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	<title>TTIP Archivi - SardegnaMondo</title>
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		<title>Lezioni da imparare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2015 10:35:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un fantasma si aggira per l&#8217;Europa, è il fantasma del populismo. Sotto questa etichetta di comodo finiscono un po&#8217; tutti i risultati elettorali che rompono lo status quo dell&#8217;establishment continentale, dalla vittoria di Syriza in Grecia, al successo dei nazionalisti polacchi a quello di Podemos e analoghi in Spagna. Cosa sia questo populismo, altrimenti detto...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/05/26/lezioni-da-imparare/">Lezioni da imparare</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Lezioni da imparare' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/26/lezioni-da-imparare/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Un fantasma si aggira per l&#8217;Europa, è il fantasma del populismo. Sotto questa etichetta di comodo finiscono un po&#8217; tutti i risultati elettorali che rompono lo status quo dell&#8217;establishment continentale, dalla vittoria di Syriza in Grecia, al successo dei nazionalisti polacchi a quello di Podemos e analoghi in Spagna. <span id="more-1831"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa sia questo populismo, altrimenti detto &#8220;antipolitica&#8221;, non è affatto chiaro. In effetti si tratta di una categoria concettuale forgiata nell&#8217;ambito dei mass media mainstream e utilizzata a piene mani dai leader dei partiti dominanti, con chiara accezione dispregiativa. Se poi è un populismo di sinistra, apriti cielo! Come a dire: questi qui raccontano panzane solo per carpire voti, ma è gente pericolosa, incapace, niente a che fare con la competenza dei politici tradizionali e dei tecnici delle istituzioni europee.</p>
<p style="text-align: justify;">Da notare che tale posizione è sostenuta da gente alla Renzi o corrispettivi stranieri e dai loro reggicoda. Una bella faccia tosta. Faccia tosta che serve a mascherare la tragica consistenza di una lotta di classe combattuta senza lesinare sui mezzi a disposizione, avviata quarant&#8217;anni fa dalle elite occidentali e dai loro complici nei paesi amici, il cui obiettivo è accaparrarsi il più in fretta possibile tutte le risorse e utilizzare l&#8217;umanità che ne è priva come fonte di lavoro servile o come zavorra da mollare all&#8217;occorrenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Inevitabile che per ottenere tale risultato sia necessario appropriarsi a scopo di lucro dei beni comuni (dal territorio, al sistema sanitario, dalle infrastrutture strategiche ai beni culturali, ai servizi sociali e alla scuola), eliminare o limitare sensibilmente la sfera di diritti conquistata dopo il secondo conflitto mondiale (si vedano in Italia i vari provvedimenti alla Italicum, Jobs Act e Buona Scuola), frustrare fino ad escluderle dal discorso pubblico le aspirazioni di giustizia sociale, di libertà e di eguaglianza che hanno innervato tutta l&#8217;epoca contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che si aggira per l&#8217;Europa, dunque, non è un fantasma ma è una risposta, varia, articolata, nient&#8217;affatto uniforme ma tutt&#8217;altro che impolitica, a quel che succede in ambito economico, sociale e istituzionale. Ed è, almeno sul versante di sinistra e in gran parte del fronte indipendentista europeo, una risposta vivace, fantasiosa, spesso costruttiva. Il fatto che contenda il terreno ai demagoghi xenofobi e reazionari dovrebbe essere un&#8217;ottima notizia, invece sembra aggiungere motivi di disagio per chi comanda il vapore. Il che è estremamente istruttivo, se ci pensiamo un attimo.</p>
<p style="text-align: justify;">In più ci si mettono anche quei matti degli Irlandesi col loro referendum favorevole ai matrimoni omoaffettivi. Altra pietra dello scandalo. Persino la chiesa cattolica deve fare buon viso a cattivo gioco, spiazzando così la schiera di integralisti ipocriti, di atei devoti e di oscurantisti ottusi che infestano il Vecchio Continente.</p>
<p style="text-align: justify;">La diversità europea mostra in questi casi tutta la sua efficacia nel contrastare i tentativi autoritari. È un fatto già constatato (penso a quel che scriveva qualche anno fa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jared_Diamond" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jared Diamond</a>) ma molto sottovalutato: le differenze sono una fonte di emancipazione. L&#8217;offerta di soluzioni diverse deve essere grande, per poter rispondere efficacemente alle spinte della storia. Il sogno di un&#8217;Europa uniforme, piattamente conforme a un solo modello sociale e politico, estranea o ostile alle peculiarità dei suoi stessi popoli, sarà anche il sogno dei tecnocrati del grande capitale che oggi dominano le nostre vite, ma non è per forza il migliore dei mondi possibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Europei hanno molto da farsi perdonare dalle altre popolazioni della Terra, ma è anche vero che le loro differenze, il loro spirito di emulazione, la possibilità di avere così tanti modelli possibili in uno spazio geografico tutto sommato così piccolo, hanno consentito di creare cultura e bellezza, di conquistare diritti e pace, sia pure al prezzo di conflitti tremendi. Integrazione europea non deve per