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	<title>Luciano Marrocu Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Stereotipi identitari, autodeterminazione e ruolo degli intellettuali: un avvio di dibattito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jun 2013 08:41:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica scorsa è uscito sulla Nuova un pezzo di Luciano Marrocu, storico e scrittore, che, prendendo spunto da Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso, propone delle considerazioni su alcuni dei temi trattati nel libro. Di seguito, l’articolo di Marrocu e la mia risposta, uscita oggi sullo stesso giornale. ————————————— Luciano Marrocu (La Nuova,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2013/06/29/stereotipi-identitari-autodeterminazione-ruolo-degli-intellettuali-avvio-dibattito/">Stereotipi identitari, autodeterminazione e ruolo degli intellettuali: un avvio di dibattito</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Stereotipi identitari, autodeterminazione e ruolo degli intellettuali: un avvio di dibattito' data-link='https://sardegnamondo.eu/2013/06/29/stereotipi-identitari-autodeterminazione-ruolo-degli-intellettuali-avvio-dibattito/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p><em>Domenica scorsa è uscito sulla Nuova un pezzo di Luciano Marrocu, storico e scrittore, che, prendendo spunto da Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso, propone delle considerazioni su alcuni dei temi trattati nel libro. Di seguito, l’articolo di Marrocu e la mia risposta, uscita oggi sullo stesso giornale.</em><span id="more-128"></span></p>
<p>—————————————</p>
<p>Luciano Marrocu (La Nuova, domenica 23 giugno 2013)</p>
<p style="text-align: justify;">Titolo: <strong>Radici e recenti fortune dell’indipendentismo sardo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sommario: <em>Pare ritornare la convinzione che l’indipendenza sia l’aspirazione naturale del “popolo sardo” Ma non è e non è mai stato così</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non si loderanno mai abbastanza le procedure di decostruzione, con cui antropologi e storici spiegano, smontandole, idee, strutture comunitarie, narrazioni socialmente condivise. Un po’ come si fa con i congegni meccanici che, quando non se ne capisce il funzionamento e non si sa la loro origine, per prima cosa si guarda come sono fatti dentro. Un modo di procedere, il decostruzionismo, per certi versi simile al vecchio (e ora demodé ) storicismo, con l’aggiunta però di una buona dose di strutturalismo. Due giovani studiosi, Fabrizio Frongia con “Le Torri di Atlantide” e Omar Onnis con “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso” si sono di recente applicati a un utile esercizio di decostruzione a proposito delle idee ricevute sullla Sardegna. Fabrizio Frongia trattando il tema in maniera più articolata (e con il pregio aggiuntivo di tener conto del lavoro che alcuni studiosi hanno pur sempre fatto al riguardo in questi anni, primo fra tutti Giulio Angioni). Omar Onnis, in forma più briosa e ironica, con un libro che già nel titolo dichiara per intero le sue intenzioni. <span id="more-3203"></span>Nel saggio di Onnis, una serie di luoghi comuni vengono egregiamente demistificati: fanno la fine che meritano accabadore, matriarcati, invidie sarde e diverse altre mitologie che pullulano nei discorsi di sardi e non sardi. Così come viene riportata alle sue ragioni storiche la mitologia della Brigata Sassari, costruita nel corso della prima guerra mondiale dai comandi militari italiani che avevano individuato nei sardi un “ottimo materiale di guerra”, come fu detto e scritto a più riprese. Rimane però un dubbio sull’impianto del libro di Onnis. Si ha infatti l’impressione che la stessa chirurgica precisione critica che l’autore applica alle idee e alle mitologie non gradite (o che comunque ritiene superate) non la usi al riguardo di altre. Si prenda la voce indipendenza. Del tutto condivisibile la tesi iniziale che l’indipendentismo sia, in Sardegna, questione recente. Priva di fondamenti e riscontri documentari, invece, l’affermazione che nel corso del Novecento la prospettiva indipendentista sia stata appannaggio “di vaste aree di opinione a livello popolare”. Qualsiasi posizione si abbia sul merito politico della questione, andrebbe invece riconosciuto