La liberazione

Festa della Liberazione, in Italia. A Cagliari, Conferenza sull’emigrazione. Due eventi diversi e non sovrapponibili. Forse.

La Sardegna non ha vissuto la Liberazione dal nazi-fascismo. Ha subito la guerra (tutti sanno dei bombardamenti alleati sull’Isola, almeno di quello di Cagliari del 1943) ma non ne è stata protagonista. Il senso di riscatto e di orgoglio per la libertà conquistata non ci appartiene se non indirettamente.

Certo, si dirà, con l’Armistizio e l’abbandono pacifico dell’Isola da parte dei tedeschi la Sardegna si è risparmiata una dose supplementare di lutti e dolori. Ma non è detto che ci abbia guadagnato.

Emilio Lussu, dall’esilio, aveva a lungo provato a ottenere consensi e appoggi concreti per aprire un fronte bellico in Sardegna. Ne sarebbe scaturita certamente una crescita della consapevolezza generale dei sardi e un senso di partecipazione alla Grande Storia foriero di ulteriori sviluppi culturali e politici. Questo possiamo dirlo col senno di poi. Coloro che dovevano decidere in merito (i comandi Alleati) forse lo sapevano già in anticipo, e negarono l’autorizzazione e l’appoggio. Non se ne fece niente.

Il dopo-guerra e la ricostruzione in Sardegna vennero immediatamente egemonizzati dalle forze conservatrici e parassitarie che non se l’erano cavata male nemmeno sotto il fascismo. Qualcuno riuscì a saltare appena in tempo sul carro del vincitore. Altri, che erano per forza di cose rimasti a piedi, vennero fatti salire ad un secondo giro. Che le cose buttassero male, se ne accorse lo stesso Lussu, tanto da convincersi ad abbandonare quasi subito la sua creatura, il Partito Sardo d’Azione, la cui natura ambigua e camaleontica, dopo averlo trascinato a suo tempo tra le braccia di Mussolini, ora lo vedeva dirigere a vele spiegate incontro alla balena bianca (nessuno aveva letto Moby Dik).

Quel che è stato della Sardegna post bellica, al di là della retorica (la gran pompa con cui si celebra la devastante lotta anti-malarica a base di dosi massicce di DDT e sperimentazioni assortite è francamente esagerata), lo sanno anche i sassi. Quando c’era da raccogliere i frutti del rinnovamento, della ripresa economica e del prepotente sviluppo degli anni Cinquanta e primi Sessanta, i sardi furono costretti a mettersi in viaggio verso lidi stranieri, alla ricerca di lavoro e dignità. La gran parte dell’emigrazione sarda avvenne in quel periodo e in quel contesto. La ricchezza di una parte dell’Italia si costruì grazie alla povertà e al mancato progresso (in buona parte indotti) del meridione italico e della Sardegna.

Dunque, Liberazione, sì. Grande evento e grandi significati morali e storici. Ma è giusto ricordare quel che seguì, non certo all’altezza delle aspettative. Specie se guardiamo al presente. Le forze che erano sembrate sconfitte, per un momento, ma che non lo sono mai state fino in fondo, oggi possono apertamente rivendicare l’egemonia sull’intera Italia. E sulla sua provincia d’oltremare, naturalmente.

E a Cagliari si parlerà di emigrazione.

È solo una banale coincidenza cronologica, dunque? Forse no, dopotutto.

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Omar Onnis

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