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	<title>Girolamo Sotgiu Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Dell&#8217;uso politico della storia e di chi lo fa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2017 20:56:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La disciplina storica aspira alla massima correttezza scientifica, ma non può fare a meno di sconfinare nel territorio della politica. Bisogna vedere come lo fa. Una caratteristica della storiografia sarda accademica è la propensione alla prudenza politica. È una caratteristica pressoché innata, dovuta alla sua natura (per lo più) di voce organica all&#8217;apparato di dominio...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2017/01/15/delluso-politico-della-storia-e-di-chi-lo-fa/">Dell&#8217;uso politico della storia e di chi lo fa</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Dell&#039;uso politico della storia e di chi lo fa' data-link='https://sardegnamondo.eu/2017/01/15/delluso-politico-della-storia-e-di-chi-lo-fa/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h3 style="text-align: justify;">La disciplina storica aspira alla massima correttezza scientifica, ma non può fare a meno di sconfinare nel territorio della politica. Bisogna vedere come lo fa.<span id="more-2494"></span></h3>
<p style="text-align: justify;">Una caratteristica della storiografia sarda accademica è la propensione alla prudenza politica. È una caratteristica pressoché innata, dovuta alla sua natura (per lo più) di voce organica all&#8217;apparato di dominio vigente nell&#8217;isola, di cui l&#8217;organizzazione del sapere in Sardegna fa parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche le voci più autorevoli, ascrivibili all&#8217;ambito progressista e di sinistra, hanno sempre mantenuto una condotta di ligia lealtà al partito di riferimento e/o agli apparati del potere culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il che si è quasi sempre tradotto in un conservatorismo di fatto e in posizioni politiche centraliste, a volte apertamente anti-sarde, regolarmente ostili verso ambiti politici estranei agli assetti politici dominanti in Italia, specie se di matrice sardista o indipendentista.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dipende tanto, o non solo, dalla cattiva preparazione o dalla soggettiva disonestà dei singoli storici, ma &#8211; a monte &#8211; dal tipo di selezione che l&#8217;egemonia culturale nazionalista italiana ha sempre svolto in quest&#8217;ambito di studi.</p>
<p style="text-align: justify;">A tale &#8220;pressione ambientale&#8221; gli storici sardi hanno sempre risposto &#8211; in perfetta consonanza con le più tipiche dinamiche coloniali &#8211; presentandosi come quelli più realisti del re.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle preoccupazioni più insistenti della storiografia isolana, dunque, è da sempre quella di costruire una narrazione delle vicende sarde che non metta in discussione la necessità della dipendenza dell&#8217;isola da un centro di potere esterno.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal fine si è sviluppata una notevole capacità di filtro e di aggiustamento delle fonti, di ricostruzione tendenziosa dei fatti, di omissione o sminuizione dei processi storici più problematici.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli esempi in questo senso sono molteplici e hanno sempre goduto di buona stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sto parlando di fenomeni del passato, ormai superati da una maggiore consapevolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo come ennesimo esempio una pubblicazione di questi ultimi mesi, il notevole volume pubblicato da Ilisso, di Nuoro, sulla Brigata Sassari (AAVV., <em>La Brigata Sassari. Storia e mito</em>, 2016).</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente <a href="https://sardegnamondo.eu/2013/06/03/la-memoria-e-il-rispetto/">il tema della Brigata Sassari</a> è uno dei più sensibili, è uno dei pilastri portanti del nostro mito identitario subalterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricostruirne storicamente le vicende, il retroterra, il contesto, ecc. è un&#8217;operazione senz&#8217;altro meritoria, per altro da tempo auspicata. Non è nemmeno in discussione la preparazione e la qualità soggettiva degli autori. Perciò questa pubblicazione ha una rilevanza indubbia, nel panorama storiografico di questi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi però ne leggiamo l&#8217;apparato di presentazione e il lancio di stampa e ci appaiono sotto gli occhi, per l&#8217;ennesima volta, le solite, trite cornici concettuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a href="http://www.ilisso.it/il-valore-dei-sardi-tra-storia-e-mito-brigata-sassari/" target="_blank"  rel="nofollow" >sito dell&#8217;editore</a>, ad esempio, possiamo leggere questa nota (grassetto mio):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Uno studio particolare e inedito, volto a far luce sulla storia complessiva di questi “intrepidi” che tanto si distinsero da assurgere, attraverso le loro <strong>gesta eroiche</strong>, ad autentico mito e che <strong>oggi continuano a distinguere questa istituzione</strong>, composta da un numero ristretto e qualificato di <strong>professionisti</strong>, in <strong>operazioni di pace</strong> oltre al territorio nazionale.<br />
Sedici qualificati autori ripercorrono in questo libro composito i molteplici aspetti che hanno contribuito a fare grande e a tramandare il mito dei Diavoli Rossi.<br />
Una lettura multidisciplinare, oltre 250 tra fotografie, cartoline, riproduzioni di cimeli e documenti, frutto della ricerca nei principali archivi pubblici privati ne fanno un’opera che restituisce in toto <strong>un segmento importante della storia nazionale</strong> della Grande Guerra <strong>indissolubilmente legata all’identità del popolo sardo</strong>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">È evidente quale sia il contesto ideologico di riferimento. Un&#8217;opera presentata come utile a estrarre le vicende della Brigata Sassari dal mito che invece (secondo questa interpretazione) ce le riprecipita senza pietà.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa continuità storica istituita tra i fanti sardi della Prima guerra mondiale (sempre <em>intrepidi</em>, sia chiaro, guai a non sottolinearlo) e l&#8217;attuale formazione della Brigata Sassari è un&#8217;operazione che suona sgradevolmente propagandistica.</p>
