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	<title>Francesco Cocco Ortu Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>La &#8220;sindrome di Pitzolo&#8221; e alcuni segnali tragicomici di un mutamento di fase</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2013 14:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Cocco Ortu]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La &quot;sindrome di Pitzolo&quot; e alcuni segnali tragicomici di un mutamento di fase' data-link='https://sardegnamondo.eu/2013/01/09/la-sindrome-di-pitzolo-e-alcuni-segnali-tragicomici-di-un-mutamento-di-fase/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium" src="https://www.iconur.it/images/documenti/sardarivoluzione/pitzolo.jpg" width="287" height="286" /></p>
<p style="text-align: justify;">A perorare la causa delle famose Cinque domande al re di Sardegna, nel 1793, fu mandato tra gli altri Gerolamo Pitzolo, uomo distintosi nell’impresa di organizzare e guidare la vittoriosa resistenza allo sbarco francese del febbraio di quell’anno (tra poche settimane saranno 220 anni tondi).<span id="more-168"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Pitzolo si trattenne a Torino per alcuni mesi. Al suo ritorno non aveva conseguito alcun risultato pratico relativamente allo scopo per cui era stato mandato lì, ma in compenso poco dopo ottenne per sé la carica di Intendente Generale.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia sarda contemporanea è costellata da figure simili. Pitzolo è il prototipo dell’esponente della classe dominante sarda degli ultimi due secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Dico il prototipo e non il paradigma perché il suo fu un tentativo imperfetto.</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi contemporanei non ne gradirono la disinvoltura morale e, considerandolo ormai alla stregua di un controrivoluzionario, dunque di un traditore della causa, lo linciarono il 6 luglio del 1795.</p>
<p style="text-align: justify;">Stessa fine drammatica di quell’altro bel tomo del marchese Paliaccio della Planargia, Generale delle armi ed esponente del partito della restaurazione, trucidato qualche giorno dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il modello  impersonato dal Pitzolo fu comunque perfezionato negli anni e nei decenni successivi, fino a raggiungere la sua compiutezza con Francesco Cocco Ortu in epoca giolittiana (fine Ottocento, primi del Novecento) e poi, mutatis mutandis, nel corso del Novecento, fino ai giorni nostri.<span id="more-2808"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ho scritto fino ai giorni nostri; tuttavia l’apparente immutabilità dei processi storici sardi (una leggenda infondata, questa, come tante altre, ma ancora radicata) oggi sembra cedere di fronte a mutamenti fino a pochi anni fa impensabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Segni di questi mutamenti non sono enfatizzati a dovere dalle cronache. Che del resto, asservite come sono a vari centri di potere e interesse, sono poco propense ad analizzare compiutamente la realtà, a fornire materiale per un diffuso pensiero critico.</p>
<p style="text-align: justify;">Per esempio, la sola idea che il Consiglio regionale della Regione Autonoma Sardegna potesse discutere una mozione recante la parola “indipendenza nazionale” sarebbe stato considerato pazzesco persino negli anni del “vento sardista”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella fase attuale evidentemente tale tabù è ormai caduto. Certo, la mozione presentata dal PSdAz qualche settimana fa era solo una finzione retorica e un espediente strumentale, molto tattico e ben poco strategico.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto più che non sarà certo la votazione su una mozione in Consiglio regionale a poter decretare il compimento giuridico della nostra autodeterminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, già aver costretto la classe politica sarda a schierarsi e a dichiararsi è stato meritorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Illuminanti gli interventi dei vari consiglieri regionali nel dibattito in merito. Ben pochi hanno dimostrato in quella circostanza di sapere di cosa diavolo stavano parlando.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella maggior parte dei casi è emersa lampante tutta la mediocrità, l’ignoranza crassa e il servilismo interessato dei nostri rappresentanti (e però pur sempre eletti da qualcuno, evidentemente).</p>
<p style="text-align: justify;">Ancor più significativo, e non solo perché fresco fresco, il caso della composizione delle liste per le elezioni politiche italiane, specialmente riguardo al povero Partito (sedicente) Democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Tante vanterie di autonomia rispetto alla segreteria romana, tanti richiami al sovranismo (esempio scolastico di neo-lingua orwelliana), tanti strombazzamenti autocompiaciuti sulle primarie per la scelta dei candidati, poi, in una notte, i baldanzosi emissari sardi della sezione locale del partito si vedono sbattere in faccia l’amara realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispediti sull’Isola con le pive nel sacco, come una novella delegazione stamentaria. I candidati dei collegi sardi li deciderà Roma, ovviamente. Con tanti saluti a autonomia, sovranismo e millanterie assortite.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso non è tanto l’esito – scontato – dell’episodio, quanto l’evidente preoccupazione circa le sue possibili ricadute politiche ad essere rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;">Serpeggia, anche tra gli esponenti più ottusi dei partiti italiani in Sardegna, la sensazione che non sia più conveniente oggi dimostrarsi tanto passivamente subalterni verso i poteri esterni da cui pure si dipende.</p>