forza significare riduzione delle diversità, né perdita di ricchezza culturale e politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna il mondo è troppo complesso e difficile da dominare anche per i potentissimi padroni dei nostri tempi, esponenti di quella minoranza a cui appartiene la maggioranza delle risorse economiche, che detiene il monopolio delle informazioni strategiche e che controlla i mass media. Hanno voglia di raccontarcela! Spostare l&#8217;attenzione dei cittadini, ostruire il flusso di informazioni con false notizie, manipolare spudoratamente fatti e circostanze non è sufficiente a controllare ogni possibile variabile storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbe essere consolante, per chi abbia intenzione di cambiare le cose. Invece a volte si perde di vista la realtà e si cede troppo facilmente alle trappole che, tramite i mass media principali, vengono confezionate ad arte per orientare i giudizi e prima ancora le percezioni dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci mettiamo tutti del nostro, beninteso. In Sardegna lo sport preferito è interpretare i fatti internazionali alla luce di poche e imprecise informazioni, applicandovi sopra cornici tutte nostre, non compatibili con la realtà che si pretende di analizzare e di rendere intellegibile.</p>
<p style="text-align: justify;">È piuttosto ridicolo, per esempio, che a proposito del risultato delle elezioni a Barcellona la sola preoccupazione di molti sia il tasso di indipendentismo o di &#8220;unionismo&#8221; della neo-sindaca della capitale catalana. Un problema fondamentale, in effetti. Solo quei fessacchiotti dei barcellonesi non sono stati in grado di coglierlo in tutta la sua portata. Dovevamo mandare una delegazione di politologi nostrani a istruirli convenientemente.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe utile invece cercare di trarre da quel che succede altrove qualche lezione pragmatica per il nostro caso. Per esempio, che bisogna prima di tutto sapere dove si vive e quali dinamiche storiche articolino la nostra vita collettiva. Dopo di che si può anche pensare di organizzarsi, di mobilitare le forze che emergono dalla società e proporsi per rappresentarle nel gioco elettorale. Ma sempre standoci dentro, partecipando alle vertenze e alle lotte, cogliendo le linee di faglia della nostra vita associata, i contenuti concreti della nostra dialettica sociale, restando attaccati alla realtà in modo fecondo e fantasioso.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna invece non sappiamo niente. Sappiamo poco del mondo e sappiamo ancor meno di noi stessi. Ci affidiamo a dati raccogliticci, spesso ricavati da fonti improprie o non nostre e poi male assemblati, crediamo alle panzane sfacciate di chi ci governa oppure le contestiamo a botte di slogan stereotipati. Di fatto non sappiamo mai bene come stiano le cose. Però ci divertiamo un mondo a chiacchierare. Pigrizia e amore per il pettegolezzo ci denotano molto più delle presunte magagne ataviche che di solito amiamo attribuirci, al solo scopo di non assumerci alcuna responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">È un problema gravoso, di cui non si può nemmeno affidare la risoluzione al nostro ceto intellettuale accademico, per lo più del tutto organico al sistema di dominio vigente, né a una classe dirigente che fin qui non è mai esistita.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, mentre si intensifica la lotta di classe contro le popolazioni, i lavoratori, le minoranze, mentre procede senza ostacoli il deterioramento della biosfera, facciamo fatica a raccapezzarci. Non va bene, è un lusso che non possiamo permetterci. La guerra incombe e la nostra condizione di dipendenza anche per i beni di prima necessità non è precisamente la migliore posizione in cui trovarsi, quando le cose si metteranno al peggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo all&#8217;anno zero, però. Comitati di cittadini, intere comunità locali, alcune categorie produttive, una parte del mondo della cultura e dell&#8217;informazione sembrano aver intrapreso la strada dell&#8217;assunzione di responsabilità. Non sono rappresentati nelle istituzioni, specie in quella regionale (anche per via di una normativa elettorale scandalosa), ma non è vero che non abbiano alcun peso. È un segnale di dinamismo che va colto. Siamo dentro la Storia, con tutti i pro e i contro che questo comporta. Bisogna scegliere se starci da soggetti o da oggetti in mani altrui.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Lezioni da imparare' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/26/lezioni-da-imparare/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Lezioni da imparare' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/26/lezioni-da-imparare/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/05/26/lezioni-da-imparare/">Lezioni da imparare</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>La sostanziale differenza tra necessità storica e ideologia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2015 11:11:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La sostanziale differenza tra necessità storica e ideologia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/13/la-sostanziale-differenza-tra-necessita-storica-e-ideologia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" src="https://1.bp.blogspot.com/-RIi6DWcvLPc/VP9SvxGX60I/AAAAAAAAChE/WPr-LJ4mPeg/s1600/logo.png" alt="" width="550" height="308" /></p>
