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	<title>mitopoiesi Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Spettacolarizzazione della storia a fini commerciali e neutralizzazione politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2020 14:45:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;erano Giacobbo, Isabel Russinova, Sgarbi, Solinas e Chessa&#8230; Sembra l&#8217;inizio di una barzelletta. La parte stereotipata del sardo troglodita ma astuto spetterebbe ai nostri prodi governanti, immagino. Come si vede, però, non ci sono solo loro, nel programma surreale di questo evento. Ci sono il MIBAC, le Soprintendenze sarde (articolazioni locali del medesimo ministero) e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Spettacolarizzazione della storia a fini commerciali e neutralizzazione politica' data-link='https://sardegnamondo.eu/2020/12/17/spettacolarizzazione-della-storia-a-fini-commerciali-e-neutralizzazione-politica/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-9/131904609_10158934270832958_8193037924446898458_n.jpg?_nc_cat=100&amp;ccb=2&amp;_nc_sid=730e14&amp;_nc_ohc=ZKpitGUwoawAX8H5KOq&amp;_nc_ht=scontent-mxp1-1.xx&amp;oh=811f102b7bcda10e89adafffbe128156&amp;oe=5FFFE141" alt="S'imàgine podet cuntènnere: text that says 'Invitano Evento virtuale LIVE REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA ARCHEOLOGIKA 2021 TURISMO, un'isola di storie antiche SARDEGNATURISMO.ONLINE @VisitSardinia matex-tx @Matoxtv @Matextv unionesarda.it Cagliaripad Sardiniapost Sardegnaevent24 Sardegnalive Castedduonline Youtg.net Sardegnauno SABATO19DICEMBRE2020ore PROGRAMMA Saluti: Christian Solinas, Presidente della Regione Giovanni Assessore regionale Turismo Franceschini del Culturali Turismo Maura Picciau Soprintendente Beni cultural Cagliari Oristano Nuoro Cagliari Maurizio Pascale Presidente della Camera In collegamento: Mario Tozzi Cucciari Roberto Giacobbo Isabel Russinova Vittorio Sgarbi Christian Greco scienza la ricerca: Rossana Martorelli Universita Cagliari Mastino, Università Sassari Alberto Moravetti Università Sassari SARDEGNA Turismo Ministeru cullur perilturismo'"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;erano Giacobbo, Isabel Russinova, Sgarbi, Solinas e Chessa&#8230; Sembra l&#8217;inizio di una barzelletta. La parte stereotipata del sardo troglodita ma astuto spetterebbe ai nostri prodi governanti, immagino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come si vede, però, non ci sono solo loro, nel programma surreale di questo evento. Ci sono il MIBAC, le Soprintendenze sarde (articolazioni locali del medesimo ministero) e tre rappresentanti degli atenei isolani, due dei quali però in pensione (quindi, lì a titolo personale? chissà&#8230;).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una manifestazione istituzionale ai massimi livelli, dunque, ma con una componente di intrattenimento molto mainstream e al contempo sbarazzina. Diciamo pure trash. Il che forse denuncia, più che altro, la qualità dell&#8217;immaginario della nostra classe dirigente, intossicata di televisione italiana (di quella brutta), ottusamente italocentrica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non oso pensare a quanto sia costata questa cosa e se vogliamo è pure l&#8217;aspetto meno rilevante (ma non del tutto irrilevante, beninteso). La prima cosa da notare invece è che anche in questa circostanza si perpetua la solita narrazione di una Sardegna ostinatamente legata al proprio lontano passato, imposto come a elemento decisivo di identificazione. Con tutte le connotazioni stereotipate annesse e connesse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è anche la chiara volontà di spostare tutto l&#8217;apparato narrativo e simbolico dentro un quadro più strettamente turistico-commerciale, secondo l&#8217;intuizione da anni caldeggiata dalla combriccola dei Riformatori e da altri avventurieri a loro vicini o contigui, propensi alla privatizzazione del patrimonio storico-archeologico a scopo di profitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente è del tutto plausibile che alcuni dei partecipanti sbandierati nella locandina o non sappiano dove li hanno infilati o ne abbiano un&#8217;idea vaga. Dopo tutto, trattandosi di evento istituzionale, qualcuno potrebbe illudersi che non possa non essere una cosa seria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Preciso che la serietà, o la sua mancanza, non è data solo o tanto dalla presenza di esponenti del mondo della televisione o dello spettacolo. È un evento mondano e di promozione, dopo tutto. E l&#8217;idea di una purezza degli studi accademici, da tenere alla larga dalle sozzure mondane, può affascinare qualcuno, ma di per sé è abbastanza ridicola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caso mai si potrebbe obiettare qualcosa nella scelta dei partecipanti, nel taglio che la presentazione dell&#8217;evento fa ipotizzare, nella scarsa qualità dell&#8217;insieme. Certo, anche questa è solo un&#8217;opinione, si dirà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;episodio tuttavia segnala anche un altro aspetto relativo alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione del nostro patrimonio storico. Le diatribe periodiche tra archeo-buoni (ossia difensori dell&#8217;ortodossia accademica) e i fantarcheologi (ossia i propugnatori di tesi alternative, più o meno estreme e più o meno fantasiose) sono solo un gioco delle parti, o di ruolo se si preferisce. Una forma di legittimazione reciproca in cui quello che conta veramente sono l&#8217;ego di chi partecipa, gelosie professionali, corporativismo, giochi di potere. All&#8217;occorrenza, si trova facilmente una sintesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;impressione è che a troppi protagonisti delle continue polemiche e dei reciproci atti di scomunica non importi nulla della socializzazione della conoscenza storica e della diffusione del senso critico tra i cittadini. Anzi, chi indugia su questo piano della faccenda è considerato un nemico da entrambe le fazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;è la questione del prof. Billeci. Lo vedete lì, tra i partecipanti, come rappresentante della Soprintendenza di Sassari e Nuoro. Billeci è stato nominato qualche mese fa responsabile dei musei statali in Sardegna. Ha avuto (non so se l&#8217;abbia ancora) anche qualche incarico di insegnamento all&#8217;Università di Sassari, nel corso di laurea in architettura. Ma il problema rappresentato dal prof. Billeci non è il suo stakanovismo. Il problema è che lui, nella sua veste di Soprintendente, è il responsabile della censura ripetuta su diversi Comuni sardi intenzionati a mutare la propria odonomastica sabauda. