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	<title>primavere arabe Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Premonizioni</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/01/30/premonizioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2011 14:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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		<category><![CDATA[politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli eventi che scuotono la sponda sud ed est del Mediterraneo ci interrogano su molti fronti. Il Mediterraneo è in tutto e per tutto il mare nostrum: non perché ci appartenga, quanto perché noi apparteniamo ad esso, alla sua geografia, alla sua storia. Non è pensabile che quanto succede sulle sue sponde non ci riguardi...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Premonizioni' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/01/30/premonizioni/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft" src="https://www.corriereuniv.it/cms/wp-content/uploads/2008/05/mediterraneo.jpg" alt="" width="266" height="123" />Gli eventi che scuotono la sponda sud ed est del Mediterraneo ci interrogano su molti fronti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Mediterraneo è in tutto e per tutto il <em>mare nostrum</em>: non perché ci appartenga, quanto perché noi apparteniamo ad esso, alla sua geografia, alla sua storia. Non è pensabile che quanto succede sulle sue sponde non ci riguardi direttamente.<span id="more-313"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A parte questa considerazione generale, convalidata da millenni di storia, osservando più da vicino possiamo constatare alcune ricorrenze, nelle dinamiche in corso. Paesi non considerati nel novero di quelli più poveri del pianeta soffrono pesantemente della crisi globale, anche in termini materiali, relativamente alla soddisfazione di bisogni primari.<span id="more-720"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò inevitabilmente comporta l’abbassarsi del livello di sopportazione dei disequilibri nella distribuzione delle risorse e nelle distanze socio-economiche tra la fascia più avvantaggiata e quella più povera delle popolazioni. Il tutto reso ancor meno accettabile dalla subordinazione a regimi corrotti, incentrati su figure di leader ormai anziani (dai settanta anni in su), vanamente resi presentabili mediaticamente da operazioni di maquillage chirurgico e/o dalle arti dei truccatori. Leader che si sono imposti come garanti di assetti geopolitici regionali, in virtù dell’appoggio internazionale (specialmente USA, ma anche francese e in genere occidentale), giovandosi del controllo dei mezzi di informazione di massa e della complicità dei maggiori centri di potere (economico, militare, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Tali assetti, oltre che dall’aggravarsi delle condizioni economiche, sono messi in crisi in buona parte dall’imporsi della Rete come mezzo di comunicazione aperto, difficilmente controllabile, alla portata soprattutto dei giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio la mancanza di prospettive accettabili per i giovani, la netta prevalenza di aspettative decrescenti per le loro condizioni, anche in presenza di livelli di formazione ed istruzione più alti rispetto alle generazioni precedenti, sono una delle molle dell’esplosione di malcontento cui stiamo assistendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo, ovviamente, al netto di altri elementi, che pure un loro peso lo hanno o lo avranno, comprese le interferenze esterne o i riposizionamenti dei centri di potere che fino ad oggi tenevano in piedi i regimi adesso contestati.</p>
<p style="text-align: justify;">Se quanto precede non è del tutto infondato, allora non c’è che prendere atto di alcune impressionanti analogie con la situazione italiana: un regime allo sbando, incentrato sulla figura di un anziano leader, implicato in vicende di corruzione, anche morale; una distanza crescente e sempre più percepibile tra detentori di posizioni privilegiate e resto della popolazione; una situazione giovanile precaria e senza molte prospettive di miglioramento. Sono elementi che l’Italia ha in comune con i paesi oggi in subbuglio.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo scenario, è doveroso fare i conti con le possibili conseguenze politiche e sociali su di noi, specie considerando lo stato di crisi profonda della Sardegna. Stato di crisi fin qui sempre gestito e controllato in funzione del mantenimento dell’assetto di potere dominante, grazie a una egemonia pervasiva e occhiuta, padrona dell’offerta politica e mediatica, o di larga parte di essa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma oggi questo assetto di potere mostra crepe e limiti evidenti. Abbiamo avuto un assaggio di quanto possa succedere nei mesi scorsi, con un susseguirsi di manifestazioni, non sempre pacifiche, per le vie di Cagliari, sotto le finestre o addirittura dentro le stanze del Palazzo. Una congerie di vertenze e proteste che per adesso non hanno trovato un collegamento tra di loro, né una sintesi politica. Non è detto che non succeda, però.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto potrà durare infatti questo difficile equilibrio sulla lama del rasoio? Siamo sicuri che non basterà anche qui una scintilla (l’aumento del prezzo di qualche bene di prima necessità, qualche fatto particolarmente simbolico) per far scoppiare l’incendio?</p>