<p style="text-align: justify;">«Siamo un&#8217;isola e la geografia non è un&#8217;opinione: non intendiamo essere annessi ad altri territori.» <a href="http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=280242&amp;v=2&amp;c=1489&amp;t=1" target="_blank" rel="noopener">Così dichiara</a> la consigliera regionale Anna Maria Busia in relazione a quanto auspicato da Enzo Bianco &#8211; sindaco di Catania e presidente dell&#8217;ANCI, l&#8217;associazione dei comuni italiani &#8211; a proposito della cancellazione delle autonomie regionali. <span id="more-1820"></span>Nell&#8217;ottica di Bianco e del PD renziano (forza con cui è alleato anche il Centro democratico in cui milita la consigliera Busia) le uniche realtà meritevoli di &#8220;specialità&#8221; statutarie rimarrebbero le due province autonome di Trento e Bolzano e la Valle d&#8217;Aosta. Inutile stare a chiedersi il perché di questa selezione, dato che &#8211; a parte la natura internazionale delle garanzie godute dai Tirolesi in Italia &#8211; alla sua base non c&#8217;è alcuna motivazione seria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che la Sardegna è già annessa ad altri territori, e dal 1848 almeno. Che non ne sia mai venuto niente di buono non dobbiamo scoprirlo adesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo bisognerebbe ricordarselo, quando si reclama per l&#8217;isola e il suo popolo una soggettività politica che allo stato attuale non esiste e non può esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;enfasi che anche l&#8217;assessore Demuro pone sulla &#8220;specialità&#8221; e sull&#8217;autonomia come beni supremi da salvaguardare suona decisamente ingenua. Cos&#8217;altro deve succedere per farci capire che non è più proponibile questo escamotage?</p>
<p style="text-align: justify;">La natura dei problemi con cui dobbiamo confrontarci è strategica, attiene a rapporti di forza economica a livello internazionale, a fattori sistemici su vasta scala, a questioni geopolitiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Attiene per esempio alla <a href="http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=280243&amp;v=2&amp;c=1489&amp;t=1" target="_blank" rel="noopener">pericolosissima faccenda del TTIP</a>, il Trattato tra Unione Europea e USA che dovrebbe abbattere norme e vincoli legali a proposito di beni e servizi oggi ancora sottratti alla ferrea meccanica del capitale per la loro stretta connessione con diritti di cittadinanza formalmente ancora in vigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce li vedete voi il prof. Pigliaru e o l&#8217;assessore Paci che si oppongono strenuamente a misure discendenti dai precetti ideologici cui essi stessi aderiscono? E con quale forza di interposizione? Minacciando di non mandare più il porcetto precotto all&#8217;EXPO?</p>
<p style="text-align: justify;">Lamentarsi che lo stato italiano e i suoi governi non abbiano fatto nulla per risolvere i problemi strutturali della Sardegna è inutile, <a href="http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=280240&amp;v=2&amp;c=1489&amp;t=1" target="_blank" rel="noopener">benché risponda alla cruda realtà</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo non può più stupirci l&#8217;atteggiamento implicitamente o palesemente razzista dei mass media italiani verso i Sardi, come dimostrato dal trattamento giornalistico dell&#8217;uccisione del povero Gianluca Monni e dai commenti relativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero fino ad ora non ci eravamo accorti di come ci considerino la classe dominante italiana e una parte più o meno cospicua dell&#8217;opinione pubblica di oltre Tirreno? Davvero siamo ancora illusi che è da lì che verrà la nostra salvezza? C&#8217;è ancora in Sardegna chi, con la testa sulle spalle e il cuore non ancora totalmente annerito dalla cupidigia più meschina, può negare l&#8217;urgenza di un processo di autodeterminazione profondo e radicale?</p>
<p style="text-align: justify;">Le obiezioni a questa prospettiva sono talmente deboli e pretestuose che &#8211; come vado dicendo da anni ormai &#8211; l&#8217;onere della prova è invertito: bisogna poter dimostrare che per la Sardegna e i Sardi sia meglio rimanere una porzione periferica dello stato italiano e un territorio a disposizione di attività militari e di land grabbing generalizzato, piuttosto che un&#8217;entità giuridica e politica indipendente.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiaro che non si tratta di una questione elementare, senza complicazioni e difficoltà. I fattori in gioco sono tanti e complicati, le condizioni in cui dobbiamo agire sono pessime, tanto a livello internazionale, quanto interno. Ma, davanti alla situazione attuale e alle sue proiezioni future, c&#8217;è ancora bisogno di attardarsi in disquisizioni diversive? Non è già suonata l&#8217;ora delle domande sul &#8220;come&#8221;, e non certo sul &#8220;se&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è da notare invece che persino nell&#8217;ambito che si può genericamente etichettare come indipendentista-sovranista-neoautonomista (ossia quello in cui, in astratto, le riflessioni sul punto e l&#8217;elaborazione di progetti politici concreti dovrebbero essere di casa) vige la regola del piccolo cabotaggio, della tattica come unico orizzonte pragmatico, degli slogan facili e inconcludenti, della scarsa capacità di visione.</p>
