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	<title>pocos locos y mal unidos Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Divide et impera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2015 12:17:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le cronache riportano di festeggiamenti in piazza da parte di alcuni sassaresi per la retrocessione del Cagliari calcio in serie B. Benché a molti questa manifestazione di campanilismo sia sembrata incongrua e di cattivo gusto, o addirittura politicamente significativa, ritengo che si sia trattato di un episodio del tutto innocuo e abbastanza scontato. La rivalità...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/05/18/divide-et-impera/">Divide et impera</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Divide et impera' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/18/divide-et-impera/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" src="https://sd.keepcalm-o-matic.co.uk/i/keep-calm-and-divide-et-impera.png" alt="" width="600" height="700" /></p>
<p style="text-align: justify;">Le cronache riportano di festeggiamenti in piazza da parte di alcuni sassaresi per la retrocessione del Cagliari calcio in serie B. Benché a molti questa manifestazione di campanilismo sia sembrata incongrua e di cattivo gusto, o addirittura politicamente significativa, ritengo che si sia trattato di un episodio del tutto innocuo e abbastanza scontato.<span id="more-1825"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La rivalità tra Sassari e Cagliari è plurisecolare e lo spiritaccio sassarese è universalmente noto. Mi sarei meravigliato se non fosse successo, insomma. In più mettiamoci anche che raramente una retrocessione è stata più meritata (solo quella del 1999-2000, sotto il padronato di Massimo Cellino, può reggere il confronto), e il tasso di fastidio tende improvvisamente a scemare, fino allo zero.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente gli aspetti sportivi, in questa faccenda, sono i meno rilevanti. Quella che si evoca in proposito è l&#8217;eterna maledizione dei &#8220;pocos, locos y mal unidos&#8221; e dell&#8217;invidia. Il perculamento sportivo viene assunto come sintomo di un male più profondo, atavico e tutto nostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho speso qualche parola, sia in questo blog sia in <a href="http://www.arkadiaeditore.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1274:tutto-quello-che-sai-sulla-sardegna-e-falso&amp;catid=23:eventi&amp;Itemid=33" target="_blank" rel="nofollow" ><em>Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso</em></a>, per analizzare e stigmatizzare questo vezzo di attribuirci come tipici dei tratti culturali che invece condividiamo con la nostra intera specie. Una forma di presunzione, se vogliamo, che però non ha alcun fondamento. Non ci tornerò su.</p>
<p style="text-align: justify;">Andrebbe caso mai affrontato il tema del particolarismo e della ristrettezza di orizzonte mostrata da molti sardi, sfuggendo possibilmente alla facile tentazione dello stereotipo deresponsabilizzante e contestualizzando fenomeni e circostanze.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, più che gli sfottò dei sassaresi verso i tifosi del Cagliari (che per altro non coincidono affatto con i cittadini di Cagliari, come i torresini fanno finta di non sapere), mi sembra più significativa l&#8217;attitudine con cui moltissimi sardi si avvicinano alle imminenti elezioni amministrative. Su questo terreno, più che su quello del tifo sportivo (fenomeno irrazionale e sfuggente alle classificazioni quant&#8217;altri mai) si può tentare un ragionamento sugli egoismi e sulla ristrettezza di vedute di una buona parte della nostra gente.</p>
<p style="text-align: justify;">Sfido chiunque a provare che una frazione consistente del voto non si esprimerà solo ed esclusivamente sulla base di favori personali, clientelismi, conoscenza diretta, appartenenza di clan o di gruppo di interesse. La retorica che descrive la politica come una cosa sporca e che si fonda sull&#8217;assunto che &#8220;tanto tutti sono uguali&#8221; è usata precisamente dagli stessi che poi decidono di votare uno o l&#8217;atro dei candidati esclusivamente secondo criteri di mero calcolo egoistico. L&#8217;altro versante della questione è quello degli astenuti, che però spesso si astengono non per scelta consapevole e per testimonianza politica, ma solo per mancanza di vantaggi diretti dal voto e/o per pura ignoranza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine il virus pandemico dell&#8217;antipolitica ottiene il risultato &#8211; controdeduttivo se le argomentazioni di chi si scaglia contro la politica fossero sensate &#8211; di rafforzare quel sistema o quella &#8220;casta&#8221; contro cui ci si scaglia così volentieri.