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	<title>sovranità Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>A chi tocca decidere e nel nome di chi</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/05/30/tocca-decidere-nel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 May 2013 17:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[università e istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[archivio storico di Cagliari]]></category>
		<category><![CDATA[beni culturali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Archivio storico di Cagliari Nel giorno in cui ad Arborea l’incontro pubblico tra SARAS, funzionari regionali e cittadini può sancire una svolta importante nella scelta dei nostri modelli economici, merita di essere evocato un altro aspetto della questione. Non si tratta in questo caso di stabilire quali siano i paradigmi produttivi e decisionali in ambito...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='A chi tocca decidere e nel nome di chi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2013/05/30/tocca-decidere-nel/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px;"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.sardegnacultura.it/immagini/7_90_20060403160650.jpg" alt="" width="450" height="286" /></p>
<p class="wp-caption-text">Archivio storico di Cagliari</p>
</div>
<p style="text-align: justify;">Nel giorno in cui ad Arborea <a href="http://www.sardiniapost.it/cronaca/scontro-di-civilta-nella-piana-di-arborea/" target="_blank" rel="nofollow" >l’incontro pubblico</a> tra SARAS, funzionari regionali e cittadini può sancire una svolta importante nella scelta dei nostri modelli economici, merita di essere evocato un altro aspetto della questione. Non si tratta in questo caso di stabilire quali siano i paradigmi produttivi e decisionali in ambito industriale ed energetico, bensì di prendere coscienza della rilevanza strategica che rivestono i beni culturali e assumere una posizione conseguente.<span id="more-135"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Di questi giorni è la notizia della proposta di riforma degli archivi statali in fase di discussione presso il ministero competente, a Roma. Se la riforma fosse approvata e resa operativa così com’è, <a href="http://liberos.it/notizie/una-firma-per-salvare-l-archivio-di-stato/643" target="_blank" rel="nofollow" >secondo quanto si apprende</a>, l’archivio storico (statale) di Cagliari, antico di quasi sette secoli, subirebbe un declassamento amministrativo che di fatto ne comprometterebbe la funzionalità. Stiamo parlando di un taglio rilevante nei fondi che ne assicurano l’apertura e la gestione. Per l’Italia, insomma, l’archivio storico di Cagliari non ha una rilevanza tale da meritare una cura speciale, come invece meritano altri archivi sul territorio italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">La reazione preoccupata degli operatori culturali e del personale coinvolto è scontata ed anche comprensibile. Tuttavia mi pare molto debole la soluzione che da questa preoccupazione discende<span id="more-3126"></span>: perorare la causa dell’archivio cagliaritano affinché rimanga nel novero degli archivi di stato, dunque direttamente curato e finanziato dal governo italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">È vero che – da un punto di vista pragmatico e realistico – nell’immediato questa soluzione sembra la migliore possibile ed anche la più realizzabile. Ma essa pecca in modo irrimediabile sia dal punto di vista della cornice generale in cui si inserisce, sia in realtà proprio dal punto di vista pragmatico.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parte sempre dall’assunto – continuamente smentito ma continuamente reiterato – secondo cui ciò che è strategicamente rilevante per la Sardegna lo è per lo stato italiano e viceversa. Come nel caso delle infrastrutture, dell’energia, del turismo, dell’agroalimentare, anche nel campo dei beni culturali tale aspettativa si rivela per quello che è: il frutto di un paralogismo, di un ragionamento errato nelle premesse da cui dunque discendono conclusioni altrettanto errate (e dannose). Si tratta di evidenze oggettive, non di costrutti retorici di natura ideologica. Basta guardare e si vedono le cose per quelle che sono.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, pensare che l’Italia possa avere un interesse strategico nel mantenere e valorizzare il patrimonio archivistico sardo è una pia illusione. Così come presumere che lo stato italiano abbia una qualsivoglia convenienza a mantenere a un livello di efficacia e di rispondenza alle nostre necessità strutturali l’istruzione pubblica e l’università in Sardegna, o a valorizzare compiutamente il settore dei beni storico-archeologici. E questo anche facendo la tara delle carenze profonde, di natura culturale e politica, che da sempre caratterizzano la cura di questi ambiti in Italia. Se ci aggiungiamo che il periodo è decisamente di vacche magre, appare in tutta la sua prevedibilità il sacrificio di ciò che è sardo a vantaggio di ciò che è ben inserito (geograficamente, storicamente e culturalmente) nel continuum italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera carenza, in questo come in altri campi, è tutta nostra. Constatare a quale grado di decadenza siano gli