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	<title>religione Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2016 11:18:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Bolzano (Sud-Tirol) un corteo di musulmani ha celebrato la nascita di Maometto. Centinaia di persone di varia provenienza (dal Marocco al Bangladesh), gli uomini davanti, le donne e i bambini dietro, hanno pregato e risposto alle invocazioni degli imam, per le vie del centro cittadino, e nello stesso tempo hanno preso esplicitamente le distanze...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/01/11/liberta-ed-eguaglianza-conquiste-precarie/">Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Libertà ed eguaglianza, conquiste precarie' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/01/11/liberta-ed-eguaglianza-conquiste-precarie/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-2088" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image.jpg" alt="image" width="589" height="302" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image.jpg 558w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2016/01/image-300x154.jpg 300w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /></p>
<p style="text-align: justify;">A Bolzano (Sud-Tirol) <a href="http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2016/01/10/news/bolzano-300-islamici-in-piazza-non-siamo-dei-terroristi-1.12752910?ref=hfaabzec-2" target="_blank" rel="nofollow" >un corteo di musulmani ha celebrato la nascita di Maometto</a>. Centinaia di persone di varia provenienza (dal Marocco al Bangladesh), gli uomini davanti, le donne e i bambini dietro, hanno pregato e risposto alle invocazioni degli imam, per le vie del centro cittadino, e nello stesso tempo hanno preso esplicitamente le distanze dal fanatismo e dal terrorismo.<span id="more-2087"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Bello, opportuno, confortante? Macché: apriti cielo!</p>
<p style="text-align: justify;">I mass media locali hanno amplificato non tanto il fatto in sé, ancor meno i suoi contenuti culturali, quanto piuttosto le prese di posizione critiche di diversi esponenti politici, a loro volta sedicenti portavoce del fastidio dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Pare che a generare lo sconcerto e persino la paura dei bolzanini sia stato l&#8217;uso della lingua araba e il volume troppo alto delle invocazioni. Sembra che alcuni passanti e alcuni turisti, nel vedere avanzare questa folla urlante, e per di più in una lingua minacciosa, si siano dati alla fuga.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare i rappresentanti dei partiti italiani in Alto Adige hanno stigmatizzato precisamente l&#8217;uso dell&#8217;arabo come lingua di preghiera di questa comunità musulmana (per altro, in larghissima misura regolarmente residente in loco).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno ha dichiarato apertamente che dovrebbero pregare in italiano, dato che sono in Italia, o quanto meno in tedesco. Un paradosso significativo, quest&#8217;ultimo: mai si era sentito un politico italiano altoatesino difendere pubblicamente l&#8217;uso del tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno che abbia semplicemente fatto presente che per un musulmano la lingua della fede e della liturgia è e rimane l&#8217;arabo e che questo fatto non ha nulla a che fare con le appartenenze etniche o nazionali, né con rivendicazioni politiche. Fino a cinquant&#8217;anni fa, del resto, i cattolici di tutto il mondo usavano il latino, o più spesso il &#8220;latinorum&#8221;: i ferventi difensori dell&#8217;italianità (o al limite della tirolesità) dell&#8217;Alto Adige hanno poco da dare lezioni, su questo punto. Ma tant&#8217;è.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnalo questo episodio, tutto sommato minore rispetto ai fatti più drammatici di cui sono piene le cronache, perché assomma in sé diverse questioni aperte, su cui è sempre più difficile ragionare serenamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le intenzioni della comunità islamica bolzanina erano non solo lecite ma anche particolarmente apprezzabili. Svolgere un proprio rito in pubblico (con regolare autorizzazione dell&#8217;autorità preposta) e in tale contesto prendere le distanze dal terrorismo e dal fanatismo non è facile, per una comunità eterogenea al suo interno ma comunque tenacemente marginalizzata, guardata con sospetto dal resto della popolazione. Un atto di civismo e di coraggio politico che avrebbe meritato ben diversa accoglienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le critiche mosse alla manifestazione suonano strumentali e capziose. Ci si attacca a un fatto linguistico (in modo ignorante, come detto) o a questioni inconsistenti (il volume delle invocazioni: come se le scampanate delle chiese, anche ad ore inconsulte, non fossero fastidiose), perché non si può dichiarare apertamente che questa manifestazione non andava fatta svolgere.