che una posizione indipendentista nasce e si alimenta per una larga parte del Novecento all’interno di cerchie ristrettissime e che solo da poco l’indipendentismo è stato individuato come una risorsa, spendibile anche in termini elettorali, da forze politiche dotate di un seguito più consistente. Sotto sotto pare ritornare la convinzione che l’indipendenza sia l’aspirazione per così dire naturale del popolo sardo. E che, se questa aspirazione ha tardato a farsi progetto, è stato per l’insipienza degli intellettuali sardi, loro stessi inventori di innocue fole e mitologie. Gli intellettuali, appunto, la loro statura e il loro ruolo, questo sembra essere il centro della questione. Grandissima parte degli intellettuali sardi (e in massimo grado gli storici) sono visti da Onnis come incapaci di elaborare idee e miti in sintonia con il sentimento popolare. Al di là di un giudizio che sembra forse ingeneroso, riesce difficile pensare a una prospettiva indipendentista che faccia a meno di un ceto intellettuale all’altezza di una prospettiva così impegnativa. Insomma, un brillante esercizio d’intelligenza, quello di Onnis, per poi però tornare alla vecchia mitologia romantica: il popolo buono e naturalmente patriottico, gli intellettuali infingardi inventori di fole, con il sospetto per alcuni di loro che siano anche traditori e venduti.</p>
<p style="text-align: justify;">————————————</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Risposta</span> (La Nuova, sabato 29 giugno 2013)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli intellettuali, nemici dell’indipendenza</strong> <strong>della Sardegna</strong> (titolo non mio, ma tant’è)</p>
<p style="text-align: justify;">Luciano Marrocu su queste pagine qualche giorno fa ha espresso una lusinghiera opinione sul modo in cui ho trattato il tema dei falsi miti identitari nel mio libro <em>Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso</em>; tuttavia ha anche sollevato due obiezioni che meritano l’apertura di un confronto. La prima riguarda la diffusione presso i sardi contemporanei dell’aspirazione all’indipendenza, a suo avviso eccessivamente enfatizzata rispetto alla vera diffusione del fenomeno. Si possono avere molte opinioni personali su questo, ma le testimonianze e gli studi a disposizione ci raccontano con chiarezza l’avversione larga e traversale dei sardi per la condizione di dipendenza politica, economica e culturale in cui si trovava l’isola, nonché l’aspirazione alla conquista di una propria soggettività storica. Che questo non avvenisse solo presso ristrette cerchie ce lo racconta Gramsci stesso quando ricorda la sua prima giovinezza indipendentista, che gli faceva gridare a squarciagola slogan semplificativi come “A mare sos continentales!”. Rozze modalità di giovani ancora senza strumenti, ma chiaramente prova di un sentimento di aspirazione all’autodeterminazione molto diffuso sull’isola ai primi del Novecento. Tale aspirazione è poi riemersa a più riprese nel primo e nel secondo dopoguerra e poi tra gli anni Settanta e Ottanta, ma è sempre stata tradita. In ogni caso – come ammette lo stesso Marrocu – negli ultimi dieci anni il tema dell’autodeterminazione ha ripreso forza, a vari livelli. Per gli increduli ci sono gli studi più che autorevoli condotti insieme dalle Università di Cagliari e di Edimburgo nel 2012, nei quali il 40% dei sardi si dichiara indipendentista: è la conferma di un dato storico innegabile, a dispetto della sua persistente rimozione. Qui si collega la seconda obiezione, ovvero che non si possa imputare all’intellettualità isolana (intesa in senso lato) la mancata conoscenza di sé dei sardi e delle conseguenze materiali e politiche che tale ignoranza produce. Tuttavia tale responsabilità, anche se capisco che a Marrocu possa dispiacere ammetterlo, è di una evidenza solare. Intellettuali e accademici in Sardegna, con poche eccezioni, hanno rappresentato un fattore di consolidamento dello status quo da cui essi stessi dipendevano e che era fondato su interessi strutturali esterni. L’emblema di questa classe sociale è Giuseppe Manno, primo storico sardo moderno, funzionario e poi senatore filosabaudo, capostipite di decine di emuli che nel corso degli anni hanno in vario modo sancito l’inevitabilità della nostra condizione di semplice oggetto storico, tanto da portare una mente libera come