Diamo un’occhiata a questi due pezzi, un commento e una lettera, apparsi sul quotidiano IlSardegna di oggi, 31 marzo 2009:
Da un lato, uno storico mette in evidenza una tipica dinamica di potere in Sardegna: la delegittimazione di ogni possibile aspirazione all’autodeterminazione politica (economica, culturale, ecc.). Lo fa con cognizione di causa, richiamando eventi di un passato non tanto lontano (ma forse sì, in questo mondo reso smemorato dall’eccesso di scempiaggini a buon mercato). Episodi di una cronaca che molti lettori possono agevolmente ricordare da sé. L’intento è quello di mettere le mani avanti, in un periodo in cui gli organi si disinformazione mainstream hanno già cominciato a ventilare sciocche minacce “indipendentiste” contro il prossimo vertice G8 in programma all’inizio dell’estate sull’isola della Maddalena. Un’intenzione onesta, dovuta alla consapevolezza di quali siano gli strumenti della classe dominante e di come sia tanto più facile farne uso in un contesto culturale deprivato e assuefatto al non-senso come quello sardo.
Il secondo estratto, la lettera firmata di un lettore, è un appello alla salvezza della “nostra” lingua. Quella italiana, ovviamente. Un appello accorato, venato di una giusta dose di nazionalismo (la lingua del sì che ha “fatto” l’Italia). Ora, non sappiamo chi abbia scritto e inviato la lettera: potrebbe benissimo essere stato un italiano che, per qualche ragione, vive in Sardegna. Un militare, magari, o un funzionario ministeriale. In questo caso, rendendo pubblica la propria doglianza su un organo di stampa sardo, l’estensore della lettera non ha colto alcun equivoco, alcuna incongruenza, nella propria legittima azione. Ed è naturale, forse, che sia così. Perché mai dovrebbe esserci qualcosa di strano nell’appellarsi alla buona coscienza dei sardi per la difesa della “nostra” lingua italiana? E aggiungiamo pure che, se veramente si trattasse di difendere la lingua italiana (prima di tutto dagli italiani), noi sardi avremmo da fare la nostra bella parte, e non senza ragioni. Tuttavia, potrebbe anche essere stato un sardo a inviare la lettera. Qui subentrano considerazioni un po’ più articolate, inerenti ai processi di indentificazione cui siamo soggetti (nel senso che li subiamo, più che esserne consapevolmente partecipi). Certo è che la direzione del giornale ha scelto deliberatamente di pubblicare detta missiva. Una scelta che magari non equivale ad una presa di posizione, seppure mediata e indiretta, ma che pare funzionare da contraltare proprio allo spazio concesso poco prima al prof. Casula circa la legittimità del discorso indipendentista.
Si potrà accusare il giornale di “cerchiobottismo”, e forse, nel caso della testata in questione, non sarebbe un’accusa campata in aria. Ovvero, più magnanimamente, si potrebbe semplicemente pensare ad una libertà concessa a voci diverse, anche dissonanti rispetto alla linea editoriale prevalente.
La somma algebrica del tutto, alla fine, è che emerge prepotente, ancora una volta, la maledizione del nostro spirito scisso. Quell’ambiguità irrisolta che ci condanna alla condizione frustrante di “italiani speciali” e non ci promuove mai a “sardi normali”. L’impossibilità dolente di poterci sentire qualcosa, qualsiasi cosa, al 100%, senza remore di coscienza o paura di perderci qualche pezzo importante di noi stessi. Ecco che riemerge la faccenda del processo di identificazione. La maggior parte dei sardi non solo non ha piena coscienza del problema, ma tende anche a rifiutarne l’esistenza, quando lo si mette in evidenza. Un tentativo di rimozione un po’ patetico, che, come sappiamo, non può portare se non ad esiti patologici.
E quelli, non c’è bisogno di dirlo, li abbiamo sotto gli occhi.
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