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	<title>Corsica Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Capire poco, capire male, continuare a sbagliare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Apr 2023 12:35:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non ci siamo. Si continua a ragionare su questa faccenda dentro una cornice fuorviante e con pochissima voglia di trovare soluzioni adeguate alla realtà. Perché qui sta la magagna: la realtà della Sardegna è diversa da quella di Corsica e Baleari (e, per altri versi, da quella della Sicilia). La Sardegna è tre volte più...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2023/04/19/capire-poco-capire-male-continuare-a-sbagliare/">Capire poco, capire male, continuare a sbagliare</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Capire poco, capire male, continuare a sbagliare' data-link='https://sardegnamondo.eu/2023/04/19/capire-poco-capire-male-continuare-a-sbagliare/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/04/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-5389" width="538" height="500" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/04/immagine.jpg 688w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/04/immagine-516x480.jpg 516w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/04/immagine-640x595.jpg 640w" sizes="(max-width: 538px) 100vw, 538px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Non ci siamo. Si continua a ragionare su <a href="https://www.unionesarda.it/insularita/insularita-in-corsica-e-alle-baleari-lindennita-di-residenza-k93qpztd" target="_blank" rel="noreferrer noopener">questa faccenda</a> dentro una cornice fuorviante e con pochissima voglia di trovare soluzioni adeguate alla realtà.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Perché qui sta la magagna: la realtà della Sardegna è diversa da quella di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Corsica" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Corsica</a> e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Isole_Baleari" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Baleari</a> (e, per altri versi, da quella della Sicilia).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Sardegna è tre volte più grande della Corsica e ha circa cinque volte i suoi abitanti. Rispetto alle Baleari (nel loro insieme) è quasi sei volte più grande e ha circa 400mila residenti ufficiali in più (ossia, una differenza maggiore della popolazione della Corsica).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Già solo da questi dati si evince una diversità tra situazioni che non possono essere sovrapposte meccanicamente solo perché si parla di isole. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La Sardegna ha un territorio molto più esteso e soprattutto più eterogeneo sia dell&#8217;una che delle altre isole vicine. </strong>La diversità interna &#8211; di ambienti, di climi, di popolamento, ecc. &#8211; ne fa una terra che qualcuno, retoricamente, ha paragonato a una sorta di mini-continente. È un&#8217;iperbole un po&#8217; romantica, se vogliamo, ma in realtà enfatizza un dato vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se dovessimo stilare una classifica dei problemi della Sardegna e delle loro cause, a quale posizione assegnereste il fatto di essere un&#8217;isola? Io lo metterei piuttosto in fondo, sicuramente dopo quattro o cinque altre questioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una è la <strong>debolezza e la limitatezza produttiva</strong>. L&#8217;economia sarda è sproporzionata, in senso negativo, rispetto al territorio. Troppo piccola, troppo soffocata, troppo poco articolata. Dipende dal fatto che la Sardegna è un&#8217;isola? Solo in piccolissima parte (per non dire nient&#8217;affatto). In Sardegna si produce poco e spesso male, con conseguenze di ampia portata, che investono inevitabilmente i settori economici a più alto valore aggiunto, ossia quelli dei servizi, del terziario. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo si ragiona &#8211; quando ci si prova &#8211; solo in termini ancora prevalentemente mercantilistici: bisogna vendere, esportare, attirare turismo e altre forme di appropriazione di ricchezza prodotta altrove. In cambio di cosa? Perlopiù di <a href="https://www.istat.it/it/archivio/282056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prodotti petroliferi</a>, ma con un <strong>ruolo a dir poco secondario e pressoché del tutto dipendente e subalterno all&#8217;interno dell&#8217;economia italiana, europea e mediterranea</strong>. A dispetto dei salti di gioia mostrati dai mass media nostrani ogni volta che esce questo dato allarmante (ed esce ogni anno da anni).</p>



