Qualcuno che ci salvi

Nonostante tutto quello che già fanno indefessamente per la Sardegna, due assessorati della giunta Cappellacci – quello dell’istruzione e quello dell’ambiente – hanno trovato il tempo e le risorse per patrocinare un evento di beneficenza. Un’iniziativa organizzata dalla Coca Cola (sì, proprio quella) e destinata a finanziare “un progetto di riqualificazione dei parchi urbani della Sardegna”. Il coinvolgimento dei minori in età scolare è d’obbligo.

Sicuramente un’occasione importante, dato che ne ha parlato persino il TG di Videolina. Una notizia a cui dare tutto lo spazio che merita, indubbiamente.

Cosa c’è di male? qualcuno potrebbe chiedersi. Be’, diciamo che le riserve su questo genere di sinergie tra istituzioni pubbliche e grandi aziende private potrebbero essere diverse, su diversi livelli.  Il tentativo malcelato di insinuare nell’animo dei ragazzi che la Coca Cola sia un ente benefico e stimolarne così le giustificazioni etiche al consumo della bibita sarebbe già degno di qualche analisi. E non trascurerei l’uso strumentale e furbissimo della lingua sarda. Ma quello che mi ha colpito immediatamente in questo caso  è uno dei messaggi veicolati dall’operazione e dal modo di presentarla. In base a tale costruzione narrativa, la Sardegna sarebbe una terra depressa e deprivata al punto che il Grande Buana Bianco, dall’alto della sua magnanima superiorità culturale ed economica, si sente spinto a intervenire per alleviarne le condizioni.

In fondo era questo che trapelava dalla stessa presentazione nel bel mezzo di un telegiornale. La confusione così generata, e non certo per caso, tra sponsorizzazione e informazione contribuiva ad accrescere il senso di gratitudine verso tanta generosa e gratuita beneficenza. Una beneficenza di cui abbiamo assoluto bisogno.

Se a questo si aggiunge la coscienza dell’infingardaggine con cui la stessa classe dominante sarda e le istituzioni regionali sprecano i soldi pubblici (si veda la faccenda delle pagine di quotidiano acquistate per propagandare il nuovo sacco cementifero del paesaggio), il campanello dell’allarme “presa per i fondelli” scatta subito.

Senza considerare, qui, la totale insipienza, o peggio la dolosa noncuranza, con cui giunta e consiglio regionale si occupano di questioni ben più rilevanti, tipo la vertenza entrate (ogni tanto è meglio ricordarci dei 10 miliardi di euro che lo stato italiano deve alla Sardegna).

E invece molto meglio confidare nella munifica multinazionale di turno, per cavare dagli impicci chi deve far finta di occuparsi della cosa pubblica, tanto per dare l’idea che qualcuno si occupi di noi. Perché è stabilito e pacifico che qualcuno debba occuparsi di noi, bisognosi di sostegno e di tutela come non mai. Noi, abitatori sfortunati di una terra povera, isolata, lontana, priva di risorse e dimenticata dalla Storia.

Questa è ancora la narrazione egemonica sul nostro conto. Finché non se ne eroderà il potere manipolatorio, ogni passo verso la nostra emancipazione storica rischierà di essere vanificato semplicemente da una qualsiasi campagna pubblicitaria ben orchestrata.

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Omar Onnis

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