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	<title>tecnicizzazione del mito Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>La mitizzazione della “sardità” in Italia e in Sardegna</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/10/24/la-mitizzazione-della-sardita-in-italia-e-in-sardegna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2014 17:02:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[identità]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/10/24/la-mitizzazione-della-sardita-in-italia-e-in-sardegna/">La mitizzazione della “sardità” in Italia e in Sardegna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La mitizzazione della “sardità” in Italia e in Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/10/24/la-mitizzazione-della-sardita-in-italia-e-in-sardegna/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-3903" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2014/10/prima-pagina-touring-club.jpg" alt="" width="395" height="559" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ennio Flaiano diceva: “se si spiega con un esempio, non capisco più nulla”. Però a volte gli esempi sono illuminanti. Quando parliamo di mito identitario sardo, della sua costruzione e diffusione e di come sia stato fatto proprio dal sardismo e poi dal senso comune della maggioranza dei Sardi, si riassume una vicenda complessa, che ha richiesto molti anni di tempo e il concorso di vari soggetti, a diverso titolo. Allo stesso modo, parlare di tecnicizzazione di un mito e dei suoi risvolti politici rischia di rimanere nel campo delle astrazioni, senza una dimostrazione concreta. Non è inopportuno, dunque, ricorrere a qualche pezza d’appoggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi viene in soccorso, in questo caso, <a href="http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&amp;id=7986" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >un testo</a> riesumato nella <a href="http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Biblioteca digitale della Regione Sardegna</a>. <span id="more-61"></span>Si tratta di una rivista del Touring Club italiano, “Le vie d’Italia” e nello specifico il suo n. 8 dell’anno 1937.<span id="more-3810"></span> Vi si legge un lungo articolo, scritto dallo storico (e poi politico democristiano) <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Raffaele_Ciasca" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Raffaele Ciasca</a>, dedicato alla Sardegna e in particolare ai grandi personaggi della storia isolana. Un testo scritto da un appassionato di cose sarde, le cui intenzioni individuali dunque non erano affatto malevole. Nondimeno, il discorso, dotto e documentato, sintetizza e esemplifica meravigliosamente le cornici concettuali e le modalità retoriche con cui la Sardegna è stata inserita dentro la mitologia nazionale (e nazionalista) italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incipit sembra tratto da un cinegiornale dell’Istituto Luce (e sarebbe interessante frugare gli archivi del medesimo, per vedere un po’ se non salta fuori qualcosa del genere).</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Emersa dal travaglio del mondo quando la Penisola ancora non era, la terra antica di Sardegna serba ancora nel volto i segni del tormento traverso il quale è passata.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Una terra aspra e selvaggia, che “nelle sue gradazioni e contraddizioni, offre visioni di biblica grandiosità o di sconfinata desolazione”. I suoi abitanti non sono da meno. Gli uomini, naturalmente barbuti, rigorosamente “austeri nella vita dura, gravi e taciturni”, ma nei cui cuori battono “ardimenti forti e generosi” e persino “impensate delicatezze”. Le donne poi, per quanto dal “corpo esile”, nascondono “un’insospettata forza, e sotto la difesa dei loro ampi e rigidi costumi tradizionali v’è un cuore che chiude spesso il segreto della gioia più intima, il dono supremo della dedizione assoluta, la maschia vigoria di cui andò famosa Eleonora d’Arborea”. Per fortuna non vengono menzionati i baffi, nel caso delle donne.</p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo è una disamina storica e culturale, direi quasi antropologica, svolta seguendo il filo delle biografie più eminenti della storia sarda, da Amsicora agli intellettuali organici della Perfetta Fusione e della nuova Italia unita. Nomi noti e meno noti affollano il filo del discorso, mostrando un certo studio della storiografia sarda disponibile. Le omissioni sono significative quanto le forzature storiche. La storia giudicale è rievocata in quanto resistente all’invasione aragonese, mentre della Rivoluzione sarda non c’è traccia. Anzi, i personaggi eminenti dell’epoca sarebbero precisamente i più feroci controrivoluzionari, alcuni dei quali, come Giacomo Pes di Villamarina, niente meno che feroci boia. Di quel momento storico viene rievocato anche Vincenzo Sulis, ma solo come eroico oppositore al tentativo di occupazione francese.</p>
