politica

Pace e guerra nel mondo governato dai nemici della democrazia e dei diritti

Il 22 settembre è la Giornata internazionale della Pace. A New York si apre l’Assemblea generale dell’ONU. Nel mondo sono in corso diversi conflitti armati e in Europa soffiano venti di guerra e avanzano le destre reazionarie e nazionaliste. In Italia si parla di abolizione del bollo auto e del burqa a scuola. Cosa potrà mai andare storto?

Per essere una Giornata internazionale della Pace, si parla fin troppo di guerra e di altri conflitti più o meno violenti. Va così, in questi tempi complicati. Il fatto che comunque si svolga un’Assemblea dell’ONU ha qualcosa di consolante. Così come la notizia che USA e Cina cerchino un accordo per vigilare sulla minaccia costituita dall’Intelligenza Artificiale (su cui hanno scatenato una specifica e inquietante “corsa agli armamenti”).

Tuttavia, la natura dei conflitti attivi e le dinamiche politiche in corso specie in Europa, non inducono facili ottimismi.

Il discorso sullo stato dell’Unione, tenuto da Ursula von der Leyen al Parlamento europeo solo pochi giorni fa, è stata una dimostrazione di moderazione e di prudenza, pur nella retorica altisonante di alcuni passaggi. Ha evitato di mettere in discussione apertamente la relazione con gli USA, pur evocandone le minacce, ma senza mai nominare l’amministrazione Trump.

Von der Leyen ha invece insistito molto nel puntualizzare l’ostilità aperta e persino bellicosa contro la Federazione Russa. Ha anche vantato i progressi negli investimenti in armamenti degli stati dell’UE. Un’asimmetria di visione e una prospettiva strategica molto miopi, per come stanno andando le cose.

Del resto, il dibattito tra pacifismo e riarmo, nel Vecchio continente, ha aspetti surreali e un andamento condizionato sia da posizioni stereotipate e di comodo, sia dalle pressioni di grandi centri di interesse, sempre in cerca di affari lucrosi.

Il commentarium continentale si divide tra allarmisti e pacifisti unilaterali. Da un lato si proclama che la guerra contro la Federazione Russa sarebbe questione di giorni, forse di ore, ed è necessario prepararsi a combattere; da un altro si pretende che si faccia la pace con la Russia a qualsiasi costo, e pazienza se ciò significa il sacrificio di un intero paese (l’Ucraina) e il cedimento si principi basilari della stessa convivenza democratica.

Oltre il tifo, però, non c’è una riflessione obiettiva su come stiano davvero le cose e su quale sia la vera posta in gioco.

Da queste parti ci si prova, con tutti i limiti soggettivi e oggettivi del caso. Ma vorrei provare a insistere.

L’altro giorno mi sono imbattuto in una definizione semplice e apparentemente banale, scontata, che però ha il pregio della chiarezza: il neoliberismo non è altro che il capitalismo senza stato di diritto.

L’immediata associazione mentale è stata: chi altri è ostile allo stato di diritto? E la risposta, anche in questo caso scontata, è: tutti i vari fascismi del terzo millennio, sotto qualsiasi veste si camuffino.

Il nemico dei grandi ricchi, degli affaristi globali e megalomani, dei dittatori e degli aspiranti tali, dei regimi autoritari, dei razzisti, dei fanatici religiosi è il medesimo: una democrazia basata sui diritti sociali e civili (che NON sono in conflitto, come una certa narrazione di destra o rossobruna pretende), sulle libertà individuali e sulle garanzie poste a loro protezione, sulla supremazia della legge “uguale per tutti” rispetto all’arbitrio, sul bilanciamento dei poteri, sull’esclusione della violenza come mezzo di regolazione dei conflitti, sulla salvaguardia dei beni comuni e degli interessi generali rispetto al profitto privato.

Si questi temi, la presidente von der Leyen nel suo discorso, pur ben confezionato, è stata vaga e approssimativa. Ha rivendicato la difesa dei diritti fondamentali garantiti dai paesi UE, ma si è guardata bene dal prospettare un cambiamento di direzione rispetto al favore per il mondo degli affari e in generale per i principi neoliberisti.

