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	<title>rivoluzione passiva Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Essenzialismi culturali, populismo e progetti politici opachi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2015 10:35:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archeologia]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/01/07/essenzialismi-culturali-populismo-e-progetti-politici-opachi/">Essenzialismi culturali, populismo e progetti politici opachi</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Essenzialismi culturali, populismo e progetti politici opachi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/01/07/essenzialismi-culturali-populismo-e-progetti-politici-opachi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.blitzquotidiano.it/wp/wp/wp-content/uploads/2014/09/gigante2.jpg" alt="" width="700" height="467" /></p>
<p style="text-align: justify;">Da circa un anno opera in Sardegna un&#8217;entità chiamata <a href="http://www.nurnet.it/it/259/HOME.html" target="_blank" rel="nofollow" >NurNet</a>. Nata come operazione di raccolta e diffusione di immagini archeologiche sui social media, diventata una sorta di polo di attrazione per contestatori delle verità storico-archeologiche ufficiali, ha assunto nel corso dei mesi una dimensione tale da pretendere di avere voce in capitolo non solo su internet e nei mass media, ma anche nella sfera politica, presentandosi come interlocutore delle amministrazioni locali e dei partiti. <span id="more-1612"></span></p>
<p style="text-align: justify;">È interessante capire chi anima questa iniziativa e chi ne gestisce la comunicazione. Si tratta di un gruppo ristretto che fa capo ad Antonello Gregorini, persona piuttosto nota a Cagliari e hinterland, animatore politico, sostenitore della candidatura di Massimo Fantola alle ultime elezioni cagliaritane, in passato vicino ai Riformatori sardi. L&#8217;area politica di riferimento, insomma, è quella della borghesia di destra, liberale e liberista (o sedicente tale). Niente di illegittimo, naturalmente. Ma è giusto saperlo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;operazione NurNet, come detto, ha rapidamente travalicato i confini della mobilitazione di appassionati di archeologia e misteri, che pure ammontano a molte centinaia di persone in Sardegna, e ha assunto i connotati di una iniziativa sia economica sia politica. Nominalmente, da quel che risulta oggi, si tratta di una &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fondazione_%28ente%29#Fondazioni_di_partecipazione" target="_blank" rel="nofollow" >fondazione di partecipazione</a>&#8220;. I suoi scopi non sono ancora del tutto espliciti. Per ora si occupa del nostro patrimonio archeologico, con una attenzione insistente sul periodo preistorico e protostorico, ma nei suoi documenti e nei suoi comunicati c&#8217;è anche indubbiamente dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per capire qualcosa di più proverei ad analizzare il <a href="http://www.nurnet.it/it/1433/MANIFESTO_del_6_gennaio_a_Mont%27e_Prama._Riconoscersi_Sardi._Ultima_release.html" target="_blank" rel="nofollow" >Manifesto del 6 gennaio</a>, pubblicato da NurNet proprio ieri, a proposito del presidio del sito di Monte Prama. Il fatto è relativamente noto. NurNet accusa le autorità accademiche e civiche di aver sostanzialmente abbandonato il presidio del sito archeologico dei Giganti e ha mobilitato dei volontari per sorvegliarlo in questo periodo festivo. Un&#8217;iniziativa di per sé poco dannosa e anzi per certi versi meritoria. Se non che anch&#8217;essa si inserisce in un quadro ideologico implicito che invece meriterebbe di essere messo in luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo il Manifesto in questione può tornare utile. Vi si leggono naturalmente le accuse di cui sopra rivolte alle autorità competenti, non solo a proposito dell&#8217;asserito abbandono del sito dei Giganti in questi giorni, ma in generale riguardo la condizione degli studi e della divulgazione storica in Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Manifesto si fanno anche delle denunce e si specificano le accuse:</p>
<blockquote><p>Ma come è potuto accadere tutto ciò?<br />
• Secondo noi è accaduto perché il sistema pubblico dei BB CC in genere e dell&#8217;archeologia non è conforme e funzionale, almeno in Sardegna, alla trasparente divulgazione, mirata alla valorizzazione, della nostra storia.<br />
