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	<title>lavoro culturale Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>La cultura (si) paga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2022 13:27:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parto da una serie di considerazioni espresse dal collega Daniele Mocci su Facebook, per rilanciare una serie di spunti di riflessione relativi alla produzione culturale, a chi la realizza, ai suoi costi (non solo monetari) e alla pessima distribuzione del valore che se ne estrae. Daniele Mocci &#8211; narratore ad ampio spettro, animatore culturale (tra...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La cultura (si) paga' data-link='https://sardegnamondo.eu/2022/06/06/la-cultura-si-paga/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/06/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-5022" width="585" height="400"/></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading"><em>Parto da una serie di considerazioni espresse dal collega Daniele Mocci su Facebook, per rilanciare una serie di spunti di riflessione relativi alla produzione culturale, a chi la realizza, ai suoi costi (non solo monetari) e alla pessima distribuzione del valore che se ne estrae.</em></h4>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Daniele Mocci &#8211; narratore ad ampio spettro, animatore culturale (tra i fondatori dell&#8217;associazione Chine vaganti, a San Gavino Monreale), attivo in ambito scolastico &#8211; nei giorni scorsi ha pubblicato su Facebook due post particolarmente centrati su una serie di problemi dell&#8217;ambito culturale sardo (ma direi anche italiano). In questo caso, dal punto di vista di chi produce i contenuti narrativi e li veicola con tutti i mezzi necessari (letteratura, fumetto, sceneggiatura, laboratori scolastici, ecc.).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sono due post pubblici, quindi chiunque abbia un accesso al social medium di Zuckerberg può leggerli sul suo profilo (di Daniele Mocci, non di Zuckerberg). Li riporto qui per comodità.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il primo, datato 3 giugno, recita così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-medium-font-size is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>RIEPILOGO ALCUNE COSE SENZA UN ORDINE PRECISO&#8230;<br />1) Faccio laboratori didattico/creativi nella scuola da più di vent&#8217;anni: fumetto, scrittura creativa (con diverse soluzioni), teatro, linguaggi pubblicitari, creazione di prodotti audiovisivi. Docenti, dirigenti e DSGA della scuola primaria e secondaria (I e II grado), se interessati, contattatemi in privato. Vi invierò i progetti che potrebbero interessarvi e il mio CV. Giusto per fare un esempio: a vostra/nostra disposizione ci sono i fondi P.O.N., con i quali tutti i costi vengono coperti SENZA ONERI AGGIUNTIVI PER LE SCUOLE.<br />2) Quando mi sposto da casa (per mezza giornata o più) per fare incontri, laboratori e presentazioni varie, non lo faccio perché non ho nient&#8217;altro da fare. È una parte (importante) del mio lavoro. E, cosa non trascurabile, oltre al mio tempo e alle mie conoscenze &#8211; esperienze &#8211; competenze, ci metto anche la benzina e (se la giornata è intera) una pausa in cui mangiare un boccone. Va da sé che, quando qualcuno mi chiama per svolgere attività di questo genere, DEVE SEMPRE PREVEDERE UN COMPENSO e UN RIMBORSO. Nessuno lavora GRATIS, men che meno quelli che mi chiamano perché io lavori gratis per loro.<br />3) Fare/organizzare eventi, incontri, presentazioni, giornate letterarie e culturali in genere, laboratori, festival e manifestazioni similari non è un obbligo per nessuno. Se non si hanno le competenze, I SOLDI, i locali adatti, la capacità di promuoversi e di attirare il pubblico, la volontà e/o la capacità di accogliere gli ospiti e di NON accollare a loro i costi (sia in termini monetari che in termini di lavoro intellettuale e/o fisico), semplicemente NON SI DEVE ORGANIZZARE NESSUN EVENTO. Gli autori (e simili) sono persone che queste cose le fanno PER LAVORO e non per hobby. Chi le fa per hobby o è uno che non deve campare da quello che fa o NON È UN AUTORE VERO. Se voglio fare le cose GRATIS sono io che decido SENZA ALCUN BISOGNO DI QUALCUNO CHE MI CHIEDA SE LE VOGLIO FARE GRATIS.