<p style="text-align: justify;">A corredo di questa presentazione fatta direttamente dall&#8217;editore aggiungo il pezzo giornalistico che ne da conto, tratto da SardiniaPost (anche qui, grassetto mio):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;] la storia di questo <strong>manipolo di “intrepidi”</strong> non accetta semplificazioni, non può essere letta separatamente dalla storia della Sardegna. É [sic!] la metafora di un popolo che ha dovuto fare tanta strada, versare tanto sangue <strong>per essere accettato a pieno titolo fra quelli “civili”</strong>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E ancora:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La storia della Brigata Sassari ci indica una strada che non ti aspetti, lontana dalla retorica della guerra e della morte. Ci indica anzi un <strong>percorso di riscatto</strong> sintetizzato dal loro <strong>grido di battaglia,</strong> <strong>oggi fatto ostaggio dalla politica</strong>. Un grido che, se lo liberiamo dalle catene della <strong>strumentalizzazione a buon mercato</strong>, è la strada su cui possiamo costruire, se lo vorremo, il nostro futuro di popolo: forza [sic!] paris, avanti insieme.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, si tratta sempre di un materiale scottante, che non si riesce a maneggiare senza opportuni accorgimenti, incastrandolo forzatamente dentro categorie politiche rassicuranti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra che nessuna conoscenza storica relativa alla Sardegna possa essere lasciata libera di dispiegare le sue connotazioni, i suoi richiami, l&#8217;intero spettro di senso che racchiude.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna sempre imbrigliarla e ammansirla, condurla su una strada prestabilita.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi vengono in mente, in proposito, i timori di Girolamo Sotgiu, espressi quando dovette scrivere la sua versione dei fatti rivoluzionari sardi e in particolare della famosa giornata del 28 aprile 1794 (<em>Storia della Sardegna sabauda</em>, Laterza, 1984, pag. 162).</p>
<p style="text-align: justify;">Sotgiu esprimeva il timore che il racconto di tali fatti potesse essere strumentalizzato politicamente. Ma non in termini generici, quanto in direzione di una critica radicale agli assetti politici vigenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La percezione di quanto la conoscenza stessa delle nostre vicende storiche più significative possa risultare politicamente imbarazzante per l&#8217;assetto di dipendenza e di sottomissione della Sardegna odierna è una costante della storiografia sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo il timore di Girolamo Sotgiu si è sempre tradotto in realtà, ma col segno rovesciato. La storia sarda è sempre stata strumentalizzata politicamente in direzione della sottomissione dell&#8217;isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo schema favorito delle ricostruzioni storiche istituzionali, entrato nel senso comune di tanti sardi, è che la colpa dei problemi strutturali della Sardegna è dei sardi medesimi, del popolo sardo, in quanto inadeguato, arretrato, barbaro. Per questo (giustamente) sempre sconfitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non entrano in discussione né i fattori storici generali, né il ruolo delle élite dominanti sarde, riprodottesi di epoca in epoca e prosperate sempre all&#8217;ombra di un potere esterno che le ha selezionate e garantite.</p>
<p style="text-align: justify;">È un rovesciamento &#8211; evidentemente di comodo &#8211; delle responsabilità politiche e dei rapporti di classe dell&#8217;epoca contemporanea. Funzionale dunque alla perpetuazione dell&#8217;assetto di dominio emerso dalla sconfitta della Rivoluzione sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è dunque il motto dei sassarini al fronte (Fortza paris!) ad essere in pericolo di &#8220;strumentalizzazioni a buon mercato&#8221;, ma l&#8217;intera vicenda della Brigata e in generale tutta la storia sarda nel suo complesso, in particolare riguardo alle epoche più recenti.</p>
<p style="text-align: justify;">A maggior ragione emerge come un segnale di segno contrario la recente <a href="http://www.democraziaoggi.it/?p=4723" target="_blank"  rel="nofollow" >riflessione di Andrea Pubusa</a> (giurista, non storico, com&#8217;è evidente, ma civilmente impegnato) a proposito del <a href="http://www.manifestosardo.org/carlo-felice-e-i-tiranni-sabaudi/" target="_blank"  rel="nofollow" >libro di Francesco Casula</a> sui rapporti tra la Sardegna e i Savoia.</p>
<p style="text-align: justify;">Libro questo decisamente militante, ma in termini espliciti, non mistificatori né falsamente neutrali. E, in ogni caso, un testo ampiamente documentato e dall&#8217;impianto metodologico e narrativo difficilmente contestabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Una risposta alla pavidità e alla cortigianeria tipiche di gran parte della storiografia ufficiale sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;opera del prof. Casula, naturalmente, è meritoria. Ma è proprio il fatto che anche settori della società civile sarda più qualificata &#8211; di solito anch&#8217;essi organici all&#8217;apparato politico dominante &#8211; facciano qualche passo sulla strada di una diversa lettura delle nostre vicende collettive ad essere un segnale positivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi spingo fino a illudermi che abbia finalmente perso consistenza <a href="https://sardegnamondo.eu/2013/06/29/stereotipi-identitari-autodeterminazione-ruolo-degli-intellettuali-avvio-dibattito/">la mia valutazione del ruolo degli intellettuali sardi contemporanei</a>, ma credo di poter fare uno sforzo di ottimismo.</p>
<p style="text-align: justify;">È questo &#8211; insieme ad altri &#8211; un segnale di possibile ricostruzione di un tessuto culturale e civile meno subalterno e giustificazionista, più democratico ed emancipativo, anche in ambiti fin qui tiepidi verso una messa in discussione degli assetti politici attuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo valore consiste nell&#8217;essere appunto esterno ai soliti circoli politici e sociali che fin qui hanno animato il dibattito e la mobilitazione a favore del nostro riscatto democratico collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Riscatto democratico che è l&#8217;interesse principale e necessario di chiunque sull&#8217;isola non intenda morire dell&#8217;agonia coloniale che contraddistingue questo scorcio della nostra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Una necessaria condizione preliminare di qualsiasi discorso più ampio di autogoverno e autodeterminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà che questi segnali non si traducano presto anche in un miglioramento (qualitativo e quantitativo) della nostra storiografia.</p>