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna esiste ancora un diaframma tra le pulsioni ostili verso la diversità culturale e la loro traduzione concreta in atti repressivi e/o violenti, magari di massa. È un diaframma fragile, costituito fondamentalmente da parole (regole, norme, diritti stabiliti e protetti dall&#8217;ordinamento giuridico), a cui si fa sempre più fatica a dare peso, che quindi va assottigliandosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che chi nega o vorrebbe negare il diritto dei musulmani a svolgere i propri riti e le proprie legittime manifestazioni lo fa sostanzialmente non in nome della laicità (ossia l&#8217;unica garanzia della stessa libertà religiosa), ma in nome di un sistema di credenze, appartenenze e pregiudizi di segno diverso ma nient&#8217;affatto più aperto, libero e democratico di quelli che si rinfacciano agli islamici (o ai rom o a qualsiasi altra minoranza presa di mira sul momento).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche le reazioni ai fatti tedeschi (le molestie di massa verso le donne, la notte di Capodanno) segnalano non la preoccupazione per la natura &#8220;di genere&#8221; di tali violenze, ma solo per la provenienza degli accusati di tali atti. Il discorso somiglia alla rivendicazione di una proprietà violata, più che alla difesa dei diritti e delle libertà civili delle donne (la vera e sola posta in gioco, qui).</p>
<p style="text-align: justify;">Emerge dunque, a vario livello, l&#8217;estrema fragilità di quel sistema di valori, diritti e garanzie sul quale abbiamo per molto tempo basato la nostra pretesa superiorità etica di &#8220;occidentali&#8221; sul resto del mondo. Si mostra in tutta la sua preoccupante precarietà la natura transeunte, sempre revocabile, di condizioni di vita che diamo per scontate, di cui godiamo come se fossero conquistate una volta per tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è così, evidentemente, e le questioni di genere sono un ottimo esempio di questo fenomeno storico. Come segnala lucidamente Giulia Blasi in <a href="https://storie.expost-news.com/la-colonia-in-s%C3%A9-e-la-colonia-in-te-15fa411314ad#.djwhd9pb0" target="_blank" rel="nofollow" >questo pezzo</a>, non solo i civilissimi e emancipati europei attuali hanno poco di cui vantarsi, rispetto agli uomini di altra provenienza, ma ogni grammo di libertà che le donne hanno conquistato nel corso degli ultimissimi decenni rappresenta ancora e sempre una linea del fronte da difendere, un luogo di conflitto tutt&#8217;altro che sopito, interno alle nostre stesse civilissime ed evolute comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">E in fondo non si può dire lo stesso di qualsiasi diritto politico e sociale? Non ci sta insegnando la storia recente, quella del dominio assoluto dell&#8217;ideologia capitalista, che per guadagnare una libertà occorre spendere tempo, energie e vite umane e per perderla basta spesso un tratto di penna?</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che fa più paura nelle dinamiche sociali e culturali di questi anni è la facilità con cui vengono azzerate o svuotate le conquiste sociali e politiche degli ultimi due secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">È palese il tentativo di annullare gli effetti scatenati da quell&#8217;incidente storico che fu la Rivoluzione francese, con tutte le sue conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Non esiste un verso prestabilito, nei fatti storici, non c&#8217;è alcuna teleologia che possa condurre l&#8217;umanità verso le magnifiche sorti e progressive, per inerzia, perché così vuole lo Spirito Assoluto, o Dio, o chissà quale altra entità trascendente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò che di buono in termini emancipativi, di eguaglianza, di giustizia sociale, di libertà gli esseri umani hanno costruito nel tempo va difeso strenuamente e irrobustito costantemente, o andrà perduto.</p>