<p style="text-align: justify;">È un problema che come cittadini attivi nella sfera pubblica, oltre che come cittadini e basta, dobbiamo porci, anche perché la scena politica è occupata da figuranti di basso profilo, del tutto inadatti a gestire una situazione realmente critica. Né esiste oggi come oggi una forza politica in grado di imporre una disciplina consapevole al malcontento crescente, benché fino ad ora disgregato, delle tante componenti sociali in fermento.</p>
<p style="text-align: justify;">I nostri fratelli dirimpettai, quegli altri noi stessi che ci guardano dall’altra riva del nostro mare, ci stanno mostrando un nostro possibile futuro prossimo, ci stanno mettendo sull’avviso. La storia non è finita, né si ferma. E non ama tener conto dei desideri o delle aspettative ristrette e limitate degli individui o delle singole categorie sociali. Così come difficilmente tiene conto dell’illusorio controllo che sui processi profondi ritengono di poter esercitare le elite, le consorterie dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe oltremodo auspicabile, date tali premesse, che tra i sardi prendesse finalmente piede una consapevolezza condivisa, il senso di appartenenza a una collettività storica dotata di una soggettività propria, da spendere  come antidoto a derive violente incontrollabili o, verso l’esterno, come forza da opporre all’imposizione di  interessi di parte o alieni.</p>
<p style="text-align: justify;">Spendersi su questa strada, proporre orizzonti di senso condivisi, appellarsi a un bene che sia il più possibile comune, generale, al di là degli egoismi e dei campanilismi, non sarà certamente poco meritorio. L’auspicio è che possa bastare a scongiurare esiti dolorosi.</p>
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		<title>Connessioni</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/01/27/connessioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 09:37:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[eguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[giorno della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[mito identitario]]></category>
		<category><![CDATA[primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il giorno della Memoria, come tutte le operazioni egemoniche, ha il paradossale risvolto di essere in realtà una giornata della rimozione e del non detto. Almeno, per larga parte del mainstream mediatico. Ma in queste faccende la complessità ha spesso la meglio, così, alla fine, l’evocazione ideologica di una memoria che si vorrebbe strumentale ad...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Connessioni' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/01/27/connessioni/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_della_memoria" target="_blank" rel="nofollow" >giorno della Memoria</a>, come tutte le operazioni egemoniche, ha il paradossale risvolto di essere in realtà una giornata della rimozione e del non detto. Almeno, per larga parte del <em>mainstream</em> mediatico. Ma in queste faccende la complessità ha spesso la meglio, così, alla fine, l’evocazione ideologica di una memoria che si vorrebbe strumentale ad assetti strutturali di dominio, diventa anche motivo di ragionamenti e sguardi diversi, a volte stridenti o rivelatori.<span id="more-314"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa c’è in comune, ad esempio, tra i focolai di rivolta che agitano la sponda est e sud del Mediterraneo (per ora) e l’Olocausto? E noi, noi popolo senza Storia, o fuori dalla medesima, cosa abbiamo a che fare con tutto ciò?</p>
