Agli europei, persino a noi sardi, sembra ovvio asserire che una terra, un popolo, sono stati “scoperti” in una certa data della nostra vicenda storica. Sempre e comunque da qualche uomo bianco europeo, s’intende. Il continente americano è stato scoperto da Cristoforo Colombo (i vikinghi sono troppo selvaggi e illetterati, per essere considerati i primi europei in America), l’Isola di Pasqua da un olandese nel 1722 (il lunedi di Pasqua, appunto), gli arcipelaghi del Pacifico e l’Australia da Magellano, da Tasman, da Cook, ecc. Come se quelle terre e i popoli che le abitavano, a volte portatori di civiltà evolute e di culture ricche di tradizioni e conoscenze, non fossero mai esistiti prima. L’eurocentrismo (di cui lo “statuniticentrismo” attuale è una degenerazione) è una sindrome che condiziona la nostra stessa concezione del mondo, nonostante un secolo di studi antropologici, linguistici, storici e genetici tenda a ridimensionare drasticamente qualsiasi pretesa di superiorità sia pure culturale di una popolazione umana su un’altra.
Ebbene, noi sardi ci troviamo nella curiosa condizione, scissa e ambivalente, di soggetti e oggetti di tale impostazione culturale. In buona parte, seppure in misura decrescente, per gli stranieri siamo ancora quella Patagonia a portata di mano di cui un secolo fa parlava Giulio Bechi (cfr. BECHI, Caccia Grossa, 1914, Prefazione). Siamo un popolo e una terra da “scoprire”. Il che costituisce gran parte del fascino che la Sardegna esercita sull’uomo civilizzato europeo. Ma al ccontempo partecipiamo a pieno titolo della civiltà europea, nella lingua, nella storia, nell’immaginario, ecc.
Quanto ancora potrà durare tale ibrida condizione storica non è dato prevedere. Certo è che i vantaggi che ne scaturiscono (in termini tanto di produzione di senso, quanto di produzione materiale, entrambi a loro volta monetizzabili sotto varie forme) non dureranno per sempre e gli svantaggi (in termini di mancata sovranità, di sottomissione a interessi esogeni e di provincialismo) continuano a sussistere, col pericolo sempre incombente del nuovo colonialismo.
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