<p style="text-align: justify;">I rapporti di forza, le forme della divisione del lavoro, il sistema di gestione del potere economico e politico, oggi come oggi congiurano a proteggere gli interessi di una ristretta élite mondiale a discapito della vita del resto dell&#8217;umanità e della stessa biosfera.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli apparenti conflitti tra le varie fazioni dell&#8217;establishment mondiale non devono trarre in inganno circa la vera portata del conflitto in corso. Che poi è lo stesso degli ultimi millenni, almeno da che la specie umana ha inventato l&#8217;agricoltura, la sedentarietà, la proprietà, le religioni istituzionalizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">Assumere come problema fondamentale dell&#8217;Europa di oggi la presenza di comunità di fede islamica dentro i suoi confini è un annebbiamento della ragione, per chi lo subisce passivamente e lo replica meccanicamente, ma è un ottimo strumento di dominio in mano ai padroni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non perché nell&#8217;islam non ci siano aspetti inaccettabili in un contesto pienamente laico e anche francamente detestabili. Ma se fosse solo per quello, cosa dovremmo dire del cristianesimo e specialmente del cattolicesimo? O dimentichiamo che le &#8220;sentinelle in piedi&#8221;, i fanatici in servizio permanente effettivo contro la fantomatica &#8220;ideologia gender&#8221;, gli ostinati difensori della famiglia &#8220;naturale&#8221;, i medici &#8220;obiettori di coscienza&#8221; antiabortisti, ecc. sono tutti roba nostrana?</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che come minimo siamo chiamati a fare, se davvero teniamo nel massimo conto &#8211; come spesso dichiariamo ma quasi mai pratichiamo &#8211; la sfera dei diritti civili e umani, è difendere la laicità delle istituzioni, difendere le residue leggi che proteggono e assicurano quei diritti e quelle libertà, pretendere che non ci sia violenza, provocazione o persino tragedia che possa escluderne la vigenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Cancellare i diritti in nome della loro protezione è un paradosso degno di un romanzo distopico, è l&#8217;incubo di George Orwell fatalmente realizzato. Col nostro consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe dinamiche storiche non possono essere contrastate, ma solo comprese e rese il meno traumatiche che sia possibile. I fenomeni migratori, generati pressoché sempre da situazioni di sfruttamento e conflitto da cui noi stessi abbiamo a lungo tratto esclusivo vantaggio, non possono essere arrestati con la forza o con l&#8217;autoritarismo repressivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Caso mai dovremmo aspirare a rafforzare diritti e libertà, a rendere le istituzioni molto più democratiche e molto più trasparenti, ad ampliare l&#8217;accesso ai beni comuni e a condizioni di vita dignitosa per tutti, indistintamente.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo significa anche rimettere in discussione i modi di produzione, i rapporti sociali, la distribuzione delle risorse. Significa dunque riaprire la partita rivoluzionaria, contro il pensiero unico tardocapitalista e i suoi cascami consumistici dell&#8217;infotainment, della società dello spettacolo, dell&#8217;ineguaglianza eretta a valore sistemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni discorso che enfatizzi la competizione, ogni proposta economica o politica che non tenga conto delle leggi fisiche, delle conseguenze sociali, dei fattori storici reali, ogni appello alla paura e al rifiuto dell&#8217;altro, ogni pretesa oscurantista in campo politico, morale, sessuale vanno respinti come una minaccia mortale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è importante contrastare il fanatismo islamico se non si contrasta il fanatismo in sé, ovunque e comunque si manifesti. Non ha alcun senso vantarsi dei propri diritti e delle proprie conquiste civili se non le si difende prima di tutto dalle nostre stesse classi dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sì sono in prima linea nel condizionamento in negativo delle nostre esistenze, molto più di qualsiasi straniero. Non vedere che Daesh (o Is che dir si voglia), Al-Qaeda, o qualsiasi altra manifestazione più o meno realistica di un possibile nemico collettivo sono banali funzioni di un sistema di produzione e di potere a cui siamo <em>già</em> soggetti, ci fa drammaticamente sbagliare obiettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo è fondamentale, anche nei processi di autodeterminazione in corso, non cedere alle tentazioni del nazionalismo fine a se stesso, della conservazione identitaria, dell&#8217;ostilità verso un &#8220;altro da noi&#8221; dove si assumono sia il &#8220;noi&#8221; sia &#8220;l&#8217;altro&#8221; come soggetti storicamente definiti, omogenei al proprio interno e reciprocamente ostili.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo va salvaguardata la dialettica tra diverse visioni, non solo va tenuta aperta la differenza sostanziale tra i valori, le prospettive e le prassi di destra e di sinistra: questo dovrebbe essere il minimo sindacale.</p>