<p class="wp-block-paragraph">È palese, a mio avviso, che bisognerebbe far pendere la bilancia economica più sul versante che nel Settecento avrebbero definito <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/fisiocrazia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fisiocratico</a>. Certo, una <strong>fisiocrazia</strong> aggiornata e calibrata. In ogni caso, ripartirei dai fondamenti, dal settore primario, dalle produzioni agricole e agro-alimentari, a cui aggiungerei l&#8217;industria di trasformazione, col suo indotto, e poi via via ad aggiungere manifattura (specie di qualità e non di mera quantità, ivi compresa la nuova industria del riciclo dei materiali), il terziario (non quello miserrimo dei centri commerciali, ma un terziario aggiornato, se non avanzato), un po&#8217; di turismo (non troppo e non solo estivo). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questa base anche le esportazioni diventerebbero significative, ma non solo di idrocarburi. Anzi, quest&#8217;<strong>industria obsoleta e dannosa</strong> la accompagnerei il più rapidamente possibile alla chiusura (previo un corposo intervento di bonifica e messa in sicurezza a spese delle aziende che ci hanno lucrato fin qui, SARAS in testa).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, il tutto preceduto o comunque assecondato da una <strong>pianificazione della produzione e della distribuzione dell&#8217;energia</strong> adeguata al territorio sardo, alla sua demografia e alle sue esigenze socio-economiche, non certo &#8211; anche qui &#8211; alla mera esportazione, per giunta senza guadagno alcuno per l&#8217;isola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte faccende di cui dovrebbe occuparsi la <strong>politica sarda</strong>. Che invece è per sua natura &#8211; in quanto espressione di subalternità e di conseguente cialtronaggine &#8211; votata a <a href="https://www.ansa.it/sardegna/notizie/2023/04/19/nuova-inchiesta-su-nomine-in-regione-sardegna-21-indagati_c27175e8-f986-4961-8f0c-0a2a5527db63.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tutt&#8217;altro</a>: giochi di potere, clientelismi, beghe di fazione, opportunismo, servilismo verso i potenti a cui si deve la propria carriera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel quadro generale della Sardegna attuale, che valore ha un discorso come quello esposto nell&#8217;articolo di cui sopra? Davvero ha senso continuare a propagandare <strong>la mortificante panzana dell&#8217;insularità</strong> e le conseguenti pretese di tutela e sostegno verso lo Stato italiano? È davvero la prima o addirittura unica opzione a disposizione di un&#8217;isola come la Sardegna?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con ciò non voglio negare che alcune soluzioni adottate per le proprie porzioni insulari da altri stati, meno scalcagnati e meglio tenuti insieme dell&#8217;Italia, potrebbero essere adottate &#8211; e adattate &#8211; in Sardegna. Ci si può studiare su. Ma studiare, appunto. Ossia, capire e poi metterci del nostro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono altre regioni italiane, non insulari, in cui l&#8217;impiego pubblico, compreso quello scolastico, assicura qualche vantaggio di reddito. Penso alle province autonome di Trento e Bozen-Bolzano, per dire. C&#8217;entra qualcosa l&#8217;insularità? No, che io sappia; a meno di sconvolgimenti tettonici di cui al momento però non c&#8217;è evidenza. Per altro le maggiorazioni nelle buste paga non arrivano come una generosa elargizione dello Stato, ma come previsione interna delle due realtà amministrative autonome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si dirà: ma Trentino e Sud-Tirol hanno più soldi. Vero, però questa obiezione la accetterò solo quando sarà finalmente ridiscussa e possibilmente risolta *non a vantaggio di Roma* la datata querelle della <strong>vertenza