<br />4) Se organizzate un evento e volete un ospite che intrattenga il pubblico, curatevi di promuovere a regola d&#8217;arte il vostro evento, in modo da evitare la figura meschina di portare un ospite e fargli trovare una sala, una piazza o qualsiasi altro luogo desolatamente vuoto (o pieno di sedie vuote). È compito di chi organizza gli eventi curarsi di promuoverli e di trovare il sistema di portare il pubblico alle iniziative che ha organizzato. A meno che non portiate Francesco (quello che sta al Vaticano). E a quel punto il pubblico arriverà anche se voi non vi sbattete più di tanto per promuovere l&#8217;evento.<br />5) In definitiva: le cose si fanno se si hanno le capacità, la volontà, la voglia e I SOLDI per farle.<br />6) (dimenticavo&#8230;) Se organizzate la presentazione di un libro con il suo autore, ALLESTITE UN BANCHETTO PER LA VENDITA AL PUBBLICO DELLE COPIE DI QUEL LIBRO, magari mettendovi d&#8217;accordo con una libreria. È davvero inutile (e surreale) organizzare una presentazione senza che ci sia l&#8217;oggetto che si sta presentando.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il secondo, rilasciato il giorno successivo, il 4 giugno, è il seguente:</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-medium-font-size is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>ALTRE COSE IN DISORDINE&#8230;<br />Premesso che l&#8217;editoria (almeno quella italiana), soprattutto negli ultimi decenni, è diventata una giungla contorta e spesso incomprensibile, occorre che coloro che organizzano eventi, presentazioni di libri, laboratori di scrittura e manifestazioni affini CONOSCANO ALMENO GLI ASPETTI DI BASE. Per cui:<br />1) ci sono sostanziali differenze tra libri pubblicati da EDITORI VERI E SERI (piccoli, medi o grandi che siano), libri autopubblicati e libri pubblicati con gli editori a pagamento. CHI ORGANIZZA UN EVENTO LETTERARIO DEVE CONOSCERE LA DIFFERENZA TRA QUESTE TIPOLOGIE. E quindi:<br />1a) deve sapere che genere di libro è quello su cui ha deciso di organizzare il suo evento. È un libro autopubblicato? È un libro pubblicato da un editore a pagamento? È un libro pubblicato da un editore VERO e SERIO?<br />1b) deve sapere che i libri autobubblicati e quelli pubblicati con editori a pagamento rarissimamente ( = quasi mai) sono sottoposti a una vera revisione (editing) da professionisti che intervengono sul manoscritto dell&#8217;autore e, insieme all&#8217;autore, ci lavorano anche mesi per migliorarlo, eliminare gli errori e le incongruenze di lingua e di trama, renderlo coerente ed equilibrato, COSA CHE UN AUTORE DA SOLO (fosse anche un genio) NON POTREBBE MAI FARE, perché &#8211; pur se dovesse avere i mezzi per farcela da solo &#8211; non può avere la giusta dose di obiettività.<br />1c) deve sapere che, normalmente, un autore che si autopubblica o che pubblica con editori a pagamento, spesso ( = praticamente sempre) porta da sé le copie per la vendita per un motivo molto semplice: LE HA PAGATE (ovvero, ha pagato perché il suo libro fosse pubblicato, ovvero ancora non ha dovuto superare nessun vaglio circa la qualità del suo lavoro). Poi, bene inteso, le eccezioni ci sono, ma sono &#8211; appunto &#8211; eccezioni molto rare e che, soprattutto, BISOGNA SAPER RICONOSCERE.<br />1d) dal punto precedente deriva che: è indispensabile che chi organizza un evento letterario abbia letto e CONOSCA MOLTO BENE sia l&#8217;autore che sta portando, sia il libro che sta presentando, sia il modo con cui quel libro è stato pubblicato (autopubblicazione, editoria a pagamento, editoria vera e seria);<br />2) deve evitare di chiedere (o, peggio, di pretendere) una copia omaggio del libro all&#8217;autore che va a fare la presentazione; in special modo se l&#8217;autore pubblica con editori veri e seri. Questo perché l&#8217;autore che pubblica con editori veri e seri NON È IL PROPRIETARIO di nessuna copia del libro (a parte quelle che gli spettano per contratto, le quali di solito vanno da un minimo di 5 a un massimo di 10: cioè sono quelle che l&#8217;autore &#8211; se non tiene per sé &#8211; al massimo regala ai suoi genitori, al suo migliore amico e a qualcuno che gli è particolarmente caro). E poi&#8230; se l&#8217;organizzatore dell&#8217;evento chiede all&#8217;autore una copia omaggio del suo libro, beh&#8230; è davvero mal preso!