<p style="text-align: justify;">In un discorso che si presenti come realmente emancipativo va anche necessariamente ristabilita la centralità delle questioni sociali, la rilevanza della questione di genere, la necessità della difesa delle minoranze, il principio dell&#8217;autonomia e del decentramento, la difesa dei beni comuni dai meccanismi dell&#8217;accaparramento e dello sfruttamento capitalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Altrimenti potremo ottenere tutto, in termini politici, tranne che quella libertà di cui ci riempiamo la bocca solo quando si tratta di attaccare volgarmente qualche malcapitato forestiero, meritevole o meno che sia della nostra esecrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vale la pena lottare per qualcosa che non preveda la pluralità, la diversità e tutte le libertà civili come condizioni sine qua non e che non persegua attivamente l&#8217;abbattimento delle ingiustizie economiche, sociali ed ambientali come obiettivi storici del proprio realizzarsi concreto. E questo vale per la tanto vantata democrazia europea e occidentale (in realtà oggi qualcosa di molto simile a una cleptocrazia appena riverniciata) come per l&#8217;indipendenza di una &#8220;nazione senza stato&#8221;.</p>
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		<title>Identificazione plurale, diritti, democrazia</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/09/07/identificazione-plurale-diritti-democrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Sep 2013 14:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
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		<category><![CDATA[identificazione]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Identificazione plurale, diritti, democrazia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2013/09/07/identificazione-plurale-diritti-democrazia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Tutte le dottrine – che siano di derivazione religiosa, filosofica o politica – tendono a semplificare radicalmente il processo di identificazione individuale e collettiva. Si assume un aspetto (spirituale, materiale, relazionale) come fondante per la personalità di ciascuno e intorno ad esso si costruisce un canone etico e pragmatico. <span id="more-118"></span>Così (semplificando), per il cristiano l’essenza della vita umana è la salvezza dell’anima, il rapporto col peccato e con Dio; per un musulmano è il rispetto della regola dettata da Dio medesimo a Maometto; per un marxista il fondamento della persona e delle sue relazioni è il rapporto di produzione; per il liberista è l’interesse materiale individuale; per il nazionalista è l’appartenenza a una stirpe o a un sistema linguistico o a una religione o a un territorio o a una combinazione di questi elementi (a seconda di quale venga assunto come distintivo). E si potrebbe andare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’assolutizzazione di un fattore di identificazione e la sua elevazione a norma universale genera conseguenze positive in termini pratici, in molte circostanze. Per questo ha avuto un certo successo storico. Fa parte della natura umana esaltare tratti comuni e identificarsi in un gruppo, con cui si condividono valori e prassi.</p>
<p style="text-align: justify;">La consanguineità, la necessità di cooperazione e la condivisione di abitudini quotidiane sono il primo stadio dell’appartenenza sin da epoche remote. Siamo animali sociali e viviamo dentro sistemi di relazioni, per di più mediate da processi intellettivi e cognitivi complessi e da un linguaggio simbolico. Tali caratteristiche evolutive si articolano in modi eterogenei in rapporto con i fattori geografici, economici e demografici, quindi storici.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema nasce quando i processi di identificazione diventano complessi e, da fattori evolutivi favorevoli (in quanto garantiscono la sopravvivenza degli individui e dei gruppi umani), diventano fattori di conflitto distruttivi.<span id="more-3290"></span> In questo senso la radicalizzazione dei singoli elementi costitutivi dell’identificazione contribuisce a rendere il conflitto più probabile e in genere inevitabile, oltre che spesso cruento.