Michelangelo Pira a teorizzare appunto la “rivolta dell’oggetto”. La rivolta dell’oggetto in Sardegna è in atto anche oggi su diversi fronti (artistico, musicale, economico, sociale, politico), ma viene ancora contrastata dallo stesso blocco sociale che trae vantaggio e ragione d’essere dalla nostra condizione di dipendenza. A tale apparato i nostri intellettuali sono stati quasi sempre perfettamente organici. È doveroso interrogarsi su questo fenomeno e farlo emergere in tutta la sua portata. Negarlo, in quanto parte in causa, equivale a confermarlo. L’attuale fase storica chiama tutti a una assunzione di responsabilità precisa. Ce lo impone la tendenza economica e demografica in corso (spopolamento, impoverimento, sfruttamento del territorio e delle persone), cui è necessario rispondere collettivamente. La nostra intellettualità, da duecento anni a oggi, ha scelto il sistema di potere prima sabaudo e poi italiano, direttamente o indirettamente a discapito della Sardegna. Vedremo cosa sceglierà adesso.</p>
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		<title>Ancora a proposito del ricordo di Palabanda e della rimozione della nostra storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 12:13:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In seguito alle commemorazioni di lunedì 29 e martedì 30 ottobre e al dibattito che – nella pressoché totale indifferenza dei mass media mainstream – ne è comunque nato, riporto un pezzo uscito in proposito su SardiniaPost, con le considerazioni dello storico Luciano Marrocu, e la mia risposta (inviata alla medesima testata, ma non pubblicata)....</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/11/02/ancora-a-proposito-del-ricordo-di-palabanda-e-della-rimozione-della-nostra-storia/">Ancora a proposito del ricordo di Palabanda e della rimozione della nostra storia</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Ancora a proposito del ricordo di Palabanda e della rimozione della nostra storia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/11/02/ancora-a-proposito-del-ricordo-di-palabanda-e-della-rimozione-della-nostra-storia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><em>In seguito alle commemorazioni di lunedì 29 e martedì 30 ottobre e al dibattito che – nella pressoché totale indifferenza dei mass media mainstream – ne è comunque nato, riporto <a href="http://www.sardiniapost.it/politica/1210-lo-storico-e-scrittore-marrocu-ma-non-si-puo-cancellare-la-storia" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >un pezzo uscito in proposito su SardiniaPost</a>, con le considerazioni dello storico Luciano Marrocu, e la mia risposta (inviata alla medesima testata, ma non pubblicata).</em><span id="more-179"></span></p>
<p>———————————————-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Articolo di SardiniaPost</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Con questa furia demolitrice si vogliono cacciare dal nostro corpo sociale aspetti che ormai fanno parte di noi. Invece di concentrarci sulla demolizione fisica, che mi sembra balzana, esercitiamoci in uno sforzo di riflessione sulla nostra storia”. (di A.T.)</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico e scrittore cagliaritano Luciano Marrocu replica con queste parole alla proposta di demolire la statua di Carlo Felice, situata nell’omonimo Largo, e di rispedirla a Torino. L’occasione della provocazione è stata fornita dall’anniversario dei duecento anni dalla Rivolta di Palabanda, quando un gruppo di congiurati stampacini provarono a ribellarsi al re Vittorio Emanuele I (del quale Carlo Felice era il fratello) e all’imposizione fiscale massiccia che si abbatté in quegli anni sui sardi per finanziare le spese di corte.</p>