<p style="text-align: justify;">È un terreno in cui i più furbi e interessati hanno vita facile a farsi seguire, ostendendo vessilli ideologici vistosi, seguendo i quali, però, stranamente non si fa un solo passo avanti verso la nostra emancipazione economica, civile e politica. Le bandiere di comodo sono sempre buone per coprire di retorica affascinante progetti di potere fine a se stesso, in situazioni di particolare degrado sociale e culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò nonostante, l&#8217;unico orizzonte che in questa fase storica possa lasciare aperto lo spiraglio della nostra salvezza collettiva è quello dell&#8217;autodeterminazione e in prospettiva dell&#8217;indipendenza politica. L&#8217;articolazione interna del fronte che si batte per la nostra emancipazione storica è necessaria, ma non sufficiente. È un bene ma non è necessariamente una virtù, specie se discende da difetti di formazione politica e da egoismi incrociati.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, la creazione di forze economiche e sociali robuste, in grado di assumersi il peso di una transizione che non sarà né comoda né indolore, deve essere la priorità, anche a discapito della paccottiglia identitaria a cui tanti di noi sono affezionati.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto le battaglie storiche a cui si è dedicato l&#8217;ambito indipendentista e sardista possono essere rideclinate e incardinate più proficuamente in un discorso politico maturo, adulto, pragmatico. Non è che si debba buttare via il bambino con l&#8217;acqua sporca.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di questo, la cosa che salta di più agli occhi, come troppe volte denunciato, è l&#8217;inconsistenza di una classe dirigente propriamente detta, la pochezza umana della nostra politica istituzionale, la sua grettezza morale e la sua ignoranza su tutto ciò che esuli dai meri interessi materiali personali, familiari, di clan e di classe. Ma questo lo sappiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte è frustrante constatare a quanto poco valgano sforzi e impegno, dinanzi a inerzie storiche potenti. Ma sappiamo anche che la goccia scava la roccia e che ormai gli argini più robusti del sistema di dominio sulla Sardegna sono fatalmente incrinati.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisognerà evitare prima di tutto che il loro crollo travolga tutti e tutto e intanto mantenere viva la fiammella che alimenta le forze migliori in Sardegna e nella nostra diaspora, pronti a mobilitarle quando sarà il momento.</p>
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		<title>Diritti e libertà nell&#8217;era della riproducibilità tecnica dell&#8217;egemonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 10:29:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 10 dicembre 1948 veniva firmata a Parigi la Dichiarazione universale dei diritti umani. Un documento che sarebbe opportuno conoscere, studiare, meditare. È quasi paradossale rievocarlo oggi, nello stesso giorno in cui vengono divulgate le notizie relative all&#8217;uso sistematico della tortura da parte delle agenzie di intelligence e di sicurezza statunitensi. Del resto, lo stupore...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Diritti e libertà nell&#039;era della riproducibilità tecnica dell&#039;egemonia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/12/10/diritti-e-liberta-nellera-della-riproducibilita-tecnica-dellegemonia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il 10 dicembre 1948 veniva firmata a Parigi la <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_universale_dei_diritti_umani" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Dichiarazione universale dei diritti umani</a></em>. Un documento che sarebbe opportuno conoscere, studiare, meditare. È quasi paradossale rievocarlo oggi, nello stesso giorno in cui vengono divulgate le notizie relative all&#8217;<a href="http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/09/news/stati_uniti_ecco_il_rapporto_del_senato_sulle_torture_della_cia-102493992/?ref=HREC1-7" target="_blank" rel="noopener noreferrer">uso sistematico della tortura da parte delle agenzie di <em>intelligence</em> e di sicurezza statunitensi</a>. Del resto, lo stupore a questo proposito suona davvero ipocrita: si sapeva già tutto, e quel che non si sapeva era facilmente immaginabile.<span id="more-1541"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Una terza notizia significativa riguarda invece dati socio-economici. L&#8217;Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, meglio nota con l&#8217;acronimo OCSE (OECD, in inglese), ha reso noto un <a href="http://www.oecd.org/els/soc/41524655.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">rapporto su diseguaglianza sociale e crescita economica</a> che non solo conferma la tendenza alla iniqua distribuzione della ricchezza, ma avvalora anche le sue ricadute negative sulla stessa crescita economica generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mettere insieme le tre notizie può essere fecondo per una riflessione generale sullo stato e sulla stessa consistenza dei diritti umani nell&#8217;epoca attuale. La <em>Dichiarazione</em> del 1948 non nacque dal nulla, per pura volontà di chi la promosse, ma fu l&#8217;esito da un lato di una riflessione plurisecolare iniziata almeno all&#8217;epoca della Riforma protestante (ma con radici ancora più profonde) e dall&#8217;altro dello choc prodotto dalla Seconda guerra mondiale, dal nazi-fascismo, dai campi di sterminio, dalle bombe atomiche sganciate sulla popolazione civile. Un insieme di fattori, sia contingenti sia di lunga durata, congiurò insomma a favore della redazione e dell&#8217;approvazione di questo storico documento.