enti culturali sardi, o che sorte infausta colpisce il nostro patrimonio storico e artistico, dovrebbe portare a farcene carico, ad assumerci la responsabilità pubblica della loro gestione e della loro valorizzazione. Si tratta di fattori dalla enorme rilevanza economica, non solo di ambiti preziosi dal punto di vista della memoria collettiva. Solo chi è abituato a guardare il mondo attraverso la cornice deformante della politica culturale italiana può seriamente pensare che investire in cultura, in archivi, in biblioteche, musei, aree archeologiche, in storia e arte, sia una perdita netta di risorse e non un efficace impiego del denaro dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che andrebbe fatto è acquisire al più presto tutti i settori strategici della formazione e della valorizzazione culturale già nella vigenza dell’ordinamento giuridico attuale, così come si è fatto per la sanità e (di fatto ma non di diritto) per le strade. È necessario sottrarre allo stato centrale potestà, competenze e ultima parola in tali ambiti, che in fondo attengono alla nostra sopravvivenza come collettività storica e alla qualità della nostra vita. Le risorse ci sono o si possono reperire (dal taglio netto degli sprechi e delle clientele nella spesa pubblica, all’accesso efficace e pianificato ai fondi europei, al coinvolgimento di investitori privati). Le formule e le soluzioni sono da tempo operative in molte aree del mondo, basterebbe studiare e decidere a lume di ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per prendere coscienza di questo ed agire di conseguenza è necessario che vi sia una visione di noi stessi diversa da quella dominante, e che ci percepiamo, dentro il flusso della storia umana e dentro lo spazio geografico in cui esistiamo, come un soggetto pienamente responsabile di se stesso. È la politica a doversi fare carico di tutto ciò. Esattamente com’è la politica a dover dare risposte alla popolazione di Arborea nel suo confronto con la SARAS, o alla popolazione del Montiferru nel suo confronto con chi intende fare lì prospezioni geotermiche, o alle altre comunità sarde, lasciate in balia di speculazioni, saccheggi, privazioni di risorse proprie. In queste occasioni i sardi si trovano sistematicamente senza voce in capitolo e senza uno sguardo generale, una scelta di campo strategica, da far valere. E la colpa è della nostra politica e, alla fin fine, di tutti noi. Perciò è esattamente là il nodo da sciogliere. E dobbiamo scioglierlo noi, finché siamo in tempo.</p>
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		<title>Sovranità, indipendenza, interdipendenze</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/05/11/sovranita-indipendenza-interdipendenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2011 18:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità]]></category>
		<category><![CDATA[teoria politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fallimento di fatto di uno stato europeo come la Grecia, quasi che fosse una azienda qualsiasi, per di più di modeste dimensioni, non è rilevante per le conseguenze sull’euro o sui crediti vantati verso lo stato ellenico da altri stati (Germania, ad es. ) o porzioni di altri stati (in Italia, la Lombardia). Benché...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Sovranità, indipendenza, interdipendenze' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/05/11/sovranita-indipendenza-interdipendenze/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-11/disordini-atene-sciopero-mentre-160033.shtml?uuid=AaQdjDWD" target="_blank" rel="nofollow" >fallimento di fatto</a> di uno stato europeo come la Grecia, quasi che fosse una azienda qualsiasi, per di più di modeste dimensioni, non è rilevante per le conseguenze sull’euro o sui crediti vantati verso lo stato ellenico da altri stati (Germania, ad es. ) o porzioni di altri stati (in Italia, la Lombardia). Benché sia quello il tema principale affrontato dai mass media e l’oggetto delle preoccupazioni dei grandi <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods" target="_blank" rel="nofollow" >operatori economici internazionali</a>, in realtà, sul piano storico e su quello delle ricadute concrete il tema principale dovrebbe essere quello della sovranità e delle interdipendenze tra stati e tra popoli.<span id="more-286"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Da questo punto di vista assistiamo al caso di un ordinamento giuridico sovrano che di fatto è ostaggio di entità esterne, tanto da dover operare a detrimento dei propri stessi cittadini pur di soddisfare gli interessi di tali entità. Dico entità, perché alla fine ci sono dentro banche, istituzioni internazionali, investitori privati, investitori pubblici: un coacervo di interessi e poteri che comunque esulano dalla sfera di sovranità della Grecia e del suo popolo. Sovranità che pure nessuno formalmente si sogna di contestare o destituire di fondamento.