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	<title>inquinamento Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Sa Die de sa Sardigna e i disastri industriali sono la stessa storia</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 09:22:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il caso degli arresti all&#8217;E.On, azienda tedesca che gestisce la centrale di Fiume Santo, si intreccia con la querelle circa sa Die de sa Sardigna. Non è solo una coincidenza cronologica. C&#8217;è una stretta relazione tra le malefatte industriali e la celebrazione del 28 aprile. La ricorrenza di Sa Die soffre l&#8217;imposizione di una cornice...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Sa Die de sa Sardigna e i disastri industriali sono la stessa storia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/480/35225.jpg" alt="" width="535" height="346" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il caso degli <a href="http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2015/04/15/intercettazioni_choc_l_sotto_c_un_inferno-6-414979.html" target="_blank" rel="nofollow" >arresti all&#8217;E.On</a>, azienda tedesca che gestisce la centrale di Fiume Santo, si intreccia con la <em>querelle</em> circa sa Die de sa Sardigna. Non è solo una coincidenza cronologica. C&#8217;è una stretta relazione tra le malefatte industriali e la celebrazione del 28 aprile. <span id="more-1787"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La ricorrenza di Sa Die soffre l&#8217;imposizione di una cornice interpretativa composta da due facce, una coppia oppositiva di comodo: da una parte l&#8217;interpretazione sminuente, dall&#8217;altra quella nazionalista. Chi vorrebbe derubricare i moti del 28 aprile 1794 (e con essi tutta la Rivoluzione sarda) a poca cosa e chi vorrebbe farne un evento di natura nazionalista e indipendentista (Sardi vs. Piemontesi, ossia vs. Italiani).</p>
<p style="text-align: justify;">Sono due letture speculari ed entrambe fuorvianti. I fatti del 28 aprile 1794 e tutta la stagione rivoluzionaria sarda ebbero molte implicazioni politiche e sociali, che alla luce dei documenti e delle conoscenze acquisite non è davvero possibile sminuire ancora. D&#8217;altro canto ridurli a mero conato di rivendicazione nazionale contro lo stramiero è altrettanto scorretto. Certamente l&#8217;odio verso i Piemontesi esisteva ed era trasversale a tutte le fasce sociali, per varie ragioni. Tuttavia la vera discriminante non era tanto l&#8217;etnia, quanto piuttosto il regime oppressivo vigente.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine del Settecento e poi anche ben dentro l&#8217;Ottocento non esisteva alcun possibile equivoco sulla denotazione storica, etnica, dei Sardi. Nessuno ne metteva in dubbio l&#8217;esistenza come entità collettiva, la &#8220;Nazione sarda&#8221; non era una locuzione rivendicativa, in opposizione a una situazione di disconoscimento, ma una definizione neutra, il nome di una popolazione riconosciuta nel consesso dei popoli europei e mediterranei.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo non v&#8217;era alcun dubbio che il Regno di Sardegna corrispondesse alla Sardegna fisica e fosse uno stato a sé stante. A volte su questo punto di fa qualche confusione, perché i re di Sardegna erano sempre stati stranieri, prima aragonesi, poi spagnoli e infine sabaudi. Ma il Regno di Sardegna era uno stato con i suoi confini, le proprie istituzioni, le proprie leggi; lo era anche dentro la Corona aragonese (e poi spagnola). Una parte consistente dell&#8217;attrito con il governo sabaudo derivava dal disconoscimento da parte di quest&#8217;ultimo proprio di tali prerogative. Che il re di Sardegna fosse un Savoia poteva anche starci, non era tanto quella la questione determinante. I sovrani del Regno Unito erano tedeschi, quelli spagnoli erano francesi e prima ancora erano stati di origine austriaca: cose abbastanza consuete nell&#8217;<em>Ancien Régime</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, ciò che era in ballo nel corso della Rivoluzione sarda erano i rapporti di forza, era il regime feudale, erano le disuguaglianze sociali e politiche, era l&#8217;inadeguatezza del governo sabaudo davanti alle necessità strutturali e anche alle emergenze contingenti dell&#8217;isola. Non a caso la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata l&#8217;inerzia del viceré Balbiano davanti al tentativo di occupazione francese (febbraio 1793).