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Evidentemente, le istituzioni culturali statali nell&#8217;isola non si scompongono per tesi immaginifiche e molto discutibili, tipo lo tsunami e o l&#8217;identificazione della Sardegna con Atlantide, né per l&#8217;enfatizzazione di glorie di un passato lontano, del resto sempre a maggior gloria dell&#8217;Italia; diventano idrofobi, invece, alla sola idea che qualcuno, magari un&#8217;autorità politica democratica eletta, voglia modificare le denominazioni viarie contemporanee. C&#8217;è del metodo, in tutto questo, va riconosciuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come c&#8217;è del metodo nell&#8217;adesione a tali cornici della nostra classe dirigente. Che è disposta a rivendicare qualsiasi cosa, persino un mito delle origini particolarmente ingombrante, a patto di non mettere mai in discussione il rapporto di dipendenza e di subalternità nel quale sguazza e prospera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Addirittura, nella scorsa legislatura regionale, la compagine guidata da Pigliaru, Paci e Maninchedda (tutti docenti universitari) aveva emanato due deliberazioni, in materia archeologica (la <a href="https://delibere.regione.sardegna.it/protected/2622/0/def/ref/DBR2624/">N. 48/37 del 17-10-2017</a> e la <a href="https://delibere.regione.sardegna.it/protected/43498/0/def/ref/DBR43495/">N. 52/18 del 23-10-2018</a>), in cui sostanzialmente si stabiliva una connessione operativa diretta tra Regione ed enti locali da un lato e Ministero e Soprintendenze dall&#8217;altro, escludendo sostanzialmente dai progetti e dai finanziamenti le Università. Questione passata abbastanza sotto silenzio nei media, ma che non aveva mancato di suscitare qualche voce di protesta, nell&#8217;ambito accademico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, vedere le università ubicate in Sardegna come l&#8217;ultima ridotta del nazionalismo nostrano non è proprio la prima cosa che venga in mente. Ci sarebbe da ragionare su cosa voglia dire &#8220;università in Sardegna&#8221;, o &#8220;università sarda&#8221;, e prima di tutto se e quanto sia corretto parlarne in questi termini, ma naturalmente il discorso sarebbe lungo e non è possibile affrontarlo qui e ora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, il centralismo italiano si è sempre sposato benissimo con le pulsioni proconsolari, o podatarie come preferisco dire, della classe dirigente sarda, anche di quella intellettuale. Dentro tale rapporto sbilanciato &#8211; ma favorevole alle due parti contraenti &#8211; c&#8217;è persino posto, se serve, per retoriche identitarie, per mitologie consolatorie, per l&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Invenzione_della_tradizione">&#8220;invenzione della tradizione&#8221;</a>. Tutti dispositivi in realtà politicamente deprimenti e utili a consolidare lo status quo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, anche quest&#8217;ennesima occasione, lungi dal dover suscitare perplessità o riprovazione, deve essere inserita in un contesto di subalternità culturale e politica consolidato, le cui manifestazioni esteriori mutano solo superficialmente e solo in funzione delle sensibilità e dei gusti personali dei protagonisti del momento, non certo nella sostanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiaramente tutto questo potrebbe anche suscitare qualche riflessione meno legata al contingente e/o agli schieramenti politici (di matrice italocentrica) che di norma si contendono lo spazio mediatico. Possibilmente, fuori dalle bolle autoreferenziali  e sterili di Facebook. Per questo mi pareva opportuno parlarne. Di suo, purtroppo, non sarà certo la cosa peggiore che potremo addebitare alla giunta sardo-leghista e all&#8217;insieme della politica sarda istituzionale di questi anni.</p>
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		<title>La storia sarda fa discutere, viva la storia sarda (dentro e fuori dalla scuola)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 May 2019 12:23:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La questione storica e storiografica in Sardegna è una materia particolarmente sensibile. Dopo una fiammata il mese scorso (su cui avevo provato a dire qualcosa qui), è di questi giorni la discussione sull&#8217;inserimento della storia sarda nei programmi scolastici della scuola pubblica italiana. Tutto è partito da una petizione degli organizzatori della mostra interattiva &#8220;Nuragica&#8221;....</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La storia sarda fa discutere, viva la storia sarda (dentro e fuori dalla scuola)' data-link='https://sardegnamondo.eu/2019/05/09/la-storia-sarda-fa-discutere-viva-la-storia-sarda-dentro-e-fuori-dalla-scuola/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://proxy.duckduckgo.com/iu/?u=https%3A%2F%2Ftse4.mm.bing.net%2Fth%3Fid%3DOIP.q9r8msnp3u0-J_C3z5kL5gHaHa%26pid%3D15.1&amp;f=1" alt=""/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">La questione storica e storiografica in Sardegna è una materia particolarmente sensibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo una fiammata il mese scorso (su cui avevo provato a dire qualcosa <a href="https://sardegnamondo.eu/2019/04/11/egemonia-culturale-e-nazionalismo-tra-italia-e-sardegna/">qui</a>), è di questi giorni la discussione sull&#8217;inserimento della storia sarda nei programmi scolastici della scuola pubblica italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto è partito da una <a href="https://www.change.org/p/ministro-della-pubblica-istruzione-inserire-la-storia-della-civilt%C3%A0-nuragica-nei-programmi-scolastici-italiani?recruiter=false&amp;utm_source=share_petition&amp;utm_medium=facebook_messenger_mobile&amp;utm_campaign=psf_combo_share_initial&amp;recruited_by_id=2ae45460-7239-11e9-80ab-d5525392e9a0&amp;share_bandit_exp=initial-15121370-it-IT&amp;share_bandit_var=v1">petizione</a> degli organizzatori della mostra interattiva &#8220;Nuragica&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;intento è di sensibilizzare e possibilmente convincere il Ministero competente a inserire la storia della civiltà protostorica sarda nei programmi scolastici italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo appello sono seguite diverse adesioni, ma senza un dibattito adeguato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dibattito che è stato lanciato invece da un articolo dell&#8217;Unione del 7 maggio u.s. (che non riproduco per questioni di copyright), in cui si chiamavano a commentare la faccenda esponenti del mondo culturale e politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fin qui tutto bene. Anzi, si potrebbe dire &#8220;era ora!&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senonché, vuoi per la sintesi inevitabile dell&#8217;articolo, vuoi per i facili fraintendimenti che nascono dall&#8217;affrontare una questione simile partendo da punti di vista diversi, la cosa è rapidamente degenerata in una vacua polemica social.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un lato chi difende il diritto dei sardi a conoscere la propria storia anche e soprattutto tramite la scuola, dall&#8217;altro chi fa notare che pretendere questo risultato dalla scuola italiana e addirittura dal Ministero competente sia sbagliato e/o incongruo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partirei dalla prima questione: inserire la protostoria sarda nei programmi scolastici italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui c&#8217;è già un grosso nodo che andrebbe sciolto prima di proseguire nell&#8217;analisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dico la mia sul punto: questa pretesa e la relativa petizione non hanno alcun senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono due ordini di problemi, sulla faccenda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo è che i programmi della scuola italiana sono programmi della scuola&#8230; italiana. Ossia, come ha sottolineato lo storico Giampaolo Salice nelle sue risposte sull&#8217;Unione, sono programmi didattici volti a formare il &#8220;cittadino italiano&#8221;, tramite (anche) la conoscenza della storia &#8220;italiana&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo discutere se esista una storia propriamente &#8220;italiana&#8221; prima che esistesse l&#8217;Italia e chi e cosa dovrebbe farne parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, per quanto mi riguarda, fino almeno a metà Ottocento, la Sardegna non dovrebbe esservi contemplata se non occasionalmente. Come del resto avviene già.