Avevo intenzione di commentare un recente studio statistico sull’uso di internet in Italia. Vi si leggono dati interessanti, ma in particolare mi colpiva la posizione della Sardegna. In questo caso non l’avrei detto, ma pare che l’isola, quanto a diffusione del web, sia in una posizione mediana, in certi casi più alta rispetto a regioni del nord Italia.

Tutto sommato, si tratterebbe dell’ennesima conferma di una alterità sarda che nelle statistiche trova sempre una sorta di esemplificazione icastica, immediatamente visibile. È un fatto assodato che la Sardegna faccia storia a sé. Il problema è che troppo spesso se ne analizzano fenomeni e processi, dati, flussi e stock solo ed esclusivamente dentro cornici pensate per l’Italia. Quando si scorporano i dati, di solito lo si fa per macroregioni e la Sardegna finisce nella sezione “Isole”, insieme alla Sicilia. I dati specifici delle due isole, tuttavia, sono quasi sempre così diversi che se non li si scorpora ulteriormente si rischia di prendere per buone informazioni del tutto sbagliate.

In generale, le priorità tra gli elementi da verificare, la relazione tra loro, le dimensioni, la demografia e il territorio dell’Italia non coincidono con quelli della Sardegna. Le lenti utilizzate sono dunque inappropriate al caso specifico sardo, perché partono da presupposti e obiettivi non sempre applicabili a una terra “altra”, non appartenente al continuum geografico, storico e culturale italico.

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo lo studio in questione è stata: perché non farne uno specifico in Sardegna? Perché non studiare le interrelazioni tra uso diffuso del web e distribuzione territoriale, accesso alle reti telematiche, presenza di provider locali, grado di istruzione, grado di competenza lunguistica (in italiano, in sardo e nelle altre lingue di Sardegna, in inglese), esperienze di emigrazione, e via elencando fattori e segmenti indagabili?

In definitiva, ce n’era abbastanza per impostare qualche riflessione interessante. Poi però mi imbatto in questo pezzo sull’Unione on line. Anzi, più che sul pezzo, sul titolo: “Qualità della vita, province sarde regine del Sud. Ravenna è prima nella classifica nazionale”. Lasciamo perdere l’abuso dell’aggettivo “nazionale” per questioni attinenti al territorio dello stato italiano. È un uso ormai affermato e – per quanto semanticamente equivoco e politicamente scorretto – sostanzialmente non ambiguo nella sua resa comunicativa. La magagna è un’altra: ostinarsi a collocare la Sardegna tra le regioni meridionali italiane è una forzatura non più tollerabile.

Non è un fatto di rivendicazione politica. Sinceramente in questo discorso è l’aspetto più marginale (benché non assente). È prima di tutto una faccenda di comprensione di noi stessi e di corretta collocazione della Sardegna nello spazio e nel tempo. È un tema ricorrente, da queste parti, ma evidentemente merita di essere riesumato.

Probabilmente in questi casi ha un peso non tanto la scelta consapevole di un titolista o della redazione, quanto la pura ignoranza associata al conformismo culturale. Chiunque conosca l’Italia, l’abbia percorsa anche rapidamente da un capo all’altro, ne abbia esperienza diretta, sa bene quanto poco sia lecita la confusione tra Italia e Sardegna. E chiunque conosca l’Italia meridionale, i suoi luoghi, la sua gente, sa benissimo che si tratta di un territorio con proprie caratteristiche naturali e culturali, stratificate in millenni di storia e certificate da una vicenda politica comune che ha tenuto insieme quelle popolazioni per secoli dentro un unico ordinamento giuridico. Sostenere che la Sardegna sia comunque una parte di tale continuum, di tale spazio geografico e storico, è una palese sciocchezza.

Piegare i dati relativi alla Sardegna dentro la cornice dell’appartenenza all’Italia meridionale serve quasi sempre per trarne motivi di vanto o rassicurazione: siamo sopra la media del Sud, evviva! Anche nella presente circostanza il motivo dominante è questo. Saremo isolani, isolati e arretrati, ma siamo pur sempre meglio degli “altri terroni”. Questo genere di trionfalismi suona un po’ così. Quanto sia patetico, spero sia sufficientemente chiaro. Quanto sia diseducativo e fuorviante, idem. C’è ancora tanto lavoro da fare.

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Omar Onnis

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