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni successivi si assistette a un prodigioso sommovimento socio-economico, culturale e politico in tutto il pianeta. La decolonizzazione (non sempre pacifica), la conquista dei diritti civili e sociali, la liberalizzazione dei costumi, l&#8217;accesso diffuso all&#8217;istruzione, le innovazioni tecnologiche, l&#8217;aumento del reddito pro capite. Tutti fenomeni che, in varia misura e secondo le caratteristiche locali, riguardarono una gran parte del mondo antropizzato. Creando anche fortissimi scompensi, naturalmente, ma con la consapevolezza diffusa che esistesse un diritto alla libertà anche in termini sostanziali, che si potesse pretendere legittimamente di esercitare sul serio i diritti esposti nella <em>Dichiarazione</em>, anche a dispetto di privilegi consolidati ed interessi specifici.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo era diviso tra i due blocchi principali (USA e URSS e rispettivi alleati, satelliti e dipendenze) e la congerie assortita di paesi &#8220;non allineati&#8221;. Esisteva una dialettica sia a livello internazionale sia all&#8217;interno dei singoli stati tra diverse istanze ideali, politiche, sociali. Esisteva anche una forma di influenza reciproca tra i blocchi contrapposti. Nell&#8217;Occidente a economia capitalista si impose la dottrina di stampo keynesiano secondo cui l&#8217;interveto dello stato nell&#8217;ambito economico era non solo lecito ma anche auspicabile e si generarono forme di servizi ai cittadini che sembravano realizzare di fatto alcuni dei principi fondamentali della <em>Dichiarazione dei diritti</em>. Le lotte sociali ne erano incentivate, la resistenza delle classi egemoni indebolita. Tutto ciò, una volta attenuatasi la memoria degli orrori della guerra e delle dittature, cominciò ad essere dato per scontato. Ma non lo era affatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quell&#8217;epoca, così feconda, pur con tutte le sue contraddizioni, è tramontata da un pezzo. Fin dai primissimi anni Settanta era chiaro dove stava andando il mondo. Il primo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_sui_limiti_dello_sviluppo" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Rapporto</em> del Club di Roma sui limiti della crescita</a> (1972) non lasciava adito a dubbi: ipotizzare che l&#8217;economia globale continuasse il suo sviluppo ai tassi di crescita conosciuti negli ultimi venticinque anni era puramente irrealistico, data la limitatezza del nostro pianeta e delle possibilità di rigenerazione delle sue risorse e dello stesso ecosistema. Ma già nel 1971 con la denuncia unilaterale degli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods" target="_blank" rel="noopener noreferrer">accordi di Bretton Woods</a> da parte dell&#8217;amministrazione Nixon era evidente che l&#8217;economia mondiale stava per avvitarsi su una finanziarizzazione spinta e una riduzione degli spazi di manovra della politica nei confronti del grande capitale. Lo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_energetica_%281973%29" target="_blank" rel="noopener noreferrer">choc petrlifero del 1973</a> fu solo il sintomo più forte di un mutamento di rotta generalizzato nelle tendenze economiche, nei consumi di massa, nelle possibilità di vita concreta dei popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora c&#8217;è stata un&#8217;unica grande crisi, per un po&#8217; mascherata o diluita, ma piuttosto evidente. Una delle evidenze più scomode è proprio quella relativa alla distribuzione del reddito non tra paesi ricchi e paesi poveri, ma tra le classi ricche e quelle più povere degli stessi paesi ricchi. A ciò si è accompagnata, con una acelerazione notevole a partire dagli anni Ottanta (amministrazioni Thatcher nel Regno Unito e Reagan negi USA), la progressiva riduzione delle tutele sociali, la disgregazione del mondo del lavoro, la sottomissione dei servizi al cittadino e di molti beni comuni alle regole del profitto. In tutto ciò, la guerra (sia pure asimettrica e ammantata di buoni propositi) e i suoi corollari di vittime civili, di detenzioni illegali e di torture, sono solo elementi funzionali a un apparato di interessi e di potere pervasivo. Il controllo dei mass media ne è parte integrante.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo dunque si è conclusa una fase di crescita generalizzata, ma è mutato sostanzialmente lo scenario, sono mutati i rapporti di forza ed è mutato l&#8217;orientamento ideologico dominante. Le questioni relative all&#8217;eguagliaza concreta, alla distribuzione del reddito, alla differenza di rilevanza tra diritti e interessi economici sono state rovesciate di segno. L&#8217;ideologia egemonica emersa da quel momento in poi è quella sancita dai premi Nobel per l&#8217;economia conferiti a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_von_Hayek" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Friedrich August von Hayek</a> nel 1974 e a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Milton_Friedman" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Milton Friedman</a> nel 