Che ci stiamo a fare?

Pare che la vecchiaia porti la saggezza, così come il vino col passare del tempo migliora. Li trovo due luoghi comuni poco fondati: il vino vecchio di solito è imbevibile e la vecchiaia porta spesso rimbambimento o, nel migliore dei casi, lo sclerotizzarsi di fissazioni e idee partorite in età più giovanile.

Mi viene in mente questa cosa, riflettendo sull’intervento dello storico F.C. Casula in una trasmissione televisiva, ieri sera (17 febbraio), su un’emittente sarda. L’esimio accademico (che conosco bene, per averne seguito il corso di storia medievale e averci sostenuto il relativo esame in anni lontani) ha reiterato per l’ennesima volta i pezzi forti del suo repertorio.

Ha rievocato la vicenda storica del Regno di Sardegna, fondato dai catalani il 19 giugno 1324 presso l’attuale colle di Bonaria, a Cagliari, poi diventato padrone dell’isola dopo la sconfitta del giudicato arborense e la sua acquisizione (1409-20), quindi, attraverso varie vicende e in particolare il passaggio della corona in capo ai Savoia, arrivato a formare la base del Regno d’Italia e, conseguentemente, dell’attuale repubblica italiana.

Lasciamo perdere per un momento la fondatezza di tale ricostruzione e diamola per ammessa. Casula da tutto ciò desume che la Sardegna e i sardi abbiano ottime ragioni per aspirare a un ruolo da protagonisti in Italia, in quanto “prima regione italiana”.

Non solo, al contempo, essendo noi sardi “una nazione” a sé stante dentro la nazione italiana, in virtù di tale credito fondativo vantato verso l’attuale stato italiano, dovremmo poter aspirare a un’autonomia politico/istituzionale ben più ampia di quella ottenuta nel 1948, un’autonomia radicale, al limite della indipendenza. A detta dello stesso Casula dovremmo poter disporre del nostro territorio, dovremmo poter rifiutare le leggi italiane che non ci aggradano, dovremmo avere piena titolarità delle nostre scelte economiche e persino dei rapporti con l’estero. Il tutto, sulla base di una rinegoziazione dei nostri rapporti con l’Italia, da impostare in termini paritetici e federativi.

Il Nostro è così convinto di tutto questo che ci ha fondato su la sua proposta di un nuovo statuto regionale.

Ora, non sembra anche a voi che ci sia qualcosa che non torna in tutto questo ragionamento? Mettiamo che la repubblica italiana non sia altro che il Regno di Sardegna con un nome e un assetto costituzionale diversi. Il Regno di Sardegna venne fondato dai catalani in guerra con i sardi e prese corpo, al di là degli accordi diplomatici e delle terminologie politiche, solo in conseguenza della sconfitta dei sardi medesimi. Perché mai, dunque, dovremmo farcene vanto fino a rivendicare, in nome del Regno di Sardegna che fu, una posizione particolare all’interno dell’ordinamento giuridico italiano? Una posizione paritetica, addirittura (ricordiamo en passant che i sardi rappresentano circa il 2% dell’intera popolazione italiana)! Che ruolo abbiamo noi nella vicenda storica del Regno di Sardegna e nella sua successiva trasformazione in Regno d’Italia e quindi in repubblica, se non quella del soggetto collettivo che tale vicenda ha dovuto subire in quanto sconfitto e sottomesso?

Altra questione. Se noi siamo una nazione a sé stante, cosa mai può importarci di aspirare a costruire con uno stato, rappresentativo di un’altra nazionalità, un rapporto giuridico così assurdo e incomprensibile come quello auspicato dal prof. Casula? Perché aspirare a un’autonomia sconfinante nell’indipendenza politica, quando potremmo aspirare all’indipendenza tout court? Solo perché i catalani, nel 1324, avrebbero fondato l’attuale stato italiano? E chi se ne frega?

Insomma, un bel pasticcio storico e politico. Che purtroppo gode di ampia visibilità e di buona stampa, benché sia universalmente sbeffeggiato in campo storico e non riceva alcun riconoscimento a livello accademico internazionale.

Ma fosse solo questo! È che tale cervellotica ricostruzione perpetua una serie di cortocircuiti culturali e di false rappresentazioni nei nostri processi di identificazione collettiva: insomma, a tutto può servire, tranne che a promuovere la nostra emancipazione storica.

Il tutto, in parallelo con la pubblicazione di intercettazioni telefoniche che vedono l’attuale presidente della regione Sardegna impegnato in imbarazzanti conversazioni con i suoi referenti “continentali”.  Conversazioni in cui il buon Nichele Cappellacci non si esime dal rammaricarsi dell’esistenza stessa dei sardi in Sardegna!

Effettivamente, non ci facciamo nulla, noi sardi, in Sardegna: ci starebbero molto meglio, e più legittimamente, i catalani, misconosciuti ma non per questo meno meritevoli padri dell’Italia.

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Omar Onnis

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