Recensione: ELIAS MANDREU, Dopotutto, Nuoro, Il Maestrale, 2010

Una giovane donna francese muore misteriosamente sulle pendici del Gennargentu. Un aspirante avvocato nuorese si trova coinvolto in una trama misteriosa. Alcuni personaggi storici vanno e vengono tra le pagine come non li avevamo mai conosciuti. Interessi di multinazionali si intrecciano con intrighi politici.

Questi alcuni degli ingredienti narrativi dell’ultimo romanzo del collettivo Elias Mandreu, uscito per il Maestrale subito prima dell’estate. Dopo l’esordio abbastanza sorprendente di Nero Riflesso, il trio nuorese si ripropone ai lettori senza cadere nella trappola del facile sequel. Una storia del tutto diversa, affrontata però con lo stesso piglio narrativo, la stessa verve e la stessa voglia di raccontare riscontrabili nel primo romanzo.

Sarebbe difficile trovare un difetto vistoso, in questa opera. Nella sua eterogeneità di registri, di ambientazioni e di stili si coniugano elegantemente le differenze personali degli autori, la complessità dell’intreccio e la sua efficacia narrativa.

Notevole la totale assenza di qualsiasi subalternità ai cliché canonizzati del romanzo sardo, così come viene solitamente concepito (e recepito). Uno smantellamento sistematico delle aspettative che arricchisce e libera il racconto. I modelli vanno caso mai cercati lontano, nella narrativa statunitense (Lansdale, Leonard, tra gli altri), nel romanzo d’avventura, nella fantascienza contemporanea.

E non manca di risaltare l’assenza dello sguardo mutilo, della sindrome da periferia del mondo, che tanto condiziona non solo la nostra letteratura, ma i nostri stessi processi di identificazione collettiva.

Un sardocentrismo liberatorio, mai preso sul serio fino in fondo, grazie all’ironia con cui le grandi vicende e i grandi personaggi vengono ricondotti misteriosamente sempre alla Sardegna e addirittura in gran parte a un paese della Sardegna, la Fraus di Giulio Angioni (riferimento evidente e in qualche modo reso esplicito all’interno della stessa narrazione).

I diversi livelli di lettura, le allusioni e le connotazioni rendono questo romanzo ricco, stimolante, senza che ne risenta la scorrevolezza. La psicocronina, sostanza misteriosa protagonista della vicenda, è una chiave di accesso metaletteraria all’immaginario collettivo della Modernità (non a caso le vicende cui ci si rifersice partono dal 1500, data convenzionale dell’inizio della nostra era). Una storia delle storie, un’epitome delle narrazioni che ci denotano e ci conformano come storicamente siamo, il tutto sotto forma di romanzo thriller.

Decisamente un’ottima prova autoriale. Un libro da leggere e da consigliare.

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Omar Onnis

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