• Lo dimostra anche la recente cronaca di questo scavo. Sono avvenuti dei fatti inspiegabili che ancora appaiono non chiariti. UN PROTOCOLLO D&#8217;INTESA A TRE, eufemisticamente inusuale, a cui segue uno scavo dichiaratamente non protocollare. Il battage mediatico, le polemiche, le reazioni, la propaganda, e poi il silenzio, per arrivare infine all&#8217;abbandono natalizio: Costruire la pentola, senza il coperchio.<br />
• A Natale il più importante sito archeologico del momento è stato lasciato privo di sorveglianza per mancanza di fondi.<br />
Appare corretto tutto ciò? A noi è parso che no e, quindi, eccoci qui, con Voi, a presidiare volontariamente ciò che altri, pagati per questo, non intendono fare.<br />
Ma non è solo una questione di scavi archeologici. Vi è un argomento più importante che noi vogliamo porre come sovra ordinante:</p>
<p><b>LA SARDEGNA HA DIRITTO AD AVERE E VEDERE RICONOSCIUTA , TUTELATA E INSEGNATA LA PROPRIA STORIA.</b></p>
<p>Noi CHIEDIAMO che ai bambini Sardi venga insegnata la storia antica della terra che li ospita, di modo che non facciano gli errori dei loro padri che hanno arato le pietre antiche per far pascolo o le hanno macinate per far ghiaia.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Alla denuncia si aggiunge dunque una richiesta &#8211; sia pure generica &#8211; di tutela e insegnamento della storia sarda nelle scuole. Della storia sarda &#8220;antica&#8221;, è specificato. Ma fin qui niente di clamoroso. Il Manifesto di NurNet però prosegue in questi termini:</p>
<blockquote><p>La comunicazione dell&#8217;archeologia, infatti, non può essere considerata giurisdizione esclusiva degli archeologi; questi hanno un ruolo importantissimo nel nostro piano di sviluppo della Sardegna, ma l&#8217;archeologia sarda colpisce il cuore di tutti coloro che amano la Sardegna e appartiene a tutti i comunicatori liberi del mondo ed è sfera cognitiva ben più ampia di quella meramente accademica.<br />
Domani riprenderanno gli scavi ma noi continueremo a presidiare questo territorio fisicamente e idealmente, attraverso i social network e gli strumenti digitali, e così faremo anche per gli altri siti in cui siano presenti testimonianze archeologiche.<br />
Un&#8217;epoca è terminata, e pretendiamo che inizi il periodo del ri-conoscimento.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La comunicazione e la divulgazione archeologica apparterrebbero dunque non solo e non tanto agli archeologi ma &#8220;a tutti i comunicatori liberi&#8221;. Chi siano questi ultimi non è dato sapere. Qui c&#8217;è un primo problema piuttosto serio. I limiti e le debolezze della nostra archeologia sono evidenti. Sappiamo quanto paghiamo la dipendenza dall&#8217;organizzazione del sapere italocentrica e le conseguenze di questa condizione sono state più volte segnalate, anche in questo spazio. Nondimeno, la risposta a tale problema strutturale non può essere il dilettantismo al potere. Alle lacune e all&#8217;inerzia degli studi archeologici bisogna sopperire con più studi, più fondi, maggiore scienza e conoscenza, maggiore divulgazione di qualità, non col volontaristico impegno di non meglio definiti appassionati. Essere appassionati, avendo magari letto molti libri in materia e coltivando la curiosità in un certo ambito disciplinare, non equivale neanche lontanamente ad aver acquisito una formazione strutturata e competenze professionali adeguate. Altrimenti io sarei un astrofisico. Qui c&#8217;è un rischio gravissimo per tutto il nostro patrimonio storico e per l&#8217;organizzazione del sapere in Sardegna, nonché per le sue conseguenze culturali e politiche. Non a caso nel passo sopra citato si accenna a un &#8220;nostro piano di sviluppo per la Sardegna&#8221;. Ossia, oltre alla passione archeologica c&#8217;è dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco più avanti infatti si legge:</p>
<blockquote><p><b>SIA FINALMENTE INSEGNATA LA STORIA, LA LINGUA, I FONDAMENTI DEL NOSTRO ESSERE SARDI NELLE SCUOLE DELLA SARDEGNA</b></p>
<p>L’apprendimento della lingua e della storia devono costituire un elemento basilare del percorso scolastico, perché non si disperdano i fondamenti del nostro essere Sardi.<br />
Per questo chiediamo che tutte le forze politiche facciano quanto in loro potere per dare attuazione a questo diritto che invece ci appartiene, sempre negato, pur essendo riconosciuto dalla costituzione italiana e dalla carta dei Diritti dei Popoli.<br />