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		<title>Instrumentum regni</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/03/17/instrumentum-regni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2014 10:28:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Fracesco Cesare Casula]]></category>
		<category><![CDATA[Girolamo Sotgiu]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sull’Unione di oggi appare un sorprendente appello al nuovo presidente della Regione sarda, da parte di un noto storico, il professor Francesco Cesare Casula. Sorprendente, perché non è usuale che ci si rivolga a un governo “regionale” per perorare la promozione dello studio della storia. Ma questo se vogliamo è il meno. Ciò che colpisce...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Instrumentum regni' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/03/17/instrumentum-regni/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://3.bp.blogspot.com/-UQnYFJnsDG8/UnTPtodXPlI/AAAAAAAAAHw/AEuj6k-CriE/s1600/historia-est-magistra-vitae.png" alt=""/></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading">Sull’Unione di oggi appare un <a href="http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=252464&amp;v=2&amp;c=1489&amp;t=1" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >sorprendente appello</a> al nuovo presidente della Regione sarda, da parte di un noto storico, il professor Francesco Cesare Casula. Sorprendente, perché non è usuale che ci si rivolga a un governo “regionale” per perorare la promozione dello studio della storia. Ma questo se vogliamo è il meno. Ciò che colpisce dell’appello del prof. Casula è il contenuto. Si richiede infatti al presidente neoeletto di farsi carico non solo della diffusione degli studi storici, ma anche di una certa impostazione dei medesimi.<span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> <br /></span></h3>



<span id="more-99"></span>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">A chi non conoscesse il lavoro di Francesco Cesare Casula e le sue tesi (quelle condensate nel suo appello odierno), per farsene un’idea basterà leggere quanto segue, tratto dall’introduzione di una sua pubblicazione abbastanza nota, <em>La</em> <em>Storia di Sardegna </em>(1994):<br /><span id="more-3512"></span></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Le potenzialità di simili affermazioni sono, per noi, politicamente e socialmente intuibili sia nella contrattazione col governo centrale che nella comparazione col resto della Nazione, perché rivoluzionano la vecchia filosofia sardista della diversità dei Sardi e ci sganciano dalla riduttiva “questione meridionale” facendoci guadagnare quella specialità che pochi spiegano e, quindi, strumentalizzano. L’essere considerati, anche solo a livello scolastico, la regione d’Italia dove nacque e si sviluppò quel regno che ha dato origine all’Italia stessa, equivale ad eliminare o, comunque, a stemperare con l’implicito diritto alla continuità territoriale quel dualismo di tipo coloniale dello scontro tra ordinamenti esterni dominanti e cultura interna soggetta che condiziona lo spirito autonomistico dei Sardi &nbsp;fino a spingerli, talvolta, a ideologie radicali come l’indipendentismo o, addirittura, il separatismo.</p>
</blockquote>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Difficile condensare tante forzature di metodo e di merito in così poche righe. Una prestazione retorica degna di miglior causa, a cui però <a href="http://sardegnamondo.blog.tiscali.it/2010/02/18/164/?doing_wp_cron" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >ho già dedicato </a><a href="https://sardegnamondo.eu/2010/02/18/che-ci-stiamo-a-fare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qualche</a><a href="http://sardegnamondo.blog.tiscali.it/2010/02/18/164/?doing_wp_cron" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" > obiezione</a>, che non ripeterò in questa sede. Merita invece qualche considerazione l’aspettativa, che evidentemente al prof. Casula sembra legittima, di usare la storia come <em>instrumentum regni</em>, di fare dello studio storico un elemento di manipolazione delle coscienze (dei ragazzi in età scolare) per raggiungere obiettivi politici. Si dirà: bella scoperta! non è sempre stato così? la Storia non è sempre scritta dal vincitore a proprio uso e consumo? Be’, sì e no. Non è vero che le cose stiano proprio così e non è nemmeno vero che il “vincitore” abbia sempre così tanta mano libera nel piegare il racconto dei fatti al proprio tornaconto politico, a meno che non lo soccorra la complicità degli sconfitti (il che accade, intendiamoci).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Del resto in Sardegna di queste derive manipolatorie delle costruzioni mitologiche, fondate su elementi storici giustapposti ad arte, ne sappiamo qualcosa. Siamo un clamoroso caso di studio, anzi, se proprio vogliamo mettere l’accento su questo aspetto. Tuttavia cito questo caso di oggi perché mi ha fatto tornare in mente alcune parole di un altro storico sardo, certamente non meno noto e forse più influente ancora di Casula medesimo: Girolamo Sotgiu. Nel suo <em>Storia della Sardegna sabauda</em> (1984; per altro, lettura fortemente consigliata), subito prima di narrare la cacciata dei piemontesi e la fase più acuta della Rivoluzione sarda (anni 1794-6), Sotgiu apre un curioso inciso, che vale la pena di rileggere:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Bisogna evitare, nel rispondere a questi interrogativi [sulle vere intenzioni di Giovanni Maria Angioy e sul senso del suo disegno rivoluzionario, Nota mia], di proiettare nel passato problematiche che sono proprie del nostro tempo, e di ridurre, perciò entro schemi precostituiti una realtà che si sviluppava secondo linee non del tutto prevedibili, tanto più che il rifiorire, oggi, in certi settori dell’opinione pubblica, ma anche a livello colto, di tendenze fortemente critiche nei confronti dell’organizzazione politica dello Stato unitario, potrebbe indurre a riproporre come attuali polemiche […] che hanno avuto significato in quella fase del risorgimento nella quale era centrale la lotta per l’indipendenza e la conquista di un regime costituzionale. (pp.162-3)</p>
