La dignità, individuale e collettiva, non dovrebbe avere un prezzo. In ogni caso, ammesso e non concesso che lo abbia, non dovrebbe essere troppo economico.
Non la pensano così i lavoratori e i sindacalisti della SARAS di Sarroch, che a un anno dalla tragica morte di tre operai negli impianti della multinazionale dei Moratti, accolgono con gratitudine l’omaggio del loro padrone: i biglietti per una partita di calcio. Un vero affare, per la coscienza degli industriali milanesi. Un acquisto a straccu barattu, come si dice a Parigi.
Dal che discende una deduzione elementare su quale sia il grado di consapevolezza, non dico di classe (ormai passata di moda da un pezzo) ma almeno di sé stessi, della propria vita e di ciò che le da senso, dei lavoratori della SARAS.
Questa è una chiara metafora della condizione storica dei sardi. Deprivati di qualsiasi istinto basilare di sopravvivenza, di qualsiasi sentimento di affetto per sè, per la propria gente e per la propria terra.
Su questo contano molto partiti e centri di potere che si apprestano a celebrare l’ennesima pantomima con le elezioni provinciali e municipali. Benedette ovviamente dai mandanti esterni, i veri signori delle nostre esistenze.
Che poi sarebbero gli stessi cui i sardi – dal basso del loro complesso di inferiorità – amano appellarsi per risolvere i problemi che proprio quelli creano e alimentano nel proprio interesse.
Del resto, basta il biglietto per una partita di calcio, come contentino, come segnale che anche noi apparteniamo al gran mondo cui ci sembra di poter accedere solo tramite la televisione. Quello sì che ci da un senso di appartenenza gratificante.
Ma è il senso di appartenenza alla nostra condizione di sudditi e di pedine sacrificabili della storia.
Non sarà mai troppo tardi per sciogliere questo incantesimo malefico. Solo, dovremo farlo da noi. Nessun altro ci libererà.
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