<p style="text-align: justify;">La congiura consisteva in un’insurrezione pianificata per la notte tra il 30 e il 31 ottobre del 1812 e finì male:<span id="more-2550"></span> alcuni dei cagliaritani coinvolti vennero giustiziati, altri morirono in carcere. Ed ecco che, in occasione dell’anniversario, un gruppo di indipendentisti ha l’idea di rimuovere la statua.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma è ormai passata molta acqua sotto i ponti di quel luogo fisico e virtuale”, ragiona Marrocu. “Mi viene in mente un ricordo dei miei vent’anni, quando il Cagliari vinse lo scudetto e Carlo Felice fu vestito di rossoblù. Quel luogo ha osservato molti momenti della nostra storia e non demolirei quella statua neppure virtualmente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo pur dando un giudizio fortemente negativo sulla figura di Carlo Felice. “Ma farei delle distinzioni – precisa Marrocu – Se partiamo dall’assunto che i principi e gli aristocratici, salvo quei pochi che durante la rivoluzione francese hanno preso le parti del popolo, andrebbero rottamati tutti, se proponiamo insomma una rottamazione dei potenti e dei prepotenti, allora anche Carlo Felice andrebbe rottamato. Se invece ragioniamo sulla sua figura, certo Carlo Felice era tra i peggiori, ma non il peggiore. Lo metterei in una posizione di demerito ma non di fortissimo demerito”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla congiura di Palabanda invece lo storico ci tiene a mettere in risalto due aspetti: “Palabanda fu il risultato del ricordo di quello che era avvenuto il 28 aprile del 1794, con la cacciata dei piemontesi. Nel 1812 il miracolo non riuscì perché quella volta mancava l’appoggio popolare. Vedo però in Palabanda la rivolta di un quartiere, di Stampace, che coltivava una vocazione rivoluzionaria che si è espresssa in più momenti della sua storia. Palabanda allora era un’area quasi ai confini esterni di Cagliari e di Stampace, dove quel po’ di borghesia che c’era aveva i suoi caseggiati di campagna. Si riunivano nella zona dell’orto botanico, vicino dalle rovine dell’Anfiteatro romano, che ricordavano, a Salvatore Cadeddu e agli altri congiurati, un simbolo del passato della grandezza cagliaritana”.</p>
<p style="text-align: justify;">————————————————–</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia replica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le obiezioni di Luciano Marrocu alla proposta (chiaramente provocatoria) di rispedire a Torino la statua di Carlo Felice meritano una replica, sia storica sia politica.</p>
<p style="text-align: justify;">In termini storici, è evidente come Marrocu non abbia colto il significato di una manifestazione che non voleva essere banalmente iconoclasta, bensì mirava a destare un minimo di interesse nella cittadinanza per la nostra storia, palesemente ignorata dalla grandissima maggioranza dei sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le altre cose, della nostra storia è indispensabile maturare una conoscenza non episodica e superficiale ma documentata e meditata su quello snodo fondamentale che fu la stagione rivoluzionaria sarda, di cui la repressione della cosiddetta congiura di Palabanda è in qualche modo l’episodio finale e l’epitaffio.</p>
<p style="text-align: justify;">Marrocu purtroppo in questa circostanza dà prova degli stessi limiti di cui soffre da duecento anni la nostra storiografia, più preoccupata di garantirsi una propria legittimità nel sistema accademico prima sabaudo poi italiano, che di svolgere con acribia e onestà intellettuale il proprio delicato compito culturale. Culturale e politico, dato che alla polis è rivolto e della polis forma il sostrato di conoscenze e narrazioni su cui si fonda, nel nostro mondo contemporaneo, la coscienza di sé come collettività e lo stesso senso di appartenenza dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Derubricare i moti rivoluzionari sardi e i singoli episodi che li hanno caratterizzati a vicende di second’ordine, a ribellioni irriflesse di una plebe senza coscienza politica, o a fatti di quartiere (come fa Marrocu con la “congiura di Palabanda” o fanno altri per il 28 aprile), è un espediente narrativo molto praticato dai nostri storici, quasi tutti fedeli prosecutori, in questo senso, dell’opera normalizzatrice di Giuseppe Manno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo di questa difficoltà a raccontare la Sarda Rivoluzione per quello che fu è al contempo estremamente opaco, camuffato da una cortina di disinformazione e artifici retorici, e chiarissimo, nella sua radice storica e culturale. L’ambiente accademico sardo fa parte di quella classe dominante uscita dalla stagione rivoluzionaria in una nuova posizione di forza. Accogliere a Cagliari la corte sabauda in fuga, nel 1799, senza metterla alle strette e conquistare, da una posizione di indubbio vantaggio, tutto ciò che solo pochi anni prima anche la stessa aristocrazia e l’alta borghesia avevano rivendicato, è significativo di quale sia stata allora la scelta di fondo: non diventare una classe dirigente in senso moderno, ma ripiegare su un ruolo di intermediazione tra il centro del potere e degli interessi dominanti – esterno – e il territorio della Sardegna, sul quale tale classe dominante otteneva mano libera.</p>
