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	<title>plurilinguismo Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Questione linguistica, equivoci teorici e inerzia politica</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2012/12/10/questione-linguistica-equivoci-teorici-inerzia-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 16:28:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[lingua sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un errore di fondo nell’impostazione dominante della questione linguistica sarda. Dipende dal fatto che essa è incastrata dentro un contesto culturale e politico “regionale”, vincolata a categorie concettuali e a confini discorsivi che ne hanno deteriorato le possibilità di dispiegare appieno tutti i suoi aspetti e di trovare soluzioni non solo condivise ma anche...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/12/10/questione-linguistica-equivoci-teorici-inerzia-politica/">Questione linguistica, equivoci teorici e inerzia politica</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Questione linguistica, equivoci teorici e inerzia politica' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/12/10/questione-linguistica-equivoci-teorici-inerzia-politica/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">C’è un errore di fondo nell’impostazione dominante della questione linguistica sarda. Dipende dal fatto che essa è incastrata dentro un contesto culturale e politico “regionale”, vincolata a categorie concettuali e a confini discorsivi che ne hanno deteriorato le possibilità di dispiegare appieno tutti i suoi aspetti e di trovare soluzioni non solo condivise ma anche praticamente realizzabili.<span id="more-171"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La cornice regionale in cui siamo costretti a inserire i nostri problemi, a partire da quelli dell’appartenenza e del nostro patrimonio storico-culturale, fa sì che sin dal suo ri-sorgere in modo esplicito e compiuto, alla fine degli anni Sessanta del Novecento, la questione linguistica sarda abbia assunto i tratti della rivendicazione di tutela verso lo stato centrale e della problematicità nei confronti non solo di un’altra lingua egemone, ma dell’intero apparato dottrinario, storico, accademico e politico italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli intellettuali sardi che si sono fatti promotori della questione – una minoranza, in realtà – sono rimasti intrappolati in un recinto in cui non potevano far conflagrare del tutto le sue potenzialità emancipatorie. Pensarsi come una minoranza linguistica ha da un lato accentuato, anziché eliminarla, la connotazione subalterna e provinciale del discorso e dall’altro ha fatto perdere di vista la reale consistenza storica, antropologica, sociale ed economica della questione.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo abituati a pensare al sardo come a una entità mitologica.<span id="more-2755"></span> Abbiamo dato anche un nome suo a tale entità: <em>limba</em>. Il semplice fatto di evitare di definirla “lingua sarda”, sic et simpliciter, ne ha corroborato la marginalità e la ghettizzazione. Basterebbe invece darsi uno sguardo attorno, in Sardegna, per scoprire, magari con sopresa, che il sardo non è affatto una lingua minoritaria, ma caso mai una lingua maggioritaria. Due terzi abbondanti dei sardi la riconoscono come propria, mentre il terzo restante è di lingua ancestrale diversa (il sistema sassarese-gallurese, il catalano di Alghero, il tabarchino di Carloforte). E stiamo parlando di sardi a tutti gli effetti. Oggi come oggi sarebbero da aggiungere al novero anche i discendenti dei coloni veneti e istriani (anch’essi di lingua veneta) di Arborea a Fertilia, ormai sardi tout court anch’essi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco dunque un primo problema: definire il sardo la “lingua dei sardi” può essere utile per rivendicare (senza alcun successo, come la storia dimostra) maggiori tutele o almeno maggiore riconoscimento da parte dell’Italia, ma non serve a nulla per risolvere il problema della sua decadenza, né quello del suo rapporto col territorio e con l’intera popolazione sarda (che non è tutta sardo-parlante, né in termini di attualità, né come lingua ancestrale).</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla visione regionale (e fondamentalmente sardista) della questione discende l’apparato retorico a cui viene di solito riportata. Uno degli esiti più assurdi è che la tutela più forte e le condizioni migliori per far valere la lingua sarda in ambito ufficiale sono quelle offerte dalla legislazione statale, non dalla legislazione regionale (L. 482/99 vs. L.R. 26/97).</p>
