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	<title>recovery fund Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Qualche idea per un salto di qualità della politica in Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2021 17:19:21 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/01/21/qualche-idea-per-un-salto-di-qualita-della-politica-in-sardegna/">Qualche idea per un salto di qualità della politica in Sardegna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Qualche idea per un salto di qualità della politica in Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2021/01/21/qualche-idea-per-un-salto-di-qualita-della-politica-in-sardegna/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2021/01/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-4305" width="302" height="447" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2021/01/immagine.jpg 474w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2021/01/immagine-324x480.jpg 324w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>crisi di governo italiana</strong> ha accentrato l&#8217;attenzione di chi segue le vicende politiche in Sardegna. Forse dovremmo riflettere su tanto trasporto emotivo e intellettivo. È giusto interessarsi della politica, anche di quella italiana, ma forse bisognerebbe <strong>uscire dall&#8217;illusione</strong> di essere parte integrante di quel contesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le vicende politiche italiane toccano anche la Sardegna</strong>, è chiaro. Magari non fosse così! Ma è pur sempre necessario tener presente che la Sardegna, per lo stato italiano e chi lo dirige, è pur sempre <strong>un&#8217;appendice periferica di pochissima rilevanza</strong>, se non in termini bassamente strumentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto più importante, dunque, concentrarci sulla <strong>politica nostrana</strong>, di quello che fa, di quello che non fa, di quel che dovrebbe essere. Proprio la crisi politica italiana può fornirci uno stimolo ulteriore per una <strong>riflessione strategica slegata dalla contingenza e orientata a dotare l&#8217;isola di una prospettiva per i prossimi anni</strong> che non sia fatta di attendismo, diversivi, affari opachi, lobbysmo di bassa lega (o Lega) e sempiterna subalternità. A partire da un <strong>ragionamento approfondito</strong> e possibilmente trasparente sulla questione del cosiddetto <em>recovery plan</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tema di rilievo, perché dall&#8217;esito di questa partita dipendono molte cose nel contesto italiano e bisogna capire come e in che termini la Sardegna abbia qualcosa da aspettarsi, nel bene e nel male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noto che invece <strong>tale tema è sostanzialmente ignorato dalla politica, dai mass media, dall&#8217;intellettualità e dall&#8217;opinione pubblica isolane</strong>. Le uniche due analisi svolte al riguardo sono quelle di <a href="http://www.enricolobina.org/situ/il-recovery-fund-e-la-sardegna/" target="_blank"  rel="nofollow" >Enrico Lobina</a> e di <a href="https://www.sindipendente.com/blog/cercando-la-parolina-magica-sardegna-nel-recovery-plan" target="_blank"  rel="nofollow" >Cristiano Sabino</a>, al di fuori del dibattito istituzionale e anche di quello giornalistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le osservazioni fatte in queste due analisi sono <strong>convincenti</strong> e dovrebbero essere un campanello d&#8217;allarme per chiunque abbia a cuore la sorte dell&#8217;isola nei prossimi anni. Ma non tanto per via della &#8211; scontata? &#8211; esclusione della Sardegna da qualsiasi possibile beneficio della valanga di soldi (e di debiti) in arrivo dall&#8217;Unione Europea, quanto piuttosto perché ancora una volta <strong>questa circostanza ci chiama a una riflessione ulteriore e più profonda su ciò che deve essere la politica in Sardegna da qui in avanti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Siamo troppo abituati a pretendere che sia qualcun altro a risolvere i nostri problemi.</strong> Persino le grandi campagne di opinione e di proposta politica a cui mass media e istituzioni sarde si stanno dedicando in questi mesi &#8211; dall&#8217;insularità in costituzione alla preistoria sarda Patrimonio dell&#8217;UNESCO &#8211; si basano sul costante presupposto della nostra <strong>subalternità</strong>. Non sono dunque affatto orientate ad una emancipazione storica di natura strutturale e strategica, bensì, al contrario, a certificare e confermare la nostra <strong>dipendenza</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza ritornare sulle cose già dette in proposito, che restano drammaticamente valide, occorrerebbe <strong>fare un passo avanti nel ridisegnare le priorità e le prospettive dell&#8217;isola alla luce dei processi storici in corso</strong>. Uno sforzo di ragionamento e di progettualità che difficilmente è alla portata della nostra classe politica istituzionale, mediocre e subalterna come non mai, ma che proprio per questo deve coinvolgere energie intellettuali e sociali esterne al Palazzo e in opposizione ad esso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rinfacciare