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;antipolitica non è certo quella di chi fa una critica radicale al vigente sistema di potere, proponendo un&#8217;alternativa. L&#8217;antipolitica è prima di tutto quella della nostra classe dirigente (definiamola così, per comodità), che da tempo prospera sulla mancanza di consapevolezza dell&#8217;elettorato, sui legami clientelari, sul particolarismo eretto a sistema, sulla mancanza di un orizzonte di valori e di interessi che non sia puramente ombelicale. La stessa retorica dei &#8220;pocos, locos y mal unidos&#8221; è alimentata e usata a piene mani proprio da quel grumo di interessi e di posizioni dominanti che si avvantaggia direttamente dallo status quo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così è molto facile fare in modo che niente cambi, o che, se qualcosa cambia, in realtà non cambi nulla. Pensiamo all&#8217;assurdità a cui porta il particolarismo promosso e foraggiato da chi detiene posizioni di potere in un caso specifico, quello della questione linguistica. Tutti sappiamo &#8211; o dovremmo sapere &#8211; che uno dei fattori determinanti della salvezza e della emancipazione della lingua sarda è la sua standardizzazione e la sua diffusione tramite le agenzie formative principali e i mass media.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, proprio su questo terreno fin qui ha avuto un compito estremamente comodo chi è contrario a tale processo di formalizzazione e di unificazione. Dal mancato compimento di tale processo si traggono poi considerazioni strumentali a favore dello stereotipo della inevitabile dialettizzazione del sardo o della sua inutilità pratica o, in generale, dell&#8217;incapacità dei Sardi &#8211; in quanto tali &#8211; di fare qualcosa insieme nell&#8217;interesse generale. Cioè, chi propala la tossina alimenta artatamente il contagio e ne trae vantaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">È un esempio abbastanza clamoroso di quanto sia facile disarticolare nel profondo la nostra collettività storica, pervadendola di divisioni spesso fittizie e controproducenti per coloro stessi che poi se ne fanno paladini, governando lo status quo tramite l&#8217;imposizione di poche, mirate cornici concettuali debilitanti, facilmente veicolate attraverso il controllo delle istituzioni politiche e culturali, tramite la gestione dell&#8217;organizzazione del sapere ufficiale, tramite le possibilità clientelari. È l&#8217;egemonia culturale, bellezza!</p>
<p style="text-align: justify;">Qui c&#8217;è un bel problema da risolvere, molto più grosso delle rivalità sportive o di campanile. Un problema che ha le sue radici storiche nel collasso degli orizzonti di riferimento delle nostre comunità e dentro le nostre comunità, avvenuto <a href="https://sardegnamondo.eu/2007/10/15/spopolamento-e-poverta-in-sardegna-tra-antichita-ed-evo-contemporaneo/" target="_blank">in epoca moderna e contemporanea</a>. Su questo occorre una presa di coscienza da parte della nostra società civile e della nostra classe intellettuale (almeno di quella non compromessa e organica al sistema di dominio vigente). Bisogna essere coscienti di tale questione e chiamarsi fuori dalle facili scappatoie o dall&#8217;angolo confortevole rappresentato dal senso comune e dai cliché.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è nulla di atavico o di innato nel localismo o nell&#8217;egoismo che spesso ci pare contraddistinguere i Sardi. Si tratta di un esito storico costruito in decenni o addirittura secoli di pratiche di potere, imposto tramite scelte precise, vantaggiose per una minoranza e dannose per tutti gli altri, sia pure con diverse gradazioni. In fondo in queste condizioni è facile deviare il malcontento verso bersagli di comodo, che si tratti del tifoso di un&#8217;altra squadra o dell&#8217;immigrato o dell&#8217;Europa (qualsiasi cosa significhi) o dei &#8220;politici&#8221; (genericamente intesi).</p>
<p style="text-align: justify;">Su queste trovate in fondo grossolane, ma efficaci, si regge un intero sistema di dominio, i cui primi beneficiari non sono ostili stranieri desiderosi di sottometterci, o chissà quale congrega misteriosa che agisce nell&#8217;ombra, ma altri sardi in carne, ossa e interessi materiali. E non è certo la politica ad essere fonte di tale situazione, quanto la sua mancanza.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, da tifoso del Cagliari sono disposto a mandare giù i festeggiamenti in piazza dei sassaresi per la retrocessione della mia squadra del cuore, a patto che non vengano enfatizzati come segni di un problema che ha altre dimensioni ed anche altri esiti, e che servano non come arma di distrazione di massa ma come stimolo alla riflessione e all&#8217;assunzione di responsabilità di tutti sulle questioni fondamentali a cui è necessario dedicarci.</p>