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto è del tutto ovvio e persino legittimo che uno stato formi i propri cittadini sulla base di una ricostruzione storica orientata. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È un fatto eminentemente politico. Sempre. Che riguardi l&#8217;Italia, la Francia, il Regno Unito, la Spagna o o chiunque altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caso mai ci sarebbe da rispondere a Giampaolo Salice, quando si chiede se la battaglia sulla civiltà nuragica nella storia italiana sia più politica che culturale, che sì, è ovviamente una battaglia politica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è normale che lo sia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Andrebbe discusso se questa pretesa abbia senso o no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui entra in ballo il secondo ordine di problemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pretendere che la protostoria e la storia sarda antica entrino di diritto e come elementi di peso nel novero delle civiltà che costituiscono la &#8220;storia italiana&#8221; non è un affare da poco e non è per nulla scontato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di pretendere che tramite lontane glorie passate la Sardegna sia legittimamente accolta tra le componenti costitutive del senso comune e dell&#8217;immaginario collettivo italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quale scopo? A scopo di maggiore integrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vecchio pallino di una parte consistente dell&#8217;establishment affaristico, politico e intellettuale sardo dalla Perfetta Fusione in poi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per altro acquisito e fatto proprio dallo stesso sardismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essere riconosciuti come italiani, sia pure speciali, fin da tempi lontani è una vecchia fissazione della nostra classe dominante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, dal punto di vista storico, è una stupidaggine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beninteso, è giusto che la civiltà sarda protostorica sia conosciuta da tutti gli studenti italiani e possibilmente anche da una platea più vasta di discenti, dato che si tratta di una delle maggiori espressioni di civiltà dell&#8217;Età del bronzo mediterranea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questo in qualche misura accade già. Si potrebbe pretendere che migliori la qualità delle informazioni veicolate (di solito pessima, nella manualistica in uso in Italia), non molto di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per di più, enfatizzando con tanta ostinazione il periodo nuragico si fa un enorme torto a tutto il resto della lunghissima storia dell&#8217;isola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si fa un torto soprattutto alle vicende che ne hanno segnato le sorti in epoche molto più vicine a noi e che in buona misura costituiscono le premesse del nostro presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui subentra un altro problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il diritto di conoscere la nostra storia è un diritto fondamentale dei sardi. Ma siamo sicuri che spetti alla scuola pubblica di stretta dipendenza ministeriale (dunque centralista e inevitabilmente italo-centrica) il compito di soddisfarlo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto può entrare, a quale titolo e con quale peso la storia sarda nell&#8217;organizzazione del sapere italiana?</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un bel groviglio da sbrogliare. Lanciare petizioni per inserire la storia nuragica nei programmi scolastici italiani non solo non aiuta nell&#8217;impresa, ma contribuisce ad aggrovigliare ancora di più la matassa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una storia sarda &#8220;istituzionalizzata&#8221; esisterà se e quando avremo un&#8217;organizzazione del sapere tutta nostra, ossia, in particolare, se e quando il sistema dell&#8217;istruzione pubblica in Sardegna sarà autonomo da quello dello stato centrale (almeno in parte). </p>



<p class="wp-block-paragraph">O, ovviamente, se e quando la Sardegna avrà un suo ordinamento statuale indipendente a cui sarà incardinata la sua scuola pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è molto da aggiungere, su questo aspetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non voglio nemmeno tornare sugli aspetti ulteriori della faccenda, quelli che chiamano in causa la creazione di &#8220;miti delle origini&#8221; da cui far discendere rivendicazioni &#8220;identitarie&#8221; di dubbia natura politica. Del resto, <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/10/13/la-mitopoiesi-come-arma-di-distrazione-di-massa-e-come-strumento-di-egemonia-culturale/">ho già detto la mia</a> in materia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa che dovrebbe preoccuparci è molto più pratica che teorica: come mettere in contatto i discenti sardi e chiunque altro voglia conoscere la storia dell&#8217;isola e delle sue genti con i contenuti che la riguardano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sottolineo che sto parlando di storia, non di ipotesi tutte da validare e verificare. Tanto meno sto parlando di mitologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per evitare fraintendimenti e manipolazioni, oltre alle nozioni, la cosa che va insegnata è il metodo storico. Lo dico da tempo e sono contento di non essere da solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il metodo storico è uno strumento analitico e critico potentissimo, valido anche per affrontare la mole di informazioni da cui siamo quotidianamente bombardati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Verifica e confronto delle fonti, immedesimazione, sguardo ampio, sospensione del giudizio, dubbio sistematico, consapevolezza della perfettibilità e persino falsificabilità delle conoscenze raggiunte, ecc.