adminstat/it/it/classifiche/tasso-disoccupazione/province/sardegna/20/2" target="_blank" rel="nofollow" >disoccupazione</a> sono spaventose e sono ancora più spaventose quelle dell&#8217;<a href="http://www.sardegnalavoro.it/download/download/osservatorio/osservatorio_file/Analisi%20congiunturale/268950.pdf" target="_blank" rel="nofollow" >occupazione</a>. Due terzi dei giovani non lavorano, un quarto di loro non lavora e non studia. Ma c&#8217;è anche la fascia di popolazione più matura che è in stringenti difficoltà. Molte realtà lavorative sono in fase di chiusura o chiuse del tutto, dal comparto tessile nel Centro Sardegna, alla <a href="http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_economia/2014/11/19/keller_incontro_al_mise_il_25_novembre_vertice_dopo_il_fallimento-2-396542.html" target="_blank" rel="nofollow" >Keller</a> in Campidano, ai poli industriali di Porto Torres e del Sulcis, alla <a href="http://www.sardiniapost.it/cronaca/meridiana-rigotti-conferma-i-licenziamenti/" target="_blank" rel="nofollow" >compagnia aerea Meridiana</a> a Olbia. Le varie <a href="http://anthonymuroni.blog.unionesarda.it/2014/11/18/alcoa-e-glencore-troppi-buchi-neri-e-troppo-entusiasmo/" target="_blank" rel="nofollow" >manovre di sapore speculativo</a> che qualche multinazionale compie di tanto in tanto per accrescere il valore di mercato delle proprie azioni viene troppo spesso propagandato dalla nostra classe politica come una promessa di risoluzione del problema. Espedienti che hanno un che di sadico. Ma qui viaggiamo più nel campo delle ipotesi che dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto incontrovertibile è che il lavoro in Sardegna è sempre stato uno strumento di controllo sociale e politico, più che una funzione del sistema economico. Non è mai esistita una politica economica propriamente detta, tanto meno una centrata sul nostro territorio, le sue risorse, le sue caratteristiche produttive, demografiche e culturali. La pretesa modernizzazione economica si è svolta secondo il tipico approccio dall&#8217;alto (<em>top-down</em>) e secondo obiettivi fodamentalmente politici: controllo sociale, disarticolazione culturale e clientelismo. Oltre naturalmente ad avvantaggiare avventurieri e lestofanti di ogni risma, e questo fin dall&#8217;epoca immediatamente successiva alla Sarda Rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Discutere di queste cose, oggi come oggi, assume facilmente il sapore del puro esercizio astratto. Con tante migliaia di famiglie in difficoltà, attardarsi nelle analisi storiche può sembrare un esercizio futile, un lusso che non possiamo permetterci. Lo è se rimane fine a se stesso. Non lo è più se serve a farci capire come si potrebbe agire in modo più efficace e lungimirante. Il problema qui è che la nostra classe politica &#8211; a dispetto del suo attuale status intellettuale, della nostra &#8220;giunta dei professori&#8221; &#8211; è estremamente ignorante. Ignorante e provinciale. Non conosce sicuramente la storia della Sardegna, ma non è aggiornata nemmeno sulle discipline di cui pure alcuni esponenti del governo regionale sono docenti all&#8217;università.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono sbagliati le cornici applicate e il baricentro delle decisioni. Le cornici sono sempre quelle funzionali al mantenimento della Sardegna in una condizione di dipendenza. Il baricentro degli interessi garantiti non è mai sull&#8217;isola. Pensiamo all&#8217;ottusa politica dei trasporti perseguita in questi anni, o alla questione energetica, o alla stato comatoso del comparto agroalimentare, e lasciamo pure perdere tutto ciò che ha a che fare con cultura, sapere, bellezza e creatività. Tale debolezza culturale è endemica nella nostra (mancata) classe dirigente. Ivi compresi i sindacati. (Ma a parlare male dei sindacati ci pensa già il Presidente del Consiglio italiano e non è il caso di seguirlo su questa china pericolosa.)