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	<title>destra e sinistra Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Falsi conflitti contro dialettica storica reale: un capolavoro egemonico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2016 12:04:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[identità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Identità, appartenenze, lotta di classe, destra e sinistra: concetti difficili ma necessari che scompaiono sotto la narrazione egemonica dei mass media. Ci sono cose che cambiano e cose che permangono. O che cambiano molto più lentamente. La vecchia lezione della &#8220;lunga durata&#8221; non finisce mai di essere valida. Applicarla al mondo di oggi sembra impossibile....</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/12/20/falsi-conflitti-contro-dialettica-storica-reale-un-capolavoro-egemonico/">Falsi conflitti contro dialettica storica reale: un capolavoro egemonico</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Falsi conflitti contro dialettica storica reale: un capolavoro egemonico' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/12/20/falsi-conflitti-contro-dialettica-storica-reale-un-capolavoro-egemonico/' data-app-id-name='category_above_content'></div><h2 style="text-align: justify;">Identità, appartenenze, lotta di classe, destra e sinistra: concetti difficili ma necessari che scompaiono sotto la narrazione egemonica dei mass media.</h2>
<p><span id="more-2439"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono cose che cambiano e cose che permangono. O che cambiano molto più lentamente. La vecchia lezione della <a href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Longue_dur%C3%A9e" target="_blank"  rel="nofollow" >&#8220;lunga durata&#8221;</a> non finisce mai di essere valida. Applicarla al mondo di oggi sembra impossibile. Siamo ormai abituati alla <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Zygmunt_Bauman#Societ.C3.A0_liquida" target="_blank"  rel="nofollow" >&#8220;liquefazione&#8221;</a> dei rapporti interpersonali, lavorativi, ludici.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;identificazione delle persone avviene su vari livelli e muta al mutare del contesto e delle relazioni che si attivano al momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo è più difficile applicare alle dinamiche sociali e politiche attuali lo schema della lotta di classe così come concepito nell&#8217;Ottocento della Rivoluzione industriale, della <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/transizione-demografica/" target="_blank"  rel="nofollow" >Transizione demografica</a>, del colonialismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi va di moda contestare la pertinenza della dicotomia politica destra vs. sinistra, con argomentazioni per lo più campate per aria. Ma non è tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel momento in cui si cerca di togliere senso a questa coppia oppositiva si tenta di descrivere il mondo &#8211; dunque di incanalarlo &#8211; all&#8217;interno di altre coppie oppositive. Tutte di comodo, frutto di scelte prettamente ideologiche, quasi mai attinenti ad aspetti strutturali dell&#8217;esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo fare molta attenzione a queste semplificazioni bipolari. Non si tratta solo di modelli elementari, finalizzati a dar conto di fenomeni più complessi. La complessità bisogna assumerla fin dal principio come costitutiva della realtà, o diventa inconcepibile. Si tratta dunque di vere e proprie trappole.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo quanto le <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Framing_(scienze_sociali)" target="_blank"  rel="nofollow" >cornici concettuali</a>, i <em>frame</em> interpretativi, condizionino la conoscenza e la stessa conoscibilità della realtà che vorremmo comprendere tramite loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, incastrarci dentro una di queste coppie oppositive fittizie condiziona pesantemente le nostre conclusioni, e finisce per condizionare le nostre stesse appartenenze e dunque le nostre azioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciascuno di noi ha un&#8217;appartenenza e un&#8217;identificazione complessa. Siamo tante cose insieme. Studenti o lavoratori, giovani o anziani, tifosi sportivi, militanti politici o disinteressati alla politica, religiosi o non religiosi, sardi, europei, occidentali (a fatica), ecc. ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Conciliare tutte le appartenenze è difficile, se si affronta la realtà su una base dicotomica elementare, per di più esogena.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è detto che diffidare dei vari complottismi significhi bersi senza fiatare le asserzioni &#8211; spesso non meno incontrollate e nient&#8217;affatto neutrali &#8211; dei <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Debunker" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>debunkers</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è detto che essere ostili al sistema di potere che ruota intorno al PD comporti necessariamente l&#8217;adesione al M5S.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiutare il razzismo e lo &#8220;scontro di civiltà&#8221; non significa affatto negare rilevanza al problema delle migrazioni di massa e dell&#8217;accoglienza. Caso mai significa accettare di farsene carico, con spirito solidale e propositivo (che è ben diverso dalla stupida etichetta di &#8220;buonismo&#8221; usata dai razzisti). Il prossimo poveraccio ad avere bisogno di solidarietà potresti essere tu.</p>