</blockquote>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Anche a Sotgiu pareva pericoloso lasciare mano libera alle interpretazioni di un’opinione pubblica che egli (che scriveva queste parole in pieno “vento sardista”) vedeva troppo permeabile a istanze di tipo indipendentista. È un inciso decisamente criptico per qualsiasi lettore che non abbia ben presenti contesto di riferimento e connotazioni implicite, e risulta particolarmente stravagante nella trattazione, di solito sobria, di Sotgiu stesso.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il confronto tra i due passi, espressione della visione politica di due storici, uno conservatore (Casula) l’altro di estrazione comunista (Sotgiu), colpisce per la comune idiosincrasia verso le istanze di emancipazione storica dei sardi. L’invito, fatto in termini diversi da entrambi, a fare della storia uno strumento di controllo dell’opinione pubblica o attraverso l’imposizione di una visuale precostituita o per sottrazione di senso alle stesse vicende storiche raccontate, ci offre una dimostrazione concreta di quanto sia importante studiare la storia e di quanto sia pericoloso farne un uso strumentale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non può essere la politica a stabilire quanta e quale storia insegnare. Non può essere la preoccupazione di preservare lo status quo (questo sì, caro a entrambi gli storici citati) a far decidere se e come i sardi debbano conoscere il proprio passato (e dunque il proprio presente).&nbsp;</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Della conoscenza della nostra storia abbiamo bisogno, questo è il fatto. Il problema non è che storia conosciamo e come, ma che non la conosciamo affatto. E quella poca che conosciamo è troppo spesso piegata a strumento di consolidamento dell’assetto di potere vigente. Gli schemi precostituiti stigmatizzati da Sotgiu sono precisamente quelli dentro i quali da troppo tempo è stata costretta e soffocata la storiografia sarda. Una storiografia provinciale, autoreferenziale, ostile al confronto internazionale e tributaria della storiografia dominante italiana (di per sé giacobina e nazionalista, tanto nel suo versante conservatore, quanto in quello marxista).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In chiusura, mi sento di esprimere anche un’ulteriore preoccupazione. La Sardegna è stata consegnata dalle ultime elezioni al nuovo regime italiano in fase di edificazione. Luogo di sperimentazione politica (con il successo – per chi l’ha voluta – della legge elettorale regionale iper fascista) e al contempo vittima sacrificale dell’ennesima incarnazione della biografia nazionale italiana (vedi <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Gobetti" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >Gobetti</a>), l’isola si trova oggi in prossimità di una accelerazione dei suoi processi storici. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Essi possono condurre o verso un orizzonte di emancipazione collettiva e di riscatto materiale e morale, ovvero verso la decadenza e l’impoverimento economico, culturale e demografico definitivo. Appellarsi alle forze che si accingono a governare questa fase come se avessero a cuore la prima possibilità sarebbe a dir poco ingenuo. E infatti non è sicuramente quello che si aspetta il prof. Casula. Per questo ci sono vaghe possibilità che venga ascoltato. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La richiesta di un impegno politico nella acculturazione dipendente e dipendentista delle nuove generazioni sarde ha una certa probabilità di essere soddisfatta. E questo forse accontenterebbe tanto Girolamo Sotgiu, se fosse ancora vivo, quanto lo schizzinoso ambito accademico sardo nel suo complesso (una componente del quale si sta oggi insediando al potere in Sardegna, come garante della conservazione). Di sicuro però non risponde affatto alle nostre più stringenti necessità, né a quelle culturali, di recupero e condivisione di una memoria collettiva sana, matura (non depressa né esaltata), né a quelle materiali e politiche. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non è come figli di una storia minorizzata che acquisiremo una soggettività collettiva finalmente dispiegata, o potremo imporre il rispetto dei nostri diritti, o esercitare la nostra responsabilità su noi stessi e il nostro territorio. Ma questo, a chi importa?</p>
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		<title>Di cosa si parla quando si parla di Sardegna (2. Sardegna e Italia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jun 2007 13:19:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[lingua sarda]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
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		<category><![CDATA[egemonia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[F.C. Casula]]></category>
		<category><![CDATA[Girolamo Sotgiu]]></category>
		<category><![CDATA[linguistica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[linguistica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Loi-Corvetto]]></category>
		<category><![CDATA[metodo storico]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[storiografia sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di Sardegna in ambiti teorici generali (in un testo storico, in una trasmissione televisiva, in un dibattito letterario, ecc.) ci si imbatte facilmente in eufemismi, in definizioni vaghe al limite dell’insignificanza, in imbarazzanti tentativi di &#8220;politicamente corretto&#8221;, che di solito rendono confuso il discorso o, spesso a dispetto delle intenzioni, ne accentuano...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Di cosa si parla quando si parla di Sardegna (2. Sardegna e Italia)' data-link='https://sardegnamondo.eu/2007/06/12/di-cosa-si-parla-quando-si-parla-di-sardegna-2-sardegna-e-italia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p align="justify">Quando si parla di Sardegna in ambiti teorici generali (in un testo storico, in una trasmissione televisiva, in un dibattito letterario, ecc.) ci si imbatte facilmente in eufemismi, in definizioni vaghe al limite dell’insignificanza, in imbarazzanti tentativi di &#8220;politicamente corretto&#8221;, che di solito rendono confuso il discorso o, spesso a dispetto delle intenzioni, ne accentuano gli aspetti pregiudiziali. <span id="more-506"></span></p>