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		<title>La salvezza è nella forza che non sappiamo di avere</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2012/12/23/salvezza-forza-non-sappiamo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Dec 2012 10:49:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione sarda]]></category>
		<category><![CDATA[identità sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il pregiudizio è difficile da sconfiggere, specie se ha risvolti pratici comodi, deresponsabilizzanti. Per questo è tanto facile che in Sardegna prosperi la nostra mitologia identitaria: ad ogni problema, ad ogni manifestazione della crisi è facile rispondere con un luogo comune e di conseguenza esimersi sia dall’assumersi qualche responsabilità sia soprattutto dal fare qualcosa. Uno...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La salvezza è nella forza che non sappiamo di avere' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/12/23/salvezza-forza-non-sappiamo/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Il pregiudizio è difficile da sconfiggere, specie se ha risvolti pratici comodi, deresponsabilizzanti. Per questo è tanto facile che in Sardegna prosperi la nostra mitologia identitaria: ad ogni problema, ad ogni manifestazione della crisi è facile rispondere con un luogo comune e di conseguenza esimersi sia dall’assumersi qualche responsabilità sia soprattutto dal fare qualcosa.<span id="more-169"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei luoghi comuni mitologici più di successo, come si sa, è la definizione dei sardi data nel XVI secolo da Antonio Parragues de Castillejo, arcivescovo di Cagliari: “<em>pocos, locos y mal unidos</em>“. Senza indugiare in analisi filologiche sulla (dubbia) autenticità di questa massima, essa è ormai, da una trentina d’anni, un costrutto ideologico largamente interiorizzato dai più, come tale ottimo per fondare un’intera rappresentazione della realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il successo di questa massima è dovuto alla sua forza dirimente. Basta tirarla in ballo e si chiudono intere discussioni. I sardi sono così per loro natura, è una forma congenita di stupidità e di debolezza collettiva quella che ci condanna all’inerzia e alla subalternità.<span id="more-2798"></span> Qualsiasi discorso che vi si opponesse sarebbe puramente velleitario e utopistico, del tutto alieno alla realtà fattuale del mondo in cui viviamo. Il che equivale a dire che lo status quo si può criticare e si può anche detestare, ma è del tutto inutile anche solo pensare di infrangerlo o addirittura modificarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già solo rivelare che questa proverbiale definizione non è in alcun modo attribuibile all’imperatore Carlo V (come molti credono) di solito lascia interdetto l’interlocutore. Il fatto che uno dei personaggi più grandi della storia europea e mondiale si fosse preso la briga di dare una definizione (sia pure denigratoria) di noi altri è una fonte di soddisfazione, ci fa sentire parte di quella storia da cui la scuola e i mass media ci hanno da tempo insegnato che siamo esclusi. Se l’insulto è proferito da una persona di rilievo, ben venga anche l’insulto: basta che mi estragga dalle tenebre dell’oblio a cui ci sentiamo condannati. Così, il disvelamento della falsità di questa attribuzione genera una grande delusione. Tanto più grave è dunque insinuare il dubbio della sua stessa autenticità. L’idea è che, anche se non la pronunciò Carlo V, la massima è valida comunque: basta che qualcuno l’abbia pronunciata, per farci contenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema vero nasce quando si mostra come lo stesso contenuto di questo detto sia discutibile. In questo caso si rischia il conflitto più aperto. Osare dubitare del fatto che noi sardi siamo davvero pochi, matti e disuniti è una sorta di sacrilegio. È un dubbio che mette in discussione uno dei pilastri del nostro mito identitario, e in questo modo, eliminando la facile scappatoia del difetto congenito, rischia di chiamarci in causa per le nostre manchevolezze, costringendoci così a guardare in faccia la nostra cattiva coscienza, la nostra mancanza di coraggio e di dignità, tanto personale quanto collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, però, per quanto possa spiacere, bisogna pur avvertire che per qualsiasi esempio portato a supporto di questa definizione dei sardi, ce n’è almeno un altro che la confuta. Sulla scarsità demografica dei sardi – ad esempio – si potrebbero fare lunghe dissertazioni storiche, dimostrando quanto relativa sia questa pretesa debolezza e quante oscillazioni abbia