Desideriamo che le comunità sarde, così come avviene per i luoghi e i personaggi di altri periodi storici, rammentino nella toponomastica, nei nomi delle vie, delle piazze, con monumenti, l&#8217;Antica Civiltà Sarda [&#8230;].</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Cosa sono &#8220;i fondamenti del nostro essere Sardi&#8221;? Possono esistere dei fondamenti definibili con certezza di una appartenenza collettiva? E in cosa consisterebbero?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta a questi quesiti può essere positiva solo se si assume come valida la definizione dell&#8217;appartenenza come qualcosa di certificabile. Non dunque una libera scelta, ma una condizione personale. Questo è il fondamento di ogni <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/essenzialismo/" target="_blank" rel="nofollow" >essenzialismo</a>. Materiale ideologico ottocentesco e del primo Novecento che fa suonare un insistente campanello d&#8217;allarme. In base a questo approccio ideologico non solo dunque esisterebbero dei &#8220;fondamenti&#8221; dell&#8217;appartenenza sarda, ma essi sarebbero rintracciabili precisamente nella nostra storia più antica e in pochi, rigidi elementi decisivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui il discorso diventa estremamente pericoloso. Una simile visione generale di matrice etnocentrica, romantica e storicista ha delle conseguenze sul piano politico, sul piano dei valori, sul piano della concezione delle relazioni e dei rapporti di forza dentro la società sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta l&#8217;operazione NurNet, insomma, rivela un disegno che oltrepassa la polemica internettiana sulla mala gestione del nostro patrimonio storico-archeologico. Il fatto che il suo contraltare siano le scorribande squadristiche (fortunatamente solo virtuali) di anonimi difensori dello status quo ci suggerisce solo che rischiamo di trovarci presi nella morsa di due poli oscurantisti contrapposti ma ugualmente minacciosi. Niente di democratico, libero, fecondo, inclusivo. Nulla che abbia realmente a che fare &#8211; a dispetto della retorica para-nazionalista usata in questo caso &#8211; con la nostra emancipazione storica e la nostra autodeterminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Agli addetti ai lavori questa operazione suscita fastidio e ostilità, quasi sempre di natura corporativa. Alcuni di loro confondono volentieri l&#8217;operazione NurNet e i suoi seguaci con gli ambiti politici indipendentisti. Il guaio è che alcuni indipendentisti si sentono attratti dalle sirene di NurNet e alimentano questo equivoco. Tuttavia non c&#8217;è alcuna possibile sovrapposizione meccanica tra la prospettiva politica indipendentista, almeno nel suo versante democratico, laico e progressista, e ciò che NurNet incarna e rappresenta. Ma naturalmente il problema è più generale ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">La necessità di riappropriarci della nostra storia (di <em>tutta</em> la nostra storia e soprattutto di quella moderna e contemporanea, non solo e non tanto di quella più antica) è una necessità strategica. Le modalità con cui tale riappropriazione deve avvenire non sono però neutre. È concreto il pericolo (<a href="https://sardegnamondo.eu/2014/10/13/la-mitopoiesi-come-arma-di-distrazione-di-massa-e-come-strumento-di-egemonia-culturale/" target="_blank">qui già segnalato</a>) che una mitopoiesi di stampo nostalgico e in fondo ostile al sapere rigoroso, disciplinato e verificabile nasconda posizioni politiche populiste e reazionarie. Tale pericolo si manifesta in un momento assai delicato della nostra storia, quando alcune strutture portanti del sistema socio-economico e politico che hanno dominato la Sardegna negli ultimi duecento anni sono in una condizione di grande debolezza. Sostituire ad esse nuove strutture è lo scopo di una fetta della classe dominante sarda, di gruppi più o meno collegati tra loro e più o meno formalizzati, che intendono sostituirsi in tutto o in parte all&#8217;attuale classe politica e ai suoi addentellati negli enti, nelle amministrazioni, nelle aziende sanitarie e negli istituti di credito. Un&#8217;operazione di potere ideologicamente orientata a una visione sostanzialmente antidemocratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta in altre parole del rischio, variamente incarnato e ripetutamente segnalato, di ritrovarci nel bel mezzo di una rivoluzione passiva. NurNet, forse persino a dispetto di alcuni suoi sostenitori, sembra appartenere al novero delle iniziative votate alla normalizzazione della situazione politica e sociale sarda, non alla sua maturazione culturale e civile. Coltivare un forte senso critico in questi frangenti è doveroso. Senza condannare nessuno preventivamente, ma tenendo le antenne ben dritte. Non certo a tutela degli apparati baronali che infestano le nostre università, o della cappa censoria che la dipendenza politica getta inevitabilmente sulla nostra storia, ma prima di tutto a beneficio di valori di eguaglianza, democrazia, inclusione sociale e culturale, libertà di accesso ai beni comuni, che rappresentano i soli fondamenti emancipativi del nostro auspicato riscatto politico.