<p style="text-align: justify;">Osservare che la politica italiana è per sua natura corrotta e stabilire che la vera faglia sociale sia tra la &#8220;casta&#8221; e gli &#8220;onesti&#8221; è un ragionamento alquanto mal fondato. Per non dire una stupidaggine.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna stare attenti a qualificare come &#8220;imbecilli&#8221; internettiani quelli che sui <em>social media</em> esprimono idee o posizioni che ci sembrano discutibili. Specie se hai un ruolo intellettuale pubblico. Il primo dubbio in questi casi dovrebbe riguardare se stessi, il proprio apporto alla consapevolezza diffusa, non la pretesa stupidità altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">Contestare l&#8217;egemonia imperialista USA non significa per forza sostenere Putin e il suo regime autoritario. La massima secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico è foriera di gravi e pericolosi fraintendimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Stigmatizzare l&#8217;impoverimento culturale generalizzato non deve portare necessariamente a negare validità alla democrazia e al suffragio universale, come si fa ormai, con troppa noncuranza, in molte discussioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sono alcuni degli esempi possibili. In ciascuno di essi è assunta come costitutiva e &#8220;reale&#8221; la banalizzazione di fenomeni complessi dentro tali dicotomie schematiche. In nessuno di essi ha diritto di cittadinanza la nostra natura molteplice e stratificata, ciò che fa di noi quello che siamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che fa di noi quello che siamo sono le relazioni in cui siamo immersi, di cui siamo nodi. Dimenticarcelo è pericoloso. Pensare che non valga per tutti, produce false rappresentazioni della realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro status socio-economico, la nostra sfera affettiva, la nostra appartenenza culturale, il nostro legame con i luoghi, i nostri gusti profondi: sono questi i fattori decisivi di quella che possiamo definire approssimativamente la nostra identità.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;identità dunque non esiste di per sé, ma solo come intreccio di relazioni. Bisogna stare molto attenti a quali relazioni si reputano importanti. Non possiamo affidare ad altri la decisione di cosa sia a dar forma al nostro posto nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">E bisogna anche diffidare dell&#8217;individualismo. Chi pretende che abbia senso solo il rapporto diretto ed esclusivo tra individuo e mondo, senza la mediazione di tutte le forme di relazione che invece costituiscono la nostra individualità, probabilmente sta cercando di fregarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo è indispensabile riconoscere che esistono distinzioni e appartenenze necessarie, attinenti alla realtà concreta, e distinzioni e appartenenze fittizie, fatte per distoglierci da quella stessa realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto la cappa ideologica e il bombardamento di informazioni parziali, tendenziose o del tutto false, comunque manipolatorie, esiste un nucleo solido di verità a cui dobbiamo sempre attingere.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di una verità assoluta e trascendente, sempre valida e inossidabile. È una verità umana, storica, solida ma soggetta alle leggi della mutazione universale, con maggiore o minore lentezza a seconda di quanto sia profonda e radicata.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre le coppie oppositive di comodo si rivelano fragili, ad un esame attento e consapevole, altre distinzioni sono sempre valide e feconde, a parità di condizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Finché esisteranno ricchi e poveri, oppressori e oppressi, avrà senso il discorso dell&#8217;eguaglianza e della libertà. Finché esisteranno sfruttati e sfruttatori, avrà senso il discorso del riscatto sociale. Finché il pianeta sarà in pericolo di diventare inabitabile a causa del pessimo uso che facciamo delle sue risorse, avrà senso il discorso ecologico.</p>
<p style="text-align: justify;">Liquidare come obsolete le categorie politiche di destra e sinistra è una pretesa ideologica pericolosa, in un mondo in cui le diseguaglianze crescono, il rapporto di forza tra oppressi e oppressori si radicalizza, le élite mondiali si arrabattano per preservare il proprio status a discapito del resto dell&#8217;umanità e della biosfera.</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta di classe non ha perso senso, al contrario di quanto pretende l&#8217;ideologia dominante, fatta propria anche dai nuovi, sedicenti movimenti popolari (o populisti). Caso mai ha cambiato forma.</p>