<p style="text-align: justify;">Una possibile chiave di lettura con cui aprire lo scrigno del rimosso è uno dei pilastri della Modernità trionfante, almeno sulla carta. È quel principio di eguaglianza, quello che campeggia tra le parole d’ordine della Rivoluzione Francese, che è invocato e sancito da tante carte costituzionali e dalla stessa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_universale_dei_diritti_dell%27uomo" target="_blank" rel="nofollow" >dichiarazione dei diritti universali dell’umanità</a>. Una delle conquiste fondanti della nostra era, ora al tramonto.<span id="more-714"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, proprio la Modernità più prossima a noi ha decretato il tradimento profondo di tale principio. Tradimento per perversione e tradimento per elusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1889, a cento anni dalla Grande Rivoluzione, a Parigi si celebrò l’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Expo_1889" target="_blank" rel="nofollow" >Esposizione Universale</a>, grande dimostrazione di trionfo della civiltà umana, il cui simbolo (originariamente pensato come provvisorio) era la Torre Eiffel. Proprio tra i padiglioni dell’Expo, all’ingresso, c’era una zona adibita a zoo, uno zoo in cui si dava conto della varietà non di specie animali o vegetali esotiche, ma delle “razze” umane. Indigeni, nativi dei quattro angoli del mondo, “selvaggi”, erano esposti lì come esemplari da osservare con meraviglia e soprattutto  con gratitudine per la propria condizione di esseri umani evoluti, superiori.</p>
<p style="text-align: justify;">Era l’epoca del grande colonialismo e dell’antropologia positivista, ricordiamolo. La diseguaglianza tra gli uomini era finalmente giustificata da teorie scientificamente accertate, dal consenso della comunità accademica del mondo civilizzato. Che esistessero razze diverse, per lo più “inferiori” a quella bianca europea, era un dato comunemente accettato. Non dimentichiamoci che tra queste strane comunità umane c’eravamo anche noi sardi, non ancora italiani speciali, ma più che altro una sorta di enclave semitica, “orientale” (come sosteneva il buon <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Bresciani" target="_blank" rel="nofollow" >padre Antonio Bresciani</a>), nel bel mezzo del Mediterraneo europeo. Razza, tra l’altro, come accertato dagli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Niceforo" target="_blank" rel="nofollow" >studi antropologici</a> di quegli stessi anni, “congenitamente delinquente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Era la <em>Belle Epoque</em>, poco da dire. È vero che a Cagliari giravano i tram, si andava al caffé e al teatro e si stampavano e leggevano riviste e giornali, ma la Sardegna e i sardi appartenevano comunque a quel limbo di terre e genti dimenticate nell’oblio dalla grande Storia, popolazioni la cui sorte era possibile riscattare solo in virtù di una superiore civiltà (quella italiana, nel nostro caso) che le avrebbe estratte dai bui recessi dello stato di natura.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scorta dell’antropologia positivista, dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eugenetica#Diffusione_della_teoria_eugenetica" target="_blank" rel="nofollow" >eugenetica</a> e di una strana interpretazione della selezione naturale darwiniana, si giustificavano allora le distanze sociali (era in corso una poderosa rivoluzione industriale e tecnologica, nel frattempo) e quelle culturali. Di lì a poco, si comincerà anche a giustificare la segregazione degli “inadatti alla vita”, come i pazzi, gli storpi, i malati, i portatori di tare genetiche e poi “razziali”. E non nella Germania nazista, ma negli Stati Uniti e in altri civilissimi e democratici paesi. Il nazismo non fece che assolutizzare e rendere sistematica una rimozione del principio di eguaglianza già ampiamente messo di fatto e di diritto in discussione in molte altre parti del mondo europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Che il tutto fosse funzionale ad assetti di potere e a vantaggi di classe lo diciamo <em>en passant</em>. Il trionfo del capitale passava anche per queste vicende meno presentabili, che ci piaccia o no ammetterlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché oggi, proprio oggi che si celebra invece la condanna universale degli orrori nazisti, della strage di ebrei, rom e sinti, omosessuali, comunisti, sovversivi, malati, ecc., dovremmo ricordarci del principio di eguaglianza e applicarlo ai casi presenti? Be’, a uno sguardo non superficiale sui fatti di questi giorni (rivolte in Tunisia, Algeria, Egitto, Albania e prima ancora in Grecia) non può sfuggire che una delle cause profonde del malcontento generalizzato è la pervasiva disparità di condizioni sociali ed economiche, le aspettative decrescenti di tutta una generazione di esseri umani destinata a vivere peggio dei propri genitori, la constatazione che mentre larga parte delle popolazioni si impoveriscono, una minoranza di privilegiati prospera.