</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto sta che prima di discutere di questioni politiche, di soluzioni giuridiche e ambiti teorici, bisognerebbe preoccuparsi della sopravvivenza e della dignità delle persone. Questo vale prima di tutto per le forze politiche e le organizzazioni che fanno dell&#8217;autodeterminazione dei Sardi un loro obiettivo prioritario. Il problema del lavoro, delle forme della produzione e della distribuzione, la questione del reddito, la questione della povertà, devono essere in cima a qualsiasi progetto di emancipazione collettiva. Naturalmente con un taglio diverso da quello usato dalle forze della dipendenza (partiti italiani, loro complici autoctoni, dirigenze dei sindacati confederali).</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso di cose da fare ce ne sarebbero tante e i Sardi non sono del tutto fermi ad aspettare gli eventi. Mi è piaciuto il taglio pragmatico con cui la Camera di Commercio di Nuoro, per esempio, ha avviato un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fab_lab" target="_blank" rel="nofollow" >FabLab</a> in città (ne ho scritto <a href="http://www.nu.camcom.it/contenuti/?id=224" target="_blank" rel="nofollow" ><strong>qui</strong></a>). Così come mi piacciono i mille esempi di inventiva e di creatività di cui la Sardegna, a dispetto della politica, è piena: dal mondo del credito, a quello della produzione agroalimentare, dal turismo al marketing e alla comunicazione. Di solito attività dall&#8217;alto valore aggiunto, che saltano a pie&#8217; pari il problema delle economie di scala e della concorrenza dei grandi paesi produttori di beni di consumo di massa. La caratteristica che accomuna le varie soluzioni in fase di realizzazione è che rispondono alle vocazioni territoriali e alla disponibilità reale di risorse e di competenze. Senza mancare di fare tesoro della nostra diaspora, grande fucina di idee e intelligenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è vero che le cose non si possano risolvere, in Sardegna. Non c&#8217;è niente che non possiamo fare, nemmeno nel campo del lavoro. Certo, se pensiamo che siamo la &#8220;regione italiana&#8221; più inquinata, l&#8217;ottimismo rischia di volare via, come un&#8217;esalazione tossica. Ma come le esalazioni tossiche ricadono nell&#8217;ambiente in cui viviamo e lo contaminano, forse anche l&#8217;ottimismo della volontà e dell&#8217;intelligenza può ricadere dal cielo delle idee alla pratica economica e diffondersi come un antidoto. La politica per ora è ostile a questo percorso, abituata com&#8217;è a rispondere ad interessi estranei e a garantire vantaggi particolari. Vorrà dire che cambieremo anche la politica.</p>
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		<title>Il partito trasversale dello status quo</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/09/03/partito-trasversale-status-quo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Sep 2013 14:18:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il blocco sociale che domina la Sardegna (per lo più in conto terzi, ma non senza trarne cospicui vantaggi) ha militanti insospettabili a propria disposizione. Facile immaginare che i grumi di potere clientelare, gli snodi dove si connettono incarichi istituzionali, grossi interessi di parte e una sostanziale assenza di qualsiasi etica pubblica, siano anche i...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il partito trasversale dello status quo' data-link='https://sardegnamondo.eu/2013/09/03/partito-trasversale-status-quo/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://percorsidisardegna.files.wordpress.com/2012/03/4821525436_b503ce39a6_z.jpg?w=510&amp;h=382" alt="" width="450" height="338" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il blocco sociale che domina la Sardegna (per lo più in conto terzi, ma non senza trarne cospicui vantaggi) ha militanti insospettabili a propria disposizione. Facile immaginare che i grumi di potere clientelare, gli snodi dove si connettono incarichi istituzionali, grossi interessi di parte e una sostanziale assenza di qualsiasi etica pubblica, siano anche i primi oppositori di qualsiasi forma di cambiamento, non solo politico, ma prima di tutto economico e culturale. Quel che è più pericoloso, tuttavia, è l’atteggiamento ostile a qualsiasi proposta di mutamento e persino di progresso da parte di soggetti, entità collettive, centri di interesse che dichiaratamente auspicano quello stesso cambiamento che nei fatti contrastano.