subito nel corso della storia la nostra densità antropica, a seconda dei fattori restrittivi o dei fattori umani che la condizionano. Ma forse basterà far osservare che solo negli ultimi cinquanta anni sono andate via dalla Sardegna molte centinaia di migliaia di sardi. Anche assumendo come buona la stima che va per la maggiore (approssimata per difetto), la quale fa ammontare la nostra emigrazione a circa 700’000 persone, stiamo comunque parlando di quasi il 50% dell’attuale popolazione residente sull’Isola. Con la nostra diaspora (senza contare i discendenti) la popolazione sarda ammonterebbe a 2 milioni e 400mila unità. Non abbastanza per poterci definire “tanti”, ma un po’ troppi per poter parlare di spopolamento, dunque di “pochi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo comunque è il dato più innocuo e in fondo meno problematico. Quel che conta nella famosa definizione di “<em>pocos, locos y mal unidos</em> sono il “<em>locos</em>” e soprattutto il “<em>mal unidos</em>“. Sulla pazzia (o stupidità) dei sardi spero non ci sia bisogno di indugiare molto. È abbastanza evidente che i sardi non sono più matti della media dell’umanità. Senza contare la produzione di talento, creatività, arte, cultura, intelligenze che fa della Sardegna un luogo abbastanza speciale, in questo senso, e non solo negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne consegue che su questo è difficile che il dissenso duri a lungo. Alla fine anche il più ostinato difensore della nostra definizione di “pochi, matti e disuniti” abbandona i pochi e i matti e si concentra sui disuniti. Questo è il pezzo forte di ogni forma di autorazzismo dei sardi, l’argomento decisivo che si tira in ballo per chiudere qualsiasi discorso anche solo vagamente emancipativo. Sembra che nulla possa confutare la certezza che siamo congenitamente divisi e incapaci di un comune sentire, di metterci insieme per combinare qualcosa di buono. Gli esempi sono di solito molto generici, ma la reiterazione ha conferito loro una forza egemonica che li impone a dispetto di qualsiasi tentativo critico.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, come dicevo, per ognuno di questi esempi se ne può citare almeno uno contrario. Ma prima ancora occorre sottolineare che tale addebito – apparentemente riferito a una nostra caratteristica antropologica profonda – non è mai entrato nelle descrizioni che si trovano sui documenti che ci riguardano. Ai sardi venivano addebitate tante cose, soprattutto da chi aveva interesse a dominarci o ad approfittarsi di noi, eppure l’idea che fossimo disuniti e pervicacemente ostili gli uni agli altri non è tra queste. Strano, per una caratteristica così macroscopica e decisiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Magari questo fatto è dovuto alla constatazione, da parte di tanti osservatori, della profonda coesione che ha sempre caratterizzato le comunità sarde. Il senso dell’appartenenza a una collettività è sempre stato fortissimo in Sardegna, anzi dominante, almeno fino allo sconquasso provocato dall’imposizione (fatta dall’alto e da fuori, in nome di interessi esterni) del modello capitalista, nel corso dell’Ottocento. Pensiamo alla proprietà indivisa della terra e agli usi comunitari. Pensiamo al rito del giuramento collettivo detto “<em>de iscolca</em>“, che gli abitanti di villaggi vicini facevano ogni anno per impegnarsi a non ledere gli interessi gli uni degli altri e a comporre i conflitti in modo negoziato. Di tutte queste usanze il retaggio è arrivato fino ai giorni nostri. Un certo uso del territorio del comune, per dire (pensiamo al Comunale di Orgosolo, o di Orune), fonte di sostentamento per tutta la comunità (in questo caso a base produttiva pastorale). Pensiamo all’uso della “<em>paradura</em>“, il risarcimento collettivo a favore di chi abbia perso il gregge per una disgrazia o comunque per cause estranee alla propria negligenza. Pensiamo alle grandi feste patronali, in cui convenivano interi villaggi, persino da altre aree dell’isola (cosa che in parte succede ancora, <em>mutatis mutandis</em>). O pensiamo a quanto amino ritrovarsi i sardi di ogni provenienza quando siano fuori dal territorio sardo.</p>