allo Stato patrigno che non abbia intenzione di fare investimenti significativi in Sardegna serve a poco, oltre a non essere una novità. Caso mai si dovrebbe fare un <strong>bilancio delle necessità strategiche per i prossimi decenni</strong> e, su queste base, <strong>avanzare delle richieste puntuali</strong>, circostanziate e non negoziabili al governo centrale; non come compensazione di una inferiorità congenita e insuperabile senza tutele esterne, ma come <strong>risarcimento storico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una richiesta, non una supplica col cappello in mano. Con la coscienza e la dichiarata premessa che si tratta di una <strong>negoziazione tra soggetti paritetici</strong>, di una messa in discussione di un rapporto sbilanciato e iniquo per troppo tempo tollerato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per inscenare una simile partita diplomatica con lo stato italiano servirebbe una classe politica all&#8217;altezza, o, diciamo pure, una classe politica pur che sia. Non ne disponiamo, dovremo fare senza, inventandoci qualcosa. Ma soprattutto <strong>dovremmo avere le idee chiare su cosa ci serve</strong>, appunto, e su quali sono le modalità politiche e pragmatiche per ottenerlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisognerebbe <strong>saldare tra loro aspirazioni macroscopiche, di natura storica, con un percorso realistico di conquiste ottenibili nelle condizioni date</strong>. Una giusta miscela di tattica e strategia riversata dentro il contenitore della realtà fattuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso, più che le legittime aspettative su investimenti infrastrutturali, di cui certamente la Sardegna ha bisogno, sarebbe forse più strategico pensare a <strong>investimenti a più ampio spettro, specie di natura immateriale</strong>; per esempio nell&#8217;ambito scolastico e universitario, tenendo conto dell&#8217;evoluzione contemporanea delle dinamiche di apprendimento e socializzazione delle conoscenze (che non sono più quelle di cento o di cinquanta anni fa), e nell&#8217;ambito sociale e in quello produttivo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questo è già un discorso circostanziato. La cosa fondamentale, a monte, è <strong>fare chiarezza sui termini della questione</strong> e pretendere che tutta la politica sarda, interna o esterna al Palazzo che sia, dichiari in modo onesto e vincolante da che parte si schiera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;unico <strong>salto di qualità decisivo</strong> possibile, a questo punto, è proprio quello di cui accennavo più sopra: <strong>assumere il ruolo di controparte paritetica verso lo stato italiano</strong> e porre tale dialettica come costitutiva della politica sarda del prossimo futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il che comporta anche di dover <strong>chiarire in modo esplicito e conclusivo se si intende giocare la partita dentro i rapporti di forza, i vincoli politici e le sudditanze della politica coloniale italiana nell&#8217;isola</strong> o si intende esserne <strong>avversari</strong> e <strong>alternativi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è più posto per le ambiguità. Chi ammira e vorrebbe <strong>imitare i successi del PSdAz</strong> ridotto a <em>dependance</em> proconsolare della Lega di Salvini ha già fatto la sua scelta. Chi ritiene che sia possibile allearsi con i partiti italiani e le loro diramazioni clientelari locali, o con i satelliti feudali che prosperano dentro questi meccanismi di potere, ha già fatto la sua scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Precisiamo questo</strong>, tuttavia: una cosa è ritenere vantaggioso e anzi prioritario essere cooptati dentro il meccanismo della politica coloniale, al fine di &#8220;entrare&#8221; a Palazzo, un&#8217;altra è considerare accettabile e per certi versi auspicabile accogliere pezzi sparsi fuoriusciti da quel meccanismo per renderli funzionali a una prospettiva alternativa. Certo, si tratta di <strong>operazioni delicate</strong>, in cui serve molta capacità di discernimento politico e una certa finezza nel pesare le persone. Però va anche detto che in Sardegna ci si conosce tutt*. Sappiamo vita, morte e miracoli di chiunque, specie se questo chiunque fa politica da molto tempo. Per farsi fregare bisogna essere molto ingenui o banalmente complici. E <strong>l&#8217;intransigenza va esercitata con intelligenza</strong>. Nessuno è senza peccato. Bisogna saper essere magnanimi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La realtà è più complicata e sfumata di come ci piacerebbe, perciò non si può ragionare in termini sempre e solo binari, meramente astratti o &#8220;identitari&#8221;.