<p style="text-align: justify;">E lo stesso discorso dell&#8217;autodeterminazione &#8211; che non riguarda solo la Sardegna, come spero sia chiaro, ma riguarda certamente *anche* la Sardegna &#8211; ha a che fare molto più con questioni storiche concrete, con le nostre relazioni basilari, che con discorsi magari seducenti ma più sfuggenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Capisco che sia più facile disquisire della difesa dell&#8217;identità (in senso culturale), della nazione, dell&#8217;orgoglio delle origini o di altre mitologie più o meno pertinenti. Ma non sono affatto sicuro che questa sia la strada più congeniale per una possibile emancipazione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Non nego che siano questioni che hanno un loro peso, ma non esistono di per sé. Sono a loro volta determinate da fattori più concreti e storicamente accertabili ed è a quelli che bisogna mirare per capire le cose e per poterle cambiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Stiamo attenti, dunque, alle cornici concettuali dentro cui inseriamo i discorsi politici. Non accettiamo quelle imposte dal potere (politico e/o mediatico) senza una sana dose di scetticismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Creare falsi bersagli, additare comodi capri espiatori è sempre stata l&#8217;arma vincente delle classi dominanti. A proprio vantaggio e a discapito della maggioranza della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo vale a tutti i livelli, dalla Sardegna all&#8217;intero pianeta.</p>
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		<title>Game of Thrones, Sardegna, potere e libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jun 2016 12:41:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/06/22/game-of-thrones-sardegna-potere-e-liberta/">Game of Thrones, Sardegna, potere e libertà</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Game of Thrones, Sardegna, potere e libertà' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/06/22/game-of-thrones-sardegna-potere-e-liberta/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.allthatsepic.com/wp-content/uploads/2014/04/game-of-thrones-2014-logo.jpg" width="650" height="360" /></p>
<p style="text-align: justify;">I romanzi di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/George_R._R._Martin" target="_blank"  rel="nofollow" >George R.R. Martin</a> e la serie televisiva che ne è stata tratta sono un trattato politico in forma letteraria. Questa affermazione non sarà presa su serio da chi aderisce ai cliché imposti dall&#8217;establishment culturale italiano. <span id="more-2274"></span>Il genere fantasy di solito è schifato, in tale ambiente, anche quando raggiunge vette narrative assolute e affronta temi profondi e universali (come quasi sempre accade, in fondo). <a href="https://luciogiordano.wordpress.com/2015/09/16/il-viaggio-nei-racconti-di-kazuo-ishiguro/" target="_blank"  rel="nofollow" >Lo si è visto</a> anche in occasione del recente romanzo di Kazuo Ishiguro, <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/11/05/il-gigante-sepolto-della-memoria/"><em>Il gigante sepolto</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dentro le vicende narrate da Martin ritroviamo processi storici che dovrebbero suonare familiari a chiunque conosca un po&#8217; le vicende del nostro mondo. I dilemmi in cui si dibattono i protagonisti riassumono situazioni e conflitti tipici della nostra specie.</p>
<p style="text-align: justify;">La tensione che percorre i rapporti sociali e le dinamiche politiche genera conflitto, ma non sempre in modo lineare e schematico. Difficile classificare personaggi e vicende secondo la dicotomia elementare &#8220;buoni&#8221; vs. &#8220;cattivi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">In GOT in particolare è notevole la problematizzazione di una dialettica costante nella storia umana, quella tra potere e libertà. Così assistiamo alle gesta di una regina, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Daenerys_Targaryen" target="_blank"  rel="nofollow" >Daenerys Targaryen</a>, che deve prima liberare se stessa (dalle convenzioni a cui è sottoposta, da situazioni concrete di sottomissione e di pericolo), per poi scegliere di donare la libertà anche agli altri (il conflitto con gli Schiavisti). Per farlo però deve ricorrere alla forza, a volte addirittura contro una parte di quella stessa popolazione che aveva affrancato dal servaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Potere piegato a uno scopo emancipativo sembra fallire, se non mantiene saldi i rapporti di forza, se non salvaguarda se stesso e la propria supremazia. Una contraddizione teorica che innerva però le vicende umane reali.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo è questo uno dei nuclei problematici della dottrina e della prassi del <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/leninismo_(Dizionario-di-Storia)/" target="_blank"  rel="nofollow" >marxismo-leninismo</a>: una classe sociale prende il potere, tramite la sua avanguardia (il partito), per garantire libertà e uguaglianza, ma per farlo deve mantenere una forte relazione gerarchica e &#8211; quando necessario &#8211; ricorrere alla violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Può una giustificazione teorica e persino uno scopo nobile eliminare l&#8217;inaccettabilità profonda della violenza &#8220;istituzionale&#8221;, della distruzione massiva di vite umane, della deprivazione di libertà individuale? Esiste qualcosa in nome della quale tutto questo sia lecito?</p>