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La madre delle rivoluzioni passive è sempre incinta</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/08/27/la-madre-delle-rivoluzioni-passive-e-sempre-incinta-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Aug 2014 16:58:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il concetto di rivoluzione passiva è uno dei lasciti più fecondi di Gramsci. Non gode dello stesso successo dell’egemonia culturale o di altre categorie gramsciane, ma è decisamente utile per interpretare molto di quanto ci succede in questi anni. Quando si manifesta una crisi  generalizzata, i nodi vengono al pettine, i rapporti di forza emergono...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La madre delle rivoluzioni passive è sempre incinta' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/08/27/la-madre-delle-rivoluzioni-passive-e-sempre-incinta-2/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/d/dc/Marcia_su_Roma.jpg" alt="" width="450" height="351,6" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di rivoluzione passiva è uno dei lasciti più fecondi di Gramsci. Non gode dello stesso successo dell’egemonia culturale o di altre categorie gramsciane, ma è decisamente utile per interpretare molto di quanto ci succede in questi anni.<span id="more-69"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si manifesta una crisi  generalizzata, i nodi vengono al pettine, i rapporti di forza emergono in tutta la loro crudezza, le posizioni sociali e culturali si radicalizzano. Laddove bastava l’elasticità dei fenomeni umani ad ammortizzare le scosse contingenti, si evidenzia invece il limite della *resistenza alla trazione* da parte delle forze sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste fasi spesso le ragioni di malcontento animano improvvise accelerazioni storiche. Sono i momenti buoni per le rivoluzioni.<span id="more-3712"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Quasi sempre queste circostanze sono subite dai gruppi umani che detengono il dominio economico e politico come momenti di estremo pericolo. Non sempre però tale pericolo si traduce in un rivolgimento sociale o politico a loro danno.</p>
<p style="text-align: justify;">Capita che i mutamenti, che minacciano di avvantaggiare chi, fino a quel momento, era in posizione di subalternità o di dipendenza, siano invece realizzati, su un altro piano e con altri mezzi, proprio da chi da quei mutamenti dovrebbe difendersi.</p>
<p style="text-align: justify;">All’occorrenza va bene un semplice colpo di stato, magari di stampo militare. Ma a volte la soluzione è più sofisticata e può passare tranquillamente anche per i meccanismi degli ordinamenti democratici.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo Hitler prese il potere in seguito a una regolare elezione. Gramsci, dal canto suo, parlando di rivoluzione passiva, ragionava a partire dal successo del fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi sono dubbi che stiamo attraversando una fase storica di crisi strutturale, accentuata dal fatto che vi siano coinvolti grandezze e fattori che fin qui nella storia umana non hanno avuto una portata di livello globale (squilibri ecologici, esaurimento delle risorse, sovrapopolamento, migrazioni di massa, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è porzione del pianeta su cui non si riverberi, spesso in modo violento, questo processo in corso. Inevitabilmente anche la Sardegna è colpita da tale crisi e per giunta in una posizione di debolezza che ci espone a conseguenze potenzialmente drammatiche. I segni sono abbastanza visibili a tutti, ormai, e non ci sarà bisogno di attardarsi ad elencarli.</p>
<p style="text-align: justify;">La preoccupazione in questo momento dovrebbe essere quella di cercare un risposta complessiva e altrettanto strutturale alla crisi strutturale in cui ci troviamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Crisi strutturale che nel nostro caso – come detto altre volte – ha radici profonde e non è solo dovuta alla crisi mondiale degli ultimi anni (per la precisione, degli ultimi quarant’anni).</p>