<span id="more-942"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo anche concedere che in questa situazione penosa non ci siano responsabilità di speculatori internazionali e che non dipenda dal funzionamento intrinseco del meccanismo che regola tali vicende finanziarie. Diciamo dunque che la responsabilità sia totalmente attribuibile ai governanti della Grecia stessa, quindi in ultima analisi ai suoi cittadini. In ogni caso, siamo in presenza di una situazione che i padri della modernità politica (i vari Machiavelli, Hobbes, Bodin, e via a risalire il tempo fino ai vari studiosi contemporanei) avrebbero difficoltà a giustificare teoricamente, nel quadro di significati e di relazioni da loro costruito. Il che equivale a dire che tale quadro teorico è in forte crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea di stato sovrano nata ed evolutasi nel corso della modernità sembra sempre meno incarnata dalla realtà. Non tanto, quindi, un ulteriore sviluppo dello stesso processo storico, quanto piuttosto una rottura del medesimo. Se così fosse, bisognerebbe chiedersi come possano in questa nuova fase  trovare riconoscimento e soddisfazione quelli che tutti noi consideriamo diritti basilari dei cittadini, interessi e bisogni, sia collettivi sia individuali, in teoria ancora totalmente legittimi. A che livello e entro quali limiti si da ancora sovranità statale e come questa si collega con la vita pratica delle popolazioni? È accettabile che in base a regole finanziarie, prescrizioni ragionieristiche, teorie economiche, la vita di interi popoli venga sconvolta, deprivata di beni materiali e immateriali fondamentali, trasformata in un tragico conflitto per la sopravvivenza?</p>
<p style="text-align: justify;">Beninteso, che esistano periodi di crisi in cui le aspettative per le nuove generazioni siano decrescenti rispetto a quelle precedenti è del tutto fisiologico, dal punto di vista storico. Niente di cui meravigliarsi. Tuttavia rimane la sensazione di una forma di ingiustizia e di inganno perpetrati ai danni di chi ancora è formalmente portatore di diritti e poteri e invece di fatto non lo è più. Il tutto alla fin fine a vantaggio di pochi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono gli stessi meccanismi secondo cui sono inevitabili e alla fin fine accettabili la precarietà, lo sfruttamento, un tasso minimo di incidenti sul lavoro, l’inquinamento a livello sia locale sia globale, le devastazioni ambientali e culturali di larghe aree del pianeta, i compromessi con la grande criminalità organizzata. Il tutto spesso condito da una retorica ottimistica a sostegno della proiezione verso le magnifiche sorti e progressive che ci sbarazzeranno quasi automaticamente di orpelli costosi e inutili come gli stati, le istituzioni pubbliche, i servizi garantiti, i diritti di cittadinanza. Tutte cose di cui si può fare a meno a patto di poter consumare, e per poter consumare di poter avere un lavoro retribuito (poco, non sempre e a condizioni sempre più inumane). Ma è il migliore dei mondi possibili, in fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la modernità sembra morta e sepolta, a giudicare da tali costrutti propalati come leggi di natura dal mainstream economico, finanziario e mediatico. È morta e ci dicono che dovremmo ballare sul suo cadavere.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece ho il sospetto che una parte consistente della possibile risposta a tutto ciò stia ancora, e ancora per un pezzo, nella cara vecchia sovranità statale. Checché ne dicano i guru politici ed economici, gli stati sono ancora l’unico soggetto politico capace di avere voce in capitolo nel consesso internazionale, gli unici capaci di produrre le dinamiche economiche, giuridiche, culturali entro cui inserire prospettive di benessere, di miglioramento delle condizioni di vita delle persone reali, non delle società per azioni. Solo tali costruzioni della modernità, nelle condizioni storiche date, hanno ancora le facoltà e la forza di condensare a un livello sovralocale e sovrapersonale gli interessi e i bisogni delle porzioni di umanità che essi rappresentano, nonché di intessere quei rapporti di interdipendenza che possono bilanciare e contemperare differenze geografiche, diversità culturali, dotazioni di risorse diseguali e farne una fonte di dinamicità e di maggior benessere per la maggior parte possibile di esseri umani. Contemporaneamente sono anche gli unici agenti politici dotati della forza e della rappresentatività anche simbolica necessarie a contrastare gli interessi privati sovranazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">All’infuori di questo, per ora, non si intravvedono altri mezzi utilizzabili. A meno di non volersi affidare alle avventuristiche intenzioni dell’esigua minoranza del genere umano che trae crescenti vantaggi dalla situazione attuale e che conta di trarne altrettanti, se non di più, nel futuro, fosse anche a discapito di tutti gli altri e del pianeta stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe auspicabile che se ne prendesse coscienza anche dalle nostre parti, anziché stare a frignare per la crisi, per le carenze infrastrutturali, per il disinteresse del governo. Quale governo? O il governo è il <strong>nostro</strong> governo e incarna una sovranità che ci rappresenta e che sintetizza i nostri interessi collettivi, oppure, evidentemente, i nostri interessi non hanno peso né possibilità di essere difesi e soddisfatti. Se appare in crisi l’idea stessa di sovranità statale così come emersa dagli ultimi quattrocento anni di storia, figuriamoci cosa significa, per una terra e una popolazione come le nostre, non avere nemmeno quella! Eppure è esattamente questo uno degli argomenti principali contro le prospettive di indipendenza della Sardegna: uno stato nostro non ci servirebbe. Cioè, piuttosto che essere zoppo a una gamba, meglio essere tetraplegico. Un ottimo ragionamento non c’è che dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Solidarietà al popolo greco.</p>