<span id="more-119"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Intendiamoci, cambiare per cambiare non ha nessun significato. Non è che se dici “cambiamento” o “nuovo” allora passi direttamente dalla parte della ragione. Anche il fascismo era un cambiamento ed era il “nuovo”, almeno in termini narrativi e retorici. E però nella nostra situazione storica è evidente a tutti, proprio a tutti, che un rinnovamento di certe strutture produttive, sociali e politiche, nonché un ampio e profondo mutamento culturale, siano indispensabili.<span id="more-3282"></span> Per questo tutti gli attori sulla scena propugnano novità, evocano spirito di appartenenza alla nostra collettività storica (magari mimando posticce rivendicazioni identitarie o inventando neologismi di comodo, tipo “sovranismo”) e si dicono unici, sinceri difensori dei sardi contro i loro malvagi nemici esterni. Per lo più i veri nemici dei sardi si annidano tra le loro file, è doveroso ricordarlo. In ogni caso, che sia necessario offrire qualcosa di nuovo ai sardi, per lo meno in vista delle prossime elezioni, è dato per scontato.</p>
<p style="text-align: justify;">Cos’è allora che non va? Intanto che non tutto quello che viene presentato come nuovo è anche altrettanto buono. Sotto la comoda etichetta del cambiamento si annidano troppo spesso inganni e tappole pericolose. Inoltre non tutto quello che viene presentato come nuovo lo è davvero. È facile giocare con le parole, per chi le sa maneggiare, e si sa che la politica è in larga misura comunicazione (che ci piaccia o no).</p>
<p style="text-align: justify;">Il pericolo maggiore si annida comunque laddove ce lo aspettiamo di meno. In Sardegna una larga parte dello schieramento politico-sociale-culturale che si autodefinisce progressista o di sinistra è in reatà del tutto organico alle strutture di potere e di consenso che alimentano e perpetuano lo status quo. In Sardegna una vera sinistra, in termini teorici e politici, non esiste o è estremamente minoritaria. Se per sinistra intendiamo una sensibilità sociale rivolta agli interessi più generali, un riconoscimento della dialettica interna alla società stessa e una propensione a modificare la realtà storica in nome dell’eguaglianza e dell’emancipazione economica, sociale e culturale dei cittadini, be’ diventa estremamente difficile attribuire tale definizione alle forze politiche istituzionalizzate che pure vengono solitamente associate (da se stesse o dai mass media) a tale collocazione ideale.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare i partiti italiani sedicenti di sinistra e il loro apparato di clientele e legami familistici (nelle amministrazioni pubbliche, nelle università, nelle redazioni, nell’ambito culturale in senso lato, ecc.) sono di fatto un fortissimo elemento di conservazione. Non meno dei partiti e delle forze sociali dichiaratamente “moderati” (ossia di “destra”) o evidentemente dediti all’affarismo da sottogoverno. L’equivoco però è fatale a molti elettori e persino a tanti militanti che ancora confondono l’etichetta con il contenuto. Molti di loro, per lenire il fastidio inconscio che pure avvertono, si autoconsolano con il senso di appartenenza a una storia politica significativa, senza rendersi conto che di quella storia politica non fanno affatto parte o che la storia politica che hanno in mente loro è solo finzione, pura rappresentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che è esistito in Sardegna, nello schieramento politico progressista, socialista e comunista, è stato un potente e pervasivo apparato di potere subalterno a decisioni e scelte strategiche aliene, non meno  dannoso per l’isola delle forze politiche di stampo conservatore (come la DC e i suoi satelliti e fino alle forze che ne hanno preso il posto attualmente, e così come è stato quasi sempre il PSdAz). Se pensiamo a tutti i nodi economici, sociali e culturali degli ultimi cento anni e della stagione autonomista in