<br />3) deve sapere che degli autori che porterà ai suoi eventi, praticamente nessuno campa dalla vendita dei suoi libri:<br />3a) coloro che si autopubblicano devono spendere (e raramente rientrano nelle spese con i ricavi del venduto che, ovviamente, si devono &#8220;smazzare&#8221; da soli facendo gli ambulanti)<br />3b) coloro che pubblicano con editori a pagamento idem (se non peggio degli autopubblicati)<br />3c) coloro che pubblicano con editori veri e seri, se sono fortunati, hanno avuto un anticipo sui diritti d&#8217;autore che si presume maturino in futuro con la vendita (IN LIBRERIA) del loro libro; questo anticipo, rispetto al lavoro che hanno dovuto fare per pubblicare il libro, è sempre poco e non copre mai il tempo impiegato e la fatica fatta; ma c&#8217;è sempre la possibilità che il libro venda così tanto da coprire quell&#8217;anticipo e andare oltre, facendo arrivare altri diritti nelle tasche dell&#8217;autore: questa circostanza non accade praticamente mai. Ovviamente il discorso fatto in questo punto non vale per i grandi autori. Ma, almeno in Italia, i grandi autori che riescono a vivere da ciò che scrivono sono davvero pochissimi.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ciò che Daniele scrive in questi suoi interventi è la più palese e sacrosanta verità. Non ho nulla da eccepire né da correggere. Posso solo condividerne la lettera e lo spirito e rilanciarne anche qui i contenuti.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Aggiungo giusto un punto, tra i più antipatici, ma che va anch&#8217;esso posto all&#8217;attenzione del pubblico e degli/lle addetti/e ai lavori: il problema dei rendiconti editoriali. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per chi non lo sapesse (e immagino che in questa categoria sia ricompresa anche la maggioranza di chi legge libri), i contratti editoriali, oltre alla cessione dei diritti d&#8217;autore e alle altre clausole sul lato di chi crea i contenuti, impongono alle case editrici di inviare ogni anno ad autori e autrici il rendiconto relativo alle copie vendute e alla relativa remunerazione (che va dal 6 al 10% del prezzo di copertina per copia). È questo l&#8217;unico strumento in mano a chi scrive libri per conoscere l&#8217;esito commerciale dei propri sforzi. Autori e autrici hanno la possibilità di contestare il rendiconto, ma difficilmente potranno dimostrare che è parziale, o errato o addirittura menzognero.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Questo perché già in partenza esiste una sorta di asimmetria nel rapporto contrattuale. L&#8217;editore ha un controllo diretto sui dati (ha in mano il numero preciso di copie fatturate), mentre chi scrive il libro deve fidarsi volente o nolente. Salvo che non abbia un/a agente che sbrighi professionalmente questo tipo di verifiche, e non è il caso più diffuso. A questo problema &#8211; per così dire, strutturale &#8211; si aggiunge però anche il malvezzo di troppe realtà editoriali di ignorare questo obbligo contrattuale e di non essere solerti nell&#8217;invio del rendiconto o addirittura di essere inadempienti. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;idea che mi sono fatto io in questi dieci anni di relazione professionale con l&#8217;editoria è che quasi mai si tratti di dolo della controparte, ma che, anche in questo caso, si sconti &#8211; almeno in Sardegna &#8211; una diseconomia di scala del nostro ambito editoriale e la carenza di organizzazione professionale nelle case editrici.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non che nelle case editrici lavorino sempre dilettanti allo sbaraglio. La questione è che esiste tutta una parte amministrativa e gestionale che andrebbe curata professionalmente, almeno quanto la parte più strettamente editoriale e quella comunicativa (benché anche su quest&#8217;ultima il panorama offra pochi esempi professionalmente adeguati). Quante case editrici sarde hanno una struttura interna in grado di gestire questi aspetti in modo puntuale? È una domanda che suona retorica, e in parte lo è, ma è anche un interrogativo che lancio nel calderone della discussione pubblica come invito alla riflessione.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La Sardegna produce molta cultura e, più nello specifico, molti libri. Di solito ci vantiamo di avere un parco di lettori e lettrici più ampio della media italiana. Ma la media italiana è davvero bassa, direi imbarazzante, quindi non è che possiamo vantarci molto. La dimensione del pubblico di riferimento è dunque ridotta. Alla pur notevole produzione e diffusione della cultura, e di libri in particolare, non corrisponde una robustezza economica all&#8217;altezza. Le strategie aziendali possono variare: c&#8217;è chi punta sulla quantità, chi più sulla qualità, ma sussiste una sorta di nanismo da un lato e di eccessiva dispersione dall&#8217;altro, in un contesto che ha dei limiti oggettivi stringenti. Chi ne paga le maggiori conseguenze sono soprattutto autori e autrici, schiacciatə da meccanismi su cui non hanno il benché minimo potere e dalla scarsissima remunerazione del loro lavoro.