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	<title>Trump Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>La dipendenza e l&#8217;inerzia politica che non possiamo più permetterci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 13:56:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;annuncio di una tregua tra USA e Iran non rimuove le preoccupazioni per una fase storica conflittuale, che sembra condannare gran parte dell&#8217;umanità all&#8217;incertezza e alla paura. Affrontarla in una posizione di subalternità e dipendenza peggiora le aspettative. Ed è proprio questa, la condizione della Sardegna. Dipendente e subalterna, sottodimensionata quanto a produzione, esposta alle...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La dipendenza e l&#039;inerzia politica che non possiamo più permetterci' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/04/08/la-dipendenza-e-linerzia-politica-che-non-possiamo-piu-permetterci/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h3 class="wp-block-heading"><em>L&#8217;annuncio di una tregua tra USA e Iran non rimuove le preoccupazioni per una fase storica conflittuale, che sembra condannare gran parte dell&#8217;umanità all&#8217;incertezza e alla paura. Affrontarla in una posizione di subalternità e dipendenza peggiora le aspettative.</em></h3>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ed è proprio questa, la condizione della Sardegna. Dipendente e subalterna, sottodimensionata quanto a produzione, esposta alle fluttuazioni di mercato e alla volontà dei grandi attori finanziari  e politici globali.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La tregua stabilita dall&#8217;amministrazione Trump con la leadership iraniana, se da un lato sancisce la sconfitta degli USA in questa particolare circostanza, non rappresenta però una rassicurazione sufficiente su ciò che ci aspetta.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Che si tratti di una sconfitta USA non possono esserci dubbi. La quantità di condizioni poste dall&#8217;Iran che saranno accettate dalla controparte ne stabilirà la portata. Chiaramente, la propaganda trumpiana presenterà la faccenda in termini completamente diversi. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">D&#8217;altra parte, a Trump medesimo cosa può interessare di quello che pensano le opinioni pubbliche internazionali e persino quella del suo stesso paese? Il sospetto che dietro le sue altalenanti dichiarazioni e le sue incoerenti decisioni ci siano calcoli e sostanziosi interessi privati (soprattutto quanto a speculazioni spregiudicate sui mercati finanziari) non è così peregrino.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È un aspetto dello scenario da non sottovalutare, ma chiaramente non è il solo. Anche una certa convenienza per la Russia putiniana non sembra del tutto estranea a certe scelte di Trump. Putin dopo tutto è un suo complice, un suo alter ego nient&#8217;affatto ostile. Ideologicamente si intendono bene e condividono l&#8217;avversione viscerale per l&#8217;Europa democratica, la sua società aperta, la sua laicità, la sua vocazione civile.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;Europa rimane una delle vittime preferite dei vari regimi reazionari e autoritari che al momento cavalcano l&#8217;onda nera globale. Con tutti i suoi difetti (concentrati soprattutto nelle sue leadership), resta un fastidioso ostacolo nei disegni neo-imperiali e nelle ambizioni sfrenate degli attori finanziari. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Le varie leadership si possono corrompere e/o ricattare, ma ormai il nucleo forte dell&#8217;Europa risiede nelle abitudini democratiche, nelle modalità di relazione e interrelazione acquisite dalle sue popolazioni, più che nelle sue procedure istituzionali e nell&#8217;architettura politica dell&#8217;UE.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In questo scenario, esistono differenze marcate tra territori e popoli. Certo, pur sempre dentro un quadro relativamente stabile e garantito, specie rispetto a larga parte della restante umanità. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La Sardegna fa parte dell&#8217;Europa più fragile e suscettibile di subire conseguenze drammatiche a seconda di quel che succede tutt&#8217;attorno. Priva di una classe dirigente quanto meno decente, vede addensarsi nubi nere al suo orizzonte, sia per le sue irrisolte carenze generali, ormai sclerotizzate (demografiche, socio-economiche, infrastrutturali, fiscali, culturali), sia per via della contingenza storica.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Prendiamo lo scossone al prezzo dei combustibili fossili e dei fertilizzanti causato dal conflitto in Iran. Un&#8217;evenienza che per altre aree europee è una minaccia per i consumi e alcuni aspetti dell&#8217;esistenza materiale della popolazione, per la Sardegna rischia di risultare disastrosa.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non solo infatti acquistiamo all&#8217;esterno una quota enorme dei beni che soddisfano il nostro fabbisogno alimentare, ma a questo va aggiunta la dipendenza da fertilizzanti e mangimi di importazione, così che la stessa produzione agro-alimentare interna viene messa a rischio. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Lo stesso, inevitabilmente, vale per molti altri prodotti di largo consumo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non è tanto la condizione insulare in sé a costituire un problema (come invece continuano a sostenere i nostri esponenti politici), bensì la sua gestione. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La Sardegna è un&#8217;isola grande, con vaste zone a vocazione agricola. Benché non particolarmente fertile in tutte le sue regioni interne, ce ne sarebbe abbastanza per sostenere una produzione agro-alimentare &#8211; e la relativa industria di trasformazione &#8211; molto maggiore.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Possiede anche risorse non banali, ivi compresa la disponibilità di sole, vento, geotermia, infrastrutture idroelettriche che consentirebbero, con un approccio ben pianificato, non unicamente orientato al profitto privato, né agli interessi &#8220;nazionali&#8221; italiani, di avviare una vera e democratica transizione energetica.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non è tanto un discorso di autosufficienza &#8211; difficile da ottenere in ogni caso e non necessariamente auspicabile &#8211; ma prima di tutto di sicurezza. L&#8217;eventuale incremento delle esportazioni, oggi largamente condizionate dai prodotti di raffinazione petrolifera (vedi alla voce SARAS), sarebbe una conseguenza virtuosa in una situazione di relativa garanzia di sussistenza. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Siamo ben lontani da questa possibilità. La politica non sembra darsi troppo pensiero di tutto ciò. Le sole preoccupazioni espresse da esponenti del governo regionale, nella presente situazione, sono state quelle dell&#8217;assessore Cuccureddu, che ha visto nella penuria di carburanti e nelle difficoltà dei trasporti <a href="https://www.unionesarda.it/economia/guerra-razionamento-carburante-e-tagli-ai-voli-cuccureddu-rischio-catastrofe-per-il-turismo-duql6uuc" target="_blank" rel="noreferrer noopener">solo un problema per i turisti</a>.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È comprensibile: per un martello, qualsiasi altra cosa è un chiodo. Il nostro personale politico, anche quando è relativamente più capace, ragiona sempre e solo in termini corporativi e settoriali. Quando non risponde direttamente a un qualche gruppo di interesse, a qualche loggia massonica e/o a qualche mandante esterno.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Poi c&#8217;è il problema generale dell&#8217;ignoranza profonda e dell&#8217;incapacità di concepirsi come collettività umana portatrice di necessità e di aspettative proprie.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non c&#8217;è problema strutturale in Sardegna che non venga affrontato a testa in giù. Anziché partire dai bisogni concreti, dagli interessi generali, dai diritti di cittadinanza (astrattamente garantiti), il primo pensiero è sempre: se faccio questo, cosa ci guadagno (o cosa ci guadagna il gruppo o il soggetto a cui rispondo dele mie scelte)?</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La soggezione allo stato italiano e a chi lo governa/controlla è una delle cause profonde di questa situazione, e a sua volta produce l&#8217;effetto politico della mediocrità e dell&#8217;inadeguatezza della nostra classe dirigente. Un circolo vizioso che, nella fase storica presente, comporta rischi molto più gravi rispetto alla norma, pure al limite del disastroso, degli scorsi settant&#8217;anni.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Così, eccoci qui a consultare bollettini di guerra e notiziari più o meno attendibili per provare a orientarci sul futuro prossimo e meno prossimo, quasi mai capaci di valutare davvero gli eventi e le loro conseguenze, ma disinvolti nel commentarli a stretto giro (vale anche per me, sia chiaro).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;ansia indotta dall&#8217;infodemia imperante non è un effetto casuale e non voluto, ma fa parte del gioco manipolatorio a cui si sta riducendo la sfera pubblica anche nei paesi democratici. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">I mercati finanziari reagiscono agli annunci dei leader internazionali in modo compulsivo, spesso a traino delle manovre speculative più spregiudicate attuate dalle combriccole ben informate. Lo stesso avviene più in piccolo, ma non meno attivamente, per i consumi quotidiani delle masse. Fino al prossimo annuncio, magari di segno contrario.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">E nessuno, in Sardegna, soprattutto nei suoi gruppi dirigenti, che accenni anche solo a un qualche straccio di prospettiva strategica per sottrarci alle peggiori conseguenze di questa epoca conflittuale. La peggiore classe dirigente sarda dalla Perfetta Fusione, nel peggiore dei momenti storici dal 1943. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;unico motivo di vaga speranza è che tutto sommato l&#8217;isola di momenti bui ne ha conosciuto diversi, nei millenni di permanenza umana sul suo suolo. Anzi, spesso, dalle crisi apparentemente peggiori ne siamo usciti con soluzioni efficaci, soprattutto quando siamo stati lasciati in pace (alla faccia della &#8220;Sardegna abbandonata a se stessa!).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Vero è che ci troviamo in una condizione inedita non solo per la Sardegna ma per l&#8217;intera umanità, con guai assortiti (climatici, ecologici, demografici) di dimensioni planetarie, che i meccanismi socio-economici in funzione, le attuali strutture politiche e i modelli di leadership dominanti sono evidentemente inadeguati a fronteggiare.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">A maggior ragione dovremmo rivedere categorie analitiche, cornici interpretative, prospettive ideali, posture pragmatiche. A partire dalla situazione locale, che, nel nostro caso, ha la peculiarità di essere alquanto &#8220;situata&#8221;, geograficamente peculiare. Tanto più esposta agli scossoni storici, quanto meno abbiamo consapevolezza della nostra posizione nel mondo e della nostra condizione reale.</p>