entrate</strong>. Sennò, di cosa stiamo discutendo? E comunque la Sardegna non soffre di penuria di denaro pubblico, dato che annualmente restituisce la maggior parte dei fondi europei per mancato utilizzo. Senza contare che, se si eliminassero <strong>sprechi e ruberie</strong> varie, anche col bilancio attuale della RAS si potrebbe fare molto di più e molto di meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sui <strong>trasporti</strong> il discorso è parzialmente diverso. I modelli adottati nel Regno di Spagna e in Francia sono molto più efficaci, equi ed efficienti della stupidissima &#8220;continuità territoriale&#8221; appioppata alla Sardegna. Perché non prendere spunto? Be&#8217;, prima di tutto perché in Italia e in Sardegna la prima regola della politica è <strong>soddisfare i gruppi di interesse del cui sostegno non ci si vuole privare</strong>. Quindi posso trovare la soluzione migliore del mondo, ma se si scontra con gli interessi di qualche forte gruppo industriale e/o finanziario, o di qualche corporazione particolarmente agguerrita, ho la ragionevole certezza che non verrà mai adottata. I bisogni anche basilari della cittadinanza, persino quando integrano <strong>diritti</strong> rilevanti, rimangono sempre in secondo piano. Le rare volte che si riesce a soddisfarli è sempre e solo in termini accessori, a volte preterintenzionali, a volte del tutto casuali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tanto più questo è vero nella <strong>colonia oltremarina sarda</strong>, dove persino la <a href="https://www.unionesarda.it/news-sardegna/la-nato-e-sbarcata-in-sardegna-un-mese-e-mezzo-di-maxi-esercitazioni-militari-akuk61fu" target="_blank" rel="noreferrer noopener">devastante occupazione militare</a> di una parte consistente del suo territorio continua ad essere considerata normale, se non proprio positiva. Con la politica locale messa lì a garantirne legittimità e piena operatività. E i cattivi sono gli anti-militaristi, gli anarchici, gli ambientalisti e i soliti indipendentisti che vi si oppongono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È penosa la continua richiesta di aiuto verso lo Stato centrale. Lo è in linea generale e lo è doppiamente perché lo Stato in questione è l&#8217;Italia. Non ci è bastato più di un secolo e mezzo per capire come funziona?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiaramente, questo approccio non è solo fine a se stesso. Serve anche a coprire le responsabilità della <strong>classe politica podataria</strong> nostrana. Se si spaccia per storicamente fondato l&#8217;assunto che la Sardegna da sola non ce la può fare, è ovvio che non ci resti che supplicare qualcuno di salvarci. E nel frattempo chi amministra la situazione in loco può farsi gli affari propri, sicuro di non dover rendere conto dei problemi mai risolti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come mi piacerebbe se una consistente maggioranza della popolazione sarda smettesse finalmente di credere a queste sciocchezze e si desse una svegliata. Smettesse di pendere dalle labbra di ciarlatani e faccendieri, di personaggi squallidi e piccoli guitti di provincia, ossia ciò che offre la nostra classe politica, e cominciasse a zittirli, a negare loro la propria fiducia e prima ancora la propria attenzione. Dandosi da fare per rimettere a posto le cose, magari. Chissà se arriverà mai quel giorno. </p>
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		<title>La vera lezione delle elezioni francesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Dec 2015 12:24:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Esultare per i risultati delle elezioni amministrative francesi in Italia e in Sardegna suona molto ipocrita e in alcuni casi nasconde un retropensiero indecoroso. Che il Front National potesse davvero vincere da qualche parte era una probabilità prossima allo zero, se solo si ha una minima nozione dei processi politici e del funzionamento della macchina...