<p style="text-align: justify;">I misconoscimenti di cui bisognerebbe liberarsi per affrontare il tema serenamente e con qualche prospettiva di inversione di rotta sono diversi. È urgente chiarire almeno alcuni punti nodali.</p>
<p style="text-align: justify;">1) La Sardegna è storicamente una terra plurilingue, in cui nel corso della storia si è sviluppato un sistema linguistico romanzo autoctono, al quale si sono poi affiancate sia le lingue delle potenze politicamente egemoni con cui l’Isola ha avuto a che fare, sia le lingue di comunità stabilitesi sul suo territorio nel corso del tempo. A queste si aggiunge ormai lo stesso italiano, lingua praticata da tutti i sardi e, per tanti, prima lingua di socializzazione, oltre che lingua della scuola, dei mass media e in definitiva, in molti casi, unica lingua conosciuta.</p>
<p style="text-align: justify;">2) La Sardegna ha una sua propria storia, oltre ad avere una sua propria geografia. Ciò che ne fa una regione europea e mediterranea a sé stante non è solo il fattore linguistico, bensì soprattutto il fattore storico. Pensarci nei termini ottocenteschi di “un popolo una lingua”, o come dicono i nazionalisti nostrani di “una nazione una lingua”, è un assunto ideologico senza referente storico, contraddetto dai fatti. Impostare su questo equivoco l’intero approccio alla questione porta inevitabilmente a non risolverla.</p>
<p style="text-align: justify;">3) La cornice teorica “regionale” contribuisce pesantemente anche alla dialettizzazione del sardo. Non solo nel senso che il sardo è stato a lungo e in parte è ancora oggi derubricato a dialetto, a lingua povera, di minoranza appunto, rispetto all’italiano, ma anche nel senso che hanno prevalso nel dibattito i particolarismi campanilistici e le manovre dilatorie o sabotatorie dell’accademia e della politica, in nome delle differenze interne al sistema linguistico sardo medesimo e di quelle tra il sistema linguistico sardo e gli altri sistemi linguistici dell’Isola. Una applicazione molto efficace del “divide et impera”. Si è cancellata persino la coscienza che sino a non molti decenni fa la comunicazione tra sardi di luoghi diversi avveniva prevalentemente senza l’ausilio dell’italiano (diventato oggi una lingua franca di comodo utilizzo). I sardi si sono sempre capiti tra di loro, anche tra parlanti di sistemi linguistici diversi, tra cui intercorrevano relazioni e che hanno generato da sempre fenomeni di bilinguismo endogeno (sardo-gallurese, per esempio).</p>
<p style="text-align: justify;">4) Il sardo è un unico sistema linguistico che però non è mai stato normato e normalizzato. Opporsi a una uniformazione grafica e, col tempo, anche linguistica, nel senso della formazione di uno standard sovradialettale, nazionale, significa concepire la questione in termini appunto dialettali e regionali. Cacciandosi nel <em>cul de sac</em> delle diatribe infinite su “quale sardo” e nelle gelosie tra il sardo propriamente detto e le altre lingue sarde.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in quest’ambito, così delicato e doloroso, concepirsi come propaggine di un’entità storica altra, accettando lo status di “regione”, per di più periferica e marginale, comporta gravi problemi di natura culturale e politica, costringendoci all’inerzia, al circolo vizioso. Non so se nel percorso della nostra emancipazione storica la questione linguistica sarà determinante. Per come è impostata oggi, non potrà esserlo, avvinta com’è dentro categorie sterili e fuorvianti. Di certo però non potrà essere elusa. Cominciare a guardarla da un punto di vista sardo-centrico e nazionale, anziché italo-centrico e regionale, sarebbe già un consistente salto di qualità.</p>
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		<title>La risposta è dentro di te, però è sbagliata (a volte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Oct 2012 10:25:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[lingua sarda]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