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più che sul mero nozionismo (male atavico della scuola italiana), bisognerebbe puntare sul discorso metodologico, dunque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo di che, dato che la conoscenza storica è comunque un fattore culturale e civile di peso, è del tutto legittimo che si debbano cercare strade opportune ed efficaci per consentirla a tutti i sardi, a partire dalla scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo appunto al lato pratico della questione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lato pratico a cui qualcuno ha già pensato di mettere mano *facendo qualcosa*, anziché parlarne e basta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi riferisco in particolare al collettivo <a href="https://lastoriasarda.com/">La Storia Sarda nella Scuola Italiana</a>, che da anni lavora a produrre, in termini professionali, materiali didattici immediatamente e gratuitamente utilizzabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un esempio concreto. So che ci sono altre esperienze, più localizzate o estemporanee, analoghe a questa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non bisogna temere la passione diffusa dei sardi per la propria storia. È sì una faccenda delicata, ma nasce da un&#8217;esigenza vera, non ideologica o necessariamente &#8220;identitaria&#8221;. È un diritto, prima di tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta a tale richiesta deve venire da diversi soggetti, ognuno per la propria parte di competenze e di responsabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Direi prima di tutto dall&#8217;ambito storico accademico, che deve essere consapevole del suo delicato ruolo di intermediazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pur facendo parte dell&#8217;organizzazione del sapere italiana e dei ruoli organici ad essa, dall&#8217;altra parte deve anche rispondere a una collettività storica a cui comunque appartiene, in cui agisce, produce saperi e senso comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, non bisogna mai cedere alla tentazione di riscrivere la storia &#8220;a tesi&#8221; (tentazione a cui a volte proprio l&#8217;ambito accademico ha ceduto, bisogna dire).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;insieme, è doveroso rilanciare il dibattito pubblico su questi temi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito va affrontato e va alimentato, non rifuggito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma vanno anche mantenuti una onestà intellettuale e un senso di responsabilità se possibile più forti del solito, data la delicatezza della materia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questa serie di ragioni non ho firmato né firmerò la petizione per l&#8217;inserimento della storia nuragica nella scuola italiana, ma continuerò a battermi per la diffusione e la divulgazione della storia sarda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Confido che la discussione prosegua e cresca, sia in quantità sia in qualità. </p>
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		<title>Sull&#8217;uso politico della storia e sui suoi pericoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Sep 2018 17:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[metodo storico]]></category>
		<category><![CDATA[mitopoiesi]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un uso politico della storia e spesso si è tentati di farne uno a nostro vantaggio, magari per contrastare quello che ci sembra faccia la controparte (vera o ipotetica che sia). Ma cosa significa &#8220;uso politico della storia&#8221;, chi è che se ne serve e, soprattutto, è giusto? Che senso ha? Da qualche tempo...</p>
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<p>Esiste un uso politico della storia e spesso si è tentati di farne uno a nostro vantaggio, magari per contrastare quello che ci sembra faccia la controparte (vera o ipotetica che sia).<span id="more-2949"></span></p>
<p>Ma cosa significa &#8220;uso politico della storia&#8221;, chi è che se ne serve e, soprattutto, è giusto? Che senso ha?</p>
<p>Da qualche tempo vedo rimbalzare tra un profilo e l&#8217;altro di Facebook il cartello che ho messo qua sopra.</p>
<p>Il senso di questo elenco sinottico di date è &#8211; suppongo &#8211; sostenere una maggiore e più precoce nobiltà della Sardegna rispetto all&#8217;Italia, in ambito giuridico e politico.</p>
<p>Ora, posto che uno scopo del genere abbia senso (e dico subito che per me non ne ha nessuno), qua bisogna fare i conti con almeno due livelli di scorrettezza.</p>
<p>Il primo livello è di metodo. Non puoi paragonare pere con carbone, o dinosauri con pentole.</p>
<p>Non tenere conto dei diversi processi storici intervenuti nel corso dei secoli è palesemente una sciocchezza.</p>
<p>Non tenere conto delle differenze di contesto, è un&#8217;altra sciocchezza.</p>
<p>Non tenere conto della diversità radicale degli stessi termini applicati a realtà storiche diverse e distanti è la sciocchezza ulteriore che ne discende.</p>
<p>A questo primo livello possiamo segnalare, a titolo di esempio, l&#8217;equivoco fondamentale sulla parola <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/parlamento/">&#8220;parlamento&#8221;</a>.</p>
<p>I parlamenti di tradizione iberica e in generale di epoca medievale non hanno nulla a che fare con i parlamenti dello stato-nazione odierno.</p>
<p>Il preteso primo parlamento sardo del 1355 (ed anche qui&#8230; parliamone) era un raduno di feudatari, di alti ecclesiastici e di rappresentanti delle città non infeudate.</p>
<p>Non rappresentava il popolo, non aveva una funzione legislativa, né &#8211; tanto meno &#8211; una funzione di bilanciamento e controllo degli organi di governo (ossia, le funzioni proprie dei parlamenti contemporanei).</p>
<p>Si trattava invece di un&#8217;entità assembleare tipica del medioevo e, con adattamenti e peculiarità mutevoli, di tutto l&#8217;Antico Regime, che sarà spazzata via pressoché ovunque &#8211; insieme a molte altre cose &#8211; dalla Rivoluzione francese.</p>
<p>Paragonare il &#8220;parlamento&#8221; convocato da Pietro IV il cerimonioso a Castel di Callari (Cagliari) nel 1355 con il primo parlamento dello stato italiano unificato (che però si era già riunito come parlamento del Regno di Sardegna, ricordiamocelo più avanti) non ha alcun senso.</p>
<p>Sono epoche diverse e distanti, sono organismi diversi e distanti.</p>
<p>Allo stesso modo, attribuire lo status di &#8220;costituzione&#8221; alla <em>Carta de Logu</em> arborense (perché a questo si allude, benché in modo criptico, con la data del 1421) è sbagliato.</p>
<p>È sbagliato due volte e poi vedremo il secondo motivo. Qui mi limito a chiarire che la <em>Carta de Logu de Arbaree</em> non era una <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/costituzione/">costituzione</a>.</p>
<p>Non lo era in senso proprio, perché era una raccolta di leggi e normative di carattere civile, penale, procedurale e amministrativo e non la &#8220;norma fondamentale&#8221; di un ordinamento giuridico statuale su di essa basato.</p>
<p>Non lo era in senso storico, perché a quel tempo non esisteva nemmeno l&#8217;idea (se non vagamente, nel pensiero di qualche filosofo singolarmente visionario) il concetto di &#8220;costituzione&#8221; come lo concepiamo noi oggi (a partire dal Settecento illuminista).</p>
<p>Certo, in senso lato i giudicati sardi &#8211; in quanto ordinamento giuridico sovrano &#8211; avevano una loro &#8220;costituzione&#8221;, sia pure implicita, informale o de facto (come il regno Unito attuale, per capirci, che non ha una costituzione scritta). Ma questa non coincideva necessariamente e in termini esclusivi con le previsioni della <em>Carta de Logu</em>.</p>
<p>Istituire poi il confronto tra un non meglio precisato &#8220;stato sardo&#8221; e lo stato italiano è del tutto fuorviante.</p>
<p>Qui mi limito a segnalare l&#8217;incongruenza cronologica, ossia il fatto che si tratti di entità giuridiche non contemporanee, dunque non paragonabili.</p>
<p>La forma-stato, come la conosciamo noi, è un&#8217;istituzione estremamente recente, nella parabola storica umana.</p>
<p>Sicuramente non ha alcun significato, e spero che sia evidente perché, confrontare ordinamenti medievali con ordinamenti moderni e ancor meno con ordinamenti contemporanei.</p>