<p style="text-align: justify;">Un posto di rilievo naturalmente occupa Giuseppe Manno, vertice massimo ed emblema dell’intelligencija sarda ottocentesca (e oltre, a dire il vero). Sebastiano Satta e Grazia Deledda vengono citati come fulgido esempio, dato che, superando l’uso del “dialetto” a favore dell’italiano (“segno dei tempi nuovi”, evviva!),  avevano riscattato una produzione letteraria sarda altrimenti povera e di stampo prettamente popolare. Grazia Deledda, naturalmente, col suo premio Nobel, aveva onorato “sé stessa, la sua isola e la patria italiana”. Del resto,</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nelle lettere e nelle arti, se la Sardegna non ha avuto per secoli grandi nomi, novera una bella schiera di cultori, che testimonia quanto possa l’amore alle occupazioni intellettuali in un paese che dalla geografia, a non dire altro, sembrava condannato a rimaner chiuso ai luminosi fulgori dell’arte, presso un popolo che, obbligato a far fronte a cento invasioni, è stato per secoli coll’arme al piede.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le virtù dei Sardi sono “inespresse”, soffocate da “un dolore senza nome”. Un tragico destino, un mare di atavica sfiga insomma. E per fortuna, secondo l’autore, “attorno all’isola, in questi ultimi anni, c’è tutto un fervore di interessamento e di opere”. Tanto che può spingersi a sentenziare che la “vecchia Sardegna sta per finire”. In quella nuova, che sembrava allora nascere grazie all’intervento benefico del governo fascista, le vecchie virtù sarebbero rifiorite. La chiusura dell’articolo è ottimistica: “Su quest’isola, estremo baluardo nel Mediterraneo, sui suoi uomini, l’Italia può sicuramente contare”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tenore della conclusione non lascia dubbi sul senso complessivo dell’articolo. La Sardegna si riscatta e trova una sua collocazione storica in quanto “oggetto” funzionale agli interessi generali dell’Italia. La cosa non deve stupire né indignare, neanche se, come viene spontaneo fare, la si considera ancora una visione del tutto attuale. Non è il punto di vista italiano, che bisogna discutere. Piuttosto occorre riflettere sul fatto che il taglio, le connotazioni e i riferimenti storici del testo in questione rappresentano ciò che dei Sardi, della nostra identità e del nostro posto nel tempo e nello spazio pensiamo noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è tutto l’orizzonte culturale sardo contemporaneo, in quelle parole: l’ansia di essere accettati, la rivendicazione esagerata dei propri meriti agli occhi dell’osservatore italiano, l’enfasi posta su presunte virtù ancestrali, l’orgoglio della specialità (che è sempre una qualità relativa, mai un valore a sé stante). C’è già, quasi bell’e pronta, tutta la retorica della “costante resistenziale”. Di questo genere di manipolazioni siamo vittime da generazioni. Più precisamente, da quando la nostra potenziale classe dirigente moderna, quella che aveva guidato la Rivoluzione, venne spazzata via dalla repressione filo-sabauda.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di “indentità sarda” bisognerebbe sempre fare uno sforzo di riflessione su che cosa essa sia. L’articolo di Ciasca e la sua connessione al nostro mito identitario mi hanno fatto pensare a <a href="http://www.jstor.org/discover/10.2307/2928652?uid=3738296&amp;uid=2&amp;uid=4&amp;sid=21104887133717" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >un <em>paper</em></a> dello storico indiano (dell’India) Dipesh Chakrabarty, intitolato “Postcoloniality and the Artifice of History: Who Speaks for “Indian” Pasts?”