La storia inventata nella terra senza storia

In un periodo in cui l’evidenza della realtà che ci circonda riesce a vincere in molti casi e in molti modi la rappresentazione ideologica che si tenta di darne, la Sardegna brilla per ostinazione nel fabbricare mitologie posticce e improbabili ricostruzioni storiche. Non a vantaggio di un senso di partecipazione dei sardi ad una vicenda storica propria, condivisa, significativa per sé, ma tutta sbilanciata a favore della nostra identificazione nell’Italia.

Tale propensione normalizzatrice si declina in una pervasiva imposizione di scenari, apparati simbolici, cornici concettuali fondamentalmente falsi. Sia nel senso di non fondati, sia nel senso di inautentici. Ne è un esempio lampante la campagna promossa dalla stessa regione autonoma sarda e fatta propria dai mass media: “sardi e fratelli d’Italia: dal sandalo allo stivale”. Simbologia calzaturiera, ritenuta forse un progresso, rispetto al pensarci come pezze da piedi.

Ma il culmine lo si tocca probabilmente con l’iniziativa oristanese in programma per il 2 aprile. Lionora de Bas Serra, uno dei pochi personaggi storici sardi abbastanza noti ai sardi stessi e un poco persino oltre i nostri confini culturali, viene tirata in ballo niente meno che in un contesto dedicato al Risorgimento italiano, insieme alle donne che vi avrebbero preso parte.

Ora, poniamo anche che siano previsti tutti i distinguo del caso e si istituisca questo raffronto solo in termini di parallelo, per paragonare tra loro donne che hanno “fatto” la storia, sia pure in epoche e contesti diversi. Questa operazione sarebbe forse corretta dal punto di vista delle ricostruzioni storiografiche, ma peccherebbe comunque di pressapochismo metodologico e di approssimazione comunicativa. Eleonora fu un personaggio di primo piano, non una oscura presenza al fianco dei soliti protagonisti maschili. Fu reggente e legislatrice, fu un simbolo di libertà già ai suoi tempi e lo fu ancora dopo secoli in epoca romantica e contemporanea, sia pure con tagli e sfumature diverse. Non mi pare che possa essere un termine di paragone con le donne del Risorgimento italiano, oscure e dimenticate “eroine”. E non va sottovalutato l’evidente anacronismo del parallelo. Anche posto che si voglia mettere in risalto l’analogia tra lotta di liberazione e indipendenza sarda con la lotta di liberazione e indipendenza italiana, l’accostamento sarebbe molto forzato e a dir poco suscettibile di contestazioni, da vari punti di vista.

Ma qui la faccenda pare ancor più grave. Al di là delle intenzioni, la presentazione stessa dell’evento lascia supporre un avvicinamento molto più sostanziale, quasi una sovrapposizione tra la figura di Eleonora e il Risorgimento medesimo. Come se lei stessa fosse una antesignana di tale processo storico, come se la vicenda storica da lei rappresentata e incarnata fosse un prodromo diretto del Risorgimento medesimo.

Senza stare a domandarci se tale confusione sia una precisa scelta comunicativa o il frutto mediocre del conformismo pressapochista da cui siamo circondati, non si può non prendere atto della valenza ideologica ed egemonica dell’operazione. Presentare una connessione arbitraria tra eventi, personaggi e contesti storici come se fosse invece una relazione diretta serve a costruire una falsa coscienza dei medesimi, a attribuire ad essi ubicazioni semantiche e politiche di un certo segno invece che di un altro, suggerisce l’esistenza di un contesto storico e ne fonda il senso.

La profonda lacuna nella conoscenza – prima ancora che nella coscienza – di noi stessi, viene dunque colmata senza grande sforzo da costrutti apparentemente rigorosi, convalidati dall’autorevolezza accademica e istituzionale, che però trasfigurano la nostra esistenza storica e la nostra stessa identificazione collettiva fino a mutarne contenuti, connessioni e significati.

Una forma di violenza e di sopraffazione applicataci però con lo sguardo premuroso del maestro, o del medico, del potere amico che vuole solo includerti, proteggerti, farti sentire parte di qualcosa di importante, cui forse non meriteresti fino in fondo di aspirare. Un lavaggio del cervello sottile, pervasivo e diffuso, ma non meno protervo e senza scrupoli.

La stessa virulenza con cui si procede a tali operazioni deprivanti e rimodellanti è però il sintomo di quanto forte sia la percezione della loro urgenza. È il segno della loro intrinseca debolezza. La risposta ossessiva compulsiva che la cattiva coscienza suggerisce per convincere innanzi tutto se stessa. Che a questo si prestino i mass media, le istituzioni e larga parte del mondo accademico sardi oltre che gravissimo è mortificante.

La nemesi sarà la voce del bambino che prima o poi esclamerà che il re è nudo.

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Omar Onnis

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