Parlare di questo libro come di un “primo libro” può sembrare improprio, dato che la Murgia ha già al suo attivo due pubblicazioni di grande e discreto successo, nonché numerose compartecipazioni a raccolte di racconti. Senza contare gli occasionali interventi sui giornali e la cura di un blog personale molto seguito. Eppure, in fondo, di questo si tratta: di un esordio. Il suo primo romanzo romanzo, non un UNO (Unidentified Narrative Object) come poteva essere Il mondo deve sapere, né una divagazione geografico-antropologica come Viaggio in Sardegna.
Come romanzo, Accabadora presenta diverse caratteristiche tipiche di una prima volta, confermando nel contempo quanto già visto o intuito attraverso gli altri testi dell’autrice.
Una storia dalla trama e dall’intreccio semplici e estremamente lineari viene tenuta insieme dalla tensione emotiva e dalle connotazioni generate dalla scrittura. La vicenda è quella di una bambina spontaneamente affidata, secondo un uso antico e non del tutto scomparso, ad una famiglia diversa da quella nativa (in questo caso composta da una donna sola), perché la cresca come una “figlia dell’anima”. Bambina che, crescendo, si troverà ad affrontare, oltre ai casi consueti della vita di villaggio, anche una verità difficile da capire e da accettare, che ne interrogherà il senso del giusto e dell’ingiusto (non della “giustizia”, che in Sardegna, come spiega l’autrice in una bella pagina, ha un’accezione prettamente negativa). La rivelazione così ingombrante e dura da digerire, che la porterà ad una fuga lontano, oltre il mare (barriera non solo geografica), riguarda proprio la sua madre adottiva. Costei è l’altra protagonista del romanzo, personificazione di una figura mitica, in Sardegna, richiamo di usi e riti legati a un mondo in cui ancora la suprema autorità in cielo e in terra era la Grande Dea, la signora della nascita, della vita e della morte. Chi è depositaria del segreto della nascita lo è dunque anche del segreto della morte, prima e ultima madre.
Sui rapporti affettivi tra le due protagoniste ruota molta parte della vicenda narrata, fino al compimento finale, il ritorno, la chiusura del cerchio. Che poi, secondo la canonica visione del mondo che non ci ha ancora del tutto abbandonati, genera un ulteriore ciclo. Ogni fine è anche un inizio. Anche nel romanzo è così.
Ma non solo le due figure principali sono femminili: l’intera narrazione lo è. Non in modo didascalico e artificioso, tuttavia. Piuttosto in quel modo naturalmente inevitabile in cui in Sardegna a lungo si è articolata la vita comunitaria, di cui i reciproci rapporti di forza tra i sessi erano una componente basilare. Ecco dunque non l’esclusione degli uomini dal tessuto narrativo, bensì una loro collocazione nelle categorie assegnate dalla divisione dei ruoli sociali e familiari. Quando c’è in gioco qualcosa di importante, prima di tutto la vita o la morte, è la donna che si assume la responsabilità della decisione, tanto nel bene quanto nel male. È di questo che si tratta quando si parla, con una certa forzatura del termine, di matriarcato in Sardegna. Il romanzo ne rende bene i contorni e le dinamiche.
La miscela di esotico e realistico, che sembra sempre rimandare al realismo fantastico di matrice sudamericana e che tanta parte ha nella letteratura sarda contemporanea, in questo romanzo riesce a trovare un suo equilibrio, specie nella familiarità e nella naturalezza con cui l’autrice disegna un quadro credibile e al contempo evocativo. Credibile perché dipinto con i colori delle cose note, sentite raccontare o vissute direttamente, indovinate o sapute (che spesso è la stessa cosa). La padronanza del mezzo scrittura, talento naturale consolidato nella Murgia da anni di attività, si esprime qui nella riuscita di una narrazione altrimenti pericolosamente in bilico sul precipizio del bozzettistico o della semplificazione ingenua.