<p>Insomma, su questo versante già gli anacronismi evidenti e il paragone tra realtà ed elementi differenti destituiscono di qualsiasi credibilità la ricostruzione proposta.</p>
<p>L&#8217;altro livello di criticità riguarda il merito.</p>
<p>Anche qui, c&#8217;è da scegliere, purtroppo.</p>
<p>Cominciamo da una petizione di principio di natura preliminare.</p>
<p>Di cosa stiamo parlando in questo caso? Perché è già da chiarire questo.</p>
<p>A me pare &#8211; perché lo so, ma non è detto che lo sappiano tutti coloro che vedono quest&#8217;immagine &#8211; che si parli del Regno di Sardegna più che della Sardegna in quanto tale.</p>
<p>Solo in quest&#8217;ottica &#8211; parziale e arbitraria &#8211; ha senso assumere come elementi identificativi: la bandiera dei quattro mori, i parlamenti di stampo aragonese e quelle date lì anziché altre.</p>
<p>L&#8217;emblema delle quattro teste di moro diademate, nel 1281, non era una bandiera sarda. Probabilmente non era una bandiera affatto. Era un simbolo scelto da Pietro III d&#8217;Aragona per celebrare la sua vittoria contro i Mori.</p>
<p>Solo successivamente, e per vicissitudini mai chiarite completamente, la ritroviamo più avanti come stendardo aragonese in Sardegna e poi, ancora più tardi, stemma del braccio &#8220;militare&#8221; (ossia dei feudatari) del parlamento del Regno di Sardegna, ormai spagnolo.</p>
<p>Da lì comparve poi spesso come stemma del Regno di Sardegna in quanto tale. Nello scudo in cui comparivano tutti gli stemmi dei Savoia, una volta divenuti re di Sardegna (dal 1720), al centro c&#8217;era appunto quello con i quattro mori.</p>
<p>Paragonarlo con il tricolore italiano (risalente alla fine del XVIII secolo) non ha senso. Prima di tutto perché fino al 1861 non esisteva l&#8217;Italia come entità statale.</p>
<p>Inoltre, se proprio vogliamo fare i pignoli, i due emblemi (ma potremmo anche dire i due stati che si pretende di confrontare) non sono affatto in contrasto.</p>
<p>Quando il Regno di Sardegna, dopo aver esteso i suoi confini con le guerre risorgimentali ed aver radicalmente mutato assetto giuridico (fin dalla Fusione perfetta e a maggior ragione dopo), diventa a tutti gli effetti Regno d&#8217;Italia, la bandiera del tricolore sostituisce quella dei quattro mori.</p>
<p>C&#8217;è un rapporto di successione, in un certo senso, non di alternativa/opposizione.</p>
<p>Stesso problema per quanto riguarda la pretesa &#8220;unificazione&#8221;.</p>
<p>Di quale unificazione stiamo parlando?</p>
<p>Ovviamente, se si prende come riferimento la data del 1420, stiamo parlando dell&#8217;unificazione del Regno di Sardegna aragonese.</p>
<p>In quella data, infatti, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_III_di_Narbona">Guglielmo di Narbona</a>, ultimo sovrano di Arborea, vende i propri diritti al re d&#8217;Aragona.</p>
<p>L&#8217;anno successivo (1421) viene così celebrato il primo vero &#8220;parlamento&#8221; del Regno di Sardegna (quello del 1355 non viene ormai considerato significativo da nessuno storico, date le circostanze precarie in cui fu convocato).</p>
<p>A quella data si fa riferimento circa la pretesa adozione della &#8220;costituzione&#8221; in Sardegna. Ma, come visto, stiamo parlando della <em>Carta de Logu</em> arborense.</p>
<p>Che esisteva già da decenni ed era stata in vigore (praticamente) in tutta l&#8217;isola già sotto Mariano IV, Ugone III e poi Eleonora.</p>
<p>Vero è che nel 1421, nonostante la sconfitta e la scomparsa del giudicato d&#8217;Arborea, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Alfonso_V_d%27Aragona">Alfonso il Magnanimo</a>, re d&#8217;Aragona e di Sardegna, la mantenne in vigore, in considerazione della sua alta qualità giuridica e del fatto che da tempo era considerata la legge di tutti i sardi.</p>
<p>Affibbiare poi la data del 1861 alla prima costituzione italiana, in un confronto come detto improponibile con la data del 1421, è un errore doppio, se non triplo.</p>
<p>Basterebbe aprire un manuale scolastico per scoprire che la costituzione italiana del 1861 non era alto che&#8230; lo Statuto &#8220;albertino&#8221; del 1848, prima costituzione &#8211; in questo caso sì &#8211; del Regno di Sardegna (ereditata poi dallo stato italiano unificato sotto i Savoia).</p>
<p>Fin qui, le obiezioni specifiche.</p>
<p>Ce ne sarebbe anche una più generale. Cioè: siamo sicuri che giochi a favore di un riscatto della dignità storica della Sardegna presentare come significative le date che segnano i passaggi del dominio aragonese sull&#8217;isola?</p>
<p>Non so voi, ma per quanto mi riguarda questa cosa suona vagamente disturbante.</p>
<p>Farebbe piacere probabilmente al professor Francesco Cesare  Casula (teorico della continuità storica e giuridica tra Sardegna medievale e stato italiano contemporaneo). Ma a me &#8211; abbiate pazienza &#8211; sa di forzatura senza senso.</p>
<p>Tuttavia il quesito che domina tutta la faccenda non è nemmeno di questo tenore.</p>
<p>Al di là degli strafalcioni di tipo storico e giuridico, bisognerebbe prima di tutto porsi il problema della legittimità di un uso così strumentale della storia.</p>
<p>Non vale l&#8217;obiezione che la storia sarda è stata da tempo piegata in modo tendenzioso a letture politiche di tipo subalterno, per giustificare gli assetti politici contemporanei.</p>
<p>Può essere vero. Anzi, a giudicare da come viene raccontata la storia sarda in ambito italiano (specie a scuola o nella divulgazione mainstream), è vero senz&#8217;altro.</p>
<p>Ma è una buona ragione per fare lo stesso, o anche peggio, semplicemente cambiando verso alla falsificazione?</p>
<p>Siamo sicuri di rendere un buon servizio alla storia sarda e alla sensibilità politica dei sardi, cimentandoci in queste prove?</p>
<p>Siamo davvero convinti che assemblando alla bell&#8217;e meglio ricostruzioni storiche pasticciate e tendenziose ne emerga, come per magia, una coscienza politica più solida e votata all&#8217;emancipazione collettiva?</p>
<p>Io personalmente non ne sono affatto convinto.</p>
<p>Anzi, trovo pericolosamente diseducativo e politicamente rischioso un uso così disinibito della storia.</p>
<p>Ho sempre contestato il revival nuragico e la mitopoiesi nazionalista spacciati per riscoperta delle nostre glorie antiche (vere o ipotetiche). Non posso fare diversamente per un tentativo semplicemente spostato più in avanti nel tempo ed anche in modo decisamente maldestro.</p>
<p>Abbiamo davvero bisogno di miti delle origini e di una narrazione edulcorata del nostro passato?</p>
<p>Perché, se è così, potremmo anche rispolverare le <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carte_di_Arborea">Carte di Arborea</a>, senza dovercene inventare delle altre.</p>
<p>A cosa servono queste <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Invenzione_della_tradizione">&#8220;invenzioni della tradizione&#8221;</a> (o &#8220;della storia&#8221;, più propriamente, in questo caso)?</p>
<p>Io ho idea &#8211; e ho il timore &#8211; che servano a fabbricare dispositivi molto poco liberanti e democratici e invece possano essere molto utili a costruire percorsi reazionari, xenofobi, di chiusura culturale, politica e sociale.</p>
<p>Non è di questo che ha bisogno il processo di autodeterminazione sardo. Non è di questo che hanno bisogno i sardi!</p>
<p>Perciò, attenzione a non farci prendere la mano. Non voglio accusare nessuno di mala fede. Non so nemmeno chi sia l&#8217;autore/trice (o gli/le autori/trici) di questo pastrocchio. Ma vedo che sta avendo un certo successo.</p>