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La vera lezione delle elezioni francesi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Esultare per i risultati delle elezioni amministrative francesi in Italia e in Sardegna suona molto ipocrita e in alcuni casi nasconde un retropensiero indecoroso. <span id="more-2072"></span>Che il Front National potesse davvero vincere da qualche parte era una probabilità prossima allo zero, se solo si ha una minima nozione dei processi politici e del funzionamento della macchina elettorale francese. Per questo, senza fare alcuno sfoggio di sofisticate nozioni politiche, anche da queste parti si era stigmatizzato l&#8217;allarmismo sugli esiti del primo turno di votazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema che emerge dalle elezioni francesi non è la consistenza elettorale del FN. Quella è un effetto contingente di condizioni storiche ben note: crescente insicurezza sociale, paure indotte nell&#8217;opinione pubblica da un sistema di informazione organico all&#8217;apparato di potere, mediocrità della politica istituzionale, tradimento degli ideali e dei grandi sistemi valoriali da parte dei partiti tradizionali, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che dovrebbe occupare le analisi politiche, insomma, <a href="http://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2015/12/13/front-national-elezioni-regionali-francesi-2016" target="_blank" rel="noopener noreferrer">non è lo scampato pericolo di una sorta di fascistizzazione della Francia</a> (e potenzialmente dell&#8217;Italia o dell&#8217;Europa): quel pericolo non solo c&#8217;è sempre, ma rientra precisamente nell&#8217;ordine delle cose. E d&#8217;altra parte, per una Francia che apparentemente si salva, abbiamo avuto un&#8217;Ungheria che ci è caduta con entrambi i piedi e una Polonia in condizioni non dissimili.</p>
<p style="text-align: justify;">È l&#8217;intero asse politico europeo ad essersi spostato pesantemente verso il nero. Il baricentro ideale, teorico e pragmatico è evidentemente nel campo della destra, declinata nelle sue varie facce, da quella &#8220;repubblicana&#8221; della Francia, al neofranchismo più o meno implicito in Spagna, al renzismo in Italia, al neoliberismo conservatore in Gran Bretagna, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco conta che spesso tale spostamento verso destra sia stato attuato da maggioranze miste o addirittura di &#8220;centrosinistra&#8221;, come spesso si dice. Le etichette elettoralistiche sono buone per i titoli dei giornali e per condire l&#8217;infotainment quotidiano di un po&#8217; di artificiosa vivacità, non certo per codificare la sostanza delle opzioni politiche in campo. La distinzione tra centrodestra e centrosinistra, o tra destra e sinistra, in termini elettorali e in termini di reale egemonia politica non hanno più ragion d&#8217;essere. Il che non comporta una perdita di rilevanza della dicotomia ideale, valoriale e pragmatica tra i due concetti fondamentali di &#8220;destra&#8221; e &#8220;sinistra&#8221;, beninteso. Questa confusione fa comodo ai conservatori e ai populisti di ogni provenienza, ma è tragicamente fallace.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto l&#8217;unico aspetto che divide il FN dagli altri due schieramenti principali in Francia è solo la posizione verso gli assetti europei attuali. Aspetto che però non basta a mutare di segno una proposta poilitica. Tant&#8217;è che si può contestare il regime politico e socio-economico dell&#8217;Unione Europea sia da posizioni di sinistra sia da posizioni di destra. Non è quello, insomma, il discrimine fondamentale. Sul resto, sfido a distinguere, se non in termini puramente retorici, Marine Le Pen da Nicolas Sarkozy e persino da Valls e Hollande.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero risultato delle elezioni francesi somiglia troppo ad altri risultati elettorali degli ultimi anni, per essere considerato una buona notizia. Consiste fondamentalmente nell&#8217;arroccamento dell&#8217;establishment di potere a difesa del proprio spazio di dominio, contro qualsiasi eventuale alternativa. Poco importa che essa si manifesti sotto forma di populismo di sinistra, di populismo di destra, di aggregazioni civiche democratiche o di organizzazioni gerarchiche di stampo autoritario. La differenza caso mai sta in questo: il populismo di destra e le istanze autoritarie, nazionaliste, xenofobe possono essere il male minore, ad un certo punto. Come è sempre stato. Il vero pericolo sono le idee, le richieste e le proposte politiche critiche verso gli assetti costituiti, ma con un orizzonte