particolare, dobbiamo prendere atto che in ogni momento decisivo il sistema di consenso e di selezione degli obiettivi nello schieramento di sinistra ha privilegiato interessi estranei alla Sardegna e ha contribuito a perpetuare la nostra subalternità e il nostro impoverimento materiale, culturale e morale. Pensiamo alla stessa scelta autonomista e a come è stata declinata storicamente, dunque ai rapporti con lo stato centrale. Pensiamo all’appoggio dissennato e autorazzista al Piano di Rinascita industrialista. Pensiamo all’ostilità verso qualsiasi pulsione emancipativa di tipo indipendentista. Pensiamo alla violenta opposizione verso il riconoscimento della dignità linguistica e storica della lingua sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora oggi tali posizioni lasciano uno strascico pesante dietro di sé e caratterizzano le scelte e le dichiarazioni di una larga parte non solo delle nomenklature dei partiti italiani o dei quadri dell’accademia e del mondo della cultura (che sono selezionati in base alla loro fedeltà ai capi e agli interessi specifici promossi dal partito padrone, o dalle istituzioni centrali da cui dipendono), ma anche di tanti iscritti, o simpatizanti, o commentatori, quella che si definisce la base insomma (che certo per lo più ha ben poco da lucrare da tanta ottusa fedeltà). Questo è un nodo difficile da sciogliere, perché attiene ai processi di identificazione individuale, alla costruzione di un armamentario mentale e di un immaginario diffuso che è penetrato in profondità nelle coscienze di tanti sardi, anche ben disposti e tendenzialmente onesti dal punto di vista intellettuale e politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, è un nodo che va sciolto. Oggi le giustificazioni e le attenuanti tendono a ridursi a zero, per chi vanti una intelligenza media e possa accedere senza troppa fatica a strumenti critici adeguati. Il discorso della nostra emancipazione storica deve essere affrontato senza sotterfugi e senza scappatoie, con la coscienza della delicatezza della fase che stiamo vivendo. Addurre sofismi o cavilli contro la necessità di una assunzione di responsabilità di tutti noi sul nostro destino collettivo non può più essere addebitato a disinformazione inconsapevole o a cattiva percezione delle dinamiche in corso. Per lo più, i fautori dei partiti italiani in Sardegna, soprattutto di quelli di sinistra o sedicenti tali, hanno poche scuse a propria disposizione. Si tratta dunque di mera volontà di conservazione e di debolezza etica e culturale, quando non sia puro e semplice calcolo interessato.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa tiritera circa il pericolo rappresentato da proposte politiche diverse da quelle putrescenti del centrosinistra italiano, in quanto implicito lasciapassare per il centrodestra, sono valutazioni di tale scarsa portata politica, da far ribollire il sangue. Se questo è il livello della discussione pubblica in Sardegna, non c’è da meravigliarsi dello stato a cui ci siamo ridotti.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione è di tutt’altra portata. Chi è veramente animato dal senso di appartenenza alla nostra collettività storica e al nostro territorio, chi coltiva ideali di libertà ed eguaglianza, chi propende per un benessere materiale e morale non disgiunto dalla giustizia sociale e dalla salvaguardia degli equilibri ambientali, chi abbia della dialettica sociale un’idea non semplicistica e reazionaria, persino chi voglia poter esercitare l’impresa privata in termini creativi, produttivi, liberi da condizionamenti impropri, non può non vedere quale distanza corra tra l’apparato di potere che ha dominato fin qui la Sardegna (incarnato dagli schieramenti italiani e dai loro satelliti locali) e le reali necessità della nostra gente. Nessuno, in buona fede, può pensare che il meglio, anche a livello elettorale, sia affidarsi alla politica italiana e ai suoi schemi corrotti e oppressivi. Non può nemmeno esserci indulgenza per chi, ostentando velleità emancipative o addirittura dichiaratamente indipendentiste, si renda complice del sistema di potere vigente.