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma i nemici della Rivoluzione sarda furono soprattutto, e in modo particolarmente feroce, alcuni sardi. Il rivolgimento politico non minacciava direttamente o dichiaratamente la monarchia, quanto più precisamente (specie nelle campagne) gli assetti produttivi e le gerarchie sociali. Certo, la parte più istruita e informata della borghesia sarda aveva maturato idee anche più drastiche. La penetrazione dell&#8217;illuminismo, delle idee di Rousseau, di istanze radicali è un fatto abbastanza sicuro, benché si possa dedurre più da indizi che da prove materiali. Che Angioy volesse stabilire un governo repubblicano è un fatto acquisito. In ogni caso, insieme ai Savoia o meglio ai funzionari piemontesi, il nemico era anche e soprattutto un nemico interno. In questa cornice la lettura nazionalista perde molto del suo senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente l&#8217;assetto di potere vigente determinava anche i rapporti sociali e li garantiva. Tant&#8217;è vero che ben presto anche alcuni leader popolari della prima ora si votarono alla fedeltà savoiarda, divenendo accaniti repressori degli angioyani. E all&#8217;arrivo dei Savoia a Cagliari (marzo 1799) furono ben contenti di accoglierli e di manifestare loro fedeltà e deferenza. Mossa indovinata, almeno dal punto di vista della classe dominante sarda, che dopo la Rivoluzione si troverà a suo agio nel comodo ruolo di intermediaria tra la Sardegna e il centro di potere (esterno) da cui l&#8217;isola dipendeva e da cui essa, la classe dominante, era legittimata.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, come più volte spiegato, rappresenta la cifra precisa degli assetti socio-politici successivi alla Rivoluzione, che poi hanno conformato la Sardegna contemporanea fino ad oggi. Il problema di fondo della Sardegna non è stato tanto un rapporto di dominio coloniale diretto con una madrepatria lontana, ma piuttosto una sorta di condizione post-coloniale <em>ante litteram</em>, in cui le forme giuridiche mascheravano edulcorandoli i veri rapporti di forze e la vera struttura produttiva e sociale. Lo stesso assetto autonomista è stato sostanzialmente una finzione retorica che doveva preservare tali rapporti di forza (come sottolinea lucidamente Eve Hepburn). Il discorso nazionalista, anche nella sua declinazione sardista, in questo senso è sempre stato utile a chi dominava la Sardegna in conto terzi per sgravarsi delle proprie responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo è quel che vediamo ancora oggi. La politica sarda, messa alle strette, fa in fretta a buttare la colpa sullo stato centrale. Che al governo ci sia un Cappellacci o un Pigliaru poco cambia. Quel che non cambia è il rapporto patogeno con i centri di potere e di interessi esterni che garantiscono quelli locali, la dipendenza di questi ultimi dalla legittimazione che ricevono da altri e non dalle dinamiche democratiche interne. Per la politica sarda conta infinitamente di più cosa si decide in una segreteria di partito italiana, in un grande consiglio di amministrazione, persino in qualche salotto ben frequentato di Roma o di Milano, del voto democratico dei Sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso dell&#8217;inquinamento a Porto Torres non fa che gettare luce su questa dinamica strutturale della storia contemporanea sarda. Capisco che a qualcuno, interessato o male informato, suoni male la continua evocazione dei nostri ultimi duecento anni come un periodo ben denotato e sostanzialmente uniforme, ma all&#8217;evidenza storica non si può sfuggire. Capisco anche che la classe intellettuale ed accademica sarda sia il larga misura organica al sistema di dominio vigente e non possa dunque esserne il contraltare critico. A maggior ragione è doveroso proporre una lettura diversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, è perfettamente comprensibile che i nostri problemi più drammatici siano sempre stati elusi o addirittura avallati, se non direttamente creati, dalla nostra classe politica. Essa ha sempre dovuto rispondere di sé non al popolo sardo ma a qualcun altro, garantendosi così evidenti vantaggi di classe.</p>