(*), in cui si affronta la questione delle cornici concettuali e degli elementi narrativi utilizzati dalla storiografia nazionalista indiana tra Otto e Novecento. Il periodo è quello, come si vede. Ed è il medesimo il fenomeno denunciato: l’assimilazione come propri, da parte della cultura colonizzata, degli stereotipi usati dalla cultura colonizzatrice, ma rovesciati di segno, assunti come valori e non come limiti. Inevitabile che un’operazione simile finisca per legittimare qualsiasi forma di folklorizzazione della cultura colonizzata o decolonizzata e alla fin fine per avvalorare il mito della superiorità del colonizzatore. Un paradosso del resto già evocato da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Sa%C3%AFd" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Edward Said</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene alquanto spontaneo applicare tale ragionamento alla Sardegna e al sardismo (in senso lato). Quando si attribuisce al sardismo e all’autonomismo una propensione emancipativa, va ricordato il loro ruolo essenziale nella normalizzazione della condizione dipendente della Sardegna attuale (al di là di quali fossero gli intenti dei padri del sardismo politico, che comunque tutto erano tranne che indipendentisti, come si sa). Oltre a ciò, da un ragionamento su questi aspetti dovremmo anche ricavare un ammonimento alla prudenza nel valutare i tentativi di nuove mitologie, le loro fonti, il loro orizzonte di riferimento, i loro obiettivi, i loro possibili esiti pratici (fossero anche non voluti).</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è certa: liberarci del nostro mito identitario è una priorità assoluta. Per farlo è necessaria una riappropriazione lucida e onesta della nostra storia. Soprattutto della nostra storia recente. Non è facile e non è nemmeno una condizione sufficiente al nostro riscatto collettivo. Ma è senz’altro una delle condizioni necessarie.</p>
<p style="text-align: justify;">(*) Ringrazio Alessandro Mongili per avermi suggerito la lettura di questo <em>paper</em>.</p>
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		<title>Sardegna e unificazione italiana: la nazione rimossa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 08:14:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il pezzo che segue è tratto dal sito di ProgReS —————————————————— di Maltinu Dibéltulu e Omar Onnis In questi giorni in cui si sbandiera tanto la necessaria partecipazione dei sardi alle celebrazioni dell’unificazione italiana quel che non manca è la retorica. Una retorica che si avvale di tutti i meccanismi del peggior dispositivo propagandistico nazionalista....</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Sardegna e unificazione italiana: la nazione rimossa' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/03/17/sardegna-e-unificazione-italiana-la-nazione-rimossa/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><em>Il pezzo che segue è tratto dal sito di <a href="http://www.progeturepublica.net/contributi/la-nazione-rimossa-un-lutto-ancora-vivo-nella-coscienza-dei-sardi/" target="_blank" rel="nofollow" >ProgReS</a></em></p>
<p style="text-align: justify;">——————————————————</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Maltinu Dibéltulu</strong> e <strong>Omar Onnis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni in cui si sbandiera tanto la necessaria partecipazione dei sardi alle celebrazioni dell’unificazione italiana quel che non manca è la retorica. Una retorica che si avvale di tutti i meccanismi del peggior dispositivo propagandistico nazionalista. Una messinscena in grande stile, che non manca di riproporre i paradigmi di quella che <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/K%C3%A1roly_Ker%C3%A9nyi" target="_blank" rel="nofollow" >Kerényi</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Furio_Jesi" target="_blank" rel="nofollow" >Jesi</a> chiamavano la “tecnicizzazione del mito”. In Sardegna, patria di ogni nonsenso storico e culturale oltre che politico, subiamo gli effetti di una doppia tecnicizzazione: quella che serve a giustificare e legittimare il processo storico dell’unificazione italiana e, insieme, dentro, quello che a tale ricostruzione strumentale e artificiosa aggiunge la partecipazione dei sardi a tale processo.</p>
<p style="text-align: justify;">Da giorni, con un andamento crescente, assistiamo alla penosa recita di un rosario di luoghi comuni posticci, ragionamenti privi di qualsiasi logica, mere falsificazioni storiche. Tra chi proclama che i sardi debbano sentirsi partecipi all’epopea risorgimentale italiana perché a Caprera c’è la casa di Garibaldi, a chi convoca a testimonio della propria italianità, sia pure speciale, i nostri morti per il tricolore, è un affastellarsi di <a href="http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/03/16/news/unita-d-italia-anche-l-isola-deve-far-festa-3697685" target="_blank" rel="nofollow" >maldestri tentativi</a> per accreditarsi a Palazzo per il gran ballo di gala, sapendo di non avervi titolo.