A chi la raccontano

Esempio di falsa coscienza generata attraverso il controllo dei mass media.

Tutti sappiamo che il destino del comparto industriale chimico in Sardegna è la chiusura più o meno rapida. Il che, in una prospettiva realistica di sostituzione di paradigmi produttivi e anche culturali e sociali, può non essere affatto una cattiva notizia. Se solo avessimo una classe dirigente al posto della manica di tirapiedi e burattini che ci domina per conto terzi.

Invece, oggi ecco la grande notizia: la UE riconosce la legittimità degli sconti sul prezzo dell’energia per i colossi industriali che operano in Sardegna. In particolare la faccenda riguarda gli impianti dell’ALCOA, a Portovesme. Stiamo parlando di una multinazionale statunitense che persegue il proprio profitto, non certo di un ente di beneficenza.

Da notare che in casa dell’ALCOA, ossia a Pittsburgh (Pennsylvania), è già avviata una radicale opera di affrancamento dall’industria pesante, con investimenti nelle nuove tecnologie, e un risanamento ambientale difficile ma certamente lungimirante.

Qui da noi, invece, si persevera colpevolmente con modelli produttivi ottocenteschi, pienamente inseriti nella gloriosa tradizione capitalista dei due secoli trascorsi. Un progresso davvero sensazionale!

La nostra classe politica ovviamente esulta. Quel bel tomo del presidente della regione autonoma (per il quale non ci sono più parole) mena gran vanto della concessione europea, esultando come per un gol della sua squadra del cuore, o per una barzelletta del suo padrone brianzolo.

Tutti sappiamo che questa cosa consentirà al polo industriale di Portovesme di andare avanti (forse) per un triennio. Dopo di che, punto e a capo. Anzi no, molto peggio. Perché si sarà persa l’occasione di avviare da subito la bonifica e la riconversione di quell’area e se ne aumenterà soltanto il degrado ambientale (e sociale).

Con tutto il rispetto per i lavoratori (che però per lo più sanno bene che non si è risolto un tubo), non mi sembra una notizia per cui esultare. Tutt’altro.

Siamo messi così, purtroppo.

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Omar Onnis

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