<p style="text-align: justify;">Se l&#8217;E.On ha potuto fare quel che oggi viene alla luce, così come lo ha potuto fare la Saras, così come continuano a farlo speculatori di ogni risma; se una parte consistente del nostro territorio è stata consapevolmente destinata alla morte per inquinamento (industriale e/o militare, ma anche sociale e culturale); se le risorse della Sardegna sono sempre state messe a disposizione di chiunque tranne che dei Sardi; se non si sono mai affrontati compiutamente i problemi relativi ai nostri fattori strategici (dall&#8217;energia ai trasporti, dal patrimonio storico-archeologico a quello linguistico, ecc.) non è un caso.</p>
<p style="text-align: justify;">La modernizzazione della Sardegna, la sua &#8220;occidentalizzazione&#8221;, ha assunto i caratteri di un&#8217;imposizione forzata di modelli produttivi e sociali del tutto estranei e anche violenti, a cui ha corrisposto una condizione politica debole e una acculturazione debilitante. Sono fenomeni ben noti e ampiamente affrontati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che la nostra classe politica, manifestazione pubblica di precisi e radicati interessi economici di parte, non ami la rievocazione del 28 aprile 1794 e tutte le sue connotazioni, è del tutto comprensibile. Quel che rappresenta questa data non è tanto la &#8220;cacciata dei Piemontesi&#8221; quanto piuttosto la minaccia di un rivolgimento sociale e politico che avrebbe la nostra classe dominante come prima vittima.</p>
<p style="text-align: justify;">È inutile prendersela con i Tedeschi nel caso dell&#8217;E.On, o con gli Italiani (per lo più ignari o vittime quanto noi) in altre circostanze. Bisogna capire che la linea di faglia che divide un campo dall&#8217;altro, una prospettiva storica dall&#8217;altra, non è di natura nazionale o etnica, ma più precisamente sociale, materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente nel caso della Sardegna questo problema investe direttamente anche la sfera giuridica e istituzionale. La condizione di dipendenza politica è necessaria (anche se non sufficiente) a perpetuare la nostra sottomissione economica, sociale e culturale. Il successo politico a livello italiano di alcuni sardi non è in contraddizione con questa lettura ma anzi ne è una conferma.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivare a spezzare il vincolo penalizzante della dipendenza politica sarà il coronamento di un processo di liberazione che dovrà avere il suo nucleo decisivo nell&#8217;innovazione dei modelli economici, nel mutamento dei rapporti di produzione, nel genere di relazioni sociali a cui sapremo dare vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso dell&#8217;autodeterminazione e dell&#8217;indipendenza politica può (e secondo me deve) essere declinato dentro questa cornice, che è una cornice propriamente emancipativa e dunque rivoluzionaria. Che non coincide affatto con quella che assume il discorso dell&#8217;indipendenza in maniera ideologica e come contrapposizione tra un generico e indistinto &#8220;noi&#8221; e un altrettanto generico e indistinto &#8220;loro&#8221;. Dall&#8217;autodeterminazione dei Sardi molti Sardi avranno parecchio da perdere. Non a caso esiste tanta ostilità verso tale prospettiva tra chi ha posizioni sociali e materiali che devono tutto alla condizione di dipendenza e subalternità.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste precisazioni sono indispensabili tanto per chiarire ciò che succede in questi giorni, quanto per evitare di aspirare o ancor peggio di avviare un processo di autodeterminazione solo nominale, banalmente sostitutivo di una classe padronale con un&#8217;altra. Sono i &#8220;<em>barones</em>&#8221; il nemico, non il re. Al re ci penseremo a suo tempo.</p>
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		<title>Recensione: C. PORCEDDA, M. BRUNETTI, Lo sa il vento. Il male invisibile della Sardegna, Milano, Edizioni Ambiente, 2011</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 15:36:51 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Recensione: C. PORCEDDA, M. BRUNETTI, Lo sa il vento. Il male invisibile della Sardegna, Milano, Edizioni Ambiente, 2011' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/03/12/recensione-c-porcedda-m-brunetti-lo-sa-il-vento-il-male-invisibile-della-sardegna-milano-edizioni-ambiente-2011/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">“L’ischit su bentu”, lo sa il vento, si dice in Sardegna, quando una risposta è impossibile da conoscere, o troppo imbarazzante per essere pronunciata. Lo sa il vento cosa sia il male invisibile della Sardegna, di cui si parla nel sottotitolo di questo libro. Un male che assume i tratti della malattia dello spirito, ma che ha cause molto materiali.