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	<title>società dello spettacolo Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Il sistema cambia pelle</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2008/11/07/il-sistema-cambia-pelle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 09:21:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Barak Obama]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
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		<category><![CDATA[società dello spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si innalzano i peana per l’elezione di un presidente statunitense afro-americano (o giù di lì). Quando si dice che viviamo di simboli, molto più che di meri fatti, non è un’esagerazione. Tutta la faccenda ha un forte sapore di rappresentazione mediatica e di pura narrazione. Come si addice alla società dello spettacolo. Rimane tutta intera...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il sistema cambia pelle' data-link='https://sardegnamondo.eu/2008/11/07/il-sistema-cambia-pelle/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Si innalzano i peana per l’elezione di un presidente statunitense afro-americano (o giù di lì). Quando si dice che viviamo di simboli, molto più che di meri fatti, non è un’esagerazione. Tutta la faccenda ha un forte sapore di rappresentazione mediatica e di pura narrazione. Come si addice alla società dello spettacolo. <span id="more-461"></span></p>
<p align="justify">Rimane tutta intera la pressante incombenza della realtà. La crisi epocale, la transizione di civiltà che ci troviamo ad affrontare. Non basterà il colore della pelle di un uomo, per quanto potente, a far mutare l’inerzia dei processi in corso. Anzi, c’è da scommettere che saranno questi a condizionare l’azione del neo-pesidente americano piuttosto che viceversa. Senza considerare il peso dell’apparato burocratico-militare-industriale statunitense, le aspettative della popolazione circa il proprio tenore di vita e le dinamiche conflittuali già in atto per il controllo delle risorse scarse del pianeta. Non c’è da aspettarsi grandi rivolgimenti nella politica americana. L’opzione bellica è l’unica su cui l’intero sistema statunitense sembra potersi ancora fondare e non sarà abbandonata in nome di qualche generico ideale democratico. In questo, Barak Hussein Obama e molto più uomo di establishment di quanto vogliano farci credere. Come del resto lo era J.F. Kennedy (l’uomo politico più sopravvalutato del secolo, come lo definva E. Hobsbawm).</p>
<p align="justify">D’altra parte, parlare della crisi attuale come di un fenomeno storico improvviso o imprevisto sa più di mistificazione che di ingenuità. È almeno dai primi anni Settanta dello scorso secolo che viviamo la fase di decelerazione e ripiegamento del sistema capitalista. I dati sono tanto evidenti, anche solo uitlizzando i modelli teorici e i criteri di valutazione del sistema capitalista medesimo, che fa specie doverlo sottolineare. La famosa &#8220;età dell’oro&#8221; del XX secolo, ossia i primi tre decenni post-bellici, è stata una parentesi contingente, frutto di una somma di fattori concomitanti che hanno consentito la più rapida e impressionante transizione di civiltà del genee umano da che esso esiste. Naturalmente, l’inerzia dei processi fa sì che l’umanità non proceda tutta all’unisono, che ci siano avanzate, ritardi, acelerazioni e sbandamenti, a seconda delle condizioni particolari di questa o quella area del pianeta o di questa o quella popolazione. Ma la tendenza è chiara da decenni. L’impressione che negli ultimi trentacinque anni ci sia stato un arricchimento generalizzato è del tutto falsa. È il frutto della manipolazione dell’immaginario collettivo, e prima ancora delle stesse informazioni e percezioni, ad opera del potentissimo sistema egemonico. In realtà oltre a un vasto e diffuso impoverimento di larghe fasce della popolazione mondiale, anche nei paesi di quello che un tempo si chiamava il &#8220;primo mondo&#8221; (i paesi capitalisti occidentali e il Giappone, sostanzialmente) si è assistito alla divaricazione della forbice tra la parte più ricca e quella più povera della popolazione. Non c’è stato un vero aumento della ricchezza complessiva, bensì un vistoso spostamento di reddito verso la frazione più forte della collettività. Tanto che oggi si parla diffusamente della crisi, o addirittura della scomparsa, della &#8220;classe media&#8221;. Il tutto, accompagnato dal deterioramento generalizzato della qualità della vita.</p>
<p align="justify">Le ciance sul modello keinesiano contrapposto di nuovo, come panacea, al fallimentare modello liberista, sono fumo negli occhi dell’apparato propagandista dell’egemonia. La sola idea che si possa in qualche modo ripristinare un sistema basato sulla crescita della produzione e dei consumi si scontra con l’evidenza della finitezza delle risorse su cui invece esso dovrebbe fare affidamento illimitato. Il modello capitalista in quanto tale, non importa quanto corretto da alchimie monetariste o dal protagonismo degli stati in economia, mostra la corda. Lo si sa con certezza da almeno un decennio. Da quando cioè sono stati chiari gli esiti non transitori della crisi iniziata trentacinque anni fa.</p>
<p align="justify">Chi ha in mano le sorti collettive, non perché occupa cariche politiche ma perché detiene il controllo delle risorse, sta lavorando al mantenimento del proprio ruolo di potere. Molto meno invece a trovare soluzioni pacifiche, efficaci e condivise per traghettarci verso un sistema consono alle mutate condizioni.</p>