<p>Ribadisco: è un mucchio di sciocchezze miste ad errori pacchiani. E, oltre a questo, è un attrezzo scorretto e pericoloso, per giunta controproducente per chiunque lo usi.</p>
<p>Riflettiamoci su e magari prendiamo in mano qualche libro di storia. Ce ne sono tanti e di validissimi. Vinciamo la pigrizia e studiamo di più, senza aspettare la pappa pronta sui social media. Possiamo farcela.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La mitopoiesi come arma di distrazione di massa e come strumento di egemonia culturale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 17:01:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
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		<category><![CDATA[giganti di monti prama]]></category>
		<category><![CDATA[identità sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra che intorno ai Giganti di Monte Prama si stia scatenando una sorta di psicosi collettiva. Notevole, se pensiamo a quanto poco peso abbiano di solito i temi culturali e quelli storici nel senso comune della gente. Non è solo questione di sensazionalismo alimentato dai mass media. I mass media fiutano l’interesse dei lettori e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La mitopoiesi come arma di distrazione di massa e come strumento di egemonia culturale' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/10/13/la-mitopoiesi-come-arma-di-distrazione-di-massa-e-come-strumento-di-egemonia-culturale/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Sembra che intorno ai Giganti di Monte Prama si stia scatenando una sorta di psicosi collettiva. Notevole, se pensiamo a quanto poco peso abbiano di solito i temi culturali e quelli storici nel senso comune della gente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è solo questione di sensazionalismo alimentato dai mass media. I mass media fiutano l’interesse dei lettori e dei telespettatori. La curiosità esiste ed è tanta e diffusa. È come se un argine si fosse rotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo fenomeno morboso, perfettamente spiegabile in una popolazione da sempre deprivata di una conoscenza storica decente, ha a sua volta risvolti molteplici.<span id="more-3769"></span> <span id="more-63"></span>Così da un lato di consolidano teorie del complotto che vogliono la storia sarda ostaggio di una sorta di casta sacerdotale votata alla sua negazione (l’Accademia, gli archeobuoni, e via etichettando), da un altro alcuni bei tomi, strenui difensori dello status quo, <a href="http://sardegnapossibile.com/agli-untori-elettronici-contro-limbarbarimento-dibattito-pubblico/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">si buttano nella mischia con azioni squadristiche</a>, delegittimando o attaccando personalmente singoli portatori di tesi alternative o semplicemente non allineati col pensiero ufficiale (o quello che questi poveri cristi anonimi ritengono tale).</p>
<p style="text-align: justify;">Invidie e capziose vendette intellettuali, a volte per interposta persona, condiscono la scena. Naturalmente il frutto di questo scontro di pratiche oppositive è uno scadimento generalizzato del dibattito pubblico in tema storico e archeologico. I <em>social media</em> sono la piattaforma ideale per dare la stura alle pratiche peggiori di cui siamo capaci.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendere le distanze dagli opposti estremismi è importante ma non è sufficiente. Ci sono degli elementi inquietanti che rimangono sottotraccia e che invece è necessario rilevare.</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione di mitologie è una faccenda delicata. Quello che i Sardi ritengono di sapere su se stessi, come detto e argomentato altrove, anche in questo blog, è un mito. Un mito tossico fatto di stereotipi paralizzanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo tale mito, le cose stanno come stanno e non c’è modo di cambiarle, perché soffriamo di tare genetiche insuperabili; l’unica cosa che potremmo fare è “resistere” e pretendere il riconoscimento della nostra specialità.</p>
<p style="text-align: justify;">Una serie di costrutti mal assemblati e di feticci  resi solidi dall’uso reiterato, ma storicamente e teoricamente molto fragili. Eppure, egemonici.</p>
<p style="text-align: justify;">Reagire a questa narrazione è necessario, ma bisogna stare attenti a come lo si fa, ed anche al “dove” e al “quando”. In certi casi anche al “chi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, per esempio, ci si indigna perché gli scavi a Monti Prama saranno presto condotti da una ditta emiliana, regolare vincitrice di un appalto. Ditta che prenderà il posto delle università sarde.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indignazione potrebbe essere ragionevole, ma solo se partisse da presupposti diversi da quelli emersi fin qui. La lamentela è alimentata dal senso di espropriazione che tale situazione induce negli osservatori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’avvicendamento negli scavi suona come una esautorazione dei Sardi da parte dello stato italiano e scatena sentimenti di astio etnico, di rivendicazioni generali di tipo politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece le polemiche in questo caso sono mal indirizzate e fondate su un equivoco. Forse non è chiaro, ma il nostro patrimonio culturale, e in particolare quello archeologico, appartiene allo stato italiano, non alla Regione sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo come in altri casi non esiste alcun “popolo sardo” portatore di una sua propria soggettività e dunque di una propria legittima volontà, di propri diritti e di proprie responsabilità. E le stesse università sarde sono università statali, non certo l’avanguardia culturale di un popolo che rivendica competenze e responsabilità sulla propria storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisognerebbe aprire un dibattito serio su questi aspetti, prima di lanciare campagne rivendicative senza capo né coda.</p>
<p style="text-align: justify;">Si approfitta dunque di questa evenienza (per altro risaputa da molte settimane) per irrobustire se possibile una nuova mitologia. La quale parte dal presupposto che la nostra preistoria e protostoria siano le uniche vere matrici della “sardità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si assume insomma quel periodo lontano come quello più qualificante per la nostra stessa identificazione, anzi a tal proposito si utilizza diffusamente e con forza il termine “identità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi pare che questo discorso sia molto debole dal punto di vista del metodo e degli stessi contenuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ipotizzare che esista davvero una identità collettiva fissa e che questa sia fondata su fatti e elementi culturali di tremila anni fa è una forzatura evidente.</p>
<p style="text-align: justify;">I Sardi di oggi saranno anche discendenti dei nuragici o dei committenti delle statue di Monti Prama, ma sono anche discendenti dei Sardi delle epoche successive.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra storia non si è fermata all’Età del ferro, né all’epoca di Amsicora, né a quella di Opsitone e non si è fermata nemmeno nel 1409 o nel 1796.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi contemporanei siamo figli di tutta la nostra storia e della storia della parte del mondo in cui la Sardegna è situata. E la nostra identità è dinamica, mutevole, aperta. È sempre stata così.</p>