<p style="text-align: justify;">Chi propende per il &#8220;no&#8221; secco di solito accomuna regimi di stampo fascista o comunque totalitari e reazionari (regime cileno di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Augusto_Pinochet" target="_blank"  rel="nofollow" >Pinochet</a>, o i regimi militari <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Dittatura_dei_colonnelli" target="_blank"  rel="nofollow" >greco</a> e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Processo_di_riorganizzazione_nazionale" target="_blank"  rel="nofollow" >argentino</a>) ai regimi di stampo socialista, a ispirazione marxista. In fondo &#8211; è l&#8217;argomento principe &#8211; entrambi si sono macchiati di stragi e deportazioni, hanno limitato la libertà, hanno prodotto sofferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente non credo che la sovrapposizione sia corretta, perché ritengo decisive le motivazioni e fondamentali gli scopi. Sempre. Fondare un regime autoritario in nome dell&#8217;emancipazione delle masse oppresse o dell&#8217;eguaglianza non è la stessa cosa che realizzare un regime autoritario in nome della supremazia di una razza o di una radicale e insuperabile diseguaglianza (di sangue, di posizione sociale, di accesso ai beni comuni, ecc.). Non è la stessa cosa non solo in termini teorici, ma anche e soprattutto concreti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in ogni caso questa rimane un&#8217;aporia difficile da risolvere. Sembra impossibile cambiare le cose, in senso ampio, generale, senza conquistare il Potere, ma è evidente che conquistare il Potere implica scelte anche di forza e decisioni conflittuali, in certi casi contraddittorie rispetto agli scopi dichiarati.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questo i vari <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Foucault" target="_blank"  rel="nofollow" >Foucault</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gilles_Deleuze" target="_blank"  rel="nofollow" >Deleuze</a> e in generale il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Post-strutturalismo" target="_blank"  rel="nofollow" >post-strutturalismo</a> si sono espressi mettendo in discussione il Potere in quanto tale e le sue articolazioni concrete, a tutti i livelli della nostra vita associata (dalla famiglia, alla scuola, agli ospedali, alle istituzioni politiche). Un discorso, questo, prettamente anti-autoritario, che rinnega parzialmente o totalmente la centralità dei rapporti economici e sociali e la necessità, per l&#8217;emancipazione compiuta degli esseri umani, di ridiscutere o combattere il dominio del capitalismo (aspetto invece centrale nelle dottrine di ispirazione marxista).</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto meno, in questo discorso, è legittimo mirare alla conquista dello Stato come condizione essenziale alla liberazione delle masse. Un po&#8217; la riesumazione dei dubbi di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Michail_Bakunin" target="_blank"  rel="nofollow" >M. Bakunin</a> in proposito, chiaramente con meno enfasi mistica e più riflessione sociologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Di solito le due opzioni (quella marxista più o meno ortodossa e quella anti-autoritaria scaturita dalle mobilitazioni degli anni Sessanta) si scontrano come poli inconciliabili di una medesima prospettiva liberante, diciamo di sinistra. Curiosamente entrambi gli orientamenti hanno nel tempo incontrato tentativi di conciliazione con i loro opposti, di matrice fascista o giù di lì (dal <a href="https://www.carmillaonline.com/2010/07/21/i-rosso-bruni-vesti-nuove-per/" target="_blank"  rel="nofollow" >rossobrunismo</a> a certe mescolanze tra ecologismo e fascismo, fino alle scempiaggini di cui riempiono la propria retorica i neofascisti di CasaPound, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">La via della realizzazione concreta delle dottrine politiche, anche di quelle più elaborate e meditate, non è meno lastricata di conflitti e contraddizioni di quella seguita dalle confessioni religiose. Capita, quando lo scopo diventa adeguare la realtà e la vita a uno schema astratto e arbitrariamente assunto come &#8220;vero&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Se penso a tutto questo e volgo lo sguardo alla Sardegna e alla sua situazione, i dilemmi e i dubbi se possibile crescono. Il che è un guaio, data l&#8217;impellenza di trovare qualche via percorribile per la nostra salvezza collettiva. Dove salvezza significa emancipazione economica, sociale e culturale, insieme alla conquista di una autodeterminazione politica adeguata ai tempi. Esigenza, questa, spesso negata, ma che invece scorre carsicamente dentro tutte le nostre vicende storiche e riemerge sempre prepotentemente nelle epoche di transizione o di crisi (diciamo almeno dai tempi della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sardegna_e_Corsica#La_rivolta_sarda_di_Ampsicora_e_gli_anni_della_guerra_Annibalica" target="_blank"  rel="nofollow" >II Guerra punica</a> in poi).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in Sardegna è evidente il rapporto non lineare tra libertà e potere, tra aspirazioni ideali e le loro possibilità di realizzazione concreta. Purtroppo è difficile innescare un dibattito produttivo e ancorato alla realtà su questi temi. Troppo facilmente si cade in diatribe tutte teoriche tra fautori di scuole di pensiero diverse, oppure si schiaccia tutto su elementi discorsivi tratti dall&#8217;ambito politico e massmediatico italiano, finendo così per impantanarsi in polemiche autoriferite e inconcludenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sardegna è anche il posto dove proporre un semplice e generalissimo distinguo tra &#8220;destra&#8221; e &#8220;sinistra&#8221; viene liquidato come inutile sforzo di imporre sull&#8217;isola concetti politici &#8220;superati&#8221; e per di più &#8211; cosa inaccettabile in certi ambienti nazionalisti &#8211; &#8220;italiani&#8221; (sic!).</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò non sarà male riportare le questioni ai loro elementi basilari, reimmergendole dentro la realtà umana, le sue costanti, le sue peculiari declinazioni locali.</p>