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo perché la dialettica interna alle società umane è incomprimibile. A dispetto di quanto sostengono le ideologie reazionarie o totalitarie, non esistono società perfette e omogenee, quelle società – per capirci – in cui regnerebbe un “naturale” equilibrio se non intervenissero fattori esterni (una minoranza non assimilabile, una popolazione confinante portatrice di fattori di identificazione diversi, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mondo contemporaneo verifichiamo quanto sia inconciliabile qualsiasi pretesa egemonica di tipo ideologico (in senso lato) con la pace e l’equilibrio nelle relazioni (tra singoli, tra gruppi familiari e/o locali e tra interi popoli). Questo vale persino per le ideologie “di liberazione” (sociale, etnica, religiosa, ecc.), che cioè intendono porsi in opposizione all’ideologia dominante. Tant’è vero che la regola storica è che le rivoluzioni producono prevalentemente nuovi sistemi di dominio (e dunque di discriminazione e di oppressione), semplicemente sostituendo un&#8217;egemonia a un’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella che manca, oggi, è una diffusa e condivisa accettazione della complessità e del pluralismo dei processi di identificazione. Se ci facciamo caso, anche nel dibattito pubblico quotidiano prevale diffusamente la reciproca delegittimazione, spesso basata sul pregiudiziale disconoscimento dell’identificazione altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">Così capita di essere in disaccordo sui valori di partenza e sugli elementi di identificazione individuali di qualcuno e invece condividerne obiettivi pratici e scelte concrete. O viceversa: condividere valori di riferimento, parole d’ordine e concetti astratti e poi essere in totale disaccordo sul piano pratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo non è strano, per quanto possa essere di difficile comprensione, bensì discende dalla nostra stessa natura di animali sociali complessi e dalla nostra relazione dialettica interspecifica (tra di noi) e col mondo (nelle sue varie componenti: climatiche, geografiche, biologiche, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Tale lezione è una di quelle più difficili da comunicare, prima ancora che da imparare. Viola la dogmatica di tutte le ideologie esistenti, dunque è passibile di condanna da ciascuna di esse.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure il grado di evoluzione a cui è giunta la specie umana, la sua crescita demografica e il suo impatto sul pianeta in cui viviamo (l’unico disponibile) ci richiamano a una presa d’atto: la complessità non si può fuggire e non si può comprimere; o la si accoglie e ci si convive, facendone una riserva di ricchezza e di possibilità, oppure si cerca artificiosamente di rimuoverla, con esiti potenzialmente catastrofici (almeno su scala umana).</p>
<p style="text-align: justify;">In soldoni, ciascuno di noi è portatore di una identificazione complessa, che non si può ridurre a un solo elemento, ma che si forma e si evolve sulla base di influenze e di fattori molteplici. La pretesa di ridurre la nostra appartenenza alla categoria del nostro lavoro, o a quella della nostra fede (o non fede) religiosa, o a quella della lingua usata (o non usata, a volte), o alla comunità storica di cui facciamo parte, o al gruppo dei consanguinei, ecc. è una pretesa inconciliabile con lo stadio a cui è arrivata la nostra forma di convivenza sul pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Del che è necessario tenere conto anche nell’elaborazione di orizzonti e di progetti politici. Solo in questo modo, infatti, è possibile declinare concretamente diritti umani e civili e realizzare in termini pratici, storici, una forma realmente dispiegata di democrazia. Altrimenti diritti e democrazia rimangono semplici formule retoriche buone a mascherare rapporti di dominio e di discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna dovremmo affrettarci a metabolizzare un approccio pluralista e complesso alla nostra condizione storica. Il tempo per le differenziazioni semplicistiche (per lo più indotte) è terminato. Le categorie di pensiero e di appartenenza che ci sono state inculcate nel corso degli ultimi duecento anni mostrano ormai tutti i loro limiti e la loro pericolosità pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo deve essere chiaro soprattutto a chi dichiara di volersi impegnare per la nostra emancipazione collettiva. Chi faccia prevalere distinguo di comodo, posizioni dogmatiche, fattori di identificazione di natura essenzialista e discriminante, sugli aspetti pragmatici e sugli obiettivi praticabili, non sta evidentemente lavorando a tale scopo, ma solo a perpetuare o a conquistare una propria posizione di vantaggio individuale, quasi sempre – è inevitabile – a discapito di interessi più ampi e diffusi. Il che, molto semplicemente, non possiamo più permettercelo.</p>