<p align="justify">Si parla con disarmante facilità di &#8220;popolo sardo&#8221;, di &#8220;rilevante patrimonio culturale&#8221;, di specificità, di particolarità storiche, senza dare il minimo peso al significato e alle connotazioni di ciascuna di tali espressioni, ovvero si scantona nel pressappochismo attribuendo arbitrariamente a contesti storici e culturali generali quanto invece è propriamente specifico, ovvero ancora negando o sminuendo eventi e processi anche strutturali e significativi ma propriamente sardi che mal si adatterebbero al disegno generale in cui bisogna inserirli.</p>
<p align="justify">Qual è l’origine di tali fraintendimenti ed omissioni?</p>
<p align="justify">Fondamentalmente si tratta di un’origine ideologica, su cui vale la pena indagare: la forzata italianizzazione nelle ricostruzioni teoriche dei processi storici, culturali, politici della Sardegna.</p>
<p align="justify">Come si sa, la problematica unificazione politica dell’Italia ebbe la caratteristica quasi paradossale di essere stata guidata da un ceto dominante ben poco filo-italiano, come quello piemontese, per di più alla guida di una compagine statuale (il Regno di Sardegna) le cui origini, le cui vicende e le cui strutture socio-economiche e culturali, non solo erano quanto mai eterogenee al suo interno (dove si giustapponevano senza integrarsi Sardegna e possedimenti continentali dei Savoia), ma ancor meno si conciliavano con quelle degli stati della penisola italica. Questo ha comportato che dopo aver fatto l’Italia si dovevano ancora fare gli italiani. La sovrastruttura ideologica, con cui si sono giustificate e poi difese e consolidate l’unificazione dell’Italia e le dinamiche socio-economiche su cui essa è incardinata, ha orientato l’intellettualità italica verso il reperimento di una storia comune da porre alla base dei processi politici in corso. Tale produzione ideologica, dopo la crisi degli anni Sessanta-Ottanta del Novecento, ha ripreso vigore ed è in corso ancora oggi.</p>
<p align="justify">Come si inserisce la Sardegna in tale contesto? Certamente in modo problematico. Rimaniamo in epoca moderna e contemporanea. A leggere i documenti (che certo non esprimono la sensibilità e la coscienza di sé dell’intera popolazione sarda), anche quando si impone l’uso della lingua italiana come lingua di cultura e dell’amministrazione (ossia tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo), nessun autore sardo (nemmeno il Manno, pure apertamente filo-sabaudo) avanza anche solo implicitamente la confusione culturale o storica tra l’isola e i suoi abitanti e le altre terre e popolazioni su cui regna la Casa Savoia. Tanto meno si pone il problema di accomunare la Sardegna con altre terre italiche. Se era stata quasi completamente rimossa ogni memoria circa il periodo giudicale, restavano però molto saldi, ancora all’inizio dell’Ottocento, i legami storici con la penisola iberica. Troppo saldi e radicati perché ad essi si potessero arbitrariamente sostituire improbabili legami con l’Italia (Il La Marmora nel suo <em>Itinerario dell’Isola di Sardegna</em> riporta l’episodio di un suo scontro polemico col sindaco di Alà dei Sardi, il quale nell’occasione si disse pronto ad arrivare sino a Madrid pur di vedersi riconosciute le proprie ragioni!). Verso la metà del XIX secolo, quando ormai la residua statualità autonoma sarda era stata liquidata nell’Unione Perfetta con gli stati continentali (1847), cominciò a manifestarsi una visione delle cose parzialmente diversa, diciamo anche un poco schizofrenica, nell’intellettualità sarda. Si trattava di un ceto intellettuale assolutamente organico alla nascente borghesia liberale, abbastanza filogovernativo per raggiungere cariche e posti di responsabilità di qualche rilievo, ma contemporaneamente desideroso di riscattare la dignità storica e culturale della propria terra d’origine. Il Manno può essere annoverato tra i pionieri di tale leva di quadri amministrativi, burocratici e giurisdizionali che tentarono la prima sprovincializzazione dell’isola. Beninteso, sulla base della propria appartenenza sociale e dei propri convincimenti politici. La schizofrenia sta nel fatto che si tentava di conciliare e far procedere di conserva due tendenze opposte: la fedeltà alla Corona e alle pulsioni risorgimentali moderate, da una parte; dall’altra, l’emersione della storia della Sardegna, della sua cultura, della sua lingua ad un livello sovra-provinciale. Tendenze opposte perché, se portate alle ultime conseguenze, avrebbero finito inevitabilmente per creare paradossi inestricabili ovvero collisioni esplosive. All’interno di questo movimento politico-culturale nacquero quasi contemporaneamente tanto gli entusiasmi per le false <em>Carte di Arborea</em> (nelle quali si documentavano sia la rilevanza delle antiche istituzioni statuali isolane, sia la nascita in Sardegna nientemeno che del volgare italico), quanto le prime espressioni del pensiero autonomista (i vari Tuveri, Asproni ed altri). Ancor prima che il Risorgimento conducesse all’inaspettata e poco voluta Unità d’Italia, la Sardegna faceva i conti con le conseguenze della propria inclusione in una compagine statuale più estesa, dalle caratteristiche geografiche, economiche e culturali quanto mai diverse, in posizione di fatale subalternità.</p>
<p align="justify">Ormai il dado era tratto. Da stato sovrano a provincia emarginata e sottosviluppata il passo, benché a ben guardare solo di natura formale e giuridica, non era stato breve. Per di più il danno era irreparabile. Altre esigenze premevano su Casa Savoia e sul nuovo ceto dominante, non più sardo-piemontese ma ormai italiano. La Sardegna non era più la fonte della legittimità monarchica dei regnanti, né una porzione cospicua del territorio statale. Era un territorio d’oltremare la cui unica attrattiva erano le risorse che vi si potevano reperire e mettere a frutto. Di un’economia coloniale, nell’immaginario collettivo (ideologico), poteva esistere solo una proiezione colonialista. Le voci dei primi autonomisti, benché sempre caute, non trovavano riscontro se non in generiche attestazioni di stima e in promesse di attenzione da parte dell’Autorità sovrana. Nei fatti, la noncuranza verso i sardi e la loro terra fu sempre esplicita, spesso anzi degenerò nella repressione violenta (che si trattasse di moti popolari contro le Chiudende e l’abolizione degli antichi usi civici, o di fenomeni più propriamente banditeschi, poco cambiava, nella risposta istituzionale). Qualsiasi pretesa di attribuire dignità alla storia e alla cultura dei sardi venne incanalata opportunamente in ambito folklorico, come espressione di una porzione minoritaria e poco significativa di