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		<category><![CDATA[questione linguistica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella questione linguistica sarda si sommano diversi piani del discorso, che tendono a intersecarsi senza coincidere, rendendo così ancora più ingarbugliato il problema. Condizione ideale per chi desidera che non si risolva mai. La prima cosa da mettere in chiaro è che si tratta di una questione esclusivamente politica. I maldestri tentativi di riaprire in...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La risposta è dentro di te, però è sbagliata (a volte)' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/10/04/la-risposta-e-dentro-di-te-pero-e-sbagliata-a-volte/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Nella questione linguistica sarda si sommano diversi piani del discorso, che tendono a intersecarsi senza coincidere, rendendo così ancora più ingarbugliato il problema. Condizione ideale per chi desidera che non si risolva mai.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima cosa da mettere in chiaro è che si tratta di una questione esclusivamente politica.<span id="more-187"></span> I maldestri tentativi di riaprire in continuazione la discussione sugli aspetti scientifici e linguistici sono chiaramente strumentali al mantenimento dello status quo. Le basi teoriche e sperimentali in questo campo sono assolutamente solide e ormai indubitabili (ad esempio, l’indagine socio-linguistica del 2006). In Sardegna esiste un sistema linguistico storicamente autoctono (nella misura in cui lo sono tutti i sistemi linguistici) ed è quello della lingua sarda comunemente detta. Questo sistema linguistico (di origine stratificata e a sua volta complessa, com’è inevitabile) ha un suo grado accertato di omogeneità, salvo essere ancora suddiviso in varianti, ossia dialetti. Divisione in dialetti che ha storicamente prevalso sulla sua standardizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La mancata standardizzazione del sardo non è frutto di qualche sua caratteristica intrinseca, che lo renderebbe inadatto a diventare una vera lingua (in senso storico e politico), ma solo di circostanze e di scelte appunto storiche e politiche.<span id="more-2380"></span> Escludere dall’orizzonte della lingua sarda una forma di standardizzazione almeno grafica significa da un lato non sapere come vadano le cose in questo ambito presso tutte le comunità umane del globo, da un altro non concepire il sardo come una lingua e i sardi come una collettività storica dotata di soggettività propria (reale o potenziale). Con buona pace degli adepti del “divide et impera” e anche di certe <a href="http://www.tafter.it/2012/07/24/niente-piu-dialetto-sardo-insegnato-a-scuola-di-claudio-giovanardi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >ignorantissime intelligenze fanaticamente italocentriche</a> (presenti anche tra i sardi, per altro).</p>
<p style="text-align: justify;">A questo discorso è legata la normazione e la normalizzazione del sardo. Il che implica anche il suo utilizzo in tutte le forme e in tutti i registri possibili, dall’uso veicolare nelle scuole, a quello nei mass media, nelle pubblicazioni non solo letterarie ma anche tecniche e scientifiche, ecc. Non esiste alcun possibile problema di natura linguistica, in questo senso. Le obiezioni in proposito, buttate nel dibattito di tanto in tanto, sono solo pretestuosi tentativi di sabotaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, standardizzare il sardo non comporta affatto la soppressione o la marginalizzazione violenta dei suoi dialetti. Storicamente in Europa le parlate locali sono sopravvissute anche in presenza di forme di acculturazione forzata, di centralizzazioni linguistiche rigorosamente applicate alle popolazioni. Non si vede perché dovrebbero scomparire le parlate locali sarde in una condizione di riconoscimento, rispetto e tutela quale dovrebbe essere quella ad esse garantita in Sardegna dai sardi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra faccenda è quella relativa al plurilinguismo della Sardegna. Non si parla qui di dialetti del sardo, ma di altri sistemi linguistici presenti sull’Isola, a volte da secoli, e ormai storicizzatisi come ulteriori lingue sarde. Escludere dall’ambito della “sardità” il sistema sardo-corso (sassarese-gallurese) è un’operazione che solo in un’ottica di forzosa appartenenza all’Italia si può giustificare, perché serve a rafforzare la “specialità” del sardo comunemente detto, dunque a corroborare la richiesta di tutela e sostegno a favore di quest’ultimo rivolta allo stato centrale. La presenza di questo sistema linguistico meticcio è stata usata per creare un ponte culturale (del tutto artificioso) tra Sardegna e Italia, in funzione prettamente egemonica, dunque politica. Il sistema sardo-corso, in realtà, con l’Italia ha ben poco a che fare. Ha a che fare caso mai con la Corsica, appunto. L’isola gemella è sempre stata punto d’arrivo e di partenza di un duraturo traffico umano e culturale, e non certo solo dal XVII secolo. Che in questo rapporto millenario di vicinanza ci siano stati anche scambi linguistici è il fenomeno meno misterioso che si possa immaginare.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo non si può negare la patente di sardità al catalano antico parlato ad Alghero (fin dal 1355, quando venne istituita la colonia catalana nella città del corallo, dal re d’Aragona e conte di Barcellona Pietro il Cermonioso). Né si può sostenere che i discendenti dei liguri dell’isola di Tabarca (Tunisia) che colonizzarono Carloforte e Calasetta nel Settecento non siano sardi a tutti gli effetti.</p>