<p style="text-align: justify;">I dubbi riguardano dunque spesso scelte specifiche e/o contingenti. Come &#8211; per dire &#8211; quella relativa al referendum costituzionale del prossimo ottobre: ignorarlo, illudendosi di dimostrare così la nostra estraneità al contesto politico italiano, o immergersi nella contesa politica in nome della salvaguardia degli ultimi rimasugli democratici dell&#8217;ordinamento italiano (di cui siamo ancora parte)? Oppure la questione dei migranti. O la querelle relativa alle fonti energetiche. O quella sui trasporti esterni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma riguardano soprattutto la questione sarda nel suo complesso. Come agire politicamente nel contesto propriamente sardo? Secondo quali linee strategiche? Puntare alle operazioni tattiche, mirando ai successi elettorali, anche scendendo a compromessi, o lavorare in modo meno evidente ma capillare dentro le linee di faglia dei conflitti sociali, delle relazioni economiche, dei processi di identificazione culturale?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché se lo scopo è il mutamento della nostra condizione storica stiamo comunque parlando di un processo che ha molto della rivoluzione. Non facciamoci illusioni, su questo. Non si tratta di agire dentro un percorso ordinato, procedente nel tempo in modo lineare e in termini evolutivi, fatto di rapporti chiari e di regole universalmente rispettate, seguendo le quali si possa arrivare a intervenire in modo incisivo sui fattori storici.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo scenario conflittuale, da una parte stanno le forze che dominano la scena, in virtù di risorse e rapporti privilegiati con grandi centri di interesse e di potere, e dall&#8217;altra i soggetti che, a vario titolo e con prassi e ispirazioni teoriche diverse, intendono rovesciare tali rapporti di forza e imporre un percorso di autodeterminazione dell&#8217;isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa ricostruzione non è accettata diffusamente, specie nell&#8217;establishment politico e culturale isolano. Chi rifiuta tale dicotomia, però, in realtà somiglia a quelli che si dichiarano né di destra né di sinistra. Ossia, possono tentare di restare fuori dalla contesa, ma sono costretti a farlo o pendendo da un lato o dall&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché è così che succede nei tempi di crisi. Come è già successo tante volte. Per esempio durante le vicende della Rivoluzione sarda. La radicalizzazione è inevitabile. Certo, poi si può sempre scegliere, al momento opportuno, di ristabilire distinguo e di fare scelte di campo opportunistiche anche diverse da quelle iniziali. Capita anche questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è dunque il Gioco del Trono in Sardegna, oggi? Chi intende difendere lo status quo ha gioco più facile, per via dei mezzi cospicui di cui ancora dispone. Ma per gli altri? Può bastare dedicarsi a innestare una visione più ampia e più radicale nei sommovimenti in corso, dentro l&#8217;azione dei comitati locali, nelle istanze dei vari gruppi sociali, nella rete di relazioni che tiene in piedi le nostre comunità? Sarà sufficiente proporre percorsi virtuosi in ambito economico e politico, confidando che siano convincenti per virtù propria, limitandosi a offrire come ricetta la &#8220;buona gestione delle cose&#8221;? O è necessario mirare alla conquista del Potere già dentro le istituzioni vigenti, per poi fare scelte radicali e decisive una volta messe le mani sulle leve giuste, imponendole dall&#8217;alto anche ai renitenti e agli avversari?</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto, in questo momento, ci troviamo dentro questa seconda configurazione. È questo il Gioco in corso. Solo che a queste regole stanno giocando solo quelli che intendono mantenere lo status quo.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna c&#8217;è un grande bisogno di coraggio e anche di una prospettiva comune, di dimensioni storiche. Un orizzonte che spazi oltre le nostre relazioni individuali, i nostri rapporti di vicinato, le convenienze di bottega o di campanile. In questo senso sembra davvero una battaglia di retroguardia quella di chi insiste nel non voler riconoscere la radicalità delle scelte da compiere. Una radicalità insita nelle cose, a questo punto, più che emergente nelle dichiarazioni retoriche dei soggetti politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo draghi a disposizione, purtroppo, almeno che io sappia. Né grandi eserciti da dispiegare in un campo di battaglia (per fortuna, direi). E molte cose congiurano contro la possibilità di un riscatto storico della Sardegna. Il problema è che al Gioco del Trono non ci si può sottrarre. Comunque, come minimo, ti tocca subirlo. Tanto vale cimentarsi, confidando &#8211; senza troppe illusioni &#8211; che non sia davvero così drastica l&#8217;alternativa di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cersei_Lannister" target="_blank"  rel="nofollow" >Cercei Lannister</a>: o vinci o muori.