Benché la lettura fili via quasi sempre in modo sciolto, qualche piccolo cedimento c’è. La parte in cui la protagonista lascia la Sardegna per la grande città del nord (un clichè obbligato, data l’ambientazione cronologica della vicenda) sembra avere un che di frettoloso. E’ evidentemente la parte più problematica di tutta la narrazione, problematica in senso tecnico e materiale, sul piano della scrittura e dell’efficacia affabulatoria. La rinuncia a indugiare troppo su un terreno infido e potenzialmente franoso fa sì tuttavia che il romanzo ritrovi presto il suo respiro. Sembrano sovrapporsi qui (se volontariamente o istintivamente non si sa, comunque assecondando la sensibilità narrativa dell’autrice) la difficile storia personale della protagonista con le difficoltà della sua resa letteraria sulla pagina.
Non mancano le pagine memorabili e i passaggi degni di citazione (in questo emergono il gusto e il talento personale della Murgia per l’icasticità delle formule, per la sapidità polivalente dell’aforisma).
Rimane forte il sospetto che la lettura che del romanzo può dare un sardo sia inevitabilmente diversa da quella che ne può dare chi sardo non è. Fenomeno che prescinde dalla qualità intrinseca dell’opera e che investe l’aspetto delle connotazioni, del non detto, dei referenti concreti e (più spesso) culturali e immateriali. Quasi che il fatto di essere scritta in italiano non serva a velare l’appartenenza di una narrazione come questa ad una semiosfera ancestrale diversa, il cui orizzonte di senso si può dischiudere compiutamente solo con la chiave di una cultura altra rispetto a quella cui attiene la lingua in cui pure è reso il testo. Ma questo ulteriore risvolto della lettura di Accabadora non fa che accrescerne il fascino: per il lettore non sardo, in virtù della sospensione generata da questo senso di estraniamento e di estraneità; per il lettore sardo, grazie alla resa efficace di un mondo di segni e di sogni e visioni condiviso e largamente presente in ciascuno di noi.
Aggiungo e collego a quanto appena detto una considerazione, non del tutto marginale, sulla cura editoriale del libro. Lasciando da parte il lavoro di editing vero e proprio (che non deve essere semplice da svolgere su un testo del genere, per chi non ne afferri tutte le implicazioni extratestuali e l’universo di segni parallelo cui fa riferimento), è la presentazione dell’opera nei risvolti e sulla quarta di copertina che suscita qualche perplessità. Cito, dalla quarta di copertina: “‘Acabar’, in spagnolo, significa finire. E in sardo ‘accabadora’ è colei che finisce”. Ora, qui l’impressione è che il criterio di giustificazione/validazione del titolo e, indirettamente, dell’opera, sia da ricercare nel fatto che l’origine del termine accabadora è spagnola. Il verbo ac(c)abare è un verbo d’uso comune in sardo: da esso appunto deriva il sostantivo accabadora. Rimandare, per avvalorarne la portata semantica e la forza evocativa, ad un’altra lingua, sembra il risultato di un processo mentale di rimozione/ricollocazione della fonte di senso. Operazione alla cui base c’è l’idea che il sardo, da solo, non sarebbe sufficiente a sé stesso, non potrebbe aspirare a fornire materia per una parte tanto rilevante di un’opera letteraria come il titolo. Cosa che contrasta con la natura e il significato del testo. La sua fonte di senso infatti è tutta di matrice prettamente e inequivocabilmente sarda, come detto. Il romanzo si rivolge al mondo a partire dalla Sardegna, senza mediazione, senza il filtro di una cultura altra cui affidarsi per interfacciarsi con l’altro da sé. Smentendo così una delle paure tradizionali inerenti i processi di identificazione collettiva dei sardi contemporanei (fenomeno culturale e anche politico reso magistralmente nel dialogo tra Bonaria Urrai, l’accabadora, e Maria, la protagonista, a proposito dell’uso della lingua italiana). In questo senso, Accabadora risulta erede più di Sergio Atzeni che di molta della letteratura sarda degli ultimi quindici anni.
Benché alla fine rimanga l’impressione che questo romanzo non sarà forse la cosa migliore che la Murgia avrà scritto nella sua vita, certo se ne avvertono distintamente tutta l’urgenza e l’energia emotiva, comunque quasi sempre sublimate in una formula narrativa efficace. Un libro che contiene molto di più di quanto dia a vedere, e che probabilmente si conquisterà il suo posto tra le opere significative cui far riferimento negli anni a venire.
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