<p align="justify">Questo dobbiamo averlo chiaro, quando valutiamo ciò che ci accade intorno. Senza lasciarci incantare dalle suggestioni propinateci dai mass media <em>mainstream</em>. Comprese quelle, assolutamente sproporzionate e chiaramente fuorvianti, relative all’elezione di un presidente statunitense dalla pelle un po’ più scura.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il sistema cambia pelle' data-link='https://sardegnamondo.eu/2008/11/07/il-sistema-cambia-pelle/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Il sistema cambia pelle' data-link='https://sardegnamondo.eu/2008/11/07/il-sistema-cambia-pelle/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2008/11/07/il-sistema-cambia-pelle/">Il sistema cambia pelle</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>Quando si dice: TV spazzatura…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2008 10:40:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Bosa]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
		<category><![CDATA[società dello spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poche settimane fa, nella ridente città storica di Bosa (costa occidentale della Sardegna) l’azienda che gestisce lo smaltimento dei rifiuti ha proceduto alla sostituzione dei classici cassonetti per l’immondizia. Per cause ignote (ma di sicuro attribuibili ad una organizzazione non proprio efficientissima) per alcune ore i bosani, noti per la loro pazienza, sono rimasti senza...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Quando si dice: TV spazzatura…' data-link='https://sardegnamondo.eu/2008/08/22/quando-si-dice-tv-spazzatura/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p align="justify">Poche settimane fa, nella ridente città storica di Bosa (costa occidentale della Sardegna) l’azienda che gestisce lo smaltimento dei rifiuti ha proceduto alla sostituzione dei classici cassonetti per l’immondizia. Per cause ignote (ma di sicuro attribuibili ad una organizzazione non proprio efficientissima) per alcune ore i bosani, noti per la loro pazienza, sono rimasti senza contenitori per i loro rifiuti. La reazione spontanea e immediata è stata che nel giro di poco tutte le strade bosane traboccavano di ogni genere di immondizia, alla stregua di una qualsiasi arteria napoletana. Per essere fedeli fino in fondo al modello vincente, qualcuno (i bosani sono fantasiosi, per chi non li conoscesse) proponeva anche, con una certa convinzione, di dar fuoco ai mucchi di sacchetti. Operazione di un’astuzia rara, se realizzata nel bel mezzo dell’abitato e in piena estate.<span id="more-465"></span></p>
<p align="justify"> Ora, questo episodio dimostra due cose.</p>
<p align="justify">La prima, secondaria, è che una certa fama guadagnata dai bosani nel corso della lunga storia della città (Melchiorre Murenu docet) forse non è del tutto attribuibile al malanimo di detrattori interessati. Ma su questo si può tranquillamente discutere.</p>
<p align="justify">La seconda, più rilevante, è che l’episodio minimo qui riportato ci spiega perfettamente quali siano i processi che presiedono alla formazione della c.d. opinione pubblica e, più in profondità, dell’immaginario collettivo attraverso il medium televisione.</p>
<p align="justify">Pasolini nel corso di un famoso dibattito televisivo (gira su YouTube, per chi fosse interessato) sostenne una volta, tra lo stupore anche un po’ indignato di illustri giornalisti, che la TV è un mezzo autoritario e falsificatore per sua natura, al di là del contenuto del messaggio trasmesso. Un po’ la conferma della famosa massima di M. McLuhan: &#8220;il medium <em>è</em> il messaggio&#8221;. La cosa là per là non fu accolta bene e soprattutto non fu compresa affatto dagli interlocutori del grande intellettuale friulano. Eppure era una banale e semplicissima constatazione, di cui c’è conferma quotidiana.</p>
<p align="justify">Ora, il caso dei cassonetti di Bosa ci mostra come un modello imposto dalla televisione (i rifiuti per le strade e, caso mai, come suprema celebrazione, il loro rogo) entri automaticamente, senza il filtro di alcuna critica, di alcuna domanda sul senso e sui risvolti concreti di ciò che così si assimila, nella mente e nell’anima dei telespettatori. Che le immagini dei rifiuti venissero fatte vedere col sottofondo di commenti preoccupati o persino di condanna, non ha alcun rilievo. Non è quello il contenuto vero del messaggio. Il bombardamento televisivo inocula nel cervello (di solito alquanto depotenziato) degli individui un virus che poi lo &#8220;formatta&#8221; e lo predispone a reazioni che non hanno nulla a che vedere con il corredo di senso che i commenti giornalistici vi giustappongono.</p>
<p align="justify">Il guaio è che chi controlla e gestisce i mass media <em>mainstream</em> queste cose, empiricamente o per studio, le sa. Siamo noi, la massa indistinta degli spettatori (qualifica che ci designa come soggetto passivo di qualcosa preparato e rappresentato da altri) a non rendercene conto e a subirne le conseguenze. Anche chi ritiene di essere dotato di strumenti interpretativi idonei e si vanta di avere un grado di istruzione elevato spesso è tanto disarmato davanti ai meccanismi dell’Egemonia (come la definiva Gramsci), da non rendersi conto di subire lo stesso condizionamento di chiunque altro, fosse pure il più distratto o ignorante dei suoi vicini di casa. Perché nessuno ci ha insegnato a capire e a utilizzare correttamente i mass media (TV in primis). E i mass media possiedono una forza terribile verso chi non ne conosce il funzionamento e le potenzialità, ossia quasi tutta l’umanità. Il che ovviamente non è frutto del caso o della noncuranza, ma del calcolo di chi ha in mano le famose leve del potere.</p>
<p align="justify">Chi potrà dunque liberarci da questo incubo orwelliano? Temo (pessimismo della ragione) che si debba per forza di cose aspettare il collasso della civiltà capitalista, per venirne a capo.</p>
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