<span id="more-215"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti sono due giornalisti free lance. Ossia, vivono del proprio lavoro senza essere organici ad alcuna testata. Sono liberi testimoni del nostro tempo, dunque. Una scelta già di per sé coraggiosa, anche in termini di (s)comodità economica. Il loro coraggio è confermato da quest’opera. Un reportage che affronta in termini unitari uno dei grandi problemi della Sardegna contemporanea: quello delle servitù. Non solo le servitù militari, ma anche quelle industriali e cementifere. E quelle spirituali. Un lungo, appassionante e sconvolgente racconto, pieno di fatti, di testimonianze, di voci e di silenzi, di dati e di ricostruzioni. La guerra in tempo di pace, le sperimentazioni, i veleni, il ricatto occupazionale, il clienelismo, l’ottusità politica, la devastazione ambientale, economica, sociale e culturale di vaste porzioni del nostro territorio sono presentati nei loro particolari, nei loro meccanismi e nei loro effetti.</p>
<p style="text-align: justify;">È un racconto, certo, ma senza la minima concessione alla fantasia. Quel che c’è di romanzesco in tutta la narrazione c’è perché sono romanzesche le vicende narrate. Il che non significa affatto che non siano reali. Tragicamente reali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per chi si occupa di storia e di politica sarda non si tratta di notizie inedite: molto di quanto si riporta è già balzato agli onori delle cronache, o fa parte delle “cose che si sanno anche se non se ne parla”. <span id="more-1740"></span>Per chi invece in questi anni si è distratto o banalmente non conosca la Sardegna, la lettura potrebbe suscitare un vero choc.</p>
<p style="text-align: justify;">È choccante ciò che si legge, ed lo è anche perché messo così, in fila, una storia appresso all’altra e tutto collegato, in un quadro generale che rende molto bene la situazione storica della Sardegna attuale. Questo è uno dei meriti fondamentali di questo lavoro: l’aver messo insieme dati, fatti, testimonianze solitamente sconnessi, separati, frammentati dalla contingenza della cronaca, sottratti alla corretta prospettiva. Che poi è sempre quella storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sguardo unitario dunque è una delle intuizioni decisive di questo libro. L’horror tour, proposto come di solito proponiamo ai visitatori il catalogo delle nostre meraviglie, è una specie di doccia fredda sulla retorica dell’orgoglio sardo. Quell’orgoglio da nazione fallita, da popolo sottomesso, che ci fa passare di continuo dalla più bieca depressione per le nostre condizioni storiche all’autoesaltazione per le bontà e le bellezze della nostra terra, senza la minima consapevolezza di noi stessi nello spazio e nel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Trattandosi di un lavoro giornalistico, sia pure svolto con una passione e un trasporto anche umano che inevitabilmente traspaiono, da <em>Lo sa il vento</em> non ci si può attendere ciò che non è lecito attendersi da un lavoro di cronaca: la proposta di una soluzione ai problemi raccontati. Sarebbe ingeneroso e fondamentalmente ingiusto aspettarsi da questo libro l’apertura di prospettive politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Nondimeno è un libro che interroga il lettore anche su quel piano. È inevitabile. La cornice concettuale in cui si inserisce la narrazione risente dell’egemonia culturale in cui siamo immersi e che tanti di noi hanno interiorizzato e ripropongono meccanicamente: il clichè della terra periferica e marginale, isolata e sempre dominata, perenne propaggine coloniale di qualcos’altro. Ma ne mette in luce anche alcuni elementi critici, ne rivela la struttura sottostante, erodendone in qualche misura la solidità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti i discorsi di verità, quello che si legge in questo libro puà risultare fastidioso, duro, indigesto, ma anche salutare. Essere messi davanti alla cruda realtà, senza autoassoluzioni di comodo, senza facili vie di fuga, è importante, se vogliamo recuperare un minimo di dignità collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Non saranno mai le forze politiche e sindacali che dominano la Sardegna per conto terzi e per proprio vantaggio a squarciare il velo di falsità, menzogne, luoghi comuni e paura che tengono i sardi soggiogati. Ed è