1976. Nominalmente definita neoliberista, la sostanza fattuale di tale ideologia, probabilmente anche al di là degli intenti dei suoi epigoni teorici, è il dominio assoluto della logica del capitale su qualsiasi altra sfera della convivenza umana. La sconfitta storica dell&#8217;URSS ha sancito l&#8217;assolutizzazione di tale orientamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Di solito si parla di &#8220;mercato&#8221; e della libertà del medesimo, ma siamo di fronte a una macroscopica manipolazione semantica e lessicale. Il mercato non c&#8217;entra nulla e la sua libertà meno ancora. Sfido chunque a dimostrare che il neoliberismo ideologico abbia come scopo la libertà dei mercati e la liberalizzazione dell&#8217;economia. Sono solo formule retoriche, buone a mistificare la cruda realtà: il dominio assoluto delle forme di accumulazione e di riproduzione del grande capitale internazionale. Il che inevitabilmente tende ad andare a detrimento di ogni forma di diritto civile o umano. La tendenza è ad annullare le conquiste sociali, politiche e culturali degli ultimi due secoli e a ridisegnare tanto la sfera materiale quanto quella politica secondo la convenienza della porzione più ricca dell&#8217;umanità, a discapito di una fetta crescente della medesima e dello stesso ecosistema da cui dipendiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto aspettarsi che i diritti umani e civili siano qualcosa di diverso da una vecchia aspirazione ormai desueta è puramente illusorio. I diritti sono tali se sono esercitati e se possono essere fatti valere. Non solo, la stessa libertà politica, di cui presumiamo di godere, è tale se consente di realizzare la propria potenzialità al numero più grande di esseri umani, se garantisce il dispiegamento della personalità e delle capacità di tutti, se assume come non negoziable l&#8217;accesso universale ai beni comuni materiali e immateriali (istruzione; casa, cibo e acqua; patrimonio culturale; mass media; possibilità di spostamento; servizi sanitari; integrità e salubrità ambientale, ecc.). Altrimenti è pura astrazione, che garantisce invece diseguaglianza e mancanza di libertà reali.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare di queste cose è fondamentale. In questi stessi giorni ferve la discussione sull&#8217;approvazione del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_transatlantico_sul_commercio_e_gli_investimenti" target="_blank" rel="noopener noreferrer">TTIP</a>, il trattato di libero commercio e investimento tra USA e UE. Ferve, ma noi non ne sappiamo nulla. Se tale misura verrà approvata, sostanzialmente si porrà un ulteriore tassello nell&#8217;opera di disgregazione definitiva di quanto resta della possibilità di applicare storicamente la <em>Dichiarazione dei diritti umani</em>. E non nel &#8220;terzo mondo&#8221;, ma nella nostra cara, vecchia, confortevole Europa. Non ci sarà bene comune che possa sfuggire alla mercificazione e alla sottoposizione alla ferrea meccanica del capitale. L&#8217;accesso a istruzione o servizi sanitari, la disponibilità di beni di consumo vitali, compresa l&#8217;acqua, i diritti delle popolazioni sul proprio territorio e le proprie risorse saranno eliminati a vantaggio della legge del profitto. Naturalmente mascherata dietro promesse di efficienza, lavoro e vantaggi assortiti.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna dovremmo saperne qualcosa, di questo meccanismo. Siamo già stati e siamo ancora sotto attacco. Tra &#8220;chimiche verdi&#8221;, produzione energetica selvaggia (a vantaggio altrui), sottrazione di suolo agricolo per altri usi, inquinamento, impoverimento e spopolamento, già oggi siamo nella condizione di toccare con mano le conseguenze della privazione totale e generalizzata di qualsiasi forma di sovranità democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra pochi giorni il governo italiano potrebbe decidere di depositare in Sardegna le scorie nucleari dell&#8217;intero stato (e &#8211; perché no? &#8211; di qualche stato amico, buon pagatore). Non siamo nella posizione migliore possibile per impedirlo né disponiamo di una classe politica in grado di opporsi. È un segno di quanto sia precaria la nostra posizione storica. Indignarsi per le rivelazioni sulle torture perpetrate dalla CIA è abbastanza ridicolo, in questo scenario. E rievocare la fima della <em>Dichiarazione dei diritti umani</em> suona come una commemorazione, più che come una riaffermazione dei suoi contenuti. La questione della nostra auodeterminazione e della nostra responsabilità collettiva su noi stessi, delle nostre stesse possibilità di esistenza storica come collettività umana, è collegata a questo discorso. Non possiamo eluderla, non in buona fede. Approfitterei delle notizie odierne per alimentare una riflessione e una presa di coscienza non contingente su questi temi.</p>
