Ancora sulla questione linguistica

Sull’ultimo numero di Limes si parla di lingue. Tra gli altri, c’è un articolo di Alessandro Aresu sul sardo e soprattutto sul significato della lingua sarda in termini politici e identitari.

È un buon articolo. Se non altro, intellettualmente onesto. Soffre di quella perniciosa sindrome che hanno tutti i sardi quando parlano di sé rivolgendosi a un interlocutore esterno, quella sorta di understatement, di “sprezzatura” un po’ autoironica, che serve a esorcizzare il pericolo sempre incombente delle autoassoluzioni lagnose.

In più, come accade regolarmente ai sardi assurti ai ranghi dell’accademia italiana, lo sguardo con cui si presenta il tema è uno sguardo dall’esterno, mimetico rispetto all’ambito culturale cui si fa riferimento, ossia quello accademico e intellettuale italiano. Da questo punto di vista Aresu paga pegno, scadendo in qualche stereotipo abusato. Ma senza esagerare, per fortuna.

Di questo articolo parla anche l’amico Costanzo Pazzona su Tottus in pari, mettendo in primo piano, secondo me, un aspetto fondamentale. La questione della lingua sarda è sempre affrontata in termini astratti o sentimentali, anche quando apparentemente si toccano nodi politici o tecnici. Mai che ci si soffermi ad analizzare i risultati pratici delle politiche messe in campo fin’ora o a proporne delle altre alternative. Mai che si inquadri il problema in termini pragmatici, partendo dai dati socio-linguistici (che pure in qualche misura abbiamo) e puntando a soluzioni concrete, multilivello, inserite in una strategia sensata a breve, medio e lungo termine.

Forse è per questo che lo stato dell’arte, nonostante qualche marginale progresso, è desolante e la condizione del sardo è oggi quella di una lingua in estinzione, ormai relegata allo stadio di dilalia.

Non sembra che l’azione dei pasdaran della limba a tutti i costi da questo punto di vista porti frutti commestibili ai più. Forse sarebbe ora di puntare di più all’interesse generale e molto di meno alla soddisfazione di interessi personali o di bottega.

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Omar Onnis

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