bello che invece a provarci siano un giornalista sardo “di ritorno” e una giornalista sarda di adozione ma non di nascita. Entrambi con l’esperienza di un altrove da mettere sul piatto, con uno sguardo non provinciale, non subalterno, da gettare sulla realtà sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Uscito da qualche mese, e significativamente per una casa editrice non sarda, questo libro non è diventato un oggetto di grande discussione pubblica, né ha ricevuto recensioni sui mass media principali. Eppure è un libro di cui non si può fare a meno e a cui i lettori stanno comunque tributando qualche attenzione, sull’onda del passaparola. Merita di essere letto e di essere meditato, con una certa gratitudine.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno potrà accampare il pretesto di non essere informato, l’attenuante dell’ignoranza. A volte la risposta non è nel vento, ma nel coraggio di essere consapevoli di sé e di rivendicare non tutela o assistenzialismo, ma solo dignità, diritti e libertà. Noi lo sappiamo, cosa sia questo male invisibile eppure visibilissimo della Sardegna. E sappiamo anche quale sia la via di uscita da questo girone infernale nel quale ci stiamo rinchiudendo da noi. Si tratta di agire di conseguenza.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Recensione: C. PORCEDDA, M. BRUNETTI, Lo sa il vento. Il male invisibile della Sardegna, Milano, Edizioni Ambiente, 2011' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/03/12/recensione-c-porcedda-m-brunetti-lo-sa-il-vento-il-male-invisibile-della-sardegna-milano-edizioni-ambiente-2011/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Recensione: C. PORCEDDA, M. BRUNETTI, Lo sa il vento. Il male invisibile della Sardegna, Milano, Edizioni Ambiente, 2011' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/03/12/recensione-c-porcedda-m-brunetti-lo-sa-il-vento-il-male-invisibile-della-sardegna-milano-edizioni-ambiente-2011/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/03/12/recensione-c-porcedda-m-brunetti-lo-sa-il-vento-il-male-invisibile-della-sardegna-milano-edizioni-ambiente-2011/">Recensione: C. PORCEDDA, M. BRUNETTI, Lo sa il vento. Il male invisibile della Sardegna, Milano, Edizioni Ambiente, 2011</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>La percezione del danno</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/01/18/la-percezione-del-danno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 10:45:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[sardegna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre si stenta a capire qualcosa di definito sullo sconcertante disastro del litorale sassarese, su cui pure ancora qualche riflessione andrà fatta, non sembra suscitare reazioni significative un altro disastro: quello rappresentato dalla diffusione delle violenze contro privati e contro amministratori locali. Omicidi di varia matrice, bombe, fucilate intimidatorie si susseguono quotidianamente, passando a ciclo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2011/01/18/la-percezione-del-danno/">La percezione del danno</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La percezione del danno' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/01/18/la-percezione-del-danno/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Mentre si stenta a capire qualcosa di definito sullo sconcertante <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/marea-nera-per-la-capitaneria-il-mare-e-pulito-resta-lemergenza-spiagge-foto/3206418" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >disastro del litorale sassarese</a>, su cui pure ancora <a href="http://www.michelamurgia.com/di-cose-sarde/ambiente/cappellacci-e-lidea-di-sviluppo" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >qualche riflessione</a> andrà fatta, non sembra suscitare reazioni significative un altro disastro: quello rappresentato dalla diffusione delle violenze contro <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/olbia-una-bomba-per-uccidere-distrutto-un-pub-nella-notte-foto/3206383" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >privati</a> e contro <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/nuova-notte-di-spari-a-ottana-colpita-la-casa-di-un-assessore/3206406" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >amministratori locali</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Omicidi di varia matrice, bombe, fucilate intimidatorie si susseguono quotidianamente, passando a ciclo continuo dalla realtà alla cronaca e poi, immediatamente, al dimenticatoio.<span id="more-319"></span></p>
