Categorie: letteratura

Recensione: FLAVIO SORIGA, Sardinia Blues, Milano, Bompiani, 2008

Ultima fatica letteraria del giovane (chissà ancora per quanto!) scrittore di Uta.

In una Sardegna contemporanea, in provincia ma non fuori del mondo, tre personaggi, di cui uno centrale e voce narrante, affrontano la crisi dell’età di passaggio (i Trenta) attraverso la rielaborazione delle proprie esperienze in chiave letterario-godereccia-anarcoide. La maggiore consapevolezza del mondo, data dagli studi superiori e dalle esperienze all’estero, non trova sbocchi se non in estenuanti discussioni o in azioni di “disturbo” al sistema (tali nelle pretese, ma fallimentari nella riuscita), in attesa di un’integrazione almeno economica nel tessuto sociale pure descritto in tutta la sua lacerazione. In più, altra chiave di lettura, la condizione di “malato” del protagonista principale, alter ego almeno in questo (ma non solo) dell’autore, notoriamente talassemico. La normalità della malattia come lente attraverso cui interpretare la realtà: al contempo, originale punto di vista ed eleborazione efficace della propria condizione biologico-sociale. Il tutto scandito dai tempi della musica, con citazioni onnipresenti tratte dal materiale discografico più disparato e una scansione testuale sincopata ma fluente (ovvio il riferimento a Bellas Mariposas di S. Atzeni, rivendicato dall’autore medesimo), a cui si riferisce il blues del titolo.

Il tentativo di superare l’eterno topos letterario della Sardegna pastorale, esotica, violenta e sanguigna, già tentato da Atzeni senza troppi epigoni, riesce nella misura in cui Soriga prescinde dal mdello dominante (Fois, Niffoi) e tenta una strada relativamente nuova. Resta troppo esplicita l’opposizione a tale modello, che rimane sullo sfondo, o appena fuori della cornice, latente minaccia di delegittimazione a qualsiasi visione diversa della Sardegna e dei sardi. Ma nell’insieme tale opposizione non appesantisce il testo, che anzi, a dispetto dell’apparente frammentarietà e di un finale forse troppo sacrificato dai tagli e dalla necessità della conclusione intellegibile, resta piacevole e godibile. La leggerezza della scrittura di Soriga è un grande pregio. Rischia però di far pagare al romanzo un prezzo troppo alto, non tanto nei giudizi trincianti e ironici su luoghi comuni e “mostri sacri” della cultura sarda, quanto nel mancato sviluppo, anche narrativo, di alcuni temi accennati e lasciati cadere, o nelle connotazioni troppo ambigue (forse volutamente) che scaturiscono dalle vicende e dai discorsi dei personaggi.

In definitiva, non un capolavoro assoluto, ma un buon libro, un’opera di cui si sentiva il bisogno e che colma un vuoto.

Quanto all’autore, la materia prima c’è e Soriga ha le doti per metterla a frutto.

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Omar Onnis

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