emancipativo, democratico,  fondato sulla coscienza della centralità e dell&#8217;universalità dei diritti e della questione dei beni comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti alla prospettiva che un&#8217;entità portatrice di queste istanze arrivi non solo a governare ma persino ad essere rappresentata nelle istituzioni, la reazione è sempre molto decisa, senza scrupoli, forte del controllo o della complicità dei mass media principali e del sostegno internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo il vero risultato democraticamente significativo in Francia è <a href="http://www.corsematin.com/article/article/les-nationalistes-conquierent-lassemblee-de-corse.1936107.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">quello della Corsica</a>, così come la vera faglia politica in Spagna è dovuta al processo di indipendenza catalano e, nel Regno Unito, all&#8217;opera dello SNP in Scozia. Esempi non facilmente celabili di una tendenza generale in atto, più profonda e più diffusa di quanto appaia ma che gode di pessima stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna commentare i risultati elettorali francesi e magari intonare con enfasi la Marsigliese può avere senso solo se si riesce a comprendere bene cosa sta succedendo, prima di tutto dall&#8217;altra parte delle Bocche di Bonifacio, che sono molto più a portata di sguardo della stazione Leopolda di Firenze, se solo tiriamo su il grugno dal truogolo della disinformazione all&#8217;italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che ne possiamo evincere, per dirne una, è che si può fare a meno di allearsi con e/o sostenere forze politiche e assetti di interessi espressione dell&#8217;establishment centralista (e nazionalista a sua volta, francese o italiano che sia) senza per questo pagare pegno in termini elettorali. Del resto, è una conclusione a cui, se non si è in mala fede o del tutto stupidi, saremmo già dovuti arrivare per conto nostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo. Deve essere chiaro, senza più scuse, che anche in Sardegna vale la <em>conventio ad escludendum</em> verso qualsiasi proposta politica che esuli dai giochetti di potere interni alla compagine partitica egemone, quella di matrice italiana, ossia a favore della rappresentanza dei soli interessi della nostra classe dominante. Sappiamo come siamo messi, il nostro consiglio regionale è eletto solo con i voti di una parte dell&#8217;elettorato sardo, quella che esprime la fedeltà allo status quo: la maggioranza dei sardi è esclusa da qualsiasi forma di rappresentanza democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">La rimozione dall&#8217;agenda politica istituzionale sarda del dibattito sulla vergognosa legge elettorale regionale è una spia molto chiara delle volontà della nostra classe politica. Per giunta la trappola antidemocratica in preparazione a livello di governo centrale certificherà la definitiva sardizzazione dell&#8217;Italia, in termini di riduzione degli spazi democratici anche in senso formale. Gli spauracchi della Lega e del M5S serviranno benissimo, all&#8217;occorrenza, per cristallizzare un rapporto di forza che deve garantire interessi e assetti di potere consolidati, e le paure indotte verso immigrati, ISIS, o chissà cos&#8217;altro, come qualche immancabile grande evento e/o grande scandalo, distrarranno opportunamente l&#8217;opinione pubblica. Renzi farà la sua parte finché sarà utile, male che vada fino all&#8217;invenzione di un altro personaggio da mandare sul palcoscenico a intrattenere la plebe. Ai sardignoli, sempre accondiscendenti, basterà ancora per un po&#8217; la giunta &#8220;dei professori&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La democrazia rappresentativa non è il migliore dei mondi possibili né forse è la forma di governo più efficace, ma per ora con questa abbiamo a che fare. Svuotarla di qualsiasi potenzialità emancipativa, privare una parte consistente dell&#8217;elettorato del suo diritto di voto (con mezzi e artifici spesso difficili da cogliere), deresponsabilizzare la cittadinanza (con la retorica del &#8220;tanto non cambia niente&#8221; e del &#8220;tutti sono uguali&#8221;, tutti sono &#8220;casta&#8221;), instupidire l&#8217;opinione pubblica con continui effetti annuncio, panzane grossolane, celebrazioni del nulla, paure costruite ad arte, falsi bersagli polemici, sono tutti strumenti a cui ricorre l&#8217;establishment per autoperpetuarsi. Tanto che persino alcuni che vanno ancora a votare in buona fede spesso votano contro se stessi senza nemmeno rendersene conto, se non a posteriori.