<p style="text-align: justify;">Le evoluzioni politiche successive non sono riuscite a scalfire tale struttura di base. L’opera fittiziamente riformatrice di Vittorio Emanuele I e dello stesso Carlo Felice la consolidarono (chiudende, abolizione del feudalesimo a spese delle comunità, ecc.), la Perfetta Fusione la canonizzò in termini giuridici e politici, così come fece – a maggior ragione – l’unificazione italiana, che relegò definitivamente la Sardegna a un ruolo periferico e insignificante nell’ambito del nuovo stato italiano e delle dinamiche internazionali, mero oggetto economico e politico in mano a interessi esterni. Le pratiche clientelari e proconsolari di Francesco Cocco-Ortu in età giolittiana (vero paradigma della politica sarda contemporanea) e persino l’autonomia regionale del 1948 non hanno fatto che conferire semplicemente un abito nuovo a tale rapporto di potere e di dipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché evitare di sciogliere il nodo storico e politico della nostra stagione rivoluzionaria è fondamentale per il mantenimento dello status quo in Sardegna. Ed ecco perché la nostra storiografia accademica, organica all’apparato dominante in Sardegna, si è in larghissima parte dedicata negli ultimi due secoli a certificare tale status quo come inevitabile ed anzi addirittura preferibile a qualsiasi alternativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sollevare il problema, come ha tentato di fare la manifestazione che ricordava il martirio dei patrioti di Palabanda, non è dunque un esercizio di rimozione storica, né di iconoclastia senza costrutto. Non ha nulla del rifiuto della nostra storia, ma anzi è un grido collettivo che reclama di riappropriarcene. Gli storici sardi avrebbero il compito di fare prima di tutto il proprio mestiere, raccogliendo e pubblicando documenti (che anche per quest’epoca decisiva non mancano, ma vengono lasciati a giacere negli archivi, salvo rare e meritorie eccezioni), offrendo una ricostruzione metodologicamente corretta di quelle vicende, senza sudditanze verso le cornici storiografiche nazionaliste e risorgimentaliste italiane, inserendo anzi la Sardegna, come sarebbe giusto e onesto fare, nell’ambito delle correnti culturali e politiche internazionali in cui era effettivamente immersa, restituendo ai protagonisti di quelle vicende drammatiche la loro dignità e il giusto riconoscimento per il loro tentativo di modernizzazione reale dell’Isola.</p>
<p style="text-align: justify;">La rivoluzione sarda è stata la prima vera rivoluzione europea dopo quella francese. Questo non sta scritto in nessun libro di storia italiano su cui noi stessi (non) studiamo la nostra storia. È stata un’epopea lunga e articolata, complessa e affascinante, pienamente inscritta nella temperie intellettuale e sociale di quell’epoca. Ridurla – come fa Marroccu e come fanno troppi storici sardi – a un fatto provinciale di poco conto e di scarso respiro, ridimensionarla a rivendicazione “autonomistica”, eliminare dalla scena tutti i significati e tutte le connotazioni problematiche per il nostro presente che porta con sé, è un atto politico ben preciso, nelle sue implicazioni e nei suoi obiettivi: perpetuare la nostra condizione di dipendenza e il nostro status di oggetto storico. In storiografia la auspicata “rivolta dell’oggetto” non si è ancora compiuta. È una grave responsabilità degli storici e degli intellettuali sardi. Non si possono colpevolizzare i cittadini o le formazioni politiche indipendentiste che – al solito, più avanti di chi detiene una qualche forma di potere da preservare – intendono riappropriarsi della nostra storia e contribuire a una nuova, vera memoria collettiva. Nel nostro processo di emancipazione storica e politica, la rimozione simbolica della statua di Carlo Felice a Cagliari o l’eliminazione delle intitolazioni sabaude da strade e piazze sarde non saranno certo azioni dal sapore oscurantista, né un prezzo troppo alto da pagare.</p>
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