<p style="text-align: justify;">Voler fissare un canone identitario di riferimento è un’operazione ideologica e va riconosciuta come tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Stiamo già pagando le conseguenze del nostro mito identitario dominante. Una sua riverniciatura in funzione conservatrice, con tanto di riesumazione della “costante resistenziale”, o cose del genere, non serve di certo a migliorare la nostra condizione storica attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché è questo che alla fin fine si intravvede in tutte le polemiche e le recriminazioni identitarie a proposito dei Giganti e dell’epoca nuragica: operazioni politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisognerebbe chiedersi a che pro. La sfida sembra essere tra chi vorrebbe costruire un nuovo mito dal sapore anche vagamente esoterico intorno alla civiltà nuragica e chi vorrebbe invece mantenere la conoscenza storica appannaggio di una ristretta elite, possibilmente senza scardinare carriere consolidate nel <em>cursus honorum</em> accademico italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma niente ci obbliga a morire schiacciati tra queste due forme di conservazione. Non c’è niente di edificante, in tutto questo, e nemmeno di lontanamente emancipativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro passato deve essere conosciuto e divulgato, deve far parte del nostro bagaglio di conoscenze, deve servirci come termine di paragone e anche come fonte di comprensione per il nostro presente. Non se ne può fare una bandiera politica di parte né la fonte di legittimazione di ambizioni personali o di interessi costituiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna diffidare di ricostruzioni mitologiche che sembrano fatte apposta per nascondere progetti  interessati circa il nostro presente e il nostro futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">I miti tecnicizzati questo fanno: mascherano ideologicamente interessi, rapporti di forza, ricerca del potere. Sono dispositivi estremamente pericolosi e vanno smascherati e denunciati, perché, per affascinanti che possano sembrare, non ne viene mai niente di buono.</p>
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		<title>La storia, la lingua e la soggettività negata</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/10/15/storia-lingua-soggettivita-negata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Oct 2013 10:50:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2013/10/15/storia-lingua-soggettivita-negata/">La storia, la lingua e la soggettività negata</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La storia, la lingua e la soggettività negata' data-link='https://sardegnamondo.eu/2013/10/15/storia-lingua-soggettivita-negata/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Nei giorni scorsi ha avuto un certo riscontro mediatico la scelta di Google, nella sua applicazione cartografica (Google maps), di consentire la modifica dei toponimi della Sardegna. Con un rapido e capillare passaparola, che solo internet consente, moltissimi utenti hanno provveduto a modificare tutti i nomi di luogo sardi secondo la denominazione originaria. <span id="more-111"></span>A parte qualche discussione sui dettagli, l’operazione è stata un grandissimo successo, denotando una vivacità sempre sottostimata dell’opinione pubblica e degli utenti della Rete su questioni di appartenenza e di identificazione collettiva. Quel che ne è derivato è stato tuttavia un dibattito accesissimo, animato dagli oppositori a tale decisione di Google.</p>
<p style="text-align: justify;">In molti hanno contestato la nuova toponomastica, con argomentazioni per lo più estremamente deboli, giacché rimaneva sempre intatta la possibilità di avere i nomi dei luoghi sardi nella loro forma italianizzata, e senza mai considerare che al turista e al viaggiatore poco importa di queste cose, dato che per lo più si usa l’inglese e non certo l’italiano per le ricerche su internet.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto sta che ieri <a href="http://www.sardiniapost.it/cronaca/dietrofront-google-maps-ieri-i-toponimi-dellisola-nuovo-italiano/" target="_blank">Google ha fatto marcia indietro</a> (probabilmente anche per intervento a livello governativo, se è vero che una fonte ministeriale ha autorevolmente ricordato che la lingua ufficiale dei sardi è l’italiano) e ha cancellato tutti i toponimi in sardo e nelle altre lingue di Sardegna (ossia quelli veri) dalle sue mappe dell’isola, ripristinando quelli italianizzati.</p>
<p style="text-align: justify;">Contemporaneamente si è acceso un altro dibattito, a proposito di <a href="http://www.sardiniapost.it/cronaca/mario-tozzi-cari-sardi-perche-vi-fate-furbi-valorizzate-il-mito-atlantide/" target="_blank">un’intervista al geologo Mario Tozzi</a> rilasciata al sito di informazione on line SardiniaPost. Tozzi – noto soprattutto come conduttore televisivo – tra altre cose più o meno interessanti, osserva che tutto sommato ai sardi converrebbe giocare di più sull’applicazione alla Sardegna del mito di Atlantide, sfruttandolo in chiave di promozione turistica della nostra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Come se esistesse un sistema turistico, in Sardegna, e come se esistesse una diffusa conoscenza storica. Ma Tozzi, ignaro di tutto ciò, si lascia andare a considerazioni se vogliamo anche abbastanza scontate. Niente di che, dunque, ma col torto – imperdonabile, sembrerebbe – di tirare in ballo <em>en passant</em> la faccenda di Atlantide.</p>
<p style="text-align: justify;">Apriti cielo!<span id="more-3373"></span> Il cosiddetto popolo della Rete (elemento mitologico, questo, che meriterebbe a sua volta qualche approfondimento) ha subito innescato un’accesa discussione sulla pertinenza e sulla legittimità di tali dichiarazioni. <a href="http://www.sardiniapost.it/cronaca/gli-studiosi-insorgono-la-furbizia-atlantide-la-storia-prodotto-vendere/" target="_blank">Qualche cattedratico ci ha messo del suo</a>, negando valore alla tesi a cui accennava Tozzi e rispolverando una vecchia polemica contro colui che ne era stato, qualche anno fa, il propugnatore, il giornalista Sergio Frau.</p>
<p style="text-align: justify;">Frau una decina d’anni or sono aveva pubblicato un libro di un certo successo a proposito della reale ubicazione delle Colonne d’Ercole nell’età antica, prima del loro ipotizzato riposizionamento sullo stretto di Gibilterra in età ellenistica. Una tesi questa piuttosto condivisa, in realtà, dalla comunità scientifica. Tuttavia, come corollario di tale ricostruzione, Frau adombrava ulteriori interpretazioni di vari miti mediterranei, tra cui quello platonico di Atlantide.</p>