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		<title>Sovranità o autonomia?</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2007/11/08/sovranita-o-autonomia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 14:06:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[autodeterminazione]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del Governo italiano su una legge della regione Sardegna (LR 23 maggio 2006 n.7, istitutiva della Consulta per la redazione del nuovo statuto regionale) in cui si menziona esplicitamente la sovranità del popolo sardo. Secondo i giudici della Consulta, non sarebbe congruo accostare autonomia e sovranità (come si...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Sovranità o autonomia?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2007/11/08/sovranita-o-autonomia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p align="justify">La Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del Governo italiano su una legge della regione Sardegna (LR 23 maggio 2006 n.7, istitutiva della Consulta per la redazione del nuovo statuto regionale) in cui si menziona esplicitamente la sovranità del popolo sardo. <span id="more-497"></span>Secondo i giudici della Consulta, non sarebbe congruo accostare autonomia e sovranità (come si fa nel testo della legge in questione) in quanto i due principi sarebbero antitetici e incompatibili. Il ricorso del Governo italiano, naturalmente, nasce dall’allarme suscitato dalla parola &#8220;sovranità&#8221;, a prescindere dal merito e dalla forma del testo normativo. La sola, vaghissima evocazione di una pretesa di autodeterminazione da parte dei sardi spaventa lo Stato. La tempestività (inconsueta, bisogna sottolineare) con cui i Governi, tutti i Governi italici, intervengono nelle questioni relative all’autodeterminazione dei sardi è significativa.</p>
<p align="justify">Per anni, ad esempio, la regione autonoma sarda non ha potuto far entrare in vigore alcuna norma sulla lingua e la cultura dell’Isola, proprio a causa dei continui ricorsi dello Stato contro una simile eventualità. Salvo poi, in un momento di distrazione (o di resipiscenza, chissà) inserire la lingua sarda in tutte le sue varianti tra le lingue minoritarie esistenti all’interno dei confini italiani (L 482/99). Il passo era e rimane azzardato: riconoscere il sardo come lingua minoritaria, quindi i sardi come minoranza linguistica, può indurre a trarre ulteriori conclusioni, non tutte accettabili nella logica di &#8220;una nazione/uno stato&#8221; (quelli italiani, ovviamente) che dal Risorgimento e poi dal Fascismo a oggi imperversa nel mondo storiografico e politico.</p>
<p align="justify">Insomma, accettare a cuor leggero una pretesa, sia pur formale e retorica, di sovranità dei sardi sulla propria terra, diventa potenzialmente eversivo per l’ordine costituito.</p>
<p align="justify">Eppure la Costituzione della Repubblica Italiana parla chiaro: &#8220;La sovranità appartiene al popolo&#8221;, recita il secondo comma dell’art. 1. Sovranità, si specifica subito dopo, da esercitare in conformità del dettato costituzionale e delle leggi dello stato, è vero. Ma nulla nella previsione normativa sarda lascia supporre un’intenzione diversa. E d’altra parte se la sovranità appartiene al popolo, specificare in quali termini normativi essa debba essere esercitata da una specifica frazione del popolo (i sardi) su una specifica frazione del territorio (la Sardegna, un’isola) non fa che dare attuazione alla Costituzione medesima, in modo trasparente e nient’affatto eversivo.</p>
<p align="justify">Ma qui, temo, gioca un ruolo la cattiva coscienza dello Stato italico. I suoi rappresentanti sono da sempre portati a considerare la Sardegna come una colonia oltremarina buona per ogni esperimento, al limite come meta turistico/ludica, comunque strategicamente importante (sia dal punto di vista economico sia da quello militare), ma senza diritti di cittadinanza, al di là dei proclami ipocriti di amicizia e rispetto con cui si vela il malcelato disprezzo verso una genia tradizionalmente problematica e <em>minus habens</em>. Inoltre, sia pure ad un livello sub-cosciente, il sistema di potere attualmente dominante in Italia percepisce la pericolosità di un fenomeno annunciato da qualche anno e ormai emergente alla luce del sole: il ribaltamento della posizione politica e culturale della Sardegna da oggetto a soggetto storico. È un processo ancora in corso, ma sempre meno controllabile, che inevitabilmente porterà di qui a pochi decenni a ridisegnare i rapporti tra Italia e Sardegna. Ciò che rimane da verificare è se si tratterà di un processo pacifico, governato politicamente nell’ambito di soluzioni istituzionali condivise, ovvero di una svolta traumatica e più o meno violenta. I segnali che la gerontocrazia italica invia quasi quotidianamente (anche attraverso l’azione dei suoi &#8220;ascari&#8221; <em>in loco</em>) sono pessimi. Vedremo nei prossimi anni.</p>
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