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		<title>Il cielo sopra l&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2014 12:29:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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		<category><![CDATA[autodeterminazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 9 novembre è una data che si presta agli eventi storici. Nel 1799 in questo giorno venne attuato il colpo di stato che chiuse anche formalmente la parabola della Rivoluzione francese, istituendo il Consolato e affidando il paese a Napoleone Bonaparte. Questa ricorrenza non è stata ricordata, ieri. Ieri, mentre a Berlino si celebrava...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il cielo sopra l&#039;Europa' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/11/10/cielo-leuropa/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/44/Bouchot_-_Le_general_Bonaparte_au_Conseil_des_Cinq-Cents.jpg" alt="" width="1305" height="1400" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il 9 novembre è una data che si presta agli eventi storici. Nel 1799 in questo giorno venne attuato il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Colpo_di_Stato_del_18_brumaio" target="_blank" rel="noopener">colpo di stato</a> che chiuse anche formalmente la parabola della Rivoluzione francese, istituendo il Consolato e affidando il paese a Napoleone Bonaparte. Questa ricorrenza non è stata ricordata, ieri.<span id="more-642"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ieri, mentre a Berlino si celebrava il venticinquesimo anniversario della caduta del Muro, a Barcellona e nel resto della Catalogna si teneva la <a href="http://www.internazionale.it/notizie/2014/11/10/in-catalogna-l-80-72-per-cento-ha-votato-per-l-indipendenza" target="_blank" rel="noopener">consultazione popolare</a> sull&#8217;indipendenza da Madrid. Questi due fatti sono stati invece collegati da qualche osservatore, che li ha messi in contrapposizione l&#8217;uno con l&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">La caduta del Muro, secondo un&#8217;interpretazione diffusa, rappresenterebbe la vittoria dello spirito di conciliazione, unità e democrazia che ha trionfato allora in Europa, mentre la consultazione catalana riguarderebbe lo spirito particolaristico, egoista e separatista delle “piccole patrie”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Napoleone prese il potere, alla fine del 1799, era imminente l&#8217;attacco della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_coalizione" target="_blank" rel="noopener">Seconda Coalizione</a> contro la Francia, ma gli sconquassi politici e militari duravano ormai da quasi un decennio. L&#8217;esistenza della Francia rivoluzionaria e della Repubblica (dal 1792) rappresentava un simbolo, una meta o una speranza di appoggio militare per le istanze di eguaglianza, democrazia e libertà di molti gruppi sociali, in giro per il continente. Dove prima (in Sardegna, per esempio), dove dopo (in Belgio, in Italia e altrove) si moltiplicarono i tentativi rivoluzionari, spesso con la complicità o con l&#8217;intervento diretto delle armi francesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le armate napoleoniche, dopo il 1799, dilagheranno fino ai confini dell&#8217;Europa, portando con sé tutte le contraddizioni di una guerra imperialista, condotta in modo autoritario, fatta in nome di principi di libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Già questi elementi favorirebbero l&#8217;accostamento tra istituzione del Consolato in Francia e caduta del Muro di Berlino. La Rivoluzione di ottobre è stata molto meno rievocata, ma il suo anniversario cadeva appena due giorni prima di quello della caduta del Muro (7 novembre 1917, secondo il calendario gregoriano).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esistenza stessa dell&#8217;URSS e persino il suo imperialismo hanno avuto effetti fortissimi sulle possibilità di emancipazione e di conquista di diritti di molte popolazioni, in Europa e nel mondo, spesso a dispetto delle intenzioni e a volte degli interessi dell&#8217;apparato sovietico.</p>
<p style="text-align: justify;">Napoleone aspirava ad unire tutta l&#8217;Europa, dall&#8217;Atlantico agli Urali, sotto l&#8217;egemonia francese. Un disegno piuttosto folle, ma ricorrente, dalle nostre parti. Da che l&#8217;idea stessa dell&#8217;impero universale fu concepita da Alessandro Magno e applicata da Roma antica, in Europa essa ha avuto vitalità e tentativi di realizzazione pratica in varie e poche e a più riprese, da Carlo Magno a Hitler.</p>
<p style="text-align: justify;">Solitamente questa ambizione unificatrice, lungi dall&#8217;essere portatrice di benessere e libertà, ha comportato stragi, devastazioni e problemi di difficilissima risoluzione, quale che fosse lo spirito con cui se ne intraprendeva l&#8217;attuazione.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte possiamo ben dire che anche le spinte nazionaliste hanno prodotto a più riprese danni maggiori dei vantaggi che si proponevano di ottenere, spesso su una scala molto più grande di quella di partenza. Basterà in questo caso evocare un fatto il cui centesimo anniversario cadeva proprio quest&#8217;anno: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentato_di_Sarajevo" target="_blank" rel="noopener">l&#8217;assassinio dell&#8217;Arciduca Francesco Ferdinando d&#8217;Austria</a> a Sarajevo, il 28 giugno 1914.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, esiste una dialettica difficile da semplificare tra le premesse ideali, le intenzioni e gli interessi che stanno dietro ai meri avvenimenti e i processi in cui essi sono immersi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli avvenimenti catalizzano le energie storiche accumulate e le fanno deflagrare, spesso producendo sbocchi inattesi o contraddittori.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che è lecito trarne come insegnamento è che la Storia è un affare complesso, in cui le categorie astratte di Bene e Male non hanno diritto di cittadinanza. Ce l&#8217;hanno forse le categorie pratiche di Giusto e Ingiusto, ma anche in questo caso il discorso si fa scivoloso e solo raramente è dato di poter stabilire un confine netto, e comunque solo a patto di non dimenticare che anche il Giusto si porta appresso un grande prezzo da pagare (basti pensare ai bombardamenti indiscriminati sulla Germania, o alle due atomiche sul Giappone, nella seconda guerra mondiale).</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo però si assiste costantemente al tentativo di manipolare gli eventi e i loro significati da parte di chi detiene il controllo dei mass media e di chi organizza il sapere.</p>