<p style="text-align: justify;">Di questo sono consapevoli in molti, in Sardegna, benché il numero delle persone che ammettono apertamente la portata del problema sia decisamente minore.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa situazione, le possibili vie di uscita politica sono tre, non di più. Schematizzando, le possiamo riassumere così:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211; un primo scenario è quello chiaramente *dipendentista*, in cui nei prossimi dieci anni sostanzialmente cambierebbe poco o nulla sull’isola dal punto di vista politico e da quello socio-economico, culturale e demografico; in poche parole, una reiterazione del modello in corso, con una politica sarda subalterna, votata all’ubbidienza verso i centri di potere e di interesse da cui è sorretta e legittimata; centri di potere e interesse che detteranno le priorità (le proprie priorità), che determineranno dunque l’agenda politica, contando sull’anestetizzazione dell’opinione pubblica e sull’astensionismo di massa per perpetuare questo stato di cose; <strong>l’esito finale sarà una Sardegna molto più povera in termini demografici e culturali e con una distribuzione del reddito ancora più iniqua</strong>; ogni risorsa sarà accaparrata da chi ha la forza per controllarla e gestirla, col nostro <strong>territorio ridotto alla condizione di mera base operativa o luogo di destinazione degli interventi concreti decisi dall&#8217;alto</strong>, siano essi di speculazione turistico-immobiliare (turismo di lusso, sport esclusivi, ecc.), di business industriale (sfruttamento energetico, nuove produzioni ad alto impatto ambientale, inceneritori, stoccaggio e smaltimento di rifiuti pericolosi, ecc.), di asservimento militare (qui siamo già un pezzo avanti), di sfruttamento agricolo (per l’estero); naturalmente <strong>in questo scenario sarà esclusa ogni forma di autodeterminazione e persino di reale autonomia regionale</strong>;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211; un altro scenario possibile vede prevalere nella lotta di potere in corso una nuova aggregazione di soggetti, variamente orientati e di provenienza diversa, legati da una visione conservatrice, accentratrice e sostanzialmente antidemocratica, i quali si presenterebbero come innovatori, magari in nome di concetti come indipendenza, sovranità (o <strong>sovranismo</strong>), ecc.; tale aggregazione punterebbe (punterà) su una retorica radicale, ma su contenuti, scelte ed obiettivi sostanzialmente conservatori; i protagonisti di tale operazione (già all’opera e attualmente alleati tatticamente in massima parte col centrosinistra) puntano a <strong>sostituirsi all’attuale classe dominante sarda, o meglio alla sua espressione politica</strong>; una possibilità, questa, resa piuttosto plausibile dalla situazione di debolezza e inettitudine cui sono ridotti i partiti italiani in Sardegna, diventati degli interlocutori non troppo affidabili per chi ha interessi da giocarsi sull’isola; in questo scenario si potrebbe andare da una situazione di vertenza o anche di conflitto con lo stato centrale, per lo più di tipo formale (con la scelta sempre aperta e in fondo più vantaggiosa di una rinegoziazione su un piano di concessioni autonomiste, tipo: ti lascio mano libera sulla lingua sarda, ma non toccarmi le servitù militari), fino all’estremo di una rottura radicale, con tanto di proclamazione di indipendenza; anche in quest’ultima evenienza si tratterebbe però di una <strong>mera operazione di potere</strong>, declinata se possibile in termini ancora più autoritari rispetto a ciò che abbiamo conosciuto fin’ora, una soluzione comunque in nulla emancipativa; gli esiti concreti per la Sardegna non sarebbero in sostanza molto diversi rispetto allo scenario precedente;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211; una terza possibilità sarebbe quella della costruzione di un’effettiva <strong>autodeterminazione</strong>, caratterizzata da una accentuata democratizzazione politica e sociale, da un recupero di responsabilità sul nostro territorio, le nostre risorse, le nostre relazioni con l’esterno, dalla rigenerazione del nostro tessuto socio-culturale e produttivo; tale soluzione è senz’altro la più difficile: niente congiura a suo vantaggio, dato che anche le condizioni apparentemente favorevoli possono essere più facilmente sfruttate da altre opzioni; ed è una <strong>soluzione propriamente rivoluzionaria</strong>, che non esclude affatto l’esito dell’indipendenza politica della Sardegna, ma senza trasformarlo in un feticcio ideologico utile a mascherare altri disegni; naturalmente questa via non può essere percorsa solo da un’avanguardia isolata, né può essere slegata da una base sociale abbastanza cospicua da sorreggerne gli sforzi (e le sfide elettorali); <strong>la condizione principale perché possa avere prospettive di riuscita è che si diffonda una nuova coscienza collettiva</strong>, in tempi relativamente rapidi, prima di tutto presso le categorie e le classi sociali che fin qui si sono in gran parte affidate ai partiti maggiori o si sono rifugiate (sempre di più) nell’astensione e nella sfiducia: non sarà chi ha da guadagnare dallo status quo ad alimentare questa prospettiva o a farsene persuadere; è l’opzione in cui il popolo sardo, se c’è, deve battere un colpo sulla scena della Storia.