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, non è nemmeno questione di aderire acriticamente a qualche schieramento elettorale, o affidarsi passivamente alla sorte. C’è invece da rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Mettersi in gioco direttamente, fare una scelta di campo chiara. O con la Sardegna e i sardi, o con le forze che la dominano e la soffocano. I distinguo capziosi, le antipatie di tipo personale, gli egoismi individuali o di categoria o di partito, sono una zavorra pericolosa che non possiamo permetterci, quando non siano solo forme interessate di inquinamento del discorso pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli schemi vanno rotti, va esercitato il pensiero laterale, va pensata e persino sognata una Sardegna diversa, va spostato l’orizzonte. Senza paura di essere inadeguati, senza cedere alla voglia di compromessi al ribasso. Il nostro futuro dipende da tanti fattori, anche imponderabili o non controllabili, ma una certa parte di esso lo stabiliremo noi, adesso. Sarà bene pensarci con molta attenzione e con molta generosità, a quel che faremo di qui ai prossimi mesi e anni, se non vogliamo essere ricordati come gli ennesimi <a href="http://percorsidisardegna.com/2012/03/15/lomicidio-nella-chiesa/#more-1129" target="_blank" rel="nofollow" >Valore de Ligia</a> o <a href="http://sardegnamondo.blog.tiscali.it/2013/01/09/segnali-tragicomici-del-mutamento-di-fase/" target="_blank" rel="nofollow" >Girolamo Pitzolo</a> della nostra storia, i nuovi meschini affossatori di una Sardegna potenzialmente più libera, più ricca e più bella.</p>
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		<title>Pratiche di liberazione versus pratiche di dominio</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/05/24/pratiche-liberazione-versus-pratiche-dominio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2013 17:33:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[clientelismo]]></category>
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		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
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<p style="text-align: justify;">È tutto un corri corri, nello scenario politico sardo. Dietro la facciata delle istituzioni, la guerra è già cominciata e tutti i soggetti forti (o presunti tali) del blocco storico che ci domina (in conto terzi) cercano di procurarsi le alleanze giuste, le protezioni più potenti e le posizioni più vantaggiose. Illudersi che ci sia in gioco il presente e il futuro della Sardegna, in tutto ciò, è altamente sconsigliabile: significherebbe solo fare il gioco dei burattinai.<span id="more-136"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre i mass media ci intontiscono con postini ladri di corrispondenza, con la questione dello stadio del Cagliari o con altre fanfaluche a caso, la Sardegna attraversa un momento estremamente delicato della sua parabola storica. Grandi manovre sono in corso sotto il nostro naso, o sopra le nostre teste. Il disegno complessivo è sempre quello di desertificare l’Isola, di debilitarne il tessuto produttivo, demografico e culturale per renderla ancora più docile ai grandi interessi non solo economici ma anche geopolitici. Gli attori in campo sono diversi. Il grande capitale parassitario italiano, fondi di investimento internazionali, grandi gruppi criminali, strutture militari-industriali straniere (per usare <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eisenhower#Posizione_sugli_armamenti_e_discorso_d.27addio_alla_nazione" target="_blank" rel="nofollow" >una definizione del presidente Ike Eisenhower</a>): tutti soggetti con soldi da impiegare e interessi rapaci da soddisfare. Niente di più opportuno che fare della Sardegna un oggetto di sfruttamento arrendevole, o una comoda base logistica, o una facile fonte di profitti. Unico inconveniente – come lucidamente <a href="http://www.agoravox.it/Intercettazione-Cappellacci-Fusi-l.html" target="_blank" rel="nofollow" >disse una volta a un suo referente</a> il buon Ugo Cappellacci – sono i sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questo sono persuasi tutti, non facciamoci