<p style="text-align: justify;">È come se all’inquinamento ambientale e spirituale cui soggiaciamo a proposito delle nostre aree industriali si sommasse un’altra forma di inquinamento, forse addirittura più subdolo, di cui non merita preoccuparsi: l’inquinamento civile, culturale e politico della nostra vita associata.</p>
<p style="text-align: justify;">Magari mi sbaglio, ma mi pare di non vedere in alcuna sede una presa di posizione sistemica, uno sguardo d’insieme su questo fenomeno degenerativo. Eppure i numeri sembrano parlare di un superamento della dose minima fisiologica. Pur nella generale considerazione che la Sardegna mantiene un tasso di criminalità <a href="http://www.sardegnastatistiche.it/index.php?xsl=672&amp;s=12&amp;v=9&amp;c=5042&amp;subnodo=326&amp;p=0" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >relativamente basso</a>.<span id="more-680"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Cos’è che rende appetibile la minaccia violenta, cos’è che fa sembrare utile e opportuno mettere una bomba su un davanzale o su un portone, che fa apparire una scelta giustificata l’incendio di un’auto, le fucilate contro le finestre di una casa o il portone di un municipio? I vantaggi che si ritiene di poterne trarre? L’alta probabilità di farla franca?</p>
<p style="text-align: justify;">A volte si legge ancora facilmente qualche allusione alla <em>balentia</em>, come molla culturale, come giustificazione antropologica di certi atti. Ma è un cliché che appare sempre meno credibile, di certo non applicabile alla generalità dei casi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel contesto di un accentuato particolarismo, questi fenomeni patologici trovano terreno fertile. La disgregazione sociale cui la Sardegna è sottoposta da tempo è funzionale ai clientelismi che ne tengono in piedi l’apparato di potere. La mancanza di una diffusa consapevolezza comune, di una percezione solida della propria ubicazione nel mondo, sia in senso geografico sia storico, lasciano ampio spazio a dinamiche autolesioniste, a egoismi individuali e di categoria, a familismi amorali, a rapporti basati sul legame diretto, personale, quasi feudale, tra chi può distribuire favori e chi sente il bisogno di riceverli. Così come in tale situazione è spontaneo privilegiare le soluzioni “dietro le quinte”, gli accordi, le mediazioni extragiuridiche, per qualsiasi rapporto, per qualsiasi contenzioso, lecito o illecito che sia.</p>
<p style="text-align: justify;">Fenomeni spiegabili come lascito di un lungo periodo di oblio di noi stessi in quanto collettività. L’eredità di una visione del mondo in cui noi e la nostra terra non abbiamo un valore intrinseco, da difendere o accrescere; in cui le regole cui dobbiamo conformare la nostra condotta sono un pro forma, una cappa impositiva esogena, che non ci appartiene e alla quale in fondo non è sensato prestare sul serio obbedienza e rispetto. Il tutto accentuato dal clima generale in cui versa l’Italia, da noi assorbito  sotto forma di ricezione passiva attraverso i mass media.</p>
<p style="text-align: justify;">Non escludo affatto, dunque, che una delle cause profonde di questa degenerazione sia il dover rispondere a  una sfera generale di significati di cui non ci sentiamo parte a pieno titolo, a un insieme di regole sociali, oltre che giuridiche, che fanno corto circuito a contatto con l’armamentario mentale diffuso, con una memoria bio-storica che ci denota, anche a nostra insaputa. Così come è comunque, quasi nostro malgrado, profondamente problematico il doversi adeguare a modelli calati dall’alto e da fuori, cui prestiamo fede anche e soprattutto perché ritenuti migliori per propria natura di qualsiasi cosa possiamo concepire come nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che questo estraniamento si traduce poi in una mancanza di punti di riferimento saldi, tanto nella nostra vita privata quanto nelle nostre interazioni con la sfera pubblica. E tutto rischia di ridursi a una lotta tra clan, a una guerra per bande, dalla minima faccenda personale alle discussioni intellettuali più sofisticate.</p>