<p style="text-align: justify;">A questi usi spontanei e di matrice profonda, si possono aggiungere esempi ulteriori, più inseriti nella nostra realtà socio-economica e culturale contemporanea. Associazionismo, volontariato, gruppi folklorici. E ora anche realtà più strettamente economiche che si affacciano sulla scena secondo modelli alternativi a quelli del capitalismo assoluto dominante (in campo produttivo, nel credito, in ambito culturale, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, costruire un luogo comune e imporlo egemonicamente in fondo non è così difficile, per chi disponga del controllo dei mezzi di comunicazione e sia spalleggiato dalle agenzie frmative principali (scuola e università). Contrapporre a tale narrazione un controcanto è ben arduo, dovendosi scontrare con un apparato pervasivo e penetrante, oltre che attivo da decenni. Eppure basterebbe alzare lo sguardo, respirare l’aria della storia, al di sopra delle narrazioni di comodo, e guardarsi intorno, per vedere che forse esiste qualcosa di diverso. Qualcosa di diverso che ci appartiene altrettanto – e magari di più – di qualsiasi difetto congenito ci sia stato attribuito.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiezione potrebbe essere che però così non si fa altro che sostituire una narrazione, che ai nostri occhi è sbagliata o produttiva di effetti negativi, con un’altra narrazione, favorevole ai nostri intenti. La risposta a tale obiezione potrebbe essere molto sbrigativa: se si osservano le cose onestamente, abbandonando i luoghi comuni, non c’è bisogno di affidarsi fideisticamente ad un’altra narrazione. Ma questa sarebbe una risposta un po’ troppo <em>politically correct</em>, magari onesta, non ingannevole, ma carente di un aspetto. L’aspetto di cui mancherebbe questa risposta è quello politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi siamo esseri politici, come specie animale. L’evoluzione ci ha consentito di rispondere agli stimoli ambientali e di adattarci ad essi in virtù della nostra capacità di relazione. Nelle relazioni c’è la risposta a tutto, sia in termini affettivi, sia in termini culturali, sia in termini economici. E delle relazioni sono un elemento fondante le narrazioni. Il nostro stesso cervello funziona sulla base delle narrazioni e delle figure retoriche (in particolare, come ben sapeva <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/George_Lakoff" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Lakoff</a>, delle metafore). Depotenziare la propensione comunitaria dei sardi, a cominciare dalla negazione della nostra stessa storia (dunque dalla narrazione di noi stessi come collettività nel tempo e nello spazio), è stato in definitiva un efficace strumento di dominio. Il <em>pocos, locos y mal unidos</em> a questo serviva (e serve).</p>
<p style="text-align: justify;">A tale elemento mitologico (tecnicizzato ai nostri danni) è necessario – oggi più che mai – contrapporre una narrazione diversa, fondata sulla forza delle relazioni, sulla capacità di far fronte alle sfide della storia attraverso la collaborazione e l’intelligenza collettiva. Modello pragmatico e culturale che i sardi non hanno bisogno di apprendere da qualche libro o da altre popolazioni, perché fa parte storicamente di noi. È il modo in cui abbiamo saputo resistere e reagire a tutte le fasi di crisi in cui ci siamo trovati a vivere.</p>
<p style="text-align: justify;">A chi ripropone dunque la nostra inevitabile disunione e la nostra follia come buona ragione per non fare nulla, bisogna semplicemente rispondere: va bene, ma tu cosa vuoi fare? Sei disposto ad accettare lo status quo o invece vorresti far qualcosa per modificarlo? Perché modificarlo si può, a partire da una narrazione di noi stessi che si allontani dalla comodità dell’inerzia passiva e ci renda il senso di essere una parte operante nel mondo, con tutti i suoi vincoli, ma anche con i suoi diritti e la sua responsabilità. Non una pedina in mano altrui, o vittima indifesa di un destino segnato, ma soggetto storico pienamente dispiegato. Basta volerlo. Non ci sono più scuse.</p>
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		<title>Lo specchio deformante</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/12/12/lo-specchio-deformante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 15:21:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[identità]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni ritornano in auge temi e luoghi comuni relativi alla nostra presunta identità sarda. Un apparato di dispositivi di dominio scatta in automatico appena c’è da spiegare qualche fatto  significativo e si chiamano in causa le nostre ataviche magagne: dal pocos locos y mal unidos, all’invidia endemica, ai mali derivati da isolamento e...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2011/12/12/lo-specchio-deformante/">Lo specchio deformante</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Lo specchio deformante' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/12/12/lo-specchio-deformante/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">In questi giorni ritornano in auge <a href="http://www.sardegna24.net/dialoghi/luciano-marrocu/la-malattia-delle-isole-1.45547" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >temi</a> e <a href="http://www.sardegna24.net/dialoghi/massimo-dadea/la-maledizione-dell-invidia-1.45308" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >luoghi comuni</a> relativi alla nostra presunta identità sarda. Un apparato di dispositivi di dominio scatta in automatico appena c’è da spiegare qualche fatto  significativo e si chiamano in causa le nostre ataviche magagne: dal pocos locos y mal unidos, all’invidia endemica, ai mali derivati da isolamento e arretratezza (assegnando a ciascun elemento il ruolo di causa o di effetto, a seconda della bisogna).