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		<title>Paradossi di filosofia cosmologica ed esistenziale</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2010/05/10/paradossi-di-filosofia-cosmologica-ed-esistenziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 May 2010 15:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[principio antropico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è una cosa di cui non soffre la specie umana è la scarsa considerazione di sé. Nel suo complesso essa è dotata di una propensione congenita a ritenersi il centro di tutto. Persino in epoca moderna e contemporanea, da che abbiamo acquisito la certezza di essere una parte infinitesima e del tutto marginale dell’universo,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Paradossi di filosofia cosmologica ed esistenziale' data-link='https://sardegnamondo.eu/2010/05/10/paradossi-di-filosofia-cosmologica-ed-esistenziale/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Se c’è una cosa di cui non soffre la specie umana è la scarsa considerazione di sé. Nel suo complesso essa è dotata di una propensione congenita a ritenersi il centro di tutto. Persino in epoca moderna e contemporanea, da che abbiamo acquisito la certezza di essere una parte infinitesima e del tutto marginale dell’universo, non abbiamo fatto altro che escogitare trucchi e stratagemmi per negare la nostra contingenza (come diceva <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jacques_Monod" target="_blank" rel="nofollow" >Jacques Monod</a>).<span id="more-364"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_antropico" target="_blank" rel="nofollow" >principio antropico</a> è una costante, a volte nascosta, delle nostre costruzioni intellettuali e filosofiche. Persino le devastazioni che stiamo causando all’ecosistema terrestre  soffrono di questa debolezza delle premesse. Del tipo: Oddio, stiamo distruggendo il pianeta! Mentre è assai più probabile che stiamo semplicemente distruggendo le condizioni della nostra esistenza sul pianeta madesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che come specie abbiamo delle caratteristiche tali da farci evolvere in un certo modo, secondo certe costanti, ma senza alcuna reale possibilità di mutare tali componenti di base della nostra biologia. Non sta scritto da nessuna parte che la specie umana debba durare indefinitamente. Essendo, come ogni altro evento dell’universo, un accidente entropico tra i tanti, è probabile che quelle stesse caratteristiche che ci hanno fatto raggiungere l’apice della nostra parabola evolutiva si trasformino un bel giorno nelle cause della nostra inadeguatezza alla vita su questo pianeta e provochino la nostra scomparsa. Un po’ come i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Trilobita" target="_blank" rel="nofollow" >trilobiti</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il che è addirittura inconcepibile, se ci lasciamo cullare dalle illusioni individualiste che, soprattutto in Occidente, religione cristiana e capitalismo ci hanno instillato a dosi massicce e prolungate per secoli. A ciascuno di noi risulta familiare e pacifico il pensiero che noi stessi, il nostro io individuale, abbia importanza di suo. Addirittura abbiamo concepito la stravagante presunzione che dio,  il principio ordinatore dell’universo, l’entità sovraordinata all’esistente o l’universo stesso – chiamiamola come ci pare &#8211;  si dia pena per le nostre persone singole e particolari, o pretenda qualcosa da noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà così? Io ne dubito. Chi ha fede, si attiene ai precetti che da essa discendono e si mette il cuore in pace. Va benissimo. Non sono di quelli che – ipocritamente – si dicono increduli ma invidiosi di chi ha trovato la fede. Trattasi evidentemente di trucco retorico per salvare capra e cavoli e sperare di non farsi nemici. Per conto mio, chiunque può credere quello che vuole, basta che non pretenda che io faccia lo stesso. In fondo la fede è un ottimo succedaneo di qualche droga, con meno complicanze cliniche. E non è certo quello il metro con cui valutare le persone (lo dimostra il fatto che per ogni confessione religiosa esistono farabutti, mediocri e ottime persone più o meno nelle stesse proporzioni: dal che si deduce che la vera distinzione è tra chi sia un farabutto e chi no, a prescindere da cosa creda o non creda).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il discorso non cambia. E’ del tutto plausibile che presto o tardi, comunque sempre prima che noi stessi riteniamo giunta la nostra ora fatale, ci estingueremo. Non credo che si sentirà molto la nostra mancanza. Per un po’ sorci e scarafaggi deploreranno la scomparsa del loro animale domestico preferito, nonché prima fonte di sostentamento. Ma a parte questo, a chi importerà di noi, da qui alle galassie più lontane?</p>
<p style="text-align: justify;">E il paradosso, in tutto questo, è che questa consapevolezza non mi impedirà, nelle prossime settimane, di occuparmi delle <a href="http://www.irsonline.net/" target="_blank" rel="nofollow" >elezioni amministrative</a> in Sardegna. Se non è patologico questo…</p>
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