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Questo è un aspetto decisivo, che si somma, completandolo, all&#8217;articolato problema esposto da Daniele Mocci nei suoi due interventi. Capisco che questa cruda realtà strida con l&#8217;immagine che si ha del mestiere di scrittore/ttrice, ma tant&#8217;è. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Tali aspetti concreti troppo spesso vengono espunti o quanto meno elusi dal discorso pubblico relativo alle attività culturali e in particolare al mondo editoriale. Sia a opera delle istituzioni, sia degli addetti ai lavori. Si parla molto più spesso e più volentieri dei tanti festival sardi, o in generale della filiera dell&#8217;editoria, da cui però restano esclusi da qualsiasi considerazione autrici e autori.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Anche le attività culturali di associazioni, circoli, ecc., compresi quelli della nostra emigrazione, trascurano sistematicamente questi risvolti. Dovrebbero invece prenderli nella più seria considerazione, anche nel proprio interesse.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In questa sede non entro nel merito della qualità dell&#8217;offerta culturale proposta a livello di istituzioni, enti locali, associazioni, perché sarebbe un altro capitolo e merita una trattazione a parte. Ma, a mio avviso, è comunque un tema connesso con quanto esposto sopra. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il lavoro culturale, la scrittura, la creazione di contenuti, l&#8217;allestimento di laboratori, anche la semplice presentazione pubblica di un libro, sono attività che richiedono competenze, tempo, dedizione. Affrontarle con pressapochismo e improvvisazione, dare per scontato che debbano essere gratuite è del tutto sbagliato. Nessuno si aspetta che un meccanico ci ripari l&#8217;auto gratis, a titolo di gratificazione personale. Così come non ci aspetteremmo mai che un medico o una insegnante lavorino solo per amore della loro attività. Vale lo stesso per i mestieri culturali. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Spero che su questo ci sia una doverosa presa di coscienza, nel migliore interesse di tutte le persone interessate, a livello istituzionale, nel mondo editoriale e tra organizzatori e destinatari dell&#8217;offerta culturale.</p>
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		<title>Il lavoro culturale vittima dimenticata dell&#8217;emergenza coronavirus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2020 15:34:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La percezione comune del lavoro culturale è che si tratti di una sorta di hobby a cui sono dedite persone un po&#8217; originali. La produzione di contenuti, di senso, di bellezza, la condivisione di saperi, non sono percepiti come un vero lavoro. Si ha un&#8217;idea piuttosto romantica della faccenda, anche condita di una certa invidia,...</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://external-content.duckduckgo.com/iu/?u=https%3A%2F%2Ftse1.mm.bing.net%2Fth%3Fid%3DOIP.jCFlYA5knMbA7IXf04C5XQHaE8%26pid%3DApi&amp;f=1" alt="" width="599" height="399"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">La percezione comune del lavoro culturale è che si tratti di una sorta di hobby a cui sono dedite persone un po&#8217; originali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La produzione di contenuti, di senso, di bellezza, la condivisione di saperi, non sono percepiti come un vero lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si ha un&#8217;idea piuttosto romantica della faccenda, anche condita di una certa invidia, a volte, verso chi pratica un&#8217;attività creativa nel variegato ambito della produzione culturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che per lo più si tratti di fare una vita precaria, quasi sempre grama dal punto di vista economico e costellata di fatiche supplementari, delusioni, rinunce non fa parte della percezione diffusa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E in ogni caso non esiste talento senza fatica, prestazione in pubblico senza preparazione e lavoro, risultato artistico, scenico o letterario senza sudore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nemmeno la più ordinaria delle presentazioni di un libro è l&#8217;evento banale che può sembrare. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti in molti paesi le presentazioni dei libri sono spesso eventi a pagamento, ossia sono considerate una performance ulteriore e specifica, rispetto al lavoro di scrittura, di pubblicazione e di vendita. Ed è giusto così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi pratica un mestiere culturale sa bene che molta parte del valore prodotto non si traduce pari pari in riscontro economico per chi produce cultura. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Faccio l&#8217;esempio di chi scrive libri. Il pubblico non sa, di solito, quale sia la percentuale di guadagno su un libro che arriva nelle tasche dell&#8217;autore/trice (quando arriva). Ebbene, per quanto possa sembrare sorprendente per qualcuno, tale percentuale va dal 6 al 10% del prezzo di copertina per copia venduta. Se si ha una idea di quanti libri si vendano annualmente (non si <em>pubblichino</em>, si <em>vendano</em>), il calcolo è presto fatto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggior parte di coloro che scrivono per mestiere (cioè non come attività occasionale e accessoria) non camperebbe mai di tale mestiere, se non ci fossero altre occupazioni complementari (corsi, progetti scolastici, conferenze, ecc.) e/o un&#8217;altra fonte di entrate in famiglia (per chi ce l&#8217;ha, la famiglia e l&#8217;entrata). E non venderebbe che poche copie se non coltivasse costantemente il rapporto col pubblico (le presentazioni, oltre ad essere preziosi momenti di incontro, sono le circostanze in cui si vendono davvero i libri).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo meccanismo infernale non possono sottrarsi nemmeno coloro che, per qualsiasi circostanza, abbiano raggiunto un certo grado di popolarità, possibilmente al di là dell&#8217;ambito locale. Di Stephen King o J.K. Rowling ne esistono pochi al mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il discorso vale, mutatis mutandis, anche per altri ambiti culturali. Illustrazione e fumetto, recitazione, musica, arte, ecc. sono ambiti animati e tenuti vivi da un numero di professionisti o aspiranti tali che spesso restano nella penombra, rispetto alla percezione del grande pubblico. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I soldi che girano in tutti questi settori &#8211; per restare su un terreno prosaico &#8211; non sono molti, contrariamente a quello che si potrebbe pensare. Per lo più ci si arrabatta. Anche quando non mancano talento, studio, pratica, disponibilità verso il pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi proprio il rapporto diretto col pubblico è precluso. In vario modo. È precluso nella sua condizione più concreta e diretta, perché non si possono più fare eventi pubblici. È precluso nella sua versione mediata, perché sono chiusi librerie, biblioteche, cinema, teatri, musei, centri espositivi. Il consumo culturale è ridotto alle possibilità offerte dalle piattaforme di acquisto online, ossia non un gran che (anche sul piano etico e politico, ma è un discorso collaterale che in questa sede devo trascurare).</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un guaio grosso, anche perché non abbiamo idea di quando si risolverà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sardegna siamo abituati ad avere a disposizione un notevole assortimento di eventi culturali grandi o piccoli, una produzione costante di contenuti e di senso, di condivisione e di arricchimento estetico e spirituale ad ampio spettro. Non solo nei centri principali, ma a un livello che definirei sostanzialmente capillare, comunque diffuso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Benché si dica poco e non si abbia idea della sua reale rilevanza, questa è una condizione privilegiata con pochi termini di paragone, fuori dall&#8217;isola. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In proposito, è notevole che se si cerca &#8220;cultura in Sardegna&#8221; o &#8220;cultura sarda&#8221; su un motore di ricerca, la stragrande maggioranza dei contenuti e delle immagini proposte riguardino l&#8217;ambito demo-antropologico (folklore e costumi tradizionali) o l&#8217;archeologia. Una frazione importante ma minima di tutta l&#8217;enorme produzione culturale sarda (dalla musica in tutte le sue forme, alla letteratura, all&#8217;arte, allo spettacolo, al cinema, ecc.).