<p style="text-align: justify;">La coesione sociale è ciò che salva le collettività nei momenti difficili, quella che fa accettare sacrifici, che fa mantenere la rotta del senso di appartenenza e del senso del percorso insieme agli altri. Coesione sociale che in Sardegna latita pericolosamente e su cui la politica ha il dovere di intervenire, benché forse oggi come oggi non ne abbia né la volontà né gli strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nondimeno, è indispensabile parlarne e affrontare il mostro senza abbassare lo sguardo e senza arrenderci al suo aspetto orrendo. Il mostro è tra noi, è dentro di noi, siamo noi. E solo noi potremo sciogliere l’incantesimo di passività che ci avvince.</p>
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		<title>Siamo sicuri?</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2009/05/27/siamo-sicuri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2009 09:52:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[economia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[industria sarda]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Moratti]]></category>
		<category><![CDATA[morti sul lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[piano di rinascita]]></category>
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		<category><![CDATA[SARAS]]></category>
		<category><![CDATA[subalternità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri è successo un incidente sul lavoro. Sono morte tre persone. È successo nella più grande raffineria del Mediterraneo. Il complesso industriale è di proprietà della famiglia milanese dei Moratti. La società cui fa riferimento tale complesso industriale è la SARAS. La SARAS e i Moratti sbarcano in Sardegna negli anni Sessanta, grazie ai finanziamenti...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Siamo sicuri?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2009/05/27/siamo-sicuri/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p align="justify">Ieri è successo un <a href="http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/incidenti-lavoro-3/sardegna-tre-morti/sardegna-tre-morti.html" target="_blank" rel="nofollow" >incidente sul lavoro</a>. Sono morte tre persone. È successo nella più grande raffineria del Mediterraneo. Il complesso industriale è di proprietà della famiglia milanese dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Moratti" target="_blank" rel="nofollow" >Moratti</a>. La società cui fa riferimento tale complesso industriale è la SARAS.<span id="more-433"></span></p>
<p align="justify">La SARAS e i Moratti sbarcano in Sardegna negli anni Sessanta, grazie ai finanziamenti derivanti dalla Legge 588 del 1962, il cosiddetto Piano di Rinascita. La famiglia Moratti contemporaneamente finanziava più o meno direttamente la squadra di calcio del Cagliari, consentendo che essa si affermasse nel panorama sportivo italiano, fino a vincere il campionato di serie A del 1970. Parallelamente, l’altro capitano di industria dedito agli investimenti (con soldi pubblici) in Sardegna, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nino_Rovelli" target="_blank" rel="nofollow" >Nino Rovelli</a>, finanziava la squadra di basket del capoluogo sardo, tanto da portarla sino ai play-off del massimo campionato cestistico italiano.</p>
<p align="justify">Ma cosa venivano a fare i Moratti e i Rovelli in Sardegna? Perché sembrava vantaggioso impiantare industrie pesanti, chimiche o petrolchimiche, nel contesto di un tessuto produttivo largamente pre-industriale, a vocazione prevalente agro-alimentare e, allora ancora in prospettiva, turistica? E perché tale investimento doveva sembrare vantaggioso anche allo Stato italiano, che lo favoriva e finanziava? Be’, una risposta la si trova nella relazione di maggioranza della Commissione parlamentare di inchiesta presieduta dal senatore <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Medici" target="_blank" rel="nofollow" >Giuseppe Medici</a>, commissione che concluse i suoi lavori nel 1972. Era una <a href="http://old.ca.camcom.it/risorse/sardecon/2-2002/se2-02d.htm" target="_blank" rel="nofollow" >commissione dedicata alla criminalità in Sardegna</a> (problema allora piuttosto difficile da gestire, per gli apparati di controllo e repressione dello Stato), le cui conclusioni individuavano nel settore produttivo agro-pastorale e nella cultura ad esso legata la causa prima dei fenomeni di devianza sardi. Causa che quindi era necessario rimuovere (insieme alle sue sovrastrutture e all’universo simbolico che ne scaturiva) per poter risolvere alla radice il problema. Soluzione ideale era quella di imporre sul territorio interessato una cultura diversa, fondata su un sistema produttivo radicalmente alternativo a quello vigente. Da lì nacque il cosiddetto Secondo Piano di Rinascita e venne impiantato il complesso chimico di Ottana (NU).</p>