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		<title>Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jan 2026 19:11:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Maurizio Onnis, su S’Indipendente, sollecita una riflessione sulle opportunità che offre, sul piano politico, il momento conflittuale che stiamo vivendo. Alla base c’è un ragionamento di tipo storico che – sebbene molto semplificato, al limite del brutale – coglie un tratto vero della nostra lunga vicenda collettiva. È vero che nei momenti di maggiore crisi...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/">Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 class="wp-block-heading"><em>Maurizio Onnis, <a href="https://www.sindipendente.com/2026/01/10/il-disordine-internazionale-come-risorsa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">su S’Indipendente</a>, sollecita una riflessione sulle opportunità che offre, sul piano politico, il momento conflittuale che stiamo vivendo. Alla base c’è un ragionamento di tipo storico che – sebbene molto semplificato, al limite del brutale – coglie un tratto vero della nostra lunga vicenda collettiva. </em></h2>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È vero che nei momenti di maggiore crisi la popolazione sarda ha sempre trovato in sé la forza e le motivazioni per reagire, spesso optando per un superamento proattivo delle sfide, assumendosi il peso della responsabilità di non cedere alla difficoltà delle circostanze.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Va detto che nei casi enumerati da Maurizio (che non esauriscono la casistica) esisteva una leadership consapevole o comunque in grado di cercare e magari trovare una via di superamento in avanti dei problemi. Leadership che invece in altri momenti, magari altrettanto delicati, è mancata, con la conseguenza che quelle occasioni sono andate perse. Anche nei frangenti in cui sono state fatte scelte coraggiose non sempre le cose sono andate bene. Ma – si dirà, e concordo con l’obiezione – sarebbe stato peggio non provarci nemmeno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi il momento storico sembra offrire le condizioni, almeno in potenza, per una accelerazione del processo di autodeterminazione in Sardegna (dando per scontato, per ora, il significato di “autodeterminazione” e il suo esito concreto). </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L’ordine internazionale emerso dalla seconda guerra mondiale si è completamente disgregato. Era già condannato con la fine della guerra fredda, a mio avviso, e i tre decenni successivi non hanno fatto altro che martellare sui chiodi della bara del secondo dopoguerra. Pur con tutte le fasi e le contraddizioni del caso, fin dal 1989-91 era chiaro che il mondo stava correndo spedito verso un’altra epoca. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ma i prodromi di questo mutamento erano già attivi da parecchio. Direi che la reazione, a tratti violenta, contro le aperture democratiche, sociali, decoloniali, promesse e in parte mantenute dalla breve &#8220;età dell’oro&#8221; (cit.) post secondo conflitto mondiale doveva già offrire spunti di riflessione robusti, a chi voleva interessarsi ai destini dell’umanità. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">All’allarme – scientificamente certificato – del Club di Roma e del <em>Rapporto sui limiti della crescita</em> (a partire dal 1972) i governi occidentali risposero con l’attacco generalizzato contro i movimenti popolari, democratici, radicali, anti-capitalisti sviluppatisi nel decennio precedente, riassorbendoli o soffocandoli, finendo per imporre l’ideologia neo-liberale e l’ordine socio-economico che essa giustifica. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">All’impegno politico diffuso, di massa, specie giovanile, si sostituirono l&#8217;eroina, il consumismo e l’edonismo egotico. Lo stesso crollo del regime sovietico fu più l’effetto della pressione consumistica occidentale, riversata su una situazione sclerotizzata e di per sé in via di putrefazione, che la conseguenza di un mutamento politico basato su forze sociali e politiche alternative.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Eppure, nonostante l’evidente vittoria delle classi ricche e del capitalismo più rapace, gli anni Novanta furono abbastanza movimentati da offrire possibilità di riflessione e anche di azione contro il nuovo ordine globale a trazione USA che sembrava ormai definitivamente garantito (la <a href="https://disf.org/libri/9788851178918" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“fine della storia” di Francis Fukuyama</a>). </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Le guerre nell’ex Jugoslavia, il movimento zapatista in Messico, partito dal Chiapas, la nuova riflessione sul colonialismo dovuta tanto agli studi postcoloniali e decoloniali, quanto a eventi drammatici come il genocidio in Ruanda e altri analoghi, l’emersione e la crescita del movimento no-global: erano vicende e circostanze che smentivano l’assertività dell’egemonia ideologica occidentale, e in alcuni casi la contrastavano attivamente. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Anche quelli potevano essere anni in cui provare ad affermare un percorso di progresso civile e sociale della Sardegna, in termini di uscita dalla dipendenza e dalla subalternità. La stessa crisi dei grandi partiti storici italiani, dovuta anch’essa alla fine della guerra fredda e agli scandali giudiziari da cui fu travolta tutta la politica italiana, era un’opportunità. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In effetti, nonostante la rapida decadenza elettorale del PSdAz, uscito a pezzi dalla stagione del vento sardista (anche per proprie responsabilità), erano emerse forze nuove, di matrice indipendentista, con un seguito (sentimentale, più che elettorale) in via di espansione. La leadership di Angelo Caria, forte sul piano morale e concettuale, poteva garantire una crescita complessiva del movimento. La sua scomparsa precoce fu una perdita drammatica anche da questo punto di vista. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il resto dello spettro politico sardo – tributario verso i gruppi di potere italiani &#8211; si riorganizzò in funzione del mantenimento del proprio status privilegiato dentro un quadro di relazioni tra Stato e Regione sempre meno democratico, sempre più apertamente coloniale. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il clientelismo sistemico, i legami opachi tra comitati d’affari, clan familistici, trafficoni degli apparati statali e speculatori vari, divennero la cifra ordinaria della politica sarda. Il dibattito politico, al di là dei temi promossi dal mondo indipendentista, era ormai ridotto a chicchiericcio astratto e, nei fatti, a una competizione meramente elettoralistica tra apparati che a tutto erano interessati fuorché a gestire davvero, con strategie e obiettivi di ampio respiro, le sorti dell’isola. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Così è andato avanti il gioco fino a oggi, garantito dalla chiusura oligarchica dei partiti dominanti (ormai meri apparati di potere), dalla sempre più accentuata pressione centralistica dello stato, da una debolezza ormai cronicizzata della politica esterna al Palazzo, in primis quella indipendentista. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Una debolezza questa che purtroppo ha effetti che vanno al di là delle sorti soggettive dei vari protagonisti di questo ambito di impegno civile. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In tutto ciò, non abbiamo mai avuto a disposizione un’intellettualità realmente organica ai processi emancipativi che emergevano dal tessuto sociale e culturale sardo, ma perlopiù esponenti di un ceto medio desideroso di integrarsi nell’organizzazione del sapere e nel circuito intellettuale italiani, come tali passivi o addirittura complici nel processo di costante minorizzazione economica, storica, sociale, linguistica dell’isola.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Arrivato il nuovo millennio, nei momenti in cui sembrava che qualcosa di consistente potesse coagularsi in termini realmente alternativi all’apparato di potere coloniale dominante, quasi mai se ne è fatto tesoro. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La stagione della giunta Soru si è conclusa rapidamente con la normalizzazione di quel tentativo di modernizzare la macchina regionale e portare avanti una stagione di riforme reali. In quel caso l’indipendentismo – pure in crescita – non ha saputo esprimere una direzione strategica consistente e si è perso in beghe personalistiche o ha dovuto subire la reazione forte degli apparati di sicurezza statali. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/02/03/eredita-ignorate-manifesto-politico-di-sardegna-possibile-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">campagna politica di Sardegna Possibile nel 2013-14</a> fu prima di tutto non compresa e in parte sabotata proprio dall’ambito indipendentista. Da lì in poi è stato solo disfacimento e abbandono, con residue manifestazioni di una vitalità calante, almeno a livello di attivismo e di proposta politica. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Poi, certo, ci sono state le mobilitazioni tematiche, in particolare quella contro l’aggressione speculativa legata alla produzione di energia. Una mobilitazione iniziata, proprio in ambito indipendentista, già negli anni 2008-9 e in quelli a seguire (basta ascoltare qualche pezzo di Dr Drer e CRC posse di quel periodo per averne conferma). La sua esplosione a partire dal 2023 è dovuta al salto di qualità dell’aggressione coloniale e in parte anche alla stessa assenza dei micro-partiti indipendentisti, con le loro pretese egemoniche e le loro fisime retoriche, le loro fissazioni lessicali e la loro postura da avanguardie illuminate.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Riallargando lo sguardo, già dal 2001, con i fatti del G8 di Genova e l&#8217;11 settembre negli USA (e le sue conseguenze politiche), era diventata piuttosto chiara la direzione che stava prendendo l’umanità. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Le élite dominanti non solo non mollavano la presa assicuratasi con la sconfitta del socialismo e l’imposizione del capitalismo più rapace ed estrattivo, ma ormai cominciavano a uscire allo scoperto con crescente sicumera. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L’onda nera, reazionaria, oscurantista, nazionalista, anti-emancipativa, spesso di chiara matrice fascista, che oggi imperversa in molte società umane, a diverse longitudini, è solo l’ennesimo effetto di una transizione di civiltà di cui osserviamo gli esiti superficiali, a livello di cronaca, ma non possiamo valutare compiutamente i movimenti profondi e tanto meno prevedere gli sviluppi. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La deriva politica complessiva di questi anni, che va prendendo i connotati di un conflitto tra imperi (da qualcuno letto e persino auspicato come &#8220;multipolarismo&#8221;), si innesta in una crisi sistemica planetaria, a cominciare da quella climatica-ambientale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La Sardegna ci si ritrova dentro con nessuna possibilità di avere una voce in capitolo e in una fase di particolare fragilità socio-economica, politica, demografica. Il che mi farebbe propendere per il dissenso, rispetto alla tesi di Maurizio Onnis. Purtroppo, come già successo in altre occasioni, non è detto che dalla crisi epocale emerga necessariamente una stagione o almeno un tentativo di emancipazione collettiva della Sardegna.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ci sono grandi forze in gioco e molti apparati di potere politico e/o economico non accetteranno mai di buon grado che l’isola trovi una sua via per autodeterminarsi democraticamente, a cominciare dallo stato italiano e dalle sue élite dominanti. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per altro, il contesto europeo non è mai stato così fragile, dopo la seconda guerra mondiale. Nondimeno, è anche possibile che proprio questa fragilità e l’evidente incapacità delle leadership del Vecchio continente a superarla potrebbero riaprire la partita per le istanze autodeterminazioniste europee. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Che ci sono, esistono e resistono. Possono anzi diventare un fermento per un rilancio del discorso europeista su nuove basi, diverse, se non opposte, alla costruzione fondamentalmente padronale, elitaria e anti-popolare quale si è rivelata l’UE. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">UE che, tuttavia, a dispetto di quanto sostengono i nazionalisti più o meno palesi e alcune frange della sinistra più confuse che compromesse, al momento rimane l’unico labile baluardo grosso modo funzionante sia contro l’aggressività dei nuovi imperialismi oscurantisti rappresentati dalla trimurti Trump-Putin-Netanyahu, sia verso i nuovi nazionalismi interni (spesso complici o se non altro affascinati dal malvagio trio). </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In ogni caso, sia l&#8217;oligarchia affaristica europea sia l’onda nera montante costituiscono insieme una combo esiziale (ossia mortale) per qualsiasi prospettiva autodeterminazionista democratica. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Nonostante questo, cedere a pulsioni nichiliste, propendere per il caos contro l’ordine attuale delle cose (già messo a dura prova, ma dall’alto e con intenti reazionari), non fa che agevolare i peggiori scenari che nelle dichiarazioni si vorrebbero scongiurare. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Questo deve diventare chiaro specialmente nell’ambito sfilacciato e disorientato dell’indipendentismo sardo. Che non coincide, occorre precisarlo, con le formazioni politiche che si dichiarano indipendentiste. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La stragrande maggioranza delle persone indipendentiste sarde *non* milita in alcuna formazione, spesso non ha mai fatto attivismo, ha idee piuttosto vaghe su come funzioni la politica (dato che conosce solo quella marcia delle clientele e dei capibastone locali), non ha alcuna conoscenza storica né le idee chiare su cosa sia successo in Sardegna negli ultimi trent’anni (e nemmeno prima, se è per quello), ma ha in qualche modo maturato una propensione positiva verso l’idea (vaga) dell’indipendenza, come uscita dalla condizione subalterna e colonizzata. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">A tal proposito sarebbe necessario un grande lavoro di formazione e educazione politica e culturale di massa. Che poi è un po’ l’obiettivo di un’associazione come <a href="https://assembleasarda.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Assemblea Natzionale Sarda</a>. Altrimenti c’è il rischio che una possibile conquista di autodeterminazione si riveli una trasformazione solo di facciata della nostra condizione storica. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per questo più su dicevo che va precisato il significato di “autodeterminazione”, il suo contenuto storico concreto, quale esito politico reale si intenda perseguire con essa. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sulla necessaria riflessione in proposito pesa però il nodo, storicamente ingarbugliato, della distanza sociale e ideologica (in senso ampio) che da tempo esiste in Sardegna tra i ceti sociali istruiti, emancipati dal ristretto ambiente della comunità locale e dei suoi rituali di socializzazione e di scambio di informazioni, e appunto le ampie porzioni di popolazione poco istruite, limitate nei propri orizzonti, esposte al bombardamento mediatico italiano (anche sui social media). È una distanza spesso anche linguistica. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Al di là delle eccezioni, che confermano la regola, è uno dei grandi problemi della Sardegna contemporanea. Ed è un ostacolo difficile da superare. Eppure bisogna farlo, affinché si formi una qualche leadership sia intellettuale sia pragmatica scevra da pulsioni egoistiche, arriviste, autoritarie, capace di orientare e dare forma alle istanze emancipative pure esistenti nella nostra collettività umana, ma troppo spesso frustrate dalla mancanza di voce, di parole, di strategia. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Che tali istanze esistano lo dimostra, se ce ne fosse davvero bisogno, l’enorme mobilitazione a proposito di speculazione energetica. Un fenomeno che meriterebbe attenzione e anche studio, ma che il nostro ceto intellettuale e il nostro ceto medio (semi)istruito guardano con sospetto o con aperta ostilità, preferendo stigmatizzarlo come eterodiretto, reazionario, arretrato, ecc. ecc. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Cosa che in occasioni analoghe è quasi sempre successa negli ultimi due secoli, con conseguenze molto gravi sul tessuto civile e politico dell’isola. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Perciò, anche in presenza di possibili circostanze oggettivamente favorevoli a una ripresa del percorso di autodeterminazione, rimangono in piedi problemi sia, per così dire, contingenti, sia strutturali. Vanno riconosciuti, ammessi e affrontati con lucidità.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Le conclusioni – provvisorie – che si possono trarre da questa disamina non possono essere né ottimiste né pessimiste. Nel senso che siamo nel bel mezzo di un momento storico complicato e dinamico, piuttosto aperto a diversi esiti. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per altro, le forze popolari spesso smentiscono le previsioni più pessimiste che le riguardano e sfuggono facilmente alle cornici interpretative che si applicano loro dall’esterno. Le stesse leadership emergono dal bisogno del momento, anche laddove non se ne intravvedeva la possibilità. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È possibile che la Sardegna si trovi a dover fare i conti con la stringente necessità di autodeterminarsi, per forza di cose potremmo dire, senza esservi preparata. È una prospettiva che ho segnalato già diversi anni fa e si sta rivelando sempre meno improbabile.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Una delle cose da fare è mantenere saldi alcuni principi di fondo, ossia il rifiuto di qualsiasi deriva autoritaria, razzista, reazionaria, anti-democratica. Occorre far rifulgere più che mai, in questi tempi oscuri, la fiaccola della libertà e dei diritti, della solidarietà e dell’empatia (anche verso il non-umano) contro ogni tentazione di sacrificarli sull’altare di tesi dogmatiche, di fedi ideologiche fuori tempo massimo, di fedeltà verso qualche capo carismatico, del populismo, degli istinti peggiori della nostra specie. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Da un altro lato è indispensabile recuperare l’abitudine all’incontro fisico, l’alleanza dei corpi, la concretezza delle cose fatte insieme. E dobbiamo imparare o re-imparare a discutere senza delegittimare necessariamente chi ha un’idea anche solo vagamente diversa dalla nostra (a parte i fascisti e i razzisti, che si pongono di per sé stessi fuori da qualsiasi contesto democratico). </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Dobbiamo recuperare la dimensione viva, collettiva, ecosistemica, della lotta politica e del conflitto col potere costituito. Anche in termini di mobilitazione concreta, compresa la riappropriazione degli spazi fisici, con una presenza visibile e fattiva dentro le nostre comunità.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">E, ancora, bisogna recuperare una visione internazionalista solidale e competente. Bisogna allacciare relazioni forti e sistematiche con tutte le realtà autodeterminazioniste, democratiche, popolari almeno a livello di Europa e direi anche di sponda sud del Mediterraneo. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Su questo piano si dovrebbero proporre battaglie comuni non tanto negli scopi puntuali, ma nella loro impostazione di fondo, che deve essere necessariamente anti-egemonica, estranea al gioco delle parti tra diversi conservatorismi che dominano la scena. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Faccio l’esempio ancora una volta della transizione energetica, su cui (apparentemente) si scontrano le due destre dominanti, quella padronale-affaristica e anti-popolare e quella reazionaria, oscurantista, populista e/o fascista. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È un terreno fertile su cui impostare una vasta campagna politica di ridisegno dei piani strategici europei. Si dovrebbe partire dai problemi reali di degrado ambientale e dalle loro cause, cercando soluzioni che tengano conto dalle necessità concrete delle comunità, superando e rompendo i confini dei vetusti e anti-storici stati attuali. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Andrebbe tenuto conto delle caratteristiche geografiche, socio-economiche, demografiche dei luoghi reali, al di là degli interessi particolari dei ceti dominanti, per rivedere radicalmente il modello di produzione e distribuzione dell’energia. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Occorrerebbe riformulare gli stessi paradigmi teorici e operativi della ricerca e della realizzazione tecnologica, in un’ottica meno competitiva e decisamente più collaborativa e progressiva, a distanza dai meccanismi di estrazione di valore e di speculazione finanziaria che oggi imperversano in ogni settore. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Lo stesso discorso vale per molti altri beni comuni, come l’acqua, il suolo fertile, la produzione di cibo, la salubrità ambientale, i trasporti, la gestione dei flussi migratori. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Su questi temi, l’autodeterminazionismo europeo, nelle sue varie articolazioni, a prescindere dagli obiettivi specifici, potrebbe/dovrebbe avere qualcosa da dire. Nel suo insieme non costituirebbe una forza così piccola e ignorabile. Ma, certo, serve che le realtà locali facciano prima di tutto un grande sforzo di consapevolezza e poi di organizzazione, per potersi connettere al livello sovra-locale in modo attivo e costruttivo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Detta così suona come un’utopia. Ma non sono sicuro che si tratti di una mera ipotesi speculativa. A noi, per quanto ci riguarda, spetta il compito di impostare il discorso e tradurlo in pratiche efficaci nel nostro contesto. Con la consapevolezza che tutto congiura a nostro sfavore. Non a sfavore dell’indipendentismo sardo o di questa o quella sua declinazione soggettiva, ma a sfavore della stessa sopravvivenza della collettività umana sarda come da otto millenni a questa parte è arrivata, bene o male, fin qui.</p>
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		<title>La memoria collettiva non esiste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2025 17:40:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 27 gennaio è la Giornata della memoria, come si sa. Una ricorrenza che, fin dall&#8217;inizio e poi, nel corso degli anni, sempre di più, ha perso il suo possibile senso emancipativo e democratico per diventare un evento ipocrita, con preoccupanti tratti reazionari e manipolatori. Ricordare l&#8217;apertura dei cancelli di Auschwitz ad opera dell&#8217;Armata Rossa...</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Il 27 gennaio è la Giornata della memoria, come si sa. Una ricorrenza che, fin dall&#8217;inizio e poi, nel corso degli anni, sempre di più, ha perso il suo possibile senso emancipativo e democratico per diventare un evento ipocrita, con preoccupanti tratti reazionari e manipolatori.</h3>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ricordare l&#8217;apertura dei cancelli di Auschwitz ad opera dell&#8217;Armata Rossa (e non degli Americani, che Atena vi fulmini!) poteva e doveva essere un modo per mantenere viva la consapevolezza collettiva sulle tragedie del passato e anche un ammonimento affinché non si ripetano. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Invece questa giornata è stata reinterpretata in modo da funzionare bene come a) detergente della cattiva coscienza dei troppi fascisti e para-fascisti italici, b) strumento di propaganda sionista, c) fonte consolatoria della propaganda sciovinista italiana, con l&#8217;elemento decisivo del mitologema tossico &#8220;italiani, brava gente&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Oggi si può serenamente celebrare il 27 gennaio e giustificare la politica genocida del governo israeliano senza avvertire alcun attrito. E, se lo fai notare, il reprobo sei tu. Come se la radice di qualsiasi genocidio, di qualsiasi razzismo e colonialismo, non fosse la disumanizzazione e la colpevolizzazione delle vittime, che si tratti dei nativi americani, degli armeni, degli ebrei europei, degli ucraini, dei palestinesi, dei curdi e via elencando.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È doloroso vedere come anche molte persone con una dichiarata propensione politica di sinistra cadano facilmente nelle trappole di cui è disseminato il dibattito pubblico attuale. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Pochi giorni fa, nel corso di una manifestazione di solidarietà col popolo palestinese, ho sentito scandire questo slogan: &#8220;Dall&#8217;Ucraina alla Palestina, NATO terrorista, NATO Assassina!&#8221;. Il significato sarebbe che l&#8217;Ucraina è uno strumento della NATO mentre la Palestina ne è una vittima. Da notare che la NATO ha poco a che fare con entrambi i conflitti, a differenza dei governi di alcuni dei paesi che ne fanno parte.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sia chiaro, sono situazioni e contesti diversi, con basi storiche e fattuali differenti; ma in entrambi i casi agiscono le propensioni colonialiste e razziste di uno stato e del suo governo ai danni di un altro popolo. Se non si è in grado di vedere nemmeno questa realtà così evidente, non è nemmeno possibile affrontare il discorso.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Questo tipo di fraintendimenti fa capire quanto sia complicato basare le proprie opinioni e le proprie posizioni politiche sul guazzabuglio di informazioni o pseudo-informazioni da cui siamo costantemente bombardati.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Vorrei avere sotto mano qualche indagine ben fatta sul tema, ma a naso direi che le opinioni pubbliche dei paesi &#8220;occidentali&#8221;, sedicenti depositari della democrazia liberale (l&#8217;unica vera, sembrerebbe), non sono molto meno manipolate delle opinioni pubbliche dei paesi non occidentali e &#8211; ne discende &#8211; non democratici. Semplicemente i mezzi sono diversi.