sardegna

Salude e trigu!

Salude e trigu!” è un bell’augurio sardo. In fondo, quando c’è la salute e non manca il pane il più è fatto.
Certo, a pensarci, quanto a salute e a grano non è che siamo messi tanto bene.

La prima, dopo i sacrosanti tentativi della giunta Soru di mettere in carreggiata il carrozzone della sanità pubblica e convenzionata, è di nuovo caduta in balia di pratiche spartitorie che ben poco hanno a che fare con la sua tutela. La scoperta lottizzazione (con annessa moltiplicazione bulimica delle poltrone) da parte dell’attuale compagine di governo regionale non promette certo un miglioramento dei servizi resi ai cittadini e dell’efficienza complessiva di un settore così complesso e delicato. Ma in tempi di vacche magre, poter spremere un po’ la mammella sempre ben pasciuta (dalle imposte dei cittadini) delle aziende sanitarie e ospedaliere è quasi una scelta obbligata. Almeno, per chi abbia della politica una concezione esclusivamente strumentale e feudale, come i figuri di cui stiamo parlando.
Quanto al grano, be’, considerata l’atavica vocazione agricola della Sardegna, l’attuale situazione del comparto agroalimentare rasenta il grottesco, oltre che apparire di una gravità senza precedenti. Un settore che per la nostra Isola dovrebbe essere vitale e trainante è stato demolito e destrutturato fino alla totale eradicazione. Le ragioni sono tante e diverse. Intanto bisogna segnalare le marachelle di un sistema bancario assurdo, (quello monopolistico prima statale, poi privato del Banco di Sardegna) nato male e sulle rovine di un sistema di credito praticamente opposto per concezione e vicinanza alle reali esigenze del territorio (quello tradizionale dei monti granatici e delle casse ademprivili, di matrice cooperativistica). Inoltre, a forza di sfruttare il mondo agropastorale come bacino di clientele e scambi di favori, se ne è persa la vocazione produttiva e quella di presidio del territorio: le campagne abbandonate sono oggi una triste caratteristica della Sardegna, ben più delle belle spiagge e del gossip smeraldino-cementifero (per citare Piero Marras). E poi ci sono anche le responsabilità degli attori principali della recita, gli agricoltori, i proprietari e i gestori delle aziende, troppo inclini ad intascare denari facili e poco ad onorare il proprio mestiere di produttori primari. Oggi in Sardegna non si produce più nulla, la quasi totalità degli alimenti che si consumano sulle tavole sarde sono di provenienza esterna. A poco vale la produzione a livello familiare, che ancora soddisfa una certa parte della domanda: si tratta di situazioni residuali che non fanno rete, non fanno sistema, esposte all’estinzione da una generazione all’altra.
Insomma, benché forse ci piacerebbe distrarci per un po’, non possiamo chiudere gli occhi su quanto succede introno a noi. Abbiamo il dovere di provare a riprenderci la responsabilità collettiva sugli elementi fondamentali di una vita associata che non sia pura giustapposizione tra individui, tra interessi privati in competizione tra loro secondo la legge del più forte (o del più scaltro). Solo a queste condizioni avrà ancora un senso augurarci, di tutto cuore: “Salude e trigu!”.
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Omar Onnis

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