<p align="justify">Ciò che si evince dai risultati della commissione Medici fa luce anche sui motivi che avevano spinto lo Stato a privilegiare l’industralizzazione pesante dell’Isola: la necessità di gestire una situazione sociale, economica, culturale che minacciava di sfuggire al controllo. Ossia, il progresso economico e civile dei sardi non fu mai lo scopo principale di tali operazioni, se non in via indiretta ed eventuale. La depressione culturale, demografica e produttiva in cui versava la Sardegna ancora nel secondo dopo-guerra, nonostante l’estirpazione radicale della malaria a base di dosi massicce di DDT (grazie ai denari della Fondazione Rockfeller, ricordiamolo, non certo per intervento diretto dello Stato italiano) non aveva prodotto alcuna conseguenza positiva. Il comparto turistico era di là da sviluppare, il sistema bancario da diffuso e tendenzialmente di tipo cooperativistico che era (con una tradizione secolare alle spalle) fu trasformato in un sistema monopolistico (fondazione del Banco di Sardegna, banca statale: 1953), il comparto agro-pastorale, dopo una prima intenzione di favorirlo sugli altri settori economici, era stato abbandonato a vantaggio delle industrie pesanti.</p>
<p align="justify">Il fallimento totale di tutto l’impianto strategico dei Piani di Rinascita e i loro limiti culturali e ideologici  sono ormai evidenti a tutti, a voler esercitare un minimo di onestà intellettuale e politica. Quel che è rimasto, dopo le chiusure degli impianti di Porto Torres e di Ottana e lo smantellamento in atto del polo industriale del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, è appunto il complesso petrolchimico della SARAS di Sarroch (CA). L’intera popolazione della zona vive di petrolchimico, direttamente o per l’indotto. Posti di lavoro, dunque. Posti di lavoro la cui retribuzione può essere considerata sufficiente solo in una zona dal costo della vita relativamente basso (fino a qualche tempo fa) e senza grandi alternative economiche. Il costo complessivo di questo compromesso è stato a lungo accettato: devastazione ambientale pressoché irrimediabile, salute pubblica a rischio (vedasi <em>affaire</em> centraline &#8220;taroccate&#8221; di qualche mese fa e i ripetuti incidenti a depuratori e scarichi vari), pericolosità del lavoro. In proposito, da qualche mese, sta circolando semi-clandestinamente un bel documentario autoprodotto, intitolato <em>Oil</em>, di Massimiliano Mazzotta: un’inchiesta puntuale e circostanziata sulla SARAS di Sarroch e quel che succede intorno ad essa. Film a rischio scomparsa, vista la richiesta di sequestro formulata dalla SARAS medesima (il che, se ce ne fossero, dirada i dubbi sulla portata del lavoro documentaristico, evidentemente troppo ben fatto!). L’insostenibilità della situazione, che vede i costi scaricati su popolazione e territorio in base ad un chiaro ed esplicito ricatto occupazionale, a fronte di profitti largamente dirottati lontano dalla Sardegna (parte dei quali reinvestiti in <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Inter" target="_blank" rel="nofollow" >imprese sportive</a>), diventa ogni giorno più evidente. Il territorio ha una vocazione agricola e turistica di grandissimo valore potenziale, ancora inespresso. Le alternative alla morte sul lavoro o alle malattie diffuse per qualche busta paga da 900/1000 euro al mese esistono.</p>
<p align="justify">Per quanto ancora la situazione potrà rimanere immutata? Siamo sicuri che il futuro della zona e dell’intera Sardegna sia legato a industrie obsolete, pesantemente inquinanti e pericolose per la popolazione? Siamo sicuri che non sia possibile un altro modo di vivere e di rapportarsi con la terra che ci ospita? Siamo sicuri che valga la pena di accettare la deprivazione economica, culturale e civile generata dai meccanismi distruttivi del capitalismo più bieco? Siamo sicuri che esista ancora una dignità collettiva da difendere e, se sì, che la strada intrapresa sia quella giusta? Siamo sicuri che stiamo restituendo ai nostri figli e nipoti un bene insostituibile che avevamo in prestito da loro e che dovevamo mantenere integro? Siamo sicuri?</p>
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