<p style="text-align: justify;">In più, da due secoli e mezzo, ma sistematicamente e pervasivamente da cinquant’anni in qua, anche l’italiano si aggiunge alle lingue dei sardi. Certo, l’italianizzazione linguistica dei sardi non è stato affatto un processo pacifico e ne sapranno qualcosa anche molti di quelli che leggono queste righe. Non bisogna tornare troppo indietro con la memoria per sapere come sia stata trattata dalla scuola italiana la nostra alloglossia. Nondimeno, oggi come oggi, molti sardi sono nativi dell’italiano, benché spesso non abbiano reciso il legame con la propria lingua ancestrale, quella dei loro genitori, o nonni. L’italiano non va combattuto (in una guerra di retroguardia che assumerebbe uno sgradevole sapore nazionalista) ma semplicemente privato della sua posizione monopolistica e del suo status privilegiato. Il problema, caso mai, è pretendere di farlo senza affrontare il nodo della nostra condizione di “regione italiana”. Separare il problema linguistico dal problema politico complessivo della Sardegna è del tutto fuorviante, se non proprio assurdo.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa situazione, complessa ma non ingestibile, l’unica cosa che manca è dunque la politica. E non certo la politica italiana, a cui non si può demandare la cura di questioni e risorse non strategiche per l’Italia medesima. Quella che manca è la politica sarda. Una politica culturale che si faccia carico di tradurre nel presente e nel futuro l’immenso patrimonio ereditato dal nostro passato. Le possibilità di intervenire proficuamente in questo ambito <a href="http://progeturepublica.net/comunicati/politicas-linguisticas-in-progres-pro-una-bisione-noa-medas-limbas-una-natzione-ebbia/#.UG1snVbhk7w" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >esistono</a>. Basterebbe anche solo guardarsi intorno, in giro per il mondo. Spesso credersi speciali comporta una forma di autoreferenzialità che sconfina nella patologia. Togliamoci dalla testa di essere speciali per qualcun altro. Gli unici per cui dovremmo esserlo siamo noi stessi. A ben poco valgono le richieste di tutela rivolte a chicchessia, se non forse a rafforzare nell’interlcutore la convinzione della nostra debolezza e della nostra ricattabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è alcuna ragione al mondo per cui non sia possibile mettere mano compiutamente alla questione linguistica sarda, in modo sereno e rispettoso, democratico e condiviso. Forse mancano la percezione di noi stessi come collettività storica, una memoria comune diffusa, la coscienza della nostra appartenenza storica. In questo la riappropriazione delle nostre lingue storiche può essere sia un mezzo di emancipazione sia un effetto della medesima. Un circolo virtuoso ancora da innescare, con ricadute molto pratiche anche in termini economici, che non può però prescindere da una prospettiva di liberazione e responsabilizzazione collettiva anche in senso politico. Prospettiva dalla quale purtroppo ancora oggi la politica sarda, pur ammantandosi di retorica sovranista, tenta di tenersi alla larga. La soluzione non è sperare nella salvezza che arriva da fuori, né attendere chissà quali occasioni migliori, bensì prendersi direttamente e responsabilmente lo scenario culturale e politico sardo, senza paura, senza fanatismi, da spiriti liberi.</p>
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		<title>Lingue tagliate, lingue biforcute, lingue salvate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 08:48:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con un ritardo che non può non essere doloso il governo italiano ratifica la Carta europea sulle minoranze linguistiche. Una decisione dai profili solo formali, dato che in Italia esiste già in materia la Legge 482 del 1999, sufficiente a garantire tutti gli effetti previsti nella Carta. L’importanza simbolica della decisione però è innegabile. In...