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo momento non si intravvedono altri scenari possibili.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, la seconda opzione ha i connotati precisi della rivoluzione passiva. In parte li ha anche la prima, benché in Sardegna il “renzismo” impersonato dalla giunta Pigliaru, come forza dalle sembianze e dalla retorica rivoluzionaria, sia inevitabilmente meno efficace che in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna, inoltre, manca un elemento di tenuta del sistema come è il Movimento 5 stelle a Roma, il che da adito a varie forme di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Poujadismo" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >poujadismo</a> e di populismo a piede libero, di solito senza referenti nel Palazzo (circostanza di cui tenere conto e che offre un elemento di incertezza in più).</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una situazione facile. Di sicuro non è una situazione adatta alle anime belle attratte da altisonanti costrutti teorici, né ospitale per gli ingenui e solo provvisoriamente favorevole al terzismo accomodante.</p>
<p style="text-align: justify;">Toccherà scegliere da che parte stare. La posta in gioco è la sorte della Sardegna e dei Sardi nei prossimi decenni. Le operazioni di riposizionamento o di irrobustimento delle posizioni acquisite sono in pieno svolgimento. Gli investimenti di risorse sono cospicui e chi intende avere un ritorno dai medesimi non guarderà in faccia nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono briciole da spartire: chi si prende la torta se la prende tutta e al massimo ne offre una fetta a chi ha qualcosa da offrire in cambio.</p>
<p style="text-align: justify;">I Sardi in questa situazione sono solo un intralcio, o una pedina da utilizzare alla bisogna e nel caso da sacrificare.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nei prossimi anni e persino mesi potremo osservare il dispiegarsi delle diverse opzioni in risposta alle sollecitazioni esterne e interne. Vedremo se quel che succederà sarà coerente con questa ipotesi o se invece essa sarà falsificata dalla verifica dei fatti.</p>
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		<title>I pericoli della crisi</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/11/07/i-pericoli-crisi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Nov 2013 09:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[autodeterminazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come sempre accade nei periodi di crisi politica, economica e culturale, l’eventualità di un rimescolamento dei rapporti di forza produce azioni e reazioni di vario segno nel corpo sociale. Certe strutture di potere vacillano e finiscono per disgregarsi e nel vuoto che si apre si infilano altri soggetti, pronti a cambiare le carte in tavola,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='I pericoli della crisi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2013/11/07/i-pericoli-crisi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.fantascienza.com/blog/drownedword/wp-content/uploads/2009/04/mussolini.jpg" alt="" width="450" height="333,3" /></p>
<p style="text-align: justify;">Come sempre accade nei periodi di crisi politica, economica e culturale, l’eventualità di un rimescolamento dei rapporti di forza produce azioni e reazioni di vario segno nel corpo sociale. Certe strutture di potere vacillano e finiscono per disgregarsi e nel vuoto che si apre si infilano altri soggetti, pronti a cambiare le carte in tavola, a modificare i rapporti precedenti, oppure a ripristinarli sotto altre forme.<span id="more-108"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente per legittimarsi i soggetti individuali o collettivi che in questi frangenti intervengono nello scenario pubblico devono servirsi di elementi mitologici e narrativi, attinti da un repertorio dato, per lo più già familiare ai destinatari della nuova narrazione. Una nuova narrazione, in ogni caso, di per sé non esprime sempre un reale cambiamento, anzi, spesso maschera una sostanziale conservazione o addirittura una reazione delle forze dominanti fino a quel momento. Vanno sempre osservati e valutati i valori di fondo, le cornici concettuali usate, la coerenza tra parole e prassi, gli obiettivi reali al di là di quelli espressi, i referenti economici e sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi anni, in giro per l’Europa ed anche in Italia e in Sardegna, stiamo assistendo a una caduta dei punti di riferimento consolidati.