<span id="more-825"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma in gran parte si tratta di processi si identificazione del tutto patologici, di patetici tentativi di rimozione, di negazione, come tali segnali di un grosso problema. Il filo conduttore nascosto dell’informazione che i media e le istituzioni sarde ci sottopongono in questi giorni è infatti il tema di un trauma, di un lutto, di un dolore tale che non ha lasciato a noi sardi altra scelta se non di dimenticarlo, di rimuoverlo. Analizziamo brevemente questo fenomeno da un punto di vista psicanalitico.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo trauma, noi sardi, lo abbiamo rimosso, e dal momento in cui lo abbiamo rimosso, quando abbiamo cercato le soluzioni per i problemi della nostra terra e del nostro popolo, a volte abbiamo pensato, e pensiamo ancora, di essere capaci di trovarle, nonostante queste soluzioni temporanee eliminino solo il sintomo del trauma. In realtà il problema alla radice non riusciamo ad eliminarlo, e quando gli stessi o nuovi problemi emergono, vengono ancora una volta condizionati e imprigionati dall’energia, dalla catarsi del nostro trauma iniziale. E nonostante questo trauma sia rimosso e finisca in qualche anfratto nascosto del nostro inconscio, e che quindi fatichi a tornare a galla alla coscienza, ogni volta che il meccanismo di censura della nostra coscienza stessa abbassa le difese, ecco che il rimosso ha la possibilità di risalire a galla.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nel nostro caso il problema è che tornando a galla, l’oggetto rimosso dalla memoria è trasfigurato. E non solo è irriconoscibile alla nostra coscienza. La nostra coscienza stessa lo riconosce come se fosse la realtà delle cose. Perciò il problema che normalmente incontriamo è che ci illudiamo che quello che ricordiamo sia veramente la nostra esperienza passata, e che questo ricordo che riemerge sia la registrazione fedele della nostra memoria.</p>
<p style="text-align: justify;">E sebbene continuiamo a rimuovere il trauma iniziale con precisione e costanza, con quella stessa azione del ricordare non facciamo altro che mettere in pratica ciò che in psicanalisi viene detto “coazione a ripetere”. Questo vuol dire che più cerchiamo di dimenticare, e più ci affidiamo alla nostra memoria come se fosse uno strumento infallibile, più l’energia prodotta da questa azione ci induce a ripetere la stessa esperienza traumatica, a commettere gli stessi errori nel nome di una memoria che è parziale e corrotta, sebbene essa si manifesti illusoriamente come registrazione fedele del nostro passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma lasciando per un momento la psicanalisi e tornando a noi, in parole spicciole, cos’è stato questo trauma nella coscienza dei sardi? E prima ancora, cos’è che è stato rimosso, che siamo ancora costretti a rimuovere, dalla nostra coscienza? In che modo, nel nostro tentativo di affermare la nostra identità nazionale, ripetiamo l’errore iniziale? Quale meccanismo s’innesca per cui la memoria ci tradisce, tirandoci brutti scherzi?</p>
<p style="text-align: justify;">Il rimosso appena menzionato è proprio la “nazione”. Ma quale nazione? Si tratta della nazione sarda. Visto che questa nazione l’abbiamo dimenticata, o meglio, nella nostra memoria emerge trasfigurata, trasformata in qualcosa d’altro (la “nazione italiana”), adesso la domanda che potremmo porci è un’altra. Quanti di noi qui presenti, per esempio, ricordano la nazione sarda, o anche solo di aver letto o sentito la parola “sarda” assieme alla parola “nazione”? La nazione sarda, una nazione in cui in passato ci siamo riconosciuti come popolo, che abbiamo amato, che abbiamo criticato, che abbiamo governato, e per la quale abbiamo combattuto uniti in diversi momenti cruciali della nostra storia? Quanti di noi la ricordano?</p>
<p style="text-align: justify;">Se pensiamo ai meccanismi di censura di cui abbiamo parlato poco fa, forse il fatto che non la ricordiamo significa che non sia mai esistita? Siamo veramente sicuri che non sia invece la nostra memoria storica recente, e il modo in cui ci siamo raccontati negli ultimi cento anni, o meglio, il modo in cui gli storici sardi hanno scelto di raccontare le storie del proprio popolo, che ci sta tirando qualche brutto scherzo?</p>