La convergenza tra istanze politiche reazionarie e velleità di arricchimento senza limiti delle élite economiche è evidente negli USA di Trump, ma anche in Europa ha pieno diritto di cittadinanza. Uno dei bersagli principali di questa convergenza è ciò che residua dello stato sociale dei paesi del Vecchio continente e, con esso, la stessa democrazia egualitaria che ne è la forma politica.

Non nutro alcuna benevolenza verso l’Unione Europea in quanto tale, specie nei confronti dei suoi vertici politici. Non ne nutro nemmeno verso le classi dirigenti dei vari stati. Nondimeno, non posso negare che l’essere nati in questa porzione di pianeta, al momento, abbia ancora dei vantaggi oggettivi. Persino per la gente sarda.

Chi lo nega dovrebbe provare a vivere in Russia, o in Iran, o sotto uno qualsiasi dei tanti regimi oscurantisti, autoritari e violenti che costellano il mondo. O anche negli USA, specie se non disponi di un reddito alto e/o appartieni a qualche minoranza.

Il che non significa che l’Europa sia un posto moralmente irreprensibile e ontologicamente migliore di altri, né che le popolazioni del Vecchio continente abbiano il diritto di imporre le proprie culture (e gli interessi delle proprie élite) ad altri. Su questo terreno, abbiamo già dato.

Significa però che le dolorose conquiste civili della nostra storia andrebbero valutate meglio e non sacrificate a buon mercato sull’altare di posizioni ideologiche dogmatiche o di abbagli politici.

Il discorso della pace è una faccenda troppo seria, per svilirlo in discussioni da social e con argomentazioni capziose.

Andrebbe prima di tutto ribadito il rifiuto della guerra come strumento politico ordinario e andrebbe bandito ogni suprematismo dalla sfera delle buone ragioni politiche. In questo senso, Trump e Putin rappresentano non due poli opposti, tra cui scegliere, ma il medesimo orientamento autoritario e senza scrupoli.

Tant’è vero che entrambi, insieme ai rispettivi entourage, condividono il disprezzo per le regole internazionali e sostengono i fascismi europei, giocando le loro partite nello scacchiere del mondo sulla base di spensierate logiche di sopraffazione, distruzione di vite e di luoghi, sociopatia eretta a sistema, odio per l’empatia, per la solidarietà, per i diritti.

Per questo insisto nel domandare (a me stesso, prima di tutto): che cosa intendiamo quando parliamo di pace e di guerra? La pace a tutti i costi può condurre a una condizione di schiavitù e di repressione. La guerra come mezzo ordinario di relazione tra i popoli, idem. Mantenere la discussione su un piano astratto, basato su uno scontro tra dogmatismi reciprocamente escludenti, non porta a nulla se non, appunto, al conflitto.

Ignorare la radice politica profonda dello scontro di civiltà in atto induce inevitabilmente a fraintendimenti. Chiaro che c’è chi rimesta nel torbido e alimenta divisioni artefatte e manipola il dibattito per favorire i propri disegni. Ma chi ha un minimo di strumenti critici e un po’ di onestà intellettuale dovrebbe abbandonare le proprie zone di comfort, le proprie convinzioni rassicuranti, e cimentarsi con un ragionamento meno schematico.

Se davvero di qui a poco l’Europa sarà in guerra, chi sarà il nemico? Contro chi saremo chiamati a combattere e in nome di cosa? E a chi gioverà questa deriva violenta?

Il pacifismo astratto è un facile mezzo di manipolazione. La pace va mantenuta e, nel caso, conquistata. In nome di una convivenza dignitosa, di valori umani non negoziabili. Il che può implicare la necessità di difendersi, di resistere.

Il nemico deve essere ben individuato e, per quanto mi riguarda, è rappresentato da chiunque metta in discussione i principi del diritto, della libertà democratica, dell’eguaglianza, dell’autodeterminazione dei popoli. Così come da chiunque anteponga gli interessi privati a quelli generali e ai beni comuni.

Il nemico è la discriminazione culturale e razziale, è il suprematismo, è l’oscurantismo. È l’attacco alle minoranze. È il rapporto predatorio con le risorse naturali, con l’ecosistema, con la vita in generale.

Chiunque sia a promuovere tali posizioni, è il mio nemico, comunque si presenti, qualsiasi lingua parli e da qualsiasi parte provenga.