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Manca &#8211; come si dice &#8211; una narrazione efficace della produzione culturale in Sardegna nel suo complesso. E di conseguenza è debole la sua percezione nel senso comune, nell&#8217;immaginario collettivo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta sempre e solo di sottovalutazione del lavoro culturale. Questa c&#8217;è, ma riguarda soprattutto la politica, che se va bene ha un&#8217;attenzione meramente clientelare verso la cultura e di norma la considera una variabile dipendente e una voce di bilancio secondaria e accessoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il pubblico, invece, si tratta &#8211; credo &#8211; più che altro di assuefazione (positiva) a una grande disponibilità di occasioni e di risultati, disponibilità che però non è ordinaria o consueta, né scontata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che non si possa dare nulla per ordinario o scontato in queste settimane lo vediamo bene. Tanto più vale in questo discorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono stati annullati o sono a rischio festival, rassegne, concerti, stagioni teatrali, la programmazione culturale dei comuni e delle associazioni. La filiera che collega chi produce arte, letteratura, spettacolo ai fruitori finali si è interrotta. E non sappiamo quando verrà ripristinata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un problema per tutta la cittadinanza, o almeno quella parte non piccola della cittadinanza che è culturalmente attiva. È un disastro esistenziale per chi fa un mestiere culturale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sardegna non esiste una politica culturale degna di questo nome. Oltre all&#8217;elargizione, non sempre incondizionata, di finanziamenti, non c&#8217;è molto altro, a livello istituzionale. Soprattutto, manca nelle compagini che occupano i ruoli decisionali una visione prospettica, un orizzonte progettuale ad ampio respiro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ci fossero stati, sarebbe stato possibile, forse, dotarsi degli strumenti straordinari tramite i quali, in questa fase, sostenere un settore strategico così grande e così vario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Importante almeno quanto lo sport, che, a livello italiano, occupa molto di più gli spazi dei media e le preoccupazioni dei decisori istituzionali, specie nel suo livello di intrattenimento di massa (molto meno nel suo aspetto sociale diffuso).</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa sede non posso e non voglio fare un discorso di analisi troppo complesso né mi azzardo a proporre soluzioni. Vorrei però far emergere il problema in tutta la sua portata. Sia nei suoi termini sociali (le tante persone private di fonti di reddito, compreso tutto l&#8217;indotto), sia nei suoi termini di perdita culturale generalizzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I palliativi esistenti &#8211; specialmente la Rete e le forme di interrelazione che essa consente &#8211; non possono sostituire l&#8217;ampia gamma di attività e produzioni oggi forzatamente azzerata, né garantire un reddito accettabile, sia pur ridotto, a chi di cultura vive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quello che si perde in quantità e qualità dei contenuti e in pratica culturale è un danno ancora peggiore. È come se si smettesse di allenare un organismo abituato a ricevere stimoli fisici intensi. In questo caso l&#8217;organismo sociale, o la sua parte più ricettiva in questo senso, hanno smesso di essere alimentati con ciò che lo rendeva vivo, attivo, fecondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una situazione il cui protrarsi potrebbe risultare estremamente penalizzante. Non una delle perdite minori a cui andiamo incontro in questa crisi sanitaria e socio-economica mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dovremo ripensarci, se e quando ritorneremo a vivere in una condizione di normali relazioni umane. E ripensarci in termini collettivi e propositivi. Pretendendo che la cultura &#8211; in senso ampio &#8211; non sia più data per scontata o considerata un vezzo elitario o una pratica da perdigiorno, tanto meno un&#8217;attività subalterna a gruppi di potere o addirittura organica ad apparati di dominio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo pretendere invece che la cultura, in tutte le sue articolazioni, sia libera e diffusa, una componente fondamentale della vita di tutti i cittadini, che merita considerazione, riconoscimento sociale ed economico, centralità nelle scelte politiche generali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;auspicio è di poterne discutere presto di persona e non in una situazione emergenziale. </p>
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