«Siamo un’isola e la geografia non è un’opinione: non intendiamo essere annessi ad altri territori.» Così dichiara la consigliera regionale Anna Maria Busia in relazione a quanto auspicato da Enzo Bianco – sindaco di Catania e presidente dell’ANCI, l’associazione dei comuni italiani – a proposito della cancellazione delle autonomie regionali. Nell’ottica di Bianco e del PD renziano (forza con cui è alleato anche il Centro democratico in cui milita la consigliera Busia) le uniche realtà meritevoli di “specialità” statutarie rimarrebbero le due province autonome di Trento e Bolzano e la Valle d’Aosta. Inutile stare a chiedersi il perché di questa selezione, dato che – a parte la natura internazionale delle garanzie godute dai Tirolesi in Italia – alla sua base non c’è alcuna motivazione seria.
Il problema è che la Sardegna è già annessa ad altri territori, e dal 1848 almeno. Che non ne sia mai venuto niente di buono non dobbiamo scoprirlo adesso.
Questo bisognerebbe ricordarselo, quando si reclama per l’isola e il suo popolo una soggettività politica che allo stato attuale non esiste e non può esistere.
L’enfasi che anche l’assessore Demuro pone sulla “specialità” e sull’autonomia come beni supremi da salvaguardare suona decisamente ingenua. Cos’altro deve succedere per farci capire che non è più proponibile questo escamotage?
La natura dei problemi con cui dobbiamo confrontarci è strategica, attiene a rapporti di forza economica a livello internazionale, a fattori sistemici su vasta scala, a questioni geopolitiche.
Attiene per esempio alla pericolosissima faccenda del TTIP, il Trattato tra Unione Europea e USA che dovrebbe abbattere norme e vincoli legali a proposito di beni e servizi oggi ancora sottratti alla ferrea meccanica del capitale per la loro stretta connessione con diritti di cittadinanza formalmente ancora in vigore.
Ce li vedete voi il prof. Pigliaru e o l’assessore Paci che si oppongono strenuamente a misure discendenti dai precetti ideologici cui essi stessi aderiscono? E con quale forza di interposizione? Minacciando di non mandare più il porcetto precotto all’EXPO?
Lamentarsi che lo stato italiano e i suoi governi non abbiano fatto nulla per risolvere i problemi strutturali della Sardegna è inutile, benché risponda alla cruda realtà.
Allo stesso modo non può più stupirci l’atteggiamento implicitamente o palesemente razzista dei mass media italiani verso i Sardi, come dimostrato dal trattamento giornalistico dell’uccisione del povero Gianluca Monni e dai commenti relativi.
Davvero fino ad ora non ci eravamo accorti di come ci considerino la classe dominante italiana e una parte più o meno cospicua dell’opinione pubblica di oltre Tirreno? Davvero siamo ancora illusi che è da lì che verrà la nostra salvezza? C’è ancora in Sardegna chi, con la testa sulle spalle e il cuore non ancora totalmente annerito dalla cupidigia più meschina, può negare l’urgenza di un processo di autodeterminazione profondo e radicale?
Le obiezioni a questa prospettiva sono talmente deboli e pretestuose che – come vado dicendo da anni ormai – l’onere della prova è invertito: bisogna poter dimostrare che per la Sardegna e i Sardi sia meglio rimanere una porzione periferica dello stato italiano e un territorio a disposizione di attività militari e di land grabbing generalizzato, piuttosto che un’entità giuridica e politica indipendente.
Chiaro che non si tratta di una questione elementare, senza complicazioni e difficoltà. I fattori in gioco sono tanti e complicati, le condizioni in cui dobbiamo agire sono pessime, tanto a livello internazionale, quanto interno. Ma, davanti alla situazione attuale e alle sue proiezioni future, c’è ancora bisogno di attardarsi in disquisizioni diversive? Non è già suonata l’ora delle domande sul “come”, e non certo sul “se”?
C’è da notare invece che persino nell’ambito che si può genericamente etichettare come indipendentista-sovranista-neoautonomista (ossia quello in cui, in astratto, le riflessioni sul punto e l’elaborazione di progetti politici concreti dovrebbero essere di casa) vige la regola del piccolo cabotaggio, della tattica come unico orizzonte pragmatico, degli slogan facili e inconcludenti, della scarsa capacità di visione.
È un terreno in cui i più furbi e interessati hanno vita facile a farsi seguire, ostendendo vessilli ideologici vistosi, seguendo i quali, però, stranamente non si fa un solo passo avanti verso la nostra emancipazione economica, civile e politica. Le bandiere di comodo sono sempre buone per coprire di retorica affascinante progetti di potere fine a se stesso, in situazioni di particolare degrado sociale e culturale.
Ciò nonostante, l’unico orizzonte che in questa fase storica possa lasciare aperto lo spiraglio della nostra salvezza collettiva è quello dell’autodeterminazione e in prospettiva dell’indipendenza politica. L’articolazione interna del fronte che si batte per la nostra emancipazione storica è necessaria, ma non sufficiente. È un bene ma non è necessariamente una virtù, specie se discende da difetti di formazione politica e da egoismi incrociati.
In ogni caso, la creazione di forze economiche e sociali robuste, in grado di assumersi il peso di una transizione che non sarà né comoda né indolore, deve essere la priorità, anche a discapito della paccottiglia identitaria a cui tanti di noi sono affezionati.
Del resto le battaglie storiche a cui si è dedicato l’ambito indipendentista e sardista possono essere rideclinate e incardinate più proficuamente in un discorso politico maturo, adulto, pragmatico. Non è che si debba buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Al di là di questo, la cosa che salta di più agli occhi, come troppe volte denunciato, è l’inconsistenza di una classe dirigente propriamente detta, la pochezza umana della nostra politica istituzionale, la sua grettezza morale e la sua ignoranza su tutto ciò che esuli dai meri interessi materiali personali, familiari, di clan e di classe. Ma questo lo sappiamo.
A volte è frustrante constatare a quanto poco valgano sforzi e impegno, dinanzi a inerzie storiche potenti. Ma sappiamo anche che la goccia scava la roccia e che ormai gli argini più robusti del sistema di dominio sulla Sardegna sono fatalmente incrinati.
Bisognerà evitare prima di tutto che il loro crollo travolga tutti e tutto e intanto mantenere viva la fiammella che alimenta le forze migliori in Sardegna e nella nostra diaspora, pronti a mobilitarle quando sarà il momento.
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