<span id="more-3408"></span> Da qualche parte è un fenomeno tutto recente e quasi improvviso, che però affonda le sue radici nell’ultimo quarantennio (diciamo dalla fine dell’”Età dell’oro” di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eric_Hobsbawm" target="_blank" rel="nofollow" >Hobsbawm</a>, quindi grosso modo dalla prima metà degli anni Settanta del secolo scorso). Ma capita che i segnali di questa transizione storica altrove siano più evidenti. L’Italia è uno di questi luoghi, vero laboratorio politico e sociale (quasi sempre in senso deleterio: pensiamo alla “strategia della tensione”, al terrorismo, ala corruzione sistemica, alla criminalità organizzata, allo schiacciamento della sfera politica sugli interessi economici particolari, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche la Sardegna fa la sua parte, in questo senso. Fin dai primissimi anni Settanta del XX secolo, l’isola ha conosciuto situazioni di crisi e una lunga stagione di carenze politiche evidenti. Non che siano mancate letture lucide della realtà (basti pensare alla grande elaborazione intellettuale – quasi tutta extra-accademica – dei vari Antoni Simon Mossa, Mialinu Pira, Bachis Bandinu, Eliseo Spiga, Placido Cherchi), tuttavia all’analisi non è mai seguita una sintesi compiuta. Allo sforzo di comprensione dei processi in corso non si è associato un altrettanto lucido tentativo di risolverli in termini politici. Anzi, si può dire che tutto l’apparato di potere sardo (economico, politico e accademico) abbia lavorato a negare la portata dei problemi e a evitare di risolverli, preferendo una costante manipolazione dell’opinine pubblica e un utilizzo dei ruoli decisionali in termini di mantenimento dello status quo, svolgendo fino in fondo, dunque, il proprio ruolo di intermediazione con i veri centri di potere, tutti esterni, cui questo blocco storico dominante sull’isola ha sempre dovuto rispondere per la propria legittimazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la crisi è più evidente e investe con maggior forza le vite delle persone e delle comunità, cosicché è più difficile far valere gli stessi mezzi del recente passato per tenere a bada gli umori diffusi. Non è più tempo di mezzi ordinari e anche la richiesta che nasce dal profondo delle varie collettività si fa più forte. Laddove ci sia un tessuto sociale, culturale e politico più strutturato e solido i processi si traducono in fenomeni che rientrano in qualche modo in una cornice narrativa ordinaria (almeno in apparenza). Le formazioni sociali tengono meglio, la coesione interna alle comunità garantisce una transizione meno problematica (relativamente, s’intende). Dove invece manchino strutture sociali e culturali forti (è il caso dell’Italia) la transizione è più disordinata e traumatica e può dare adito a soluzioni di tipo conflittuale, violento, e poi a normalizzazioni altrettanto dolorose (l’esempio del fascismo è il più didascalico). L’Italia del resto è un paese smemorato, che non ha mai fatto i conti con la sua storia, e dunque è destinata a ricadere nelle stesse brutture (a differenza di altri contesti, in cui dalla storia si è saputo imparare qualcosa, vedi Germania).</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna, alla debolezza economica e sociale a cui siamo stati destinati fin dai tempi della Restaurazione post-rivoluzionaria (duecento anni fa), si somma una profonda debolezza culturale e una coesione interna della nostra collettività costatemente minata e sabotata da chi ha interesse a dominare la situazione senza dover rendere conto ad altri che non siano i propri padroni e/o garanti esterni. In questa situazione generalizzata è estremamente facile che prendano piede componenti sociali di natura reazionaria o violenta o comunque anti-emancipativa, presentandosi però come soluzione alla crisi e come risposta forte, popolare, liberatoria ai problemi con cui una popolazione abituata per almeno due generazioni a un certo grado di benessere consumistico si è trovata a fare i conti quasi all’improvviso.