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/03/10/lingue-tagliate-lingue-biforcute-lingue-salvate/">Lingue tagliate, lingue biforcute, lingue salvate</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Lingue tagliate, lingue biforcute, lingue salvate' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/03/10/lingue-tagliate-lingue-biforcute-lingue-salvate/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Con un ritardo che non può non essere doloso <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2012/03/09/news/nelle-scuole-italiane-sara-possibile-insegnare-anche-il-sardo-5687431" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >il governo italiano ratifica la Carta europea sulle minoranze linguistiche</a>. Una decisione dai profili solo formali, dato che in Italia esiste già in materia la Legge 482 del 1999, sufficiente a garantire tutti gli effetti previsti nella Carta. L’importanza simbolica della decisione però è innegabile.<span id="more-216"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In molti, dalle nostre parti, hanno subito <a href="http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/257018" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >espresso soddisfazione</a> in proposito, prendendola come una vittoria, una conferma delle proprie aspettative. Si tratta invece di una misura sostanzialmente coerente con l’egemonia culturale che da generazioni considera il sardo come un caso limite, un’eccezione scusabile a patto che rimanga inoffensiva. Gioire per questa soluzione significa aver metabolizzato la propria condizione marginale, regionale, in fondo insignificante, e alla fin fine di non aver capito niente della questione linguistica sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto va detto che se il sardo versa in una condizione patologica di dilalia è per responsabilità dei sardi stessi. Lasciamo stare i discorsi di acculturazione e di colonizzazione linguistica. È vero, sono processi avvenuti in Sardegna, su questo si può concordare. Ma chi ha offerto le condizioni più favorevoli alla riuscita dell’operazione siamo stati noi. <span id="more-1726"></span>Soprattutto negli ultimi quarant’anni abbiamo avuto tutti gli elementi di valutazione e tutte le possibilità per invertire la tendenza e riappropriarci del nostro patrimonio linguistico, da vero soggetto collettivo della propria storia. Se non l’abbiamo fatto, non possiamo attaccarci a responsabilità altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema che sta alla base di tale fallimento politico – perché di politica stiamo parlando – è che la questione linguistica sarda da troppo tempo è incastrata in una cornice concettuale che la trasforma in un circolo vizioso senza uscita. Che è ciò che emerge dalle dichiarazioni di questi giorni, in fondo. Pensare la questione linguistica sarda esclusivamente dentro il rapporto di relazione/opposizione tra il sardo e l’italiano non è la soluzione, come quasi tutti hanno pensato e fatto in decenni, ma è <strong>il</strong> problema.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione linguistica sarda è più complessa di così e si situa su un altro livello. Intanto il nostro patrimonio linguistico è di suo stratificato e articolato, già plurale. Storicamente plurale. E prescinde dal confronto con l’Italia e ancor più con l’italiano. Il sardo non esiste in quanto distinto dall’italiano o come minoranza linguistica in Italia. Il sardo è una lingua neolatina storica che esiste da prima che esistesse l’idea stessa dell’italiano come lingua, da secoli prima che l’italiano diventasse una lingua a tutti gli effetti e infine la lingua ufficiale di uno stato. Non abbiamo bisogno di certificazioni da parte dell’Italia, in questo senso. Chi le attende e ne gioisce, ha semplicemente già accettato la propria sottomissione.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre – e qui sta un punto centrale dell’intero discorso – dobbiamo imparare ad affrontare la faccenda dentro una cornice concettuale diversa, nostra, centrata sulla Sardegna, non sull’Italia. In questo senso, il sardo non è una lingua minoritaria, ma una lingua maggioritaria dentro un contesto plurilinguistico. Il sardo è la lingua storica della Sardegna. Ma non è l’unica lingua che vi si pratica. Le lingue dei sardi, da secoli, sono anche altre. Escludere dal novero delle nostre lingue il sistema del sassarese-castellanese e del gallurese-maddalenino, così come il catalano di Alghero e il tabarchino di San Pietro e Calasetta, è un’operazione puramente ideologica che non tiene conto della realtà antropologica e storica della Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, oggi, rifiutarsi di considerare l’italiano come una lingua dei sardi è un abbaglio scientifico e politico, quali che siano le valutazioni sull’imposizione e sulla diffusione di questa lingua sull’Isola. L’italiano è una lingua dei sardi e lo è tanto più quanto più si evolve come tale, assumendo caratteristiche proprie, specie in termini sintattici, quelli più significativi. È una lingua bastarda, senza radici? Be’, questa argomentazione non ha alcun senso in termini storici e linguistici. Così come non lo avrebbe l’obiezione opposta che anche il sardo in fondo non è che una lingua dei dominatori (i romani).</p>