una compagine &#8220;nazionale&#8221; più ampia, il cui baricentro socio-economico-culturale era piuttosto lontano dall’isola. Quando, negli anni Novanta dell’Ottocento, la situazione arrivò a un limite estremo di degrado (specie per via delle recrudescenze criminali, o definite tali), la commissione parlamentare incaricata dal governo Crispi di far luce sui mali della Sardegna, guidata dal deputato Pais-Serra, riuscì a mettere in luce con una certa chiarezza cause ed effetti, ma ne scaturì una determinazione ancor più feroce ad usare la sola leva militar-repressiva, senza tentare minimamente di incidere sulle strutture produttive-distributive e sulle dinamiche politiche. La base teorica all’operazione &#8220;Caccia Grossa&#8221; (come la definì lo scrittore Giulio Bechi nell’omonimo romanzo ad essa dedicato) venne fornita dagli studi lombrosiani di A. Niceforo (il suo <em>La delinquenza in Sardegna</em> è del 1897, di due anni precedente la spedizione punitiva di cui sopra). Il sardo è congenitamente delinquente, si sosteneva, non basterebbe a redimerlo tutta la buona volontà e la condiscendenza del mondo. La reazione polemica a tali prese di posizione, cui era chiamata l’intellettualità sarda, non mancò. Tanto Grazia Deledda (pure in partenza non ostile agli studi dei lombrosiani in Sardegna), quanto Sebastiano Satta, allora entrambi autori emergenti nel panorama italiano, si schierarono con enfasi diversa ma comunque esplicitamente, a difesa della dignità dei conterranei. Con pochi risultati, a dire il vero. Del resto, in generale, l’esigua e poco progressiva borghesia isolana si guardava bene dal sollevare questioni radicali e risolutive circa i problemi sardi. Tanto meno i personaggi politici più i vista, come F. Cocco-Ortu, parlamentare di lungo corso e ministro giolittiano, abbandonarono la comoda via del clientelismo e della difesa interessata dello status quo. Le repressioni di Bugerru (1904) e della sollevazione popolare di Cagliari (1906) lasciarono qualche traccia nella cronaca e qualche esito nelle vicende del sindacalismo italiano, ma quasi nessun effetto sulla situazione sarda. Per tutti l’isola era una terra economicamente e demograficamente povera, quasi un peso morto che il Regno d’Italia doveva portarsi appresso per antichi vincoli di gratitudine maturati dalla casa regnante (che, come è noto, vi aveva trovato rifugio in epoca napoleonica), ma senza alcun trasporto emotivo. Salvo sfruttarne ampiamente le risorse e accumularvi fortune, da investire o mettere al sicuro altrove, ovviamente. La stampa locale, in mano al ceto padronal-parassitario, era quanto mai distaccata da ogni velleità riformistica, sia pur blanda. L’immagine di sé dei sardi medesimi era quella di vittime di una condizione ancestrale di grettezza, miseria e arretratezza, da cui nessuna forza umana sembrava in grado di estrarli. L’ideologia dominante era introiettata dall’uomo comune fino a giustificare lo stato delle cose. Chi si ribellava alla situazione lo faceva senza alcuna coscienza politica, in nome di una sorta di anarchismo individuale che non trovava sbocchi in alcuna istanza consapevolmente condivisa. La classe intellettuale, anche quella formatasi negli anni intorno alla Grande Guerra, alla luce del riscatto pagato col sangue dei fanti sardi nelle trincee del Carso e dell’Altipiano d’Asiago, non poteva prescindere dall’immagine mortificante che della Sardegna esprimevano tanto le gazzette quanto i libri di storia. Persino menti più aperte e votate al cambiamento, come Gramsci e Lussu, si guardarono bene dal tentare di rivedere gli schemi teorici consolidati. Tutt’al più arrivarono a parlare della Sardegna come una &#8220;nazione mancata&#8221;, quasi a dare per infondata qualsiasi possibile rivendicazione culturale o politica alternativa. Allorché in parlamento, prima dell’imposizione della dittatura fascista, qualcuno fece balenare l’ipotesi che per la Sardegna si aprisse una strada simile a quella intrapresa dall’Irlanda in quegli anni (formale autonomia e effettiva indipendenza dal Regno Unito, 1921), lo steso Lussu rifiutò categoricamente la sola idea. Al di là delle ragioni di realismo politico, ciò evidenzia la poca coscienza di sé e la mancanza di autostima di cui soffrivano persino gli spiriti più onesti e coraggiosi. D’altro canto, lo stesso programma del Partito Sardo d’Azione, radicale ma non indipendentista, rimase lettera morta, sia a causa dell’avvento del regime fascista, sia a causa di debolezze intrinseche ad una compagine la cui composizione sociale era troppo eterogenea per dar vita a un movimento forte e determinato. La componente politica indipendentista rimase assolutamente minoritaria e quasi assente dal dibattito generale pre e post fascista. La storiografia non prese affatto in considerazione altra impostazione che quella canonica, accademica, di matrice romantico-risorgimentale. Altre scienze umane non esistevano o, come la linguistica (per altro promossa fondamentalmente dagli studi di M.L. Wagner), erano troppo marginali per condurre ad un rivolgimento teorico complessivo. Solo a fatica e solo dagli anni Sessanta del Novecento, in realtà, l’impostazione consolidata circa le cose sarde (tanto quelle attuali, quanto quelle del passato) ha cominciato a mutare, sia pure poco a poco e in modo contrastato. Troppi interessi forti (militari ed economici, in primis) erano determinati a tenere l’isola in uno stato di inferiorità strumentale alle proprie esigenze strategiche. D’altra parte la classe dominante sarda era ancora quella di tipo clientelare, maturata sin dal secolo precedente, portatrice di una visione patrimoniale dei ruoli istituzionali e burocratici che dura praticamente ancora oggi. Nemmeno l’economia coloniale ha mutato segno. Si è aggiunta, mercé il debello della malaria, la speculazione turistico-immobiliare e quella industriale. Entrambe propagandate come risolutive dei mali storici dell’isola, ma in breve rivelatesi fini a se stesse ed anzi socialmente ed economicamente destabilizzanti. A compenso di tale inerzia produttiva e politica, nel secondo dopoguerra sono cresciuti la scolarizzazione e l’accesso a mass-media universalizzanti (prima la radio, poi la televisione, infine l’informatica) e con essi la larga diffusione di strumenti critici presso un’opinione pubblica in fase di drastica mutazione. La stessa cultura tradizionale, benché travolta dalle novità e in gran parte marginalizzata in ambiti di devianza, ha resistito ed ha imparato a sopravvivere servendosi dei mezzi della modernità. Le dinamiche economiche, demografiche e sociali sono state finalmente analizzate con metodi nuovi e libertà di giudizio crescente da una classe intellettuale più aperta e meno organica al potere costituito. Alla fine degli anni Settanta M. Pira, sostenendo la necessità del mutamento di status della Sardegna da oggetto della storia e della cronaca a soggetto attivo e partecipe, poneva i presupposti per un ribaltamento totale della prospettiva teorica e politica sotto cui valutare la situazione sarda.</p>