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fallimento storico generalizzato dell’applicazione di quel principio, troppo spesso relegato alla sua accezione meramente formale, è una delle radici della situazione conflittuale contemporanea e sarà una delle ragioni dei disordini, anche violenti, di là da venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché il principio di eguaglianza, una volta enunciato e proclamato come fondante della nostra convivenza civile, è difficile da eliminare del tutto. Può essere pervertito, parzialmente vanificato, rimosso dall’agenda politica e dalle scelte economiche decisive. Ma non può essere cancellato del tutto. Né dalla memoria  collettiva (appunto), né dalla storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il principio di eguaglianza è il contrappeso necessario che la Modernità ha saputo ideare a contenimento delle stringenti e spietate dinamiche interne del capitalismo. Quelle stesse dinamiche che si vorrebbe oggi applicare pure e semplici, a ogni ambito della nostra vita, beni fondamentali compresi, in virtù di una loro presunta naturalità e inevitabilità, di una loro immanenza nel tessuto storico umano. Mano invisibile provvidenziale cui affidare la nostra sorte collettiva e dunque individuale. Non lo sentite anche voi, quasi ogni giorno, il reiterato richiamo ai “Mercati”, cui sarebbe necessario rispondere nelle scelte politiche macroeconomiche e sociali? Un’entità impersonale, sovranazionale, onnicomprensiva a cui rendere conto delle nostre necessità vitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il principio di eguaglianza o è praticato concretamente o non è che un <em>flatus vocis</em>. L’eguaglianza o è sostanziale o non serve ad altro che a coprire retoricamente una realtà totalmente divergente. Eguaglianza intesa come rispetto per tutte le diversità, per tutte le minoranze, ma anche come garanzia generalizzata di poter portare a compimento la propria persona, di poter cercare liberamente il proprio posto nel mondo. Perché senza la concretizzazione di questo principio, anche quello parallelo di libertà perde consistenza, finisce per essere un eufemistico sinonimo di arbitrio, di difesa dei privilegi acquisiti, di discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione: alcune parole d’ordine, alcune cornici concettuali grazie a cui si giustificavano emarginazioni, sopraffazioni e poi stermini, ricominciano a circolare liberamente anche oggi. Che a qualcuno, in una civile e democratica città dell’Italia, venga negato un diritto (per esempio di accedere a una casa a fitto controllato) per via del suo status di straniero immigrato, puzza tanto di discriminazione razziale, o sociale. Che da qualche parte in Italia si proponga, asserendone la perfetta legittimità politica e giuridica, l’eliminazione da scuole e biblioteche di alcuni libri per via delle posizioni politiche dei loro autori, sa tanto di avversione per il pensiero complesso e/o divergente, potenziale prodromo dell’eliminazione fisica, tramite apposito rogo, di quegli stessi libri, e di tutti gli altri, magari.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, oggi, nella giornata della Memoria, proviamo a esercitare sul serio questa mirabile facoltà del cervello umano. Ricordiamo e connettiamo i ricordi. Riappropriamoci di anticorpi civili e politici che qualcuno sta cercando di debilitare. Rimettiamo al centro della nostra riflessione e della nostra prassi il principio di eguaglianza, inadempiuto debito dell’umanità moderna verso se stessa. Solo a questa condizione varrà la pena di celebrare questa ricorrenza.</p>
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		<title>Depressione</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/01/10/depressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 09:29:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[PISQ]]></category>
		<category><![CDATA[primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Neanche il tempo di sbarazzarsi dei rimasugli delle feste, ecco che ripiombiamo nella realtà. Com’è che la realtà è sempre triste, dalle nostre parti? Quasi per definizione: la “triste realtà”. Niente di strano dunque che, mentre duecento chilometri più a sud scoppiano tumulti per il rincaro dei beni di prima necessità (come da noi cento...</p>