<p style="text-align: justify;">L’equivoco fondamentale risiede insomma nel considerarci solo ed esclusivamente in termini regionali, proiettando questa condizione giuridica e politica indietro nel tempo, a conformare tutta la narrazione storia che ci riguarda, escludendo così i fenomeni e i processi culturali e linguistici realmente verificatisi. Con la conseguenza di aver accettato e canonizzato la divisione dei sardi in sardi “veri veri” (quelli “conservativi” o “resistenti”, nelle Zone Interne), sardi “veri ma così così” (i “campidanesi” o peggio i “maurreddini”) e gli “altri”, i figli di nessuno, gli stranieri in casa propria (galluresi, algheresi, carlofortini). Il fatto che la L. 482/99 non consideri il carlofortino e il gallurese tra le lingue minoritarie è sintomatico dell’orizzonte politico dentro il quale tale previsione ha un senso. Quell’orizzonte non è e non deve essere il nostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel nostro orizzonte storico e culturale tutte le lingue dei sardi sono lingue sarde. Possiamo fare tutte le distinzioni del caso, dentro questa cornice concettuale, ma non rinnegarla in favore di un’altra, pena la totale incomprensibilità della questione linguistica sarda e l’impossibilità di rivolverla.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è nulla di cui gloriarsi per la decisione formale del governo italiano, dunque, decisione che non sposta di una virgola né la disciplina giuridica vigente, né la situazione concreta delle lingue di Sardegna. La politica sarda dovrebbe invece applicarsi a rendere libere e liberamente utilizzabili tutte le lingue dei sardi, tra le quali inevitabilmente, per ragioni storiche e culturali, il sardo occupa il posto più rilevante. Il sardo come sistema linguistico unitario, che andrebbe normato e normalizzato per metterlo alla pari con qualsiasi altro sistema linguistico nazionale, tralasciando finalmente l’assurda querelle su “quale sardo”, ma affrontando la questione in un’ottica generale, nazionale appunto, abbandonando stereotipi funzionali alla nostra subalternità. In primis quella che si sintetizza nel conflitto tra campidanese e logudorese, considerate come due lingue distinte, espressione di due etnie diverse, secondo i fautori delle divisioni tra i sardi: una scempiaggine storica e linguistica da primato.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che mi consta – e non lo dico pro domo mea, ma come banale constatazione di cronaca – esiste <a href="http://progeturepublica.net/attivita/addobiu-politicas-linguisticas-in-progres/#.T1sgth2iJko" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >una sola proposta</a> in questo senso, che faccia giustizia dei troppi luoghi comuni e delle tante manipolazioni con cui è stata travisata e depotenziata la questione linguistica sarda. Una soluzione ormai conosciuta, su cui la politica sarda, il mondo della cultura, la scuola, l’università sono chiamati ad esprimersi, senza tentennamenti o pretesti. Non farlo e soffermarsi invece sulla notizia relativa alla decisione del governo italiano è sintomatico di quanto poco in realtà la questione interessi e di quanto sia invece comodo lasciarla nel suo stato di perenne incompiuta, buona da rispolverare come arma di distrazione di massa o come strumento egemonico per suscitare divisioni e rancori tra i sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">La sfida è lanciata. Non c’è volontà esterna che possa privarci del diritto – e del dovere – di fare quel che va fatto. Anche su questo si misurerà la capacità dei sardi di emanciparsi in termini storici. Chiaramente coò non significa confidare nell’attuale classe politica, accademica e culturale né nei mass media. Ma per fortuna la Sardegna ha molte risorse su cui contare. Serve la buona volontà e lo sforzo di consapevolezza indispensabili per superare residue resistenze ed equivoci annosi quanto insensati. Come su molte altre cose, non c’è governo italiano che tenga: tocca a noi.</p>
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