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, non riesco a vedere nulla di rassicurante nell&#8217;esito del voto francese, e l&#8217;unica notizia che in quel contesto (e in proiezione) può tenere accesa la fiammella dell&#8217;ottimismo (della volontà) è quel che sta succedendo in Corsica. Almeno fino a prova contraria, dato che anche lì è tutto da vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">I trionfalismi a base di tricolore francese, almeno in Sardegna, li lascerei proprio perdere, specie se vengono dagli eredi di coloro che quella bandiera la consideravano un segno ostile, duecento anni fa, e ne traevano buone ragioni per reprimere con la forza il tentativo di dare allora alla nostra terra una sua soggettività storica e una dignità che poi non avrà più, fino ai giorni nostri. Molti che oggi si appellano a libertà, eguaglianza e fratellanza sono gli stessi che si battono e si batteranno sempre in Sardegna per scongiurarne l&#8217;avverarsi, auspicando democrazia <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TkUAtwbCEzE" target="_blank" rel="noopener noreferrer">&#8220;con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni&#8221;</a>, invocando il &#8220;voto utile&#8221; (a loro), dichiarandosi &#8220;cittadini del mondo&#8221; (e per questo schifando l&#8217;idea stessa di potersi dire prima di tutto, e comunque insieme, &#8220;cittadini sardi&#8221;), magari definendosi pure &#8220;sovranisti&#8221;. Vediamo di non farci prendere per il naso.</p>
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		<title>La creazione del senso comune</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2014 08:57:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Corsica]]></category>
		<category><![CDATA[indipendenza corsa]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[storiografia sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Girovagando per wikipedia, mi imbatto in una voce relativa a un fatto storico, la Battaglia di Ponte Nuovo. Si trattò di un evento decisivo per le sorti della Corsica contemporanea. Le truppe della Repubblica corsa di Pasquale Paoli furono sconfitte, presso il Ponte Novu, da quelle francesi, chiudendo la parabola storica dell’indipendenza corsa. Tre mesi...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La creazione del senso comune' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/06/11/creazione-senso-comune/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Girovagando per wikipedia, mi imbatto in una voce relativa a un fatto storico, la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Ponte_Nuovo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Battaglia di Ponte Nuovo</a>. Si trattò di un evento decisivo per le sorti della Corsica contemporanea. Le truppe della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_Corsica" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Repubblica corsa</a> di Pasquale Paoli furono sconfitte, presso il Ponte Novu, da quelle francesi, chiudendo la parabola storica dell’indipendenza corsa. Tre mesi dopo un certo Napoleone Bonaparte nascerà ad Ajaccio, figlio di un uomo di Pasquale Paoli, per altro. E quel che successe dopo lo sappiamo.<span id="more-74"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Quel che rileva nel testo di questa voce è la cornice prescelta e le connotazioni richiamate. Riporto testualmente:</p>