ingannare. <span id="more-3116"></span>A livello di classe dominante italiana la Sardegna e i suoi pittoreschi abitanti sono solo una pedina nel grande <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cronache_del_ghiaccio_e_del_fuoco" target="_blank" rel="nofollow" >“gioco del trono”</a>, come tale – l’abbiamo detto spesso – sfruttabile fino alla consunzione o, se del caso, sacrificabile. A tale apparato risponde la classe dominante proconsolare sarda, perciò è naturale che anche per essa i sardi siano un limite o un problema. I sardi come popolo. Questa razza maledetta che si ostina a esistere, nonostante tutto, a dispetto di tutti i tentativi di strapparle l’anima e debilitarne il corpo vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dato che i tempi lo richiedono, non si escludono misure particolarmente drastiche. L’<em>escalation</em> di ruberie, speculazioni sfacciate, sottrazioni di diritti, soprusi e violenze (economiche, politiche, persino militari) è lì a dimostrare che il gioco si è fatto più duro e i mezzi si sono adeguati. Chi gestisce i ruoli decisionali e le risorse sa bene che non si può andare troppo per il sottile. Certo, c’è lo sgradevole inconveniente dell’obsolescenza di molti strumenti utilizzati proficuamente fin qui. La crisi economica sta raggiungendo limiti inaccettabili anche per il più egoista e miope dei <em>clientes</em> e al contempo se ne intravvede meglio la radice fatta di inaccettabili ingiustizie. La cappa di controllo dell’immaginario collettivo costituita dai dispositivi del mainstream mediatico perde potere di condizionamento, davanti a nuove fonti di comunicazione e conoscenza. Gli stessi punti di riferimento a cui la classe dominante sarda ha sempre risposto nel corso dei decenni sono indeboliti e in cerca di salvezza o riposizionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale scenario è normale che i più furbi tra coloro che non vogliono affatto che le cose cambino provano la carta dell’orgoglio identitario. Persino Cappellacci non lesina strizzate d’occhio a concetti come “nazione sarda”, “indipendenza”, o simili. Meno furbi di lui quelli del PD, al solito persi nella bolla spazio-temporale delle loro beghe intestine, ultimi difensori di una ridotta diroccata alla deriva nello spazio tempo. Ma anche nel centrosinistra sardo le petizioni di principio a favore di concetti para-nazionalisti fanno ormai capolino. Il tentativo di imbarcare qualche elemento senza fissa dimora dell’ambito indipendentista è un chiaro segno del tentativo di <em>maquillage</em>. Come del resto lo è l’invenzione della nuova formula magica del “sovranismo”, puro significante senza significato né referente concreto. Nello stesso senso va letta la tardiva e ambigua riscoperta di argomentazioni identitarie da parte di diversi altri soggetti dello scenario politico e mediatico, del tutto improbabili come propugnatori dell’autodeterminazione dei sardi. Il trucco è fin troppo scoperto: propinare un po’ di parole chiave a mo’ di specchietto per le allodole (identità, limba, specialità: tutto ciarpame veterosardista che evidentemente si presume ancora efficace) e rivestirne l’ennesimo disegno egemonico di stampo autoritario, elitista e anche vagamente reazionario, comunque ben poco democratico e/o emancipativo.</p>
<p style="text-align: justify;">A tutto ciò non basta rispondere col puro esercizio della coscienza critica o con la contrapposizione dell’onestà morale e intellettuale. Occorre anche cominciare a mettere in pratica principi diversi. A chi desidera prendere il potere, presumendo di essere in grado di gestirlo e di trarne vanaggio per sé e per i propri seguaci, non basta ricordare i pericoli in cui si incorre infilando al dito <a href="sardegnamondo.blog.tiscali.it/2013/01/16/il-test-di-tolkien/" target="_blank" rel="nofollow" >l’Anello di Sauron</a>. A chi ha come unico obiettivo il proprio interesse o l’interesse dei propri padroni, non serve a nulla rinfacciare la rapacità o la disonestà. Quel che occorre è rispondere con pratiche alternative, che contrastino le mire di conquista malevola direttamente sul