<p style="text-align: justify;">Al tempo della rivoluzione certe cose si risolvevano per le spicce. Si faceva presto a cacciare via i piemontesi e anche a trucidare in piazza i leader infedeli.</p>
<p style="text-align: justify;">La medicina per liberarsi dal pericolo di ribaltamenti traumatici allora fu un più stretto accordo tra la classe dominante sarda e la corona sabauda, ribadita poi in varie forme nel corso dell’Ottocento e del Novecento, a dispetto dei mutamenti di regime, come sappiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi non sembra plausibile una via d’uscita altrettanto vantaggiosa, per chi domina la scena sarda in conto terzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una situazione politica che prometta bene. È più tragicomica, che ridicola.</p>
<p style="text-align: justify;">Non facciamoci illusioni sulle modalità di reazione del popolo agli eventi. In certe situazioni – e la presente ha tutta l’aria di essere una di quelle – la storia subisce improvvise accelerazioni. Quel che si ipotizzava potesse accadere nel giro di anni o di decenni, accade nel giro di mesi. Cambiano di poco certi equilibri e tutto precipita.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo la classe dominante sarda e la sua espressione politica non danno mostra di rendersene conto. Tutti lì a pianificare come sfangarla, come mantenere privilegi e consensi cambiando il meno possibile, barcamenandosi tra gli interessi dei loro padroni oltremarini (gli unici a garantire loro quel minimo di legittimità e di credibilità indispensabile) e le pulsioni che emergono sul territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo nemmeno augurarci uno sfascio istituzionale o una deriva incontrollata.</p>
<p style="text-align: justify;">Troppo facile, in quel caso, nelle condizioni in cui ci troviamo, virare tutto nel segno di soluzioni autoritarie, magari alimentate da una robusta dose di demagogia.</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure favorire un intervento ancor più diretto delle forze che vedono la Sardegna come una fonte di profitti o di vantaggi d’altro genere, poco disposte a negoziare con chicchessia, una volta venuti meno i loro docili referenti politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, i tempi sono turbolenti ma interessanti, è vero, tuttavia va acquisita rapidamente una diffusa coscienza politica della posta in gioco, nell’ottica della sopravvivenza collettiva, prima di tutto, ma anche in una prospettiva più ampia, sul medio e lungo periodo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe il caso che le forze produttive più sane e non clientelari, le formazioni sociali non parassitarie, gli intellettuali onesti e liberi, le università, persino la chiesa sarda prendessero finalmente una posizione chiara, non più attendista, e lavorassero a un nuovo modello di convivenza che faccia tesoro delle nostre risorse materiali e immateriali e delle nostre reti di relazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un auspicio retorico, è una necessità storica. Le elezioni sono snodi evenemenziali che danno sfogo a processi sottostanti e spesso innescano esiti storici non previsti. Sarà un anno intenso, quello che ci aspetta.</p>
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		<title>L’eterno ritorno dell’uguale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:34:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In giorni difficili e confusi bisognerebbe cercare di elaborare la complessità e renderla intellegibile, anziché aumentare la confusione. Invece all’inerzia dei podatari che governano la Sardegna per conto terzi si risponde con azioni inutili e controproducenti, come l’occupazione delle aule consiliari dei comuni o il blocco delle strade. Come se sabotare la già carente attività...</p>
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<p style="text-align: justify;">Forse se conoscessimo il nostro passato avremmo una visione diversa della situazione. Una visione più prospettica, articolata, capace di fondare una proposta anziché una sterile protesta. Fa un certo effetto dire certe cose nei giorni in cui cade il centoquarantesimo anniversario della nascita di <a href="http://www.poesias.it/poeti/mereu_peppinu/mereu.htm" target="_blank">Peppinu Mereu</a>. Da bravo poeta, Mereu aveva già intuito, pur nel corso di una breve esistenza, alcuni elementi decisivi della nostra contemporaneità. Che era anche la sua.</p>
<p style="text-align: justify;">I famosi versi: “<em>Deo no isco, sos carabineris, in logu nostru prit’est chi bi sune, e no arrestant sos bangarrutteris</em>” li scriveva all’amico Nanni Sulis ancora con la divisa da carabiniere addosso, ben conscio di quel che diceva. L’allusione ai bancarottieri non era traslata, un modo di dire. <span id="more-1490"></span>Mereu si riferiva alla grande crisi finanziaria e bancaria dei primi anni Novanta del suo secolo, crisi seguita, in Sardegna, a quella produttiva e sociale causata dalla denuncia dei trattati commerciali con la Francia da parte del governo italiano (1887). Lo scenario e le conseguenze della situazione gli erano noti e le ragioni strutturali della stessa non gli sfuggivano affatto, nonostante i suoi scarsi studi e una conoscenza del mondo apparentemente molto limitata.