<p align="justify">È dunque definitivamente mutata da allora la visione della nostra storia, della nostra cultura, delle cause dei problemi e delle risorse della Sardegna? Direi di no. Non ancora, o solo in parte. Proprio l’ostinata perpetuazione dello schema italo-centrico rende vano ogni tentativo di libertà critica e di arricchimento teorico. Ancora oggi nelle università sarde fa fatica ad imporsi l’emancipazione dai percorsi di ricerca canonici.</p>
<p align="justify">In proposito farò solo qualche esempio, che ritengo significativo. Innanzi tutto devo segnalare che non esiste (a metà dell’anno 2007) un testo di storia sarda il cui centro focale siano i sardi stessi, non una forza politica ed economica esterna (i Romani, i Bizantini, i Pisani, i Genovesi, gli Aragonesi) ovvero l’autorità costituita straniera (la Corona Spagnola, i Savoia, lo stato italiano). Le &#8220;Storie&#8221; della Sardegna, nella quasi totalità dei casi scritte da sardi, sono piene di resoconti e ricostruzioni relative per lo più a compagini, formazioni sociali e ordinamenti giuridici che in Sardegna avevano l’oggetto del loro interesse, possedimenti o autorità politica, ma si dedicano poco e marginalmente (sia pure con qualche eccezione, vedi per esempio SOTGIU G., <em>Storia della Sardegna sabauda</em>, Roma-Bari, 1984) ai sardi in quanto tali, alle loro dinamiche ed articolazioni produttive, sociali, culturali e politiche. Il tentativo di F.C. Casula di reimpostare la storiografia sarda esaltando il livello evenemenziale e statuale dei processi politici (cfr. CASULA F.C., <em>La storia di Sardegna</em>, Cagliari-Pisa, 1994) rimane isolato e per di più basato su una visione nonostante tutto provinciale: la storia sarda sarebbe importante perché si inserisce in modo determinante nell’ambito della storia italiana. Come si vede è quasi un paradosso. Se la storia sarda riveste un qualche interesse sovra-locale è per sua virtù intrinseca, per la natura singolare ed esemplare di molti processi storici che vi si sono sviluppati, per la tipicità delle sue dinamiche culturali, ecc. Cercare di inserirla quasi a forza in un contesto alieno, allo scopo di renderla più accettabile o interessante, non serve ad altro che a sminuirne la reale portata. La storia sarda non è una parte rilevante di una storia nazionale altra da sé, bensì una parte rilevante della storia europea ed occidentale generale, come la storia di qualsiasi altro territorio o popolo, al di là del contingente e per certi versi fortuito inserimento della Sardegna nel contesto statuale italiano.</p>
<p align="justify">Un altro esempio significativo. A proposito di lingua sarda, benché sia quasi definitivamente risolta la <em>vexata quaestio</em> circa la natura da attribuire agli idiomi isolani, si pongono problemi socio-linguistici ulteriori. Da una parte ancora recentemente si esprimeva esplicita ostilità verso il bilinguismo e la pretesa dei sardi di usare la propria lingua in ogni contesto e su ogni tema possibile, allargandone i confini lessicali e ampliandone gli ambiti d’uso (vedi in proposito: DURANTE M., <em>Dal latino all’italiano moderno</em>, Bologna, 1981). Si manifesta cioè una resistenza alquanto radicale al fatto che tra i sardi esista una naturale tendenza a non volersi sbarazzare a cuor leggero del proprio patrimonio culturale a favore di quello italiano, pure ormai in parte interiorizzato, ma pur sempre imposto dall’esterno. Da un altro lato, anche in Sardegna, si insiste sull’intensità dei rapporti storici tra cultura sarda e cultura italiana, facendoli risalire ovviamente all’epoca delle relazioni tra regni giudicali e Comune pisano, attestandone una sopravvivenza lungo tutto l’arco di tempo che separa quei secoli dall’epoca contemporanea. In particolare, sul tema segnalo: LOI-CORVETTO I., <em>La Sardegna</em>, in AAVV., <em>L’italiano nelle regioni</em>, Torino, 1992-4, I vol.; EAD., <em>La Sardegna</em>, in AAVV., <em>L’italiano nelle regioni</em>, Torino, 1992-4, II vol. Nei due saggi (nel primo in particolare), l’autrice enumera alcuni esempi di utilizzo del volgare italico e poi della lingua italiana da parte di appartenenti al ceto intellettuale e burocratico, in periodi in cui la Sardegna non era che regno minore della Corona Aragonese e poi di quella Spagnola, culturalmente inserita, sia pure in forme provinciali e marginali, in quel contesto politico. In questo caso, benché la fonte sia autorevole, la forzatura è palese. Non solo si prende in considerazione un uso della lingua ristretto ad una porzione sociale esigua e circoscritta (il ceto intellettuale-amministrativo, di estrazione ecclesiastica o aristocratica), ma si spaccia l’uso scritto di una delle principali lingue di cultura del tempo (specie nel XVI-XVII secolo) per un uso spontaneo e diffuso, come se la competenza linguistica dell’italiano fosse concorrente non dico col sardo, ma almeno col catalano e col castigliano. Cosa decisamente falsa. Non solo abbiamo testimonianze della quasi assoluta ignoranza dell’italiano in Sardegna sino alla fine del XVIII secolo (dopo che il governo piemontese ne aveva promosso l’uso almeno a livello amministrativo sin dai primi decenni e, massicciamente, dal 1760) e perfino oltre (ancora all’inizio dell’Ottocento si redigevano atti notarili in catalano e in sardo, ma non in italiano); ma se ampliamo lo sguardo agli strati popolari (ossia alla stragrande maggioranza dei sardi), bisogna pur sottolineare che ancora al momento dell’Unità d’Italia in Sardegna aveva una conoscenza almeno passiva dell’italiano una percentuale minima della popolazione, il 5, forse il 10%, ad essere di manica larga. Nel 1861 la percentuale degli analfabeti in Sardegna, cioè di coloro che non sapevano leggere e scrivere in italiano, era del 91,17% (cfr. PIRA M., <em>La rivolta dell’oggetto</em>, Milano, 1978; del resto, sul tema basta consultare: DE MAURO T., <em>Storia linguistica dell’Italia unita</em>, Roma-Bari, 1963). Quasi nessuno, insomma, lo parlava e moltissimi non lo conoscevano che poco o nulla. In ambito letterario – a parte gli scritti teorici, linguistici, storici, destinati ad un pubblico fondamentalmente non sardo e di estrazione alto-borghese, accademica, ecc. redatti in italiano a partire dagli ultimi decenni del XVIII secolo – l’italiano era usato marginalmente. Ma la poesia popolare (ossia quella a vasta diffusione spontanea), anche quando veniva scritta e stampata, era poesia in sardo (com’è tutt’ora, del resto). Cosa rimane dunque della tesi della Loi-Corvetto? Ben poco direi, se non la manifestazione di un’adesione acritica a modelli esogeni piuttosto dura a morire.</p>