campo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo c’è bisogno di generare un processo di reazione che dal basso, dalle comunità, dalle categorie produttive (in senso materiale e immateriale) sposti l’inerzia politica in una direzione che i vari gruppi di potere e di interesse non possano controllare né percorrere, se non a prezzo di disintegrarsi. Le energie necessarie per generare questo campo di forza virtuoso sono già mobilitate. Basti pensare a ciò che sta avvenendo in molte zone della Sardegna investite dalle mire speculatrici di colossi economici come la SARAS o altri analoghi soggetti. Basti vedere cosa sta succedendo in vari ambiti <a href="http://liberos.it/" target="_blank" rel="nofollow" >culturali</a> ed <a href="http://www.sardex.net/" target="_blank" rel="nofollow" >economici</a> fino a ieri lasciati alla mercé di dinamiche distruttive (e autodistruttive) apparentemente incontrollabili. Ovviamente questa mobilitazione incontra l’ostilità, a volte scoperta, di chi ha tutto da perdere dalla crescita della consapevolezza collettiva e dall’assunzione diretta di responsabilità dei cittadini. Ma questo è solo una conferma che la direzione è quella giusta e che sono le relazioni, la coesione, la cultura convergente, l’intelligenza collettiva gli strumenti di riscatto ed emancipazione su cui dobbiamo contare, non certo l’affidamento fideistico a progetti elitari o a improbabili salvatori della patria.</p>
<p style="text-align: justify;">La posta in gioco è altissima, perché sarà nei prossimi anni che ci giocheremo gran parte delle nostre possibilità di sopravvivenza come collettività storica. La tendenza attuale è terrificante. Modificarne l’andamento e invertirne il segno è una priorità di chi c’è oggi, non della prossima generazione. Bisogna esserne consapevoli e agire di conseguenza.</p>
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		<title>Beata ignoranza</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2012/07/08/beata-ignoranza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jul 2012 13:18:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[università e istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[AILUN]]></category>
		<category><![CDATA[clientelismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pochi in Sardegna conoscono l’AILUN, la Libera Università Nuorese. Eppure è il più importante centro di alta formazione manageriale dell’Isola, finanziato dalla Regione Autonoma, ormai da decenni fucina di amministratori e professionisti in vari settori. Al contrario di molti carrozzoni pubblici sardi, si tratta di un ente che, per la lungimiranza dei suoi fondatori e...</p>
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<p style="text-align: justify;">Al contrario di molti carrozzoni pubblici sardi, si tratta di un ente che, per la lungimiranza dei suoi fondatori e le capacità di chi ne gestisce i programmi scientifici, è riuscito a ritagliarsi un ruolo di eccellenza che oltrepassa senza problemi i confini non solo della cara vecchia (ex?) “Atene sarda”, ma anche della stessa Sardegna.<span id="more-205"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni accaldati, i mass media sardi, nelle cronache locali, se ne sono improvvisamente occupati: cosa rara, data la cappa di silenzio che tradizionalmente ne oscura l’attività. Se ne sono occupati perché l’associazione degli ex allievi ha sollevato delle obiezioni via via crescenti sulla gestione recente dell’ente. Secondo le cronache, il consiglio regionale, su input dei consiglieri nuoresi, avrebbe eliminato il vincolo di destinazione dei 900mila euro riversati nel bilancio dell’AILUN, lasciando l’amministrazione della medesima (il consiglio direttivo presieduto dall’avvocato Lorenzo Palermo) sostanzialmente libera di dirottare i fondi su scelte formative diverse dai master internazionali che fin qui avevano costituito il fiore all’occhiello dell’istituto.<span id="more-2133"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Parrebbe che il calcolo di chi da un paio d’anni gestisce l’AILUN sia di riformarne i principi fondanti e gli obiettivi, da un lato favorendo l’ingresso nel sodalizio associativo di ordini professionali e altre istituzioni esterne, dall’altro offrendo a tali nuovi soggetti una formazione mirata, a discapito dell’alto livello manageriale, finanziando dunque solo i corsi che sfornano crediti formativi per addetti ai settori dell’avvocatura e delle professioni ospedaliere.</p>