<p style="text-align: justify;">Essendo citata come una grande isola nel mare al di là delle Colonne d’Ercole, questa località misteriosa era sempre stata cercata fuori dal Mediterraneo. Ma se le Colonne d’Ercole si spostano, per epoche più antiche del IV secolo a.C., al Canale di Sicilia, ecco che la grande isola al di là di esse si può identificare senza tanti dubbi con la Sardegna. E in particolare con la Sardegna nuragica (che in effetti era una vera potenza nel corso dell’Età del bronzo, in quell’area). Questa tesi era stata rifiutata e persino ridicolizzata da tutta l’accademia sarda, compattamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto precede si lega con il nodo irrisolto della nostra conoscenza storica. Lo stato dell’arte, riguardo l’archeologia e la storiografia sarda, è ben lungi dall’essere soddisfacente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le lacune dell’immaginario collettivo sono riempite con grande facilità da ricostruzioni fantasiose, a volte palesemente mal fondate, a volte solo meritevoli di approfondimenti e di un vaglio scientifico adeguato, ma sempre rifiutate dai depositari del “potere” di validazione, ossia le gerarchie accademiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Che a loro volta non brillano purtroppo per senso di responsabilità e per generosità divulgativa. Per lo più spuntano fuori quando devono ridimensionare tesi che mettono in discussione l’apparato di ricostruzioni su cui si basa la loro carriera. Non è un bel vedere, diciamocelo francamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Metto insieme la questione di Google maps in sardo e questo dibattito giornalistico-internettiano sull’antichità sarda perché mi pare di cogliere un nesso tra le due vicende. Per farlo emergere meglio cito un altro testo, <a href="http://pierluigimontalbano.blogspot.it/2013/10/shardana-e-popoli-del-mare-decenni-di.html" target="_blank">un articolo</a>, tratto da un blog diretto dall’archeologo Pierluigi Montalbano, in cui si rispolvera la <em>vexata quaestio</em> dei Shardana e della loro identificazione con gli antichi sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">È un articolo che vorrebbe fare il punto della situazione, senza prendere posizione, giusto per riassumerne gli elementi salienti. Si citano fonti, si riassumono tesi, si offrono dati.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine – escludendo le posizioni che non considerano plausibile una correlazione tra Shardana e Sardegna – le due ipotesi che rimangono sul campo sono: a) che questo fantomatico popolo fosse originario dell’area anatolica o siriana e da lì, tra XIV e XI secolo, sia migrato verso la Sardegna, prendendone possesso e dandole il suo nome; b) che si trattasse di una popolazione sarda coinvolta nei traffici e nei conflitti dell’Età del bronzo finale, una popolazione dedita alla pirateria e al mestiere delle armi, come mercenari al soldo di varie potenze (o dei Micenei o degli Egizi o di entrambi).</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che sorprendentemente manca, nell’articolo in questione, è qualsiasi menzione del fatto che la Sardegna di quell’epoca non fosse un posto privo di civiltà. La Sardegna dell’Età del bronzo non era abitata da genti barbare, facili da sottomettere (come vorrebbe la prima tesi citata sugli Shardana), ovvero dedite ad attività tributarie verso le vere potenze del periodo (come vuole la seconda tesi).</p>
<p style="text-align: justify;">In entrambi i casi si omette di considerare che l’isola stessa aveva allora una propria civiltà evoluta. Estremamente evoluta. Si possono anche lasciar perdere le ricostruzioni fantasiose, le allusioni al mito di Atlantide, o altre interpretazioni romanzesche, ma il dato indubitabile è che la civiltà dei nuraghi c’è stata e non era una faccenda di pastori e agricoltori litigiosi, chiusi su se stessi e isolati dal mondo. Non è chiaro perché questa circostanza così dirompente sia omessa con tanta facilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Cito questo articolo, perché consente di evidenziare il nodo che sta alla base tanto della questione dei toponimi sardi, quanto di quella della conoscenza, della divulgazione e della valorizzazione della nostra storia. Il nodo è la persistente negazione di una soggettività collettiva dei sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi non possiamo aspirare a essere un soggetto “parlante”, un personaggio attivo della storia dei popoli europei e mediterranei. Quand’anche esistessimo, la nostra sarebbe un’esistenza di second’ordine, subalterna, tributaria appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così è facile che le proteste di alcuni (pochi o molti non importa) a proposito della sacrosanta ridenominazione dei nostri luoghi con i loro nomi veri siano accolte a dispetto di un diritto insopprimibile e inalienabile (cioè quello di impiegare la propria lingua in ogni sede e per tutti gli usi possibili).</p>
<p style="text-align: justify;">E succede inevitabilmente che una discussione fondamentale sulla valorizzazione della nostra ricca stratificazione storica e culturale venga deviata verso la sterile polemica, non senza il condimento degli anatemi accademici, a difesa di un fortilizio intellettuale sempre meno solido e ben munito, ma non per questo meno arrogante. E sempre in nome della nostra pretesa impalpabilità storica, della nostra inesistenza come soggetto collettivo dotato di una propria ragion d’essere e di una propria voce.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, insomma, non è il mito di Atlantide applicato alla Sardegna. È ovvio che non si possa fare alcuna concessione a tesi avventurose e fantascientifiche se alla base non c’è un apparato di conoscenze che sia solido e condiviso, e non solo a livello locale. Il vero problema non è che la Sardegna non sappia usare a suo vantaggio un mito molto conosciuto nel mondo, ma che la sua storia nel mondo sia pressoché ignorata.</p>
<p style="text-align: justify;">Della civiltà nuragica (o della civiltà giudicale, o persino di fatti ben più recenti, come la Rivoluzione sarda) nessuno ne sa niente. Perché in tutto il pianeta si sa di Stonehenge (falso storico clamoroso, per altro), o delle piramidi egizie, o dei Maya e non si sa nulla di Su Romanzesu o del nuraghe Arrubiu? Perché conosciamo le repubbliche marinare italiche o la Guerra dei cent’anni e non sappiamo nulla dell’epopea giudicale e della guerra tra Arborea e Aragona? Eppure si tratta spesso di processi ed eventi di respiro ben più che locale, ben inseriti dentro la Storia europea e mediterranea.</p>
<p style="text-align: justify;">La pecca dobbiamo cercarla in noi. Non possiamo fuggire la responsabilità di conoscere la nostra storia e di narrarla dal nostro punto di vista. La responsabilità del nostro sguardo sul mondo non è solo un diritto, ma è anche un dovere che abbiamo in quanto collettività storica di così lungo corso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli accademici e gli intellettuali sardi, oltre a sbertucciare l’ennesimo forestiero che viene ad insegnarci dove abitiamo, potrebbero convogliare almeno una parte di queste energie intellettive nello studio e nella divulgazione delle nostre vicende, dei documenti e dei lasciti materiali e culturali che ne sono testimoni, per restituirci quella soggettività che oggi è così facile negare, anche quando esprima esigenze fondamentali, che nessuno dovrebbe sognarsi di mettere in discussione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un fatto di stampo nazionalista o etnocentrico. È la semplice esigenza di restituirci alla storia dell’umanità per quel che vi abbiamo rappresentato, e di restituire a noi, come collettività storica, un senso di appartenenza che non sia solo folkloristico o pittoresco, impostoci in nome di rapporti di potere diseguali di cui siamo l’elemento debole. È un fatto politico, dunque, ed anche culturale certo, e persino economico. Non è uno dei compiti meno significativi che ci toccano, in questa fase storica decisiva.</p>
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