</strong> Per altro, il personale politico di cui disponiamo, in generale, non è tanto e non è di grande livello, quindi bisogna adeguare le aspettative alla cruda realtà. Detto questo, l&#8217;intransigenza verso gli egoismi e la cialtronaggine, verso gli istinti reazionari e i cedimenti etici mi pare invece sempre e comunque necessaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chiarire il quadro politico è indispensabile</strong>, anche per potersi presentare alla cittadinanza con un minimo di credibilità. Va precisato l&#8217;orizzonte di valori e di obiettivi dentro cui ci si muove e vanno precisate le modalità con cui si intende procedere. Vanno riconosciuti i <strong>conflitti reali</strong> presenti nella nostra collettività, ne vanno indicati i termini, le radici storiche e le possibili soluzioni progressive, rivolte in avanti. <strong>È fondamentale distinguersi da chi considera la cittadinanza solo come una massa indistinta di pedine da utilizzare alla bisogna</strong>, con l&#8217;inganno o con la blandizie, solo per procurarsi qualche vantaggio particolare. Che è poi l&#8217;idea di politica che va per la maggiore. Ecco, deve essere ben chiaro che ci si oppone a questa cosa e che <strong>si intende rappresentare tutt&#8217;altro</strong>. A cominciare da un diverso coinvolgimento dei cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esistendo più la forma partito, come corpo sociale intermedio e di mediazione, né un sindacalismo adeguato ai processi sociali attuali, <strong>vanno trovate altre strade per far partecipare la cittadinanza ai processi politici</strong>, cominciando dalle comunità locali e dalle lotte sulle partite strategiche più urgenti, imparando ad <strong>ascoltare</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Direi anche di non trascurare, fin d&#8217;ora, la <strong>pianificazione di una partecipazione attiva e robusta alle prossime sfide elettorali</strong>. Anche senza fare dell&#8217;elettoralismo e dell'&#8221;entrismo a ogni costo&#8221; una bandiera, non possiamo sottrarci all&#8217;evidente necessità di pesare dentro la politica così com&#8217;è oggi. Il che implica la partecipazione alle elezioni e una partecipazione che sia a sua volta chiara negli obiettivi e riconoscibile.<strong> Senza compromessi o accordi opachi.</strong> Non importa se non si &#8220;vince&#8221; subito. Non possiamo ragionare come i politicanti che dominano la scena, per cui il raggiungimento di una poltrona a corte è la condizione essenziale per fare politica. Ma non dobbiamo nemmeno giocare da perdenti o da dilettanti. È difficile, ma va fatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In più, dobbiamo essere consapevoli che <strong>le ambizioni solipsistiche non portano da nessuna parte</strong> e che i conflitti personali, le rivalità, gli screzi sedimentati e la contrapposizioni settarie sono solo un danno. Impossibile essere tutt* amic*. Impossibile trovare un accordo su tutto con tutt*.  <strong>Bisogna assumersi la fatica di incontrarsi e di legittimarsi, soprattutto tra simili e tra vicini.</strong> E trovare un modo di fare le cose insieme, senza pretendere l&#8217;annichilimento delle soggettività altrui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altra cosa, bisognerebbe decidersi ad <strong>abbandonare i social media e soprattutto Facebook come terreno privilegiato di discussione e di attivismo politico</strong>. Non mi stancherò mai di dirlo: Facebook è solo un pericolo e uno strumento di divisione, una perdita di tempo, una fonte di inquinamento del dibattito. Alimenta le nostre peggiori pulsioni. Non è nemmeno vero che &#8220;la gente&#8221; è lì e dunque lì bisogna agire. È una scusa, se va bene un&#8217;illusione. Non si tratta nemmeno di essere ostili alla tecnologia. La tecnologia, e quella informatica in particolare, non si esaurisce certo con Facebook. Bisogna anzi conoscerla di più e usarla meglio, con creatività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le <strong>leadership</strong> e i <strong>ruoli</strong> verranno stabiliti a partire dalla reale partecipazione e dal peso effettivo delle varie soggettività coinvolte. Pretendere ruoli o primazie non scaturite dalle relazioni concrete e dalla <strong>credibilità conquistata sul campo</strong> porta solo ad aspettative fuori scala e a conflitti inutili. Cerchiamo di rifletterci bene e facciamo uno sforzo di obiettività. Ci sarà posto e gloria per tutt*, in un processo sociale e politico come quello che ci aspetta nei prossimi anni. <strong>Bisogna ragionare come se dovessimo sottoporci già oggi al giudizio dei nostri figli e nipoti</strong>. Sarebbe meraviglioso non doverci vergognare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Costruire una <strong>democrazia compiuta</strong> e un&#8217;<strong>emancipazione collettiva reale</strong> in Sardegna è un obiettivo storico grandioso, difficilissimo ma non eludibile. Perseguirlo comporta <strong>scelte difficili e coraggiose</strong>, a partire dall&#8217;accettazione storica dell&#8217;<strong>inevitabile conflitto con lo stato italiano e la sua classe dirigente, gli interessi che difende, la sua egemonia culturale</strong>. Non è nemmeno importante la veste formale che ciascun* si attende dalla conclusione di questo processo: indipendenza, confederalismo europeo, democrazia partecipativa, socialismo o altro. Ma riconoscere e farsi carico del conflitto con lo stato italiano, ribadisco, è il primo, indispensabile passo. Su tutto il resto occorrerà confrontarsi, in varia sede, e rendersi disponibili con generosità. A cominciare da&#8230; ieri.</p>
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