Categorie: sardegnasocietà

La percezione del danno

Mentre si stenta a capire qualcosa di definito sullo sconcertante disastro del litorale sassarese, su cui pure ancora qualche riflessione andrà fatta, non sembra suscitare reazioni significative un altro disastro: quello rappresentato dalla diffusione delle violenze contro privati e contro amministratori locali.

Omicidi di varia matrice, bombe, fucilate intimidatorie si susseguono quotidianamente, passando a ciclo continuo dalla realtà alla cronaca e poi, immediatamente, al dimenticatoio.

È come se all’inquinamento ambientale e spirituale cui soggiaciamo a proposito delle nostre aree industriali si sommasse un’altra forma di inquinamento, forse addirittura più subdolo, di cui non merita preoccuparsi: l’inquinamento civile, culturale e politico della nostra vita associata.

Magari mi sbaglio, ma mi pare di non vedere in alcuna sede una presa di posizione sistemica, uno sguardo d’insieme su questo fenomeno degenerativo. Eppure i numeri sembrano parlare di un superamento della dose minima fisiologica. Pur nella generale considerazione che la Sardegna mantiene un tasso di criminalità relativamente basso.

Cos’è che rende appetibile la minaccia violenta, cos’è che fa sembrare utile e opportuno mettere una bomba su un davanzale o su un portone, che fa apparire una scelta giustificata l’incendio di un’auto, le fucilate contro le finestre di una casa o il portone di un municipio? I vantaggi che si ritiene di poterne trarre? L’alta probabilità di farla franca?

A volte si legge ancora facilmente qualche allusione alla balentia, come molla culturale, come giustificazione antropologica di certi atti. Ma è un cliché che appare sempre meno credibile, di certo non applicabile alla generalità dei casi.

Nel contesto di un accentuato particolarismo, questi fenomeni patologici trovano terreno fertile. La disgregazione sociale cui la Sardegna è sottoposta da tempo è funzionale ai clientelismi che ne tengono in piedi l’apparato di potere. La mancanza di una diffusa consapevolezza comune, di una percezione solida della propria ubicazione nel mondo, sia in senso geografico sia storico, lasciano ampio spazio a dinamiche autolesioniste, a egoismi individuali e di categoria, a familismi amorali, a rapporti basati sul legame diretto, personale, quasi feudale, tra chi può distribuire favori e chi sente il bisogno di riceverli. Così come in tale situazione è spontaneo privilegiare le soluzioni “dietro le quinte”, gli accordi, le mediazioni extragiuridiche, per qualsiasi rapporto, per qualsiasi contenzioso, lecito o illecito che sia.

Fenomeni spiegabili come lascito di un lungo periodo di oblio di noi stessi in quanto collettività. L’eredità di una visione del mondo in cui noi e la nostra terra non abbiamo un valore intrinseco, da difendere o accrescere; in cui le regole cui dobbiamo conformare la nostra condotta sono un pro forma, una cappa impositiva esogena, che non ci appartiene e alla quale in fondo non è sensato prestare sul serio obbedienza e rispetto. Il tutto accentuato dal clima generale in cui versa l’Italia, da noi assorbito  sotto forma di ricezione passiva attraverso i mass media.

Non escludo affatto, dunque, che una delle cause profonde di questa degenerazione sia il dover rispondere a  una sfera generale di significati di cui non ci sentiamo parte a pieno titolo, a un insieme di regole sociali, oltre che giuridiche, che fanno corto circuito a contatto con l’armamentario mentale diffuso, con una memoria bio-storica che ci denota, anche a nostra insaputa. Così come è comunque, quasi nostro malgrado, profondamente problematico il doversi adeguare a modelli calati dall’alto e da fuori, cui prestiamo fede anche e soprattutto perché ritenuti migliori per propria natura di qualsiasi cosa possiamo concepire come nostra.

Ecco che questo estraniamento si traduce poi in una mancanza di punti di riferimento saldi, tanto nella nostra vita privata quanto nelle nostre interazioni con la sfera pubblica. E tutto rischia di ridursi a una lotta tra clan, a una guerra per bande, dalla minima faccenda personale alle discussioni intellettuali più sofisticate.

La coesione sociale è ciò che salva le collettività nei momenti difficili, quella che fa accettare sacrifici, che fa mantenere la rotta del senso di appartenenza e del senso del percorso insieme agli altri. Coesione sociale che in Sardegna latita pericolosamente e su cui la politica ha il dovere di intervenire, benché forse oggi come oggi non ne abbia né la volontà né gli strumenti.

Nondimeno, è indispensabile parlarne e affrontare il mostro senza abbassare lo sguardo e senza arrenderci al suo aspetto orrendo. Il mostro è tra noi, è dentro di noi, siamo noi. E solo noi potremo sciogliere l’incantesimo di passività che ci avvince.

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Omar Onnis

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