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<p style="text-align: justify;">Neanche il tempo di sbarazzarsi dei rimasugli delle feste, ecco che ripiombiamo nella realtà. Com’è che la realtà è sempre triste, dalle nostre parti? Quasi per definizione: la “triste realtà”. Niente di strano dunque che, mentre duecento chilometri più a sud scoppiano tumulti per il rincaro dei beni di prima necessità (come da noi cento anni fa e forse ancora fra pochi anni), viene fuori <a href="http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/209495" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >la notizia</a> che i sardi sono i più depressi tra i cittadini italiani.<span id="more-322"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Non riesco a non ricondurre questo dato statistico (per altro non nuovo) alle notizie (anche queste poco sorprendenti) relative alle <a href="http://www.unionesarda.it/Articoli/Approfondimenti/209089" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >nuove indagini sanitarie nella zona del Salto di Quirra</a>. Misteri, dati sull’incidenza di patologie neoplasiche (tumori) fuori norma, cortine fumogene da parte delle autorità, sostanziale impotenza, rassegnazione. Questo il quadro della situazione da quelle parti. Non da oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo per cui le due notizie mi sembrano collegate è che entrambe hanno attinenza con  il senso di profonda frustrazione collettiva <strong>e dunque</strong> individuale in cui versiamo da troppo tempo. Frustrazione ormai metabolizzata, tanto da essere spontanea, connaturata in noi, non meritevole di analisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il senso di impotenza, di marginalità, di un’esistenza deprivata, grava sulle nostre anime come un peccato originale, ereditato dal passato senza che nemmeno riusciamo a ricondurlo a una colpa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non riuscire a concepirci come collettività, non coltivare il senso di appartenenza alla nostra terra, non riuscire a iscrivere la nostra vicenda storica in un orizzonte che ci appartenga, agevolano il fatalismo e la rassegnazione, anticamera della depressione. Viviamo la crisi del presente come l’ennesima manifestazione, solo quantitativamente più intensa, di una crisi più profonda, che ci denota <em>in quanto sardi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo come esempio proprio la questione delle servitù militari. Dagli anni Cinquanta del secolo scorso la Sardegna è sottoposta a un regime di spoliazione del territorio e di sottrazione di risorse a cui si accompagna, sempre più evidentemente, un danno nella salute dei cittadini, cui non corrisponde più nemmeno il parziale risarcimento di qualche vantaggio occupazionale (tutto da verificare, ma solitamente accettato acriticamente come contropartita). Situazione che si riproduce pari pari nella questione delle servitù industriali.</p>
<p style="text-align: justify;">Decenni di passività in questo ambito non hanno certo prodotto una mentalità reattiva. L’inerzia  rassegnata o persino colpevole  della classe dirigente sarda non ha aiutato di certo a modificare la situazione. A tal proposito, la retorica rivendicazionista messa in campo a suo tempo dalla giunta Soru non ha sortito alcun effetto, come era da prevedersi. Se non si mette in discussione la stessa legittimità dell’occupazione militare del territorio sardo c’è poco da rivendicare. Il problema andrebbe affrontato alla radice, senza piagnistei del tutto inutili e anche mortificanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Impotenza, dunque. Ma non impotenza come destino ineluttabile. La condizione di marginalità e insignificanza, così come l’ideologia della povertà endemica e delle sofferenze ineliminabili, fanno parte di un immaginario indotto, funzionale al mantenimento del sistema egemonico dominante.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è affatto vero che la Sardegna sia una terra povera. Andiamo a raccontarlo a quelli della Valsugana o di certe zone del Veneto che siamo poveri: ci rideranno in faccia. O si offenderanno. Giustamente. La Sardegna  non è mai stata povera. Certamente ha sofferto nel corso del tempo, sotto vari regimi economici e politici, di  gestioni e distribuzioni delle risorse non sempre equilibrate. Ma è stata ed è fondamentalmente una terra impoverita, mantenuta artificiosamente in una condizione di depressione – appunto – civile ed economica.</p>
<p style="text-align: justify;">La depressione individuale di cui soffrono tanti sardi non è estranea alla autocommiserazione e al fatalismo così tanto diffusi, legati a loro volta a una condizione materiale sempre precaria. L’idea di essere “lontani” da ciò che di importante produce ed esprime il mondo (essere “fuori dalla Storia”), la percezione di una sorta di soffocante piccolezza, tanto economica quanto culturale, sono tutte false rappresentazioni della realtà su cui si basa l’ideologia mortificante che ci opprime, il mito tecnicizzato della sardità come “specialità” folclorica e residuale di qualcos’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lavorare per destituire di fondamento questa mitologia della perenne sconfitta collettiva servirà anche a togliere alimento alla sindrome di inutilità del vivere di cui soffrono tanti di noi. Il riscatto storico, collettivo, sarà il tonico che contribuirà alla guarigione dei nostri spiriti malati.</p>
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