<p style="text-align: justify;">È un viziaccio da cui la nostra specie non riesce a liberarsi. La retorica ipocrita riversata sulla celebrazione berlinese ne è un esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">A dispetto del senso comunemente dato alla Caduta del Muro, il trionfo dell&#8217;ideologia totalitaria capitalista che ne è seguito non ha avuto altro esito storico che coprire di un&#8217;aura di inevitabilità e indiscutibilità la sottomissione dei diritti e della democrazia, dell&#8217;equilibrio ecologico e dei beni comuni al profitto e agli interessi economici particolari.</p>
<p style="text-align: justify;">I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Bisognerebbe rifletterci di più e meglio, soprattutto in questo periodo di ristrutturazione dei rapporti di forza internazionali, col presidente degli USA in Asia a concordare spazi di libero scambio, mentre potenti lobby sovranazionali perorano l&#8217;approvazione del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_transatlantico_sul_commercio_e_gli_investimenti" target="_blank" rel="noopener">TTIP</a> in Europa. La rivoluzione forse non russa, ma il grande capitale non dorme mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello stesso modo distorto si affronta la questione dell&#8217;autodeterminazione dei popoli. Presentata come un residuo di epoche lontane, o associata a istanze antidemocratiche e xenofobe, si perpetua il grande torto che si fa alla Storia quando la si vuole ridurre a categorie elementari e schematiche.</p>
<p style="text-align: justify;">I commenti alla consultazione catalana sono desolanti, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2014/11/10/news/separatisti_ditalia_uno_su_tre_favorevole_alladdio_a_roma-100173612/?ref=HRER2-1" target="_blank" rel="noopener">specie in ambito italiano</a>. Confusione storica, ignoranza delle diverse situazioni, allarmismo strumentale condiscono una retorica che vede invece nell&#8217;unità coatta e artificiosa l&#8217;unica via percorribile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sappiamo bene che questa è solo una pretesa ideologica. Enfatizzare il solo livello politico-istituzionale dato, facendone discendere automaticamente diritti, libertà e benessere è un inganno evidente, che serve a mascherare solo la difesa dello status quo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso della democrazia e dei diritti non può essere accessorio, né subordinato ad altro. Deve essere centrale. Questo sia che si tratti di discutere della forma dell&#8217;Unione Europea e delle spinte indipendentiste in Europa, sia che si tratti della nuova guerra fredda tra USA e Russia, o del Medio e Vicino Oriente o di altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Rievocare in termini puramente sentimentali la Caduta del Muro e al contempo stigmatizzare le istanze di autodeterminazione presenti intorno a noi, senza porre in primo piano la questione dei diritti, dell&#8217;eguaglianza, della democrazia è una narrazione tossica.</p>
<p style="text-align: justify;">Viceversa, connettere le istanze di autodeterminazione alle questioni democratiche è più che mai necessario. Un&#8217;Europa dei popoli, fondata su principi emancipativi, attenta alle questioni ambientali e alla tutela dei beni comuni sarebbe una risposta lungimirante ed esemplare all&#8217;inerzia bellica che sta caratterizzando inevitabilmente questa epoca di transizione storica.</p>
<p style="text-align: justify;">È più importante impedire che i diritti e i beni comuni siano sottoposti ancora più rigidamente alla ferrea meccanica del profitto privato, che predicare crociate contro l&#8217;indipendenza di popoli con una storia ben più lunga di quella dell&#8217;Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto, separare correttamente le istanze xenofobe e etno-centriche da quelle democratiche e inclusive è fondamentale. Le prime sono spesso un mero paravento per interessi molto concreti e alquanto opachi: la lezione del fascismo e del nazismo dovrebbe essere studiata bene, almeno quanto quella dello stalinismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le altre, le aspirazioni democratiche all&#8217;autodeterminazione, non solo non hanno niente a che fare con razzismo, autoritarismo e sopraffazione, ma possono essere il lievito madre di una nuova Europa, grande, unita nella democrazia e nella difesa dei diritti, soggetto storico plurale ma forte e coeso in un mondo multipolare ad alta probabilità di conflitto globale. Senza bisogno di ricorrere a un nuovo Napoleone, all&#8217;imperialismo e all&#8217;imposizione di regimi autoritari.</p>
<p style="text-align: justify;">È un tema che non si può eludere, o ne pagheremo le amare conseguenze.</p>
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