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, se questa è l&#8217;alternativa, che almeno partecipiamo in nome di qualcosa di nobile, di grande e di fecondo. Gli scopi e i valori di riferimento fanno sempre la differenza. Diamocene di degni e di memorabili, dunque, fuori dai tatticismi di bassa lega e fuori dalle logiche egoistiche e senza respiro a cui quest&#8217;epoca di decadenza ci sta abituando.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2016 11:18:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A Bolzano (Sud-Tirol) un corteo di musulmani ha celebrato la nascita di Maometto. Centinaia di persone di varia provenienza (dal Marocco al Bangladesh), gli uomini davanti, le donne e i bambini dietro, hanno pregato e risposto alle invocazioni degli imam, per le vie del centro cittadino, e nello stesso tempo hanno preso esplicitamente le distanze...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/01/11/liberta-ed-eguaglianza-conquiste-precarie/">Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/01/11/liberta-ed-eguaglianza-conquiste-precarie/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-2088" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image.jpg" alt="image" width="589" height="302" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image.jpg 558w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /></p>
<p style="text-align: justify;">A Bolzano (Sud-Tirol) <a href="http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2016/01/10/news/bolzano-300-islamici-in-piazza-non-siamo-dei-terroristi-1.12752910?ref=hfaabzec-2" target="_blank" rel="nofollow" >un corteo di musulmani ha celebrato la nascita di Maometto</a>. Centinaia di persone di varia provenienza (dal Marocco al Bangladesh), gli uomini davanti, le donne e i bambini dietro, hanno pregato e risposto alle invocazioni degli imam, per le vie del centro cittadino, e nello stesso tempo hanno preso esplicitamente le distanze dal fanatismo e dal terrorismo.<span id="more-2087"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Bello, opportuno, confortante? Macché: apriti cielo!</p>
<p style="text-align: justify;">I mass media locali hanno amplificato non tanto il fatto in sé, ancor meno i suoi contenuti culturali, quanto piuttosto le prese di posizione critiche di diversi esponenti politici, a loro volta sedicenti portavoce del fastidio dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Pare che a generare lo sconcerto e persino la paura dei bolzanini sia stato l&#8217;uso della lingua araba e il volume troppo alto delle invocazioni. Sembra che alcuni passanti e alcuni turisti, nel vedere avanzare questa folla urlante, e per di più in una lingua minacciosa, si siano dati alla fuga.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare i rappresentanti dei partiti italiani in Alto Adige hanno stigmatizzato precisamente l&#8217;uso dell&#8217;arabo come lingua di preghiera di questa comunità musulmana (per altro, in larghissima misura regolarmente residente in loco).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno ha dichiarato apertamente che dovrebbero pregare in italiano, dato che sono in Italia, o quanto meno in tedesco. Un paradosso significativo, quest&#8217;ultimo: mai si era sentito un politico italiano altoatesino difendere pubblicamente l&#8217;uso del tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno che abbia semplicemente fatto presente che per un musulmano la lingua della fede e della liturgia è e rimane l&#8217;arabo e che questo fatto non ha nulla a che fare con le appartenenze etniche o nazionali, né con rivendicazioni politiche. Fino a cinquant&#8217;anni fa, del resto, i cattolici di tutto il mondo usavano il latino, o più spesso il &#8220;latinorum&#8221;: i ferventi difensori dell&#8217;italianità (o al limite della tirolesità) dell&#8217;Alto Adige hanno poco da dare lezioni, su questo punto. Ma tant&#8217;è.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnalo questo episodio, tutto sommato minore rispetto ai fatti più drammatici di cui sono piene le cronache, perché assomma in sé diverse questioni aperte, su cui è sempre più difficile ragionare serenamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le intenzioni della comunità islamica bolzanina erano non solo lecite ma anche particolarmente apprezzabili. Svolgere un proprio rito in pubblico (con regolare autorizzazione dell&#8217;autorità preposta) e in tale contesto prendere le distanze dal terrorismo e dal fanatismo non è facile, per una comunità eterogenea al suo interno ma comunque tenacemente marginalizzata, guardata con sospetto dal resto della popolazione. Un atto di civismo e di coraggio politico che avrebbe meritato ben diversa accoglienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le critiche mosse alla manifestazione suonano strumentali e capziose. Ci si attacca a un fatto linguistico (in modo ignorante, come detto) o a questioni inconsistenti (il volume delle invocazioni: come se le scampanate delle chiese, anche ad ore inconsulte, non fossero fastidiose), perché non si può dichiarare apertamente che questa manifestazione non andava fatta svolgere.