<blockquote><p>La <strong>battaglia di Ponte Nuovo</strong> (in <a title="Lingua corsa" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_corsa">corso</a> <em>battaglia di Ponte Novu</em>, in <a title="Lingua francese" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_francese">francese</a> <em>bataille de Ponte Novu</em>), si è svolta dall’8 al 9 maggio <a title="1769" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1769">1769</a>, e rimane l’ultimo scontro tra gli indipendentisti della <a class="mw-redirect" title="Repubblica di Corsica" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_Corsica">Repubblica di Corsica</a> di <a title="Pasquale Paoli" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Paoli">Pasquale Paoli</a>, aiutato dal padre di <a title="Napoleone Bonaparte" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Napoleone_Bonaparte">Napoleone Bonaparte</a>, <a title="Carlo Maria Buonaparte" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Maria_Buonaparte">Carlo</a> e le armate del re di Francia <a title="Luigi XV di Francia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_XV_di_Francia">Luigi XV</a>. Guidati dai granatieri francesi per la strada di <a title="Corte (Francia)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corte_%28Francia%29">Corte</a>, capitale della nazione corsa, questa battaglia sancisce la fine della seconda e ultima fase della guerra in <a title="Corsica" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corsica">Corsica</a> tra truppe francesi e indipendentisti.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nulla da eccepire, i fatti sono questi. <span id="more-3656"></span>Ciò che fa scattare il campanello d’allarme è la scelta lessicale. Definire “indipendentisti” i patrioti corsi non è un elemento neutro, specie in un contesto linguistico-culturale italiano. Contrapporre gli “indipendentisti” alle truppe del re di Francia sancisce una qualità presuntamente implicita dei due contendenti, attribuendo agli uni l’etichetta di “ribelli all’ordine costituito” e agli altri quella di “strumento militare di un potere legittimo”. Il che forza i termini della questione, dato che i Corsi erano a casa loro e difendevano il loro diritto all’autodeterminazione e il loro ordinamento statuale, mentre i Francesi erano lì nelle vesti di invasori e occupanti, quale che fosse il titolo giuridico a cui si appellavano (la cessione avvenuta l’anno prima da parte della Repubblica di Genova, che fin lì aveva reclamato la propria formale sovranità sull’isola).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo esempio è importante al di là del merito della questione (la quale però per molti Corsi è tutt’altro che chiusa, come si sa). Ci mostra come sia possibile generare una nozione apparentemente neutra ma in realtà orientata di un fatto storico e di ciò che vi è annesso. L’applicazione di una cornice concettuale, di un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Framing_%28scienze_sociali%29" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>frame</em></a>, risulta decisiva, così come l’uso di certi termini piuttosto che di altri. Se tali soluzioni metodologiche e narrative sono estese a tutto un arco temporale o addirittura all’intera storia di una terra e/o di un popolo, finiscono per conformare anche le nozioni minime e superficiali che poi entrano nel senso comune di chi le recepisce, contribuendo alla formazione di un mito collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un uso politico della storiografia, a cui in Sardegna siamo drammaticamente abituati. Il confronto tra il senso comune che solitamente i sardi esprimono a proposito della propria storia e le risultanze documentali, le conoscenze storiche verificabili, dà vita a un contrasto irresolubile. Interi secoli di storia, con tutta la loro complessità, i loro legami col contesto, la lunga durata dei processi profondi, vengono liquidati con formule semplificatorie dal chiaro orientamento politico. In Sardegna questo ha consentito a lungo di alimentare il nostro mito identitario, facendolo assimilare in modo generalizzato e capillare ben dentro gli strati profondi dei nostri processi di identificazione, fino a farlo riprodurre spontaneamente da qualsiasi sardo. Interrogati su noi stessi, per lo più facciamo riferimento a tale mito, sciorinando i soliti luoghi comuni triti e ritriti come fossero verità assodate: isolamento, continue dominazioni, povertà e arretratezza, divisioni e gelosie, costante resistenziale, e via farneticando. Troppo spesso questi stessi elementi narrativi si ritrovano in pubblicazioni di carattere scientifico e vanno a finire dentro studi altrui, a livello internazionale. Vengono i brividi a spulciare le bibliografie dei testi stranieri che si sono occupati a vario titolo della Sardegna. Esimi studiosi di varia nazionalità sono stati esposti, negli ultimi duecento anni, a vere trappole dai nostri storici.