<p align="justify">Per cambiare punto di vista, e metterci dalla parte dei non sardi, bisogna sottolineare che accedere a informazioni corrette sulla Sardegna è ancora molto difficile. Per esempio, chi studia in buona fede la storia italiana, anche a livello universitario, non ha che pochissime e vaghe notizie sulla Sardegna. Della storia giudicale non c’è traccia nei testi generali e ben poco se ne trova in quelli specialistici o nelle monografie (di più nei testi esteri). In un manuale di storia medievale, ormai datato ma utilizzato sino ad anni molto vicini a noi (VILLARI R., <em>Storia medievale</em>, Roma-Bari, 1969) si dice esplicitamente in un riassunto cronologico tra un capitolo e un altro: &#8220;1016, Pisa conquista la Sardegna&#8221;. Tale evento non è MAI avvenuto.</p>
<p align="justify">Proseguiamo. Della lunga parabola del Regno di Sardegna, benché radice storica e giuridica del Regno d’Italia, in genere non si fa cenno almeno fino al momento dei primi moti risorgimentali. In una recente trasmissione televisiva di grande ascolto (il programma &#8220;Ulisse: il piacere della scoperta&#8221; curato da Piero e Alberto Angela) si parlava addirittura di &#8220;regno piemontese&#8221;, senza il minimo riferimento, nemmeno fuggevole, alla Sardegna. In un’edizione non particolarmente datata della <em>Divina Commedia</em> (Milano, 1991), nel commento al v. 82 del canto XXII dell’Inferno, si informa che &#8220;<em>quel di Gallura</em>&#8220;, come dice Dante, è &#8220;uno dei quattro giudicati in cui i Pisani divisero la Sardegna&#8221;. Anche qui, una falsità storica grossolana, alquanto inaccettabile al giorno d’oggi.</p>
<p align="justify">Allo stesso modo, simmetricamente, è del tutto fuorviante presentare la cultura tradizionale sarda come espressione della cultura nazionale italiana. Nel 2007 si è svolta in Giappone una grandiosa manifestazione culturale organizzata dai due paesi, con tanto di esposizione di celebri dipinti (tra gli altri, persino l’<em>Annunciazione</em> di Leonardo), concerti, mostre agroalimentari, ecc. A rappresentare la tradizione culturale italica è stato chiamato un coro <em>a tenore</em> sardo. Certo, si tratta pur sempre di cittadini italiani, ma perché voler trasmettere un’idea tanto fuorviante? Pressapochismo, si dirà. E forse opportunismo. Il discorso può essere serenamente esteso a tutti gli ambiti della comunicazione e dei media.</p>
<p align="justify">Rimane da analizzare la ragione di tutto ciò. Ho parlato più sopra di ideologia. Intendo dire che, consapevolmente o meno, da sempre si è cercato di creare una falsa coscienza della realtà, in primis tra i sardi, quindi anche negli osservatori estranei: da una parte negare che in Sardegna si sia mai sviluppato alcun processo storico o culturale significativo, dall’altra inserire nel contesto italiano quanto di significativo si è verificato o è rimasto. In nessun altro modo si sarebbe potuta mantenere e giustificare l’imposizione di un sistema culturale, linguistico e insieme economico-produttivo e politico quasi completamente alieno, in una terra come la Sardegna, caratterizzata da quella che G. Lilliu chiamava &#8220;costante resistenziale&#8221;. Evitare che nell’isola emergesse ed emerga definitivamente una coscienza di sé diversa da quella strumentale alla classe dominante ed alle sue espressioni economiche e politiche è lo scopo fondamentale di tale complesso ideologico. La consapevolezza della debolezza del sistema statuale italiano da parte della sua mediocre classe dominante e la sudditanza ad essa dei mass-media (adesso come e più che in passato) sono le ragioni e gli strumenti del processo così sviluppato. Un processo ancora in atto, cui naturalmente non è estranea la componente repressiva dell’apparato militar-poliziesco.</p>
<p align="justify">Tenere i sardi in uno stato di perenne minorità è stata una operazione a lungo vincente. Grandi interessi strategici, sia economici che militari, non solo e non necessariamente italiani, vedevano nella Sardegna uno strumento prezioso per perseguire i propri scopi, come tale da non lasciare in balìa alla libera determinazione di chi ci vive. La selezione di una classe dominante locale vincolata e dipendente dall’esterno ha fatto sì che il sistema si perpetuasse. Questo è il panorama che appare ad uno sguardo obiettivo. Al di là delle ricadute politiche che tale conclusione può avere, non si può negare la sua portata, né la si può tenere più a lungo nascosta.</p>
<p align="justify"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p align="justify">ALIGHIERI D. (commento a cura di Giuseppe Villaroel, revisione del comm. di Guido Davico Bonino e Carla Poma), <em>Divina Commedia</em>, Milano, Mondadori – Grandi classici, 1991</p>
<p align="justify">BECHI G., <em>Caccia grossa</em>, Nuoro, Ilisso, 2000</p>
<p align="justify">BURGIO A., <em>Gramsci storico. Una lettura dei &#8220;Quaderni dal carcere&#8221;</em>, Roma-Bari, Laterza, 2003</p>
<p align="justify">CASULA F.C., <em>La storia di Sardegna</em>, Cagliari-Pisa, ETS, [1998?]</p>
<p align="justify">DE MAURO T., <em>Storia linguistica dell’Italia unita</em>, Roma-Bari, Laterza, 1963</p>
<p align="justify">DURANTE M., <em>Dal latino all’italiano moderno</em>, Bologna, Zanichelli, 1981</p>
<p align="justify">LOI-CORVETTO I., <em>La Sardegna</em>, in: AAVV. (a cura di F. Bruni), <em>L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali</em>, Torino, UTET, 1992-4, I vol., pp. 875-917</p>
<p align="justify">EAD., <em>La Sardegna</em>, in: AAVV. (a cura di F. Bruni), <em>L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali</em>, Torino, UTET, 1992-4, II vol., pp. 861-894</p>
<p align="justify">PIRA M., <em>La rivolta dell’oggetto. Antropologia della Sardegna</em>, Milano, Giuffrè, 1978</p>
<p align="justify">SOTGIU G., <em>Storia della Sardegna sabauda</em>, Roma-Bari, Laterza, 1984</p>
<p align="justify">VILLARI R., <em>Storia medievale</em>, Roma-Bari, Laterza, 1969</p>
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