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò, un po’ dovunque, assistiamo al moltiplicarsi di forze di tipo rivendicazionista, nazionalista, populista che adottano retoriche ribelliste, individuano obiettivi seducenti e creano odiosi capri espiatori da abbattere. Pensiamo alle varie congreghe anti-signoraggio, ai gruppi più o meno informali che osteggiano l’Europa (sic!) prendendosela con un facile bersaglio come l’euro e le banche, ai razzisti di ogni latitudine e longitudine, ai complottisti internettiani, agli odiatori della politica tout court (che in Italia ha trovato l’efficace etichetta della Casta a suggellarne lo stigma da nemico numero uno). Varie sigle incarnano queste pulsioni. A volte si tratta di formazioni apertamente fasciste o parafasciste, a volte si dichiarano di ispirazione <a href="http://www.carmillaonline.com/2010/07/21/i-rosso-bruni-vesti-nuove-per/#003561" target="_blank" rel="nofollow" >rossobruna</a>, non mancano i nazionalisti (come gli improbabili <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/UK_Independence_Party" target="_blank" rel="nofollow" >“indipendentisti” inglesi</a>), spesso non si identificano con alcuna posizione ideologica dichiarata ma anzi rivendicano una equidistanza tra destra e sinistra (pensiamo, in Italia, al caso Movimento 5 stelle). Anche l’<a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=14409" target="_blank" rel="nofollow" >indipendentismo</a> e il rivendicazionismo di stampo etnico o localistico sono una facile copertura per questo genere di pulsioni: un esempio clamoroso – anche per il suo successo – è la Lega Nord, sempre in Italia non a caso. In realtà le connotazioni politiche di queste organizzazioni e gruppi informali emergono molto facilmente alla prova dei fatti, quando si tratta di esprimersi su questioni concrete o su problemi reali: razzismo più o meno esplicito, chiusiura culturale, violenza (a volte solo verbale, a volte anche fisica), ostilità per i centri di potere istituzionalizzato (a cui però si strizza l’occhio e si tiene bordone, se capita), sostanziale funzione di normalizzazione e di mantenimento del controllo sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna non siamo esenti da questo fenomeno. Anche una parte sia pur minoritaria del variegato movimento indipendentista ne è vittima (o complice). Ne è caratterizzato fortemente il movimento per la Zona Franca (una sorta di succedaneo depotenziato, manipolato e demagogico dell’indipendentismo). Inevitabilmente ne è pesantemente infiltrato il Mov. 5 stelle sardo. Gli stessi esponenti del centrodestra italiano in Sardegna, a corto di credibilità e risorse politiche, cavalcano quest’onda, incuranti del proprio ruolo istituzionale e dei danni che stanno provocando, a vario livello.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che all’analfabetismo funzionale di una gran parte della popolazione corrisponde un altrettanto forte analfabetismo politico. Maggiore è questa lacuna culturale, maggiori sono i rischi che populismi e ricette semplicistiche mettano radici. La complicità di grossi centri di interesse (pensiamo all’accaparramento di suolo fertile, alla gestione dei beni comuni come l’acqua e l’energia, agli investimenti immobiliari) e dei mass media, che spesso ne dipendono, favorisce la visibilità e il successo delle organizzazioni più o meno formalizzate che impersonano il fenomeno. In Sardegna esso ha la particolare caratteristica di risultare un ottimo espediente contro la montante consapevolezza dell’inaccettabilità della nostra condizione di dipendenza. Proprio sull’isola dunque la funzione normalizzatrice di queste derive politiche si mostra in tutta la sua evidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L’antidoto di lunga durata sarebbe ovviamente un grande sforzo educativo e pedagogico, un investimento massiccio in cultura, in istruzione, in elementi aggreganti ed emancipativi. Sul breve periodo bisogna invece prendere prima di tutto coscienza del pericolo e poi rispondere con la proposta di una buona politica. Non con l’anti-politica, gli allarmismi, le chiamate alle armi (retoriche o meno che siano). Semplicemente una buona, responsabile e costruttiva politica, fatta di proposte serie, di analisi attente ma anche di soluzioni, di comprensione dei fenomeni, di disinteresse personale nella sfera pubblica, di ricerca di una via per l’abbattimento dei vincoli sociali, delle diseguaglianze, dei comportamenti rapaci verso gli altri esseri umani e verso l’ecosistema. Una politica che si opponga alla dipendenza e alla subalternità ma non in termini ideologici e omologanti, bensì dinamici, nel rispetto delle diversità e secondo il principio di responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Se una tale politica non troverà il modo di farsi egemone, di conquistare spazi culturali e istituzionali, il pericolo di una accelerazione della nostra crisi sarà molto concreto. Le ricette facilone e populiste che ci vengono quotidianamente propinate non saranno la soluzione di alcun problema, bensì la causa del nostro declino definitivo. Non è un destino auspicabile. Né per la Sardegna, né per nessun altro.</p>
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