<p style="text-align: justify;">In parole povere, il sospetto è che dietro questa operazione, altrimenti inspiegabile, si celino le solite, abusate pratiche clientelari e interessi non proprio cristallini di chi ha le mani in pasta in settori chiave come quelli della giustizia e della sanità. Stiamo parlando di una fetta consistente della classe dominante sarda, quella che piega tutto l’esistente, specie se si tratta di denaro pubblico, a scopi di parte, con la massima disinvoltura e un disinteresse a dir poco cinico per il bene collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa significherebbe l’affossamento dei master dell’AILUN lo spiegano diffusamente sui giornali di questi giorni gli ex allievi e il direttore scientifico dell’istituzione, il prof. Giulio Bolacchi. Privare i laureati sardi, non solo nuoresi, della possibilità di accedere all’alta formazione offerta fin qui dall’AILUN, comporterebbe una perdita di competenze gravissima, per un territorio dove le istituzioni universitarie italiane sono in fase di evidente decadenza, la dispersione scolastica è sempre altissima, la diaspora di cervelli è a livelli patologici e le qualità amministrative sia pubbliche sia private sono generalmente a un livello penoso.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo questa vicenda è una spia molto significativa di cosa sia la politica in Sardegna. I centri di potere rappresentati dai partiti maggiori e dai loro sodali hanno una visione delle risorse pubbliche di tipo eminentemente parassitario. La loro esistenza e la loro forza si basano esclusivamente sulla capacità di tenere in piedi e possibilmente espandere le proprie clientele, servendosi per questo scopo dei soldi pubblici. Persino in un periodo di vacche magre come questo. L’ignoranza generalizzata, la deprivazione di strumenti critici e la manipolazione delle coscienze ne costituiscono una condizione fondamentale. Per questo ridimensionare un’entità come l’AILUN, oltre che garantire vantaggi immediati in termini di consenso spicciolo e immediato, offre anche vantaggi strutturali, sistemici.</p>
<p style="text-align: justify;">Sui profili legali della vicenda è auspicabile che si esprima quanto prima la giustizia ordinaria. Su quelli politici sarebbe bello che i nostri amministratori fossero chiamati a rispondere per una volta delle proprie scelte, in questa circostanza soprattutto i consiglieri regionali del nuorese e i loro complici nelle varie istituzioni coinvolte. Circa i risvolti culturali e sociali, non guasterebbe un minimo di mobilitazione degli intellettuali e delle forze sociali, non solo nuoresi. Rimane la sgradevole sensazione che si tratti solo della punta di un iceberg, la cui mole reale è di gran lunga più cospicua.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando pensiamo ai guai della Sardegna, oltre a vagare con la mente sui massimi sistemi, è altamente consigliabile di tanto in tanto gettare lo sguardo su vicende come questa. C’è molta della storia sarda degli ultimi duecento anni, in questo caso particolare. E c’è tutta la mediocrità e l’inadeguatezza di una classe dominante che da troppo tempo prospera sul proprio ruolo di internediaria tra un potere esterno e lontano da una parte e un territorio e un popolo dall’altra. Territorio e popolo concepiti esclusivamente come oggetti privi in sé di alcuna rilevanza, se non nella misura in cui li si può spolpare per il proprio tornaconto.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta ai sardi, a tutti noi, decidere se è questo il modello di convivenza con cui vogliamo affrontare la transizione storica in cui siamo già immersi, o se sia il caso di darci una mossa per cambiare drasticamente tanto il nostro orizzonte politico e culturale quanto i nostri paradigmi pragmatici.</p>
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