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna esiste ancora un diaframma tra le pulsioni ostili verso la diversità culturale e la loro traduzione concreta in atti repressivi e/o violenti, magari di massa. È un diaframma fragile, costituito fondamentalmente da parole (regole, norme, diritti stabiliti e protetti dall&#8217;ordinamento giuridico), a cui si fa sempre più fatica a dare peso, che quindi va assottigliandosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che chi nega o vorrebbe negare il diritto dei musulmani a svolgere i propri riti e le proprie legittime manifestazioni lo fa sostanzialmente non in nome della laicità (ossia l&#8217;unica garanzia della stessa libertà religiosa), ma in nome di un sistema di credenze, appartenenze e pregiudizi di segno diverso ma nient&#8217;affatto più aperto, libero e democratico di quelli che si rinfacciano agli islamici (o ai rom o a qualsiasi altra minoranza presa di mira sul momento).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche le reazioni ai fatti tedeschi (le molestie di massa verso le donne, la notte di Capodanno) segnalano non la preoccupazione per la natura &#8220;di genere&#8221; di tali violenze, ma solo per la provenienza degli accusati di tali atti. Il discorso somiglia alla rivendicazione di una proprietà violata, più che alla difesa dei diritti e delle libertà civili delle donne (la vera e sola posta in gioco, qui).</p>
<p style="text-align: justify;">Emerge dunque, a vario livello, l&#8217;estrema fragilità di quel sistema di valori, diritti e garanzie sul quale abbiamo per molto tempo basato la nostra pretesa superiorità etica di &#8220;occidentali&#8221; sul resto del mondo. Si mostra in tutta la sua preoccupante precarietà la natura transeunte, sempre revocabile, di condizioni di vita che diamo per scontate, di cui godiamo come se fossero conquistate una volta per tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è così, evidentemente, e le questioni di genere sono un ottimo esempio di questo fenomeno storico. Come segnala lucidamente Giulia Blasi in <a href="https://storie.expost-news.com/la-colonia-in-s%C3%A9-e-la-colonia-in-te-15fa411314ad#.djwhd9pb0" target="_blank" rel="nofollow" >questo pezzo</a>, non solo i civilissimi e emancipati europei attuali hanno poco di cui vantarsi, rispetto agli uomini di altra provenienza, ma ogni grammo di libertà che le donne hanno conquistato nel corso degli ultimissimi decenni rappresenta ancora e sempre una linea del fronte da difendere, un luogo di conflitto tutt&#8217;altro che sopito, interno alle nostre stesse civilissime ed evolute comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">E in fondo non si può dire lo stesso di qualsiasi diritto politico e sociale? Non ci sta insegnando la storia recente, quella del dominio assoluto dell&#8217;ideologia capitalista, che per guadagnare una libertà occorre spendere tempo, energie e vite umane e per perderla basta spesso un tratto di penna?</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che fa più paura nelle dinamiche sociali e culturali di questi anni è la facilità con cui vengono azzerate o svuotate le conquiste sociali e politiche degli ultimi due secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">È palese il tentativo di annullare gli effetti scatenati da quell&#8217;incidente storico che fu la Rivoluzione francese, con tutte le sue conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Non esiste un verso prestabilito, nei fatti storici, non c&#8217;è alcuna teleologia che possa condurre l&#8217;umanità verso le magnifiche sorti e progressive, per inerzia, perché così vuole lo Spirito Assoluto, o Dio, o chissà quale altra entità trascendente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò che di buono in termini emancipativi, di eguaglianza, di giustizia sociale, di libertà gli esseri umani hanno costruito nel tempo va difeso strenuamente e irrobustito costantemente, o andrà perduto.</p>
<p style="text-align: justify;">I rapporti di forza, le forme della divisione del lavoro, il sistema di gestione del potere economico e politico, oggi come oggi congiurano a proteggere gli interessi di una ristretta élite mondiale a discapito della vita del resto dell&#8217;umanità e della stessa biosfera.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli apparenti conflitti tra le varie fazioni dell&#8217;establishment mondiale non devono trarre in inganno circa la vera portata del conflitto in corso. Che poi è lo stesso degli ultimi millenni, almeno da che la specie umana ha inventato l&#8217;agricoltura, la sedentarietà, la proprietà, le religioni istituzionalizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">Assumere come problema fondamentale dell&#8217;Europa di oggi la presenza di comunità di fede islamica dentro i suoi confini è un annebbiamento della ragione, per chi lo subisce passivamente e lo replica meccanicamente, ma è un ottimo strumento di dominio in mano ai padroni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non perché nell&#8217;islam non ci siano aspetti inaccettabili in un contesto pienamente laico e anche francamente detestabili. Ma se fosse solo per quello, cosa dovremmo dire del cristianesimo e specialmente del cattolicesimo? O dimentichiamo che le &#8220;sentinelle in piedi&#8221;, i fanatici in servizio permanente effettivo contro la fantomatica &#8220;ideologia gender&#8221;, gli ostinati difensori della famiglia &#8220;naturale&#8221;, i medici &#8220;obiettori di coscienza&#8221; antiabortisti, ecc. sono tutti roba nostrana?