In memoria di Nino Gramsci, fratello e maestro

Centoventi anni fa, il 22 gennaio 1891, nasceva Antonio Gramsci. La ricorrenza non sembra attirare molte attenzioni. Non nei mass media, né tra coloro che pure qualche debito politico o intellettuale dovrebbero averlo, nei suoi confronti.

Uso il condizionale, perché sappiamo quanto la figura di Gramsci sia da sempre mal digerita, mai metabolizzata del tutto, in Italia e in Sardegna. O si riduce la sua figura a quella di uno dei fondatori del comunismo in Italia (perciò, poco degno di essere menzionato) o se ne indora l’immagine con operazioni agiografiche che ne esaltano la vicenda umana e la testimonianza etica.

Intendiamoci, queste ultime due componenti sono importanti e imprescindibili. Chi non si commuove alla lettura della lettera alla madre del 10 maggio 1928 non ha sangue nelle vene. Chi non ripensa con partecipazione alle privazioni e ai sacrifici cui la sua vita lo condannò, sia per via della salute cagionevole sia poi per via della detenzione, non sa cosa significhi dignità umana.

Ma l’aspetto della vicenda personale di Gramsci che di solito si rimuove è quello strettamente intellettuale e politico. Troppo impegnativo, troppo difficile da conciliare con conformismi, ipocrisie politically correct, con lo strato opaco di melma che ricopre ogni pulsione emancipativa e politicamente impegnativa, per i nostri tempi.

Eppure di cose da dire Gramsci ne ha ancora tante. Sia in una prospettiva globale, sia in un’ottica prettamente sarda.

Pensiamo alla sua capacità analitica, alla sua propensione metodologica multidisciplinare, alla sua lucidità nell’individuare cause ed effetti in termini storici. Alla sua comprensione della complessità, mai rimossa o ridotta in formule semplicistiche, ma affrontata di petto, in tutte le sue articolazioni.

Il discorso sull’egemonia culturale, che poi troverà richiami e conferme in ambiti vasti e disparati, dallo strutturalismo a Foucault, da P.P. Pasolini a Furio Jesi a Mialinu Pira; le sue intuizioni sul funzionamento della democrazia rappresentativa, sulla funzione dei partiti e sul “cesarismo” (fischiano le orecchie a qualcuno?); le sue ricostruzioni delle dinamiche fondamentali dell’unificazione italiana (anche qui, troppo disturbante, in giorni di celebrazioni retoriche); l’acutezza del suo approccio critico alla letteratura e al ruolo degli intellettuali; tutto ciò ed altro ancora forniscono griglie interpretative, concetti e parole che ci tornano o ci tornerebbero molto comodi oggi, per comprendere quel che ci succede intorno.

Pensiamo a quale portata può avere il discorso gramsciano sul “nazional-popolare” nella costruzione di un percorso di indipendenza nazionale per i sardi, ad esempio. La sua costante pulsione verso proposizioni che aprano il senso di ciò che ci accade e lo rendano disponibile al maggior numero di esseri umani possibile sono lezioni di metodo e di coerenza politica del tutto attuali.

Riappropriamoci di Gramsci, dunque, della ricchezza del suo pensiero e della sua stessa testimonianza politica. Diamo ancora una volta significato alla sua opera, al suo sacrificio. Dimenticarcene, rimuoverlo dal nostro orizzonte e dal nostro bagaglio intellettuale, non solo sarebbe una ingiustizia in termini meramente umani, ma anche una perdita imperdonabile.

Chiunque in Sardegna si dedichi seriamente e coerentemente alla nostra emancipazione collettiva non può non dirsi gramsciano.

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Omar Onnis

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