Questo, in linea di principio. Il problema è che, nei fatti, per difendere i propri valori e le conquiste democratiche, e magari allargarle e rinforzarle, occorre muoversi in un contesto dato, che è spurio, contraddittorio.

Qui sta una difficoltà oggettiva su cui è necessario ragionare lucidamente. Basarsi su slogan e frasi fatte non serve a nulla se non a preparare la resa davanti a scelte altrui e davanti a rapporti di forza soverchianti.

Il pericolo lo corrono soprattutto le componenti sociali più deboli, le minoranze, i territori in cerca di riscatto e/o sottoposti a un’aggressione neo-coloniale. Come la Sardegna.

In presenza dell’ennesima stagione di esercitazioni militari nell’isola, in spregio a qualsiasi volontà popolare e al rispetto per i territori coinvolti, non basta più gridare in piazza “a foras sa NATO”. Primo, perché ormai la NATO sta pensando ad altro e non è nemmeno più un’entità coesa, con una volontà riconoscibile. Secondo, perché bisognerebbe innanzi tutto chiedersi: chi è che si esercita in Sardegna? A quale scopo?

La guerra, negli ultimi anni, ha cambiato natura e modalità di svolgimento. Il conflitto in Ucraina, innescato dall’aggressione russa (e non, per piacere, dalla NATO!), era iniziato come una specie di Prima guerra mondiale fuori tempo massimo e si sta prolungando come una guerra futuristica, fatta di robot e di droni.

La guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran si è arenata nonostante la presunta superiorità bellica dei due attaccanti. Gli stessi Houti, che pure non sono nemmeno un’entità statuale a pieno titolo, tengono in scacco forze militari di stati sulla carta nettamente più forti.

La cosiddetta guerra ibrida che la Federazione Russa e il suo regime starebbero conducendo contro l’Europa va avanti a colpi di manipolazioni dell’opinione pubblica, di infiltrazioni, sabotaggi informatici, finanziamento alle formazioni fasciste e reazionarie interne ai singoli stati.

A cosa serve imporre ancora una volta alla Sardegna operazioni militari, dispendiose e distruttive, nonché umilianti sul piano politico e culturale, che appaiono ormai obsolete? A garantire gli interessi delle grandi aziende fornitrici di armamenti? A ribadire il possesso dell’isola da parte dell’Italia? Di sicuro non a preparare eventuali conflitti reali, nello scacchiere europeo.

Il conflitto vero, come ho già cercato di argomentare, si svolge su più piani e in forme mutevoli, ma ha come bersaglio la democrazia, i diritti, la giustizia sociale, la solidarietà tra i popoli. Ed è già in corso.

Bisogna sottrarsi alle trappole dialettiche con cui si vuole presentare il conflitto come una guerra contro una potenza straniera aggressiva e basta. Se si chiama alle armi la popolazione in difesa della democrazia, è necessario che tale democrazia sia reclamata e difesa innanzi tutto dentro i nostri spazi politici.

La condizione per cui le popolazioni europee dovrebbero sobbarcarsi il peso immane di uno scontro bellico è la difesa e l’ampliamento della democrazia, non la salvaguardia degli assetti sociali oggi vigenti, né la difesa delle nostre vetuste e mediocri classi dirigenti.

Putin è il nemico quanto lo è Trump, ripeto. Due criminali patentati. Così come i grossi agglomerati di interessi privati che dominano la politica europea; tutti concordi tra loro, come dicevo all’inizio, per limitare e se possibile abbattere lo stato di diritto.

Che usino diversivi e capri espiatori (vedi alla voce migranti, o minoranze varie) per garantirsi dominio e consenso non dovrebbe stupirci. Ma questi meccanismi vanno smascherati, non avallati alimentando divisioni artefatte e cadendo in tutte le trappole possibili.

Io comincerei a ragionare su queste basi, piuttosto che ostentare pacifismi di facciata, che significano solo inerzia o addirittura cedimento verso la prepotenza e l’oscurantismo.

Non esiste alcun caos che sia migliore della indebolita democrazia di cui disponiamo. Finché ne disponiamo, facciamo in modo di usarla in modo intelligente.

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Omar Onnis

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