Il circolo vizioso della subalternità

Punto della situazione. Mentre procedono le indagini sul Poligono interforze del Salto di Quirra, tra allarmismi, smentite, proteste e azioni demagogiche, il consiglio regionale vede bene di evitare qualsiasi presa di posizione: non sia mai che qualcuno possa accusarli di aver osato dire una parola politica su qualcosa di compromettente! Patetici. Sia il PDL, che recede da propositi bellicosi dopo il diktat da Roma (da parte del “sardo” Cossiga), sia il PD, che si divide come solo loro sanno fare per ragioni di bottega e per insipienza politica congenita. I cespugli scuotono le fronde per far vedere che ci sono, ma è tutta una manfrina interna ai rapporti di forza del Palazzo.

Come se non bastasse questo spettacolo imbarazzante, contemporaneamente rimane in piedi la falsa vertenza industriale. Dico falsa perché somiglia sempre di più a una messinscena mediatica, per dare a intendere che qualcosa si muove, che qualcuno se ne preoccupa. In realtà alla fine chi decide sono le aziende private, che ovviamente perseguono i loro interessi. La politica sostanzialmente latita, prende atto, recrimina, si adegua.

Le mirabolanti promesse sulla chimica “verde” (che trattandosi di chimica non è affatto un colore rassicurante) sono state ridimensionate a stretto giro di lanci d’agenzia. Quelli della Vinyls non sanno più in che galera rinchiudersi, a quale torre arrampicarsi. La E.On a sua volta, dopo il simpatico pasticcio dello sversamento in mare di schifezze, annuncia (e realizza) un ridimensionamento della sua centrale. Non che dismettere  l’uso del carbone sia una cattiva notizia. Ma esistesse almeno uno straccio di piano di bonifica e riconversione, forse non dovremmo preoccuparci anche di questo. Il resto del settore in Sardegna è sostanzialmente defunto. Alleluya!

Come se niente fosse, nel frattempo, a Cagliari Susanna Camusso, la capa della CGIL (non esattamente un sindacato di base semiclandestino), proclama che la Sardegna non può vivere di solo turismo (accidenti: e noi che ci illudevamo!) ma deve necessariamente puntare ancora sull’industria. Ah be’, grazie tante. Se ci spiega da quale dimensione spazio-temporale proviene, potremmo anche provare a spiegare alla Camusso come stanno le cose da queste parti.

In definitiva, non è nemmeno dai sindacati – di sicuro non da quelli italiani – che arriverà un contributo non dico decisivo ma almeno positivo per una soluzione di qualcuno dei nostri mali. Troppo legati a vecchie logiche, troppo clientelari e corporativi, troppo distanti da un orizzonte di interessi e di prospettive che siano nostri e generali.

Il tutto contribuisce a un quadro desolante dove il ricatto occupazionale genera una forma patologica di rassegnazione, che a sua volta ci fa sembrare desiderabile il precariato più vistosamente penalizzante, i mesi e gli anni in cassa integrazione, con lavori in nero (e ultra precari) a supportare il reddito familiare, persino la disoccupazione, piuttosto che rialzare la testa, fissare lo sguardo su noi stessi e su quel che ci circonda e farci decidere di appropriarci della nostra sorte.

Il futuro della Sardegna non sarà il turismo, ma certo non è l’industria e non sono le servitù militari e la monocoltura della guerra in tempo di pace. Un tempo di pace precario e nient’affatto garantito, che senza un progetto collettivo, una prospettiva condivisa, si trasformerà facilmente in conflitto senza guida e senza regole. Una situazione da cui è altamente probabile che usciremmo più poveri e subalterni di prima. A meno che la lamentela, l’attesa della salvezza dal padrone di turno, l’auto-umiliazione non si trasformino in consapevolezza, voglia di fare, fantasia creatrice. Le risorse ci sono e il tempo è maturo. Il lavoro da fare non manca di certo.

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Omar Onnis

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