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pubblicazioni relative alla storia della Sardegna sono molte, tanto da dare l’idea che non ci sia più nulla da indagare o da raccontare, quando invece, ad un esame appena attento delle cose, emergono ampie lacune di metodo e di merito. Intere questioni mai affrontate, temi e periodi mal indagati, ricostruzioni storiche parziali. Il tutto fornito di solito sotto forma di mera storiografia evenemenziale, ossia l’elencazione cronologica degli accadimenti politici macroscopici, visti quasi sempre con lo sguardo del potere legittimo, ossia spesso del conquistatore (vero o presunto) di turno.</p>
<p style="text-align: justify;">Non esiste una storia della Sardegna che tenga conto dei vari livelli delle vicende umane e del loro complesso intrecciarsi. Poco si è indagato sui processi profondi, sulla lunga durata, il che è persino paradossale per una terra che si pretende uguale a se stessa nei secoli dei secoli (altra sciocchezza assurda, anche questa). Sembra che tutto quello che è successo in Sardegna nei millenni sia successo alla classe dominante di turno, ai regnanti o alle forze politco-militari che se ne sono contese il controllo. Dei Sardi – quelli in carne, ossa e relazioni – così come dei diversi fattori in gioco (umani e non), se ne sa pochissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lacuna tanto più evidente per gli ultimi secoli. Sull’età spagnola qualche studio meno conformista si è fatto, ma stenta a fare breccia nella cappa degli stereotipi interiorizzati. Sul periodo sabaudo mancano studi approfonditi su tutto ciò che non siano decisioni governative e le loro conseguenze (con poche eccezioni, una delle quali è rappresentata da Federico Francioni, significativamente all’esterno dei ruoli accademici). Circa l’epoca contemporanea non c’è alcuno studio sistematico sulla Sardegna industriale, ad esempio, sugli sviluppi sociali e demografici, sulla cultura popolare (anche in relazione ai processi di acculturazione). A volte capita che la mancanza di studi su certi aspetti della nostra parabola storica fondi elementi discorsivi di tipo assertivo: questa cosa in Sardegna non è mai successa; quando invece con tutta evidenza semplicemente non la si è mai studiata. Quando ci sono studi o ipotesi di ricerca, il tutto rimane isolato, senza una sistematizzazione che renda intellegibili intere epoche a un pubblico più vasto di quello degli specialisti. La curiosità è frustrata, il conformismo è premiato.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, nell’idea diffusa dei sardi sulla propria collocazione nel tempo prevalgono cornici concettuali politicamente orientate, vistose carenze metodologiche e ingiustificabili lacune tematiche e contenutistiche. Il che è senz’altro funzionale al mantenimento della nostra condizione socio-economica, culturale e politica attuale, ma non di sicuro a un nostro possibile percorso di emancipazione collettiva. Dato che la pura neutralità, l’assoluto distacco tra osservatore e oggetto dell’osservazione, non esiste nemmeno nelle scienze naturali, non è lecito aspettarsela nemmeno in campo storico. Tuttavia, laddove esista una possibilità di scelta e la si eserciti, siamo chiamati a dichiarare la nostra scelta e a renderne conto. Spacciare ricostruzioni tendenziose o pesantemente lacunose per verità assodate è un’operazione disonesta, dagli esiti fortemente manipolatori del senso comune. Che poi è quello che guida la percezione di sé e le stesse scelte politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è bisogno di molto più studio e di molta più socializzazione delle conoscenze, senza istituire <a href="http://www.androidiani.com/news/eric-schmidt-bacchetta-litalia-digitale-franceschini-replica-con-la-storia-medievale-209729" target="_blank" rel="noopener noreferrer">stupide contrapposizioni tra competenze scientifico-tecnologiche e studi umanistici</a>, come solo in Italia (e per coerenza dipendentista anche in Sardegna) avviene regolarmente. Bisogna sapere di più e meglio, evitando fantasione fughe in avanti alla ricerca di consolazioni mitiche di segno opposto – ma ugualmente dannose – rispetto alla mitologia tossica e debilitante a cui siamo stati troppo a lungo esposti.</p>
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