</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi generalizzata nel giro di poco avrebbe prodotto scioperi dei lavoratori delle miniere, manifestazioni di piazza per l’aumento dei prezzi, disordini di vario genere. Il tutto accompagnato da sentimenti di rivalsa e slogan di matrice esplicitamente (anche se confusamente) “separatista” (“<em>a mare sos continentales</em>“). Lo stesso Antonio Gramsci nasce e si forma dentro quella temperie.  E – <a href="http://www.youtube.com/watch?v=PZ_vj9Kng1k" target="_blank">come dice Eric Hobsbawm</a> – non si capisce Gramsci senza capire la sua Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">A ben guardare, molti elementi di quel passaggio storico coincidono con quelli della nostra crisi attuale. E coincidono anche le cause. I problemi del settore agropastorale, ad esempio, sono pressoché gli stessi, così come in larga misura quelli delle campagne. Il ricatto occupazionale era la regola: vi si basava la grande speculazione sulle materie prime e tutta l’attività estrattiva. I politici sardi erano votati alle pratiche clientelari più svergognate, ben rappresentati in questo dal grande nome di quegli anni, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Cocco-Ortu" target="_blank">Francesco Cocco-Ortu</a>, più volte ministro in Italia e abile gestore del consenso in Sardegna (pure, negli ultimi anni della sua carriera e della sua vita, ostile al fascismo: ricordiamolo a suo merito).</p>
<p style="text-align: justify;">Il malessere diffuso e la vaga sensazione di ingiustizia, che animava tanto i versi dei poeti, quanto le manifestazioni di piazza (represse con le armi), non avevano dunque alcuna sponda politica responsabile. I sardi non possedevano nemmeno una compiuta narrazione di se stessi che sorreggesse la propria identificazione collettiva. I meccanismi istituzionali poi erano decisamente penalizzanti: non esisteva il suffragio universale, le elezioni erano una faccenda che riguardava una percentuale minima della popolazione. Non vigeva allora il principio “<em>no taxation without rappresentation</em>“, tipico delle società moderne: non può esserci alcuna esazione tributaria legittima, senza che sia decisa da rappresentanti della popolazione che la subisce; uno dei motivi scatenanti della Rivoluzione americana. In Sardegna l’asfissiante peso dei tributi non era affatto compensato da una negoziazione ad alcun livello (al contrario di quanto avveniva nel Regno di Sardegna spagnolo, sia pure con tutti i distinguo del caso), né esisteva una prospettiva politica generale che mettesse al suo centro la Sardegna, come soggetto politico. Non ci ricorda qualcosa, questa situazione di un secolo fa?</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi abbiamo un malessere sociale diffuso e una crisi che sembra sfiggire alla comprensione di tutti (politica, mass media, sindacati, associazioni di categoria, intellettuali). Le varie situazioni problematiche sono affrontate istintivamente col pensiero rivolto ognuno al proprio orto e inserite in <a href="http://www.youtube.com/watch?v=39ekyHIr2DA" target="_blank">cornici concettuali totalmente inutili</a>, se non dannose (la rivendicazione di appartenenza all’Italia, la pretesa di riproporre i Piani di Rinascita nonostante il fallimento di quelli vecchi, l’assoluta sudditanza mentale e politica all’egemonia italiana centralista e classista). Minacce e suppliche si alternano, rivolte verso le evanescenti divinità oltremarine, allo stesso modo con cui i nostri antenati cantavano “<em>Maimone, Maimone, abba cheret su laore</em>“. La parola d’ordine che attraversa tutti i gruppi (partite IVA, agricoltori esecutati, autotrasportatori, pastori, ecc.) è: vogliamo più soldi e/o vogliamo protezione. Chi li guida soffia sul fuoco di questa protesta elementare (bloccata al grado zero della consapevolezza politica), sperando di trarne vantaggi personali in termini di visibilità mediatica e di capacità di intermediazione. Una poltrona alle prossime elezioni sarà una ricompensa sufficiente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è questo ciò di cui abbiamo bisogno? Sappiamo come andarono le cose cento anni fa. Senza una prospettiva generale in cui inquadrare la nostra vicenda storica collettiva, senza una proposta praticabile, si finisce nelle mani di capi senza scrupoli determinati a cambiare tutto perché nulla cambi (nei rapporti di produzione, nelle gerarchie sociali e culturali, negli assetti di potere profondi). Oppure ci si fa addomesticare da compromessi al ribasso, come successe in Sardegna con l’autonomismo post Prima guerra mondiale e poi con l’autonomia regionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo ripetere fallimenti già vissuti? Non sarebbe il caso di rompere questo riflusso, questo eterno ritorno dell’uguale? La massima secondo cui se non si conosce la storia si è condannati a ripeterla è quanto mai attuale. Ma conoscere la storia non basta, se questa conoscenza non si trasforma in consapevolezza prima e in progettualità politica poi. Non serve, ma è indispensabile: la famosa condizione necessaria anche se non sufficiente.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva il compito per chi abbia a cuore la nostra sorte collettiva è almeno duplice e per questo difficilissimo: 1) recuperare la basilare conoscenza di noi stessi, inserendo la nostra vicenda storica in una cornice narrativa corretta, o almeno non tossica; 2) produrre teoria e prassi politica diversa e alternativa rispetto ai modelli fallimentari e subalterni che ci dominano da così tanto tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">La voce dei poeti, degli artisti, degli intellettuali sarà indispensabile, in questo percorso. Con l’auspicio che le forze emancipative già esistenti in Sardegna si rafforzino e diventino finalmente egemoniche.</p>
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