</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che come minimo siamo chiamati a fare, se davvero teniamo nel massimo conto &#8211; come spesso dichiariamo ma quasi mai pratichiamo &#8211; la sfera dei diritti civili e umani, è difendere la laicità delle istituzioni, difendere le residue leggi che proteggono e assicurano quei diritti e quelle libertà, pretendere che non ci sia violenza, provocazione o persino tragedia che possa escluderne la vigenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Cancellare i diritti in nome della loro protezione è un paradosso degno di un romanzo distopico, è l&#8217;incubo di George Orwell fatalmente realizzato. Col nostro consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe dinamiche storiche non possono essere contrastate, ma solo comprese e rese il meno traumatiche che sia possibile. I fenomeni migratori, generati pressoché sempre da situazioni di sfruttamento e conflitto da cui noi stessi abbiamo a lungo tratto esclusivo vantaggio, non possono essere arrestati con la forza o con l&#8217;autoritarismo repressivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Caso mai dovremmo aspirare a rafforzare diritti e libertà, a rendere le istituzioni molto più democratiche e molto più trasparenti, ad ampliare l&#8217;accesso ai beni comuni e a condizioni di vita dignitosa per tutti, indistintamente.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo significa anche rimettere in discussione i modi di produzione, i rapporti sociali, la distribuzione delle risorse. Significa dunque riaprire la partita rivoluzionaria, contro il pensiero unico tardocapitalista e i suoi cascami consumistici dell&#8217;infotainment, della società dello spettacolo, dell&#8217;ineguaglianza eretta a valore sistemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni discorso che enfatizzi la competizione, ogni proposta economica o politica che non tenga conto delle leggi fisiche, delle conseguenze sociali, dei fattori storici reali, ogni appello alla paura e al rifiuto dell&#8217;altro, ogni pretesa oscurantista in campo politico, morale, sessuale vanno respinti come una minaccia mortale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è importante contrastare il fanatismo islamico se non si contrasta il fanatismo in sé, ovunque e comunque si manifesti. Non ha alcun senso vantarsi dei propri diritti e delle proprie conquiste civili se non le si difende prima di tutto dalle nostre stesse classi dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sì sono in prima linea nel condizionamento in negativo delle nostre esistenze, molto più di qualsiasi straniero. Non vedere che Daesh (o Is che dir si voglia), Al-Qaeda, o qualsiasi altra manifestazione più o meno realistica di un possibile nemico collettivo sono banali funzioni di un sistema di produzione e di potere a cui siamo <em>già</em> soggetti, ci fa drammaticamente sbagliare obiettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo è fondamentale, anche nei processi di autodeterminazione in corso, non cedere alle tentazioni del nazionalismo fine a se stesso, della conservazione identitaria, dell&#8217;ostilità verso un &#8220;altro da noi&#8221; dove si assumono sia il &#8220;noi&#8221; sia &#8220;l&#8217;altro&#8221; come soggetti storicamente definiti, omogenei al proprio interno e reciprocamente ostili.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo va salvaguardata la dialettica tra diverse visioni, non solo va tenuta aperta la differenza sostanziale tra i valori, le prospettive e le prassi di destra e di sinistra: questo dovrebbe essere il minimo sindacale.</p>
<p style="text-align: justify;">In un discorso che si presenti come realmente emancipativo va anche necessariamente ristabilita la centralità delle questioni sociali, la rilevanza della questione di genere, la necessità della difesa delle minoranze, il principio dell&#8217;autonomia e del decentramento, la difesa dei beni comuni dai meccanismi dell&#8217;accaparramento e dello sfruttamento capitalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Altrimenti potremo ottenere tutto, in termini politici, tranne che quella libertà di cui ci riempiamo la bocca solo quando si tratta di attaccare volgarmente qualche malcapitato forestiero, meritevole o meno che sia della nostra esecrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vale la pena lottare per qualcosa che non preveda la pluralità, la diversità e tutte le libertà civili come condizioni sine qua non e che non persegua attivamente l&#8217;abbattimento delle ingiustizie economiche, sociali ed ambientali come obiettivi storici del proprio realizzarsi concreto. E questo vale per la tanto vantata democrazia europea e occidentale (in realtà oggi qualcosa di molto simile a una cleptocrazia appena riverniciata) come per l&#8217;indipendenza di una &#8220;nazione senza stato&#8221;.</p>
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