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non ho usato a caso il verbo egemonizzare. La pretesa che esista una memoria collettiva sostanzialmente coesa e unanime e addirittura, come si usa spesso dire, una memoria *condivisa*, è appunto solo una pretesa. Che ha dalla sua mezzi enormi per imporsi. <strong>La memoria collettiva è sempre e solo il frutto di un meccanismo egemonico.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ciò significa che, laddove si spacci per condivisa una memoria collettiva su fatti storici e sul loro senso, sta in realtà agendo l&#8217;imposizione di tale memoria da parte del gruppo sociale che detiene i mezzi per imporla. Di solito, si tratta dei gruppi sociali che dominano anche le relazioni economiche e politiche.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È una vecchia intuizione di Gramsci, poi approfondita nel corso del Novecento da altri (da Michel Foucault agli studi postcoloniali, giusto per fare pochi esempi) e avvalorata in molti modi nel corso del tempo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per questo ha fatto un certo effetto, a chi ancora ha occhi per guardare, la sfilata di grandi padroni delle piattaforme virtuali (che ovviamente hanno dietro di sé meccanismi di produzione e relazioni sociali del tutto materiali) schierati a sostegno della presidenza Trump.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sia chiaro, non ci sono solo loro, a dettare le agende politiche dei governi &#8220;democratici&#8221;. L&#8217;apparato militare-industriale, i grandi gruppi farmaceutici, i fondi di investimento e i gruppi bancari sono tutti soggetti che hanno un peso enorme sulla politica e dunque anche sui meccanismi dell&#8217;informazione e del controllo delle opinioni pubbliche.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Parlare di memoria collettiva o addirittura condivisa è una mistificazione. Lo è sempre, in virtù dei meccanismi fondamentali nella formazione delle idee e nella socializzazione delle conoscenze; lo è tanto più oggi, dato lo strapotere mediatico di chi detiene i mezzi di comunicazione e di chi può usarli per imporre contenuti e cornici narrative.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La memoria può essere collettiva solo in un&#8217;accezione ristretta del termine. Ci può essere una memoria di gruppo a livello familiare, di gruppo sociale, a livello di minoranze, a livello locale, quindi in termini estremamente limitati. La memoria è sempre parziale. E la memoria non è la storia.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La storia (o la Storia) è una disciplina di studio e di restituzione degli esiti dello studio che ha una sua epistemologia, un suo metodo, sue regole intrinseche, e risponde &#8211; o dovrebbe rispondere &#8211; a una deontologia, a una responsabilità verso il pubblico. È una disciplina politica, in quanto riguarda la polis, la collettività, e anche nel senso che ha a che fare con la politica; ma, per essere credibile e utile, non deve rispondere al potere politico.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La Storia può e a volte deve contrastare la memoria. Certo, essendo un fatto umano, ha i suoi limiti e le sue debolezze e non sempre riesce a essere all&#8217;altezza del suo statuto epistemologico ed etico. E spesso è oggetto di attenzioni non proprio encomiabili da parte del potere e di chi gestisce i mezzi di comunicazione.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In ogni caso, la distinzione tra memoria e storia va sempre tenuta presente. Sovrapporle, come si fa il 27 aprile, o &#8211; con evidenti dimostrazioni controfattuali &#8211; il 25 aprile o il 4 novembre o in qualsiasi altra festività basata su fatti storici, è scorretto. Soprattutto quando è il potere a fare un <a href="https://www.filosofiadelogu.eu/2020/la-storia-fuori-di-se-uso-pubblico-della-storia-e-public-history-in-sardegna/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">uso politico della storia</a> per confezionare una memoria collettiva posticcia ma &#8220;ufficiale&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Detto ciò, per rispondere alla costante manipolazione delle opinioni pubbliche, ai processi egemonici sottrattivi di conoscenza e consapevolezza, di libertà e di solidarietà, è lecito usare forme di lotta contro-egemoniche.  </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Nonostante la pervasività e la forza dei meccanismi di manipolazione e controllo, rimangono aperti e in qualche modo vivi spazi di dissenso e di contro-informazione, di dibattito non del tutto inquinato e persino di azione. È sempre più difficile, ma ancora possibile. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È un contesto non privo di contraddizioni, inevitabilmente. Ma, finché sarà possibile esprimere posizioni non allineate con quelle imposte egemonicamente alle masse, finché sarà possibile offrire contro-narrazioni e esempi concreti dissonanti, perturbanti dell&#8217;ordine discorsivo e sociale dominante, bisognerà farlo. Con forte spirito critico, perché non abbiamo bisogno di nuove dogmatiche, e possibilmente con una certa dose di immaginazione pragmatica.</p>
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