<p style="text-align: justify;">E se invece la nazione sarda non la ricordassimo proprio perché è stata minuziosamente rimossa dalla nostra memoria storica? Potrebbe essere. Ma se non possiamo affermare che abbiamo rimosso la nazione sarda direttamente per via di un trauma, di un lutto, di un dolore che non riusciamo più ad affrontare, possiamo invece dire con sicurezza che questo trauma ha messo le condizioni primarie affinché il nostro inganno mnemonico si manifestasse. L’inganno lo troviamo nel trionfalismo del famoso motto diffuso dagli ideologi del sardismo: SA VIDA PRO SA PATRIA.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ambiguità di questa frase contiene la chiave di lettura del nostro trauma. Ovviamente, a meno che qualcuno in Sardegna non nutra ancora dei dubbi a riguardo, quella parola “patria” nel motto indica la nazione Italiana. Ma qual è il trauma? Se ci pensiamo un attimo, troveremo subito la risposta nelle parole che precedono la parola “patria”, nella frase “Sa vida pro sa patria”. Questo valore, un valore vissuto da moltissimi sardi che parteciparono alla Grande Guerra, un valore da loro pensato, creato, travagliato, ma che certamente non era un dato di fatto per tutto il popolo sardo, è il valore del “Sacrificio”.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui con la parola sacrificio richiamiamo il “sangue” sparso nell’orrore e nell’insensatezza della guerra, una guerra che ha accomunato migliaia e migliaia di giovani di tutta la Sardegna in una esperienza che nemmeno loro potevano capire fino in fondo, e che, con loro, ha gettato nel panico, nel dolore, e nel lutto tutte le famiglie della Sardegna di inizio Novecento. Quello che ha accomunato tutte le donne e gli uomini sardi senza eccezione in questo macello è il sangue versato, il sangue versato in un sacrificio che ha determinato l’incisione, sui nostri corpi stessi, delle tracce del sacrificio di sé e della propria nazione. Una nazione che è stata integrata in un’entità altra, in cui è rinata prigioniera, e noi assieme ad essa, di questo inganno mnemonico.</p>
<p style="text-align: justify;">Che sia chiaro però, questa incisione non è avvenuta direttamente, ma tramite le narrative storiche che sono emerse in Sardegna e sulla Sardegna tra le due guerre mondiali che si sono cristallizzate nella coscienza che il popolo sardo ha di se stesso dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e fino ai nostri giorni. Queste sono le storie, le narrazioni che ci insegnano a scuola e che troviamo per la maggior parte sugli scaffali delle librerie. O meglio, per essere più precisi, è l’assenza delle storie che ci riguardano, delle nostre storie, quelle che danno senso alla nostra esistenza come popolo su quest’isola e nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo infine due elementi su cui riflettere: la nazione rimossa e la causa fondante della sua rimozione, ovvero il “sacrificio” dei sardi nella prima Guerra Mondiale. In questi giorni in cui si parla tanto di nazione, noi sardi dovremmo onestamente riflettere, cercando di sbarazzarci delle tecnologie degli storicismi nazionalisti, sulle domande: “Che cosa significa, oggi, quel sacrificio, per noi sardi?” E ancora: “Chi è stato sacrificato? Per chi?” “Questo sacrificio è forse servito a qualcosa?” “Come si riflette questo sacrificio sulla nostra vita odierna e sulle politiche culturali, sociali, ed economiche della nostra nazione, la nazione sarda?”</p>
<p style="text-align: justify;">I nostri caduti, che la politica unionista sarda continua a strumentalizzare come il cordone ombelicale tra il popolo sardo e quello italiano, forse ci sono altri modi di ricordarli. Un modo diverso da quello ammantato dell’orgoglio del barbaro anelante la civiltà, così tipico del sardismo. Un modo di restituire dignità a speranze tradite da quelli stessi che le avevano generate, parlando di riscatto, parlando di conquista di una vita migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi preferiamo ricordarli rievocando e ri-convocando al presente quella nazione in divenire che loro hanno conosciuto, quella nazione potenziale il cui futuro è stato interrotto e la cui memoria è stata rimossa da un secolo a questa parte. Perché il nostro futuro è aperto, e la decisione su come debba essere sta solo a noi. Sta a noi decidere se trasformare il ricordo, la rimembranza, in una pratica di guarigione e di amore per la nostra terra, verso i noi stessi del passato e del presente, e verso i sardi che vivranno dopo di noi. Sta a noi scegliere se perseverare nella rimozione patogena di noi stessi, avallando e promuovendo la nostra subalternità come se fosse il nostro destino ineludibile, oppure liberarci, liberare la nostra forza, i nostri talenti, le nostre risorse imbrigliate, per consegnare loro un nuovo orizzonte verso cui guardare, aperto e limpido come il nostro cielo, finalmente cittadini di una Repubblica di Sardegna politicamente libera, economicamente prospera, socialmente equa e moralmente degna.</p>
<p style="text-align: justify;">Maltinu Dibèltulu &amp; Omar Onnis</p>
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