<span id="more-240"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, d’accordo che l’egemonia è dura da contrastare, ma qui ci si marcia  un po’ troppo. L’uso di cliché pseudo-scientifici, di natura sociologica, antropologia o storica non è nuovo, ma dovremmo aver maturato strumenti critici adeguati a farne a meno e a smontarli laddove si ripresentino. Invece i mass media indulgono volentieri nella riproposizione di cornici concettuali e contenuti che basterebbe un minimo di onesto senso critico a respingere come tossici.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che l’egemonia culturale non è solo un apparato di dominio. Essa produce esiti che hanno l’aria di essere spontanei, anche quando sono del tutto riferibili a contenuti e meccanismi di ragionamento indotti. <span id="more-1346"></span>Si interiorizza un armamentario concettuale e lo si ripropone come se fosse frutto della propria intelligenza. Poi quanto più è autorevole la voce di chi si fa portatore di un costrutto, di un messaggio, tanto più esso viene metabolizzato e dato per vero dalla massa o da una sua larga maggioranza, replicando l’intera sequenza di assimilazione e ripetizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Se però andiamo a vederli da vicino, tali luoghi comuni identitari, scorgiamo in essi qualche tratto sospetto. Se ci soffermiamo un po’ di più, il dubbio cresce fino alla rivelazione. E la rivelazione è che questo insieme di proposizioni, parole chiave, cornici concettuali che configurano l’idea che abbiamo di noi stessi è fondamentalmente un clamoroso ammasso di panzane.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo stare chi abbia pronunciato la famosa descrizione dei sardi come pochi, scemi e disuniti. A occhio, anche tralasciandone la vera paternità attribuibile all’arcivescovo <a href="http://www.cagliarifornia.eu/2011/02/pocos-locos-y-mal-unidos-carlo-v-non-lo.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Antonio Parragues de Castillejo</a>, non sembrerebbe proprio plausibile che possa averla espressa Carlo V, che i sardi manco sapeva chi fossero e, soprattutto, non gliene poteva fregare di meno (a patto che rispondessero ai suoi voleri, chiaramente). Megalomania dell’insulto? Forse. Il nostro complesso di inferiorità gioca questi scherzi. In ogni caso, quel che c’è da rimarcare a proposito di questa massima così icastica e di successo è che mal si concilia con la realtà storica di una popolazione le cui comunità hanno per secoli condiviso la proprietà della terra, ossia del bene più prezioso e vitale di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Caso mai gli istinti predatori e l’invidia che ne consegue sono il frutto dell’applicazione brutale di modelli esogeni, calati dall’alto, avvenuta negli ultimi duecento anni, dall’Editto delle Chiudende ai Piani di Rinascita. Il frutto rancido di una Modernità imposta nei suoi meccanismi di appropriazione e di sfruttamento ma non nel suo patrimonio di controspinte sociali e politiche. Da noi il connubio tra capitale e democrazia, teorizzato come motore “espansivo” della Modernità stessa da Gramsci e dato per finito in questi anni da alcuni <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zizek" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >osservatori più attenti</a>, non si è mai compiuto del tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all’essere pochi, se non ci fossero state la peste nera e la guerra contro i catalano aragonesi a dimidiarci nella seconda metà del Trecento, certamente ci saremmo presentati al giro di boa della Modernità in condizioni demografiche migliori. Ma anche qui, la vera svolta è stata la grande “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Transizione_demografica" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >transizione demografica</a>” che tra Settecento e Novecento ha estratto l’umanità dell’Europa e di altre aree fortunate del pianeta dall’antico regime, consentendo una speranza di vita maggiore e una esistenza materiale non più totalmente dipendente dai capricci climatici e da fattori restrittivi molto più potenti delle risorse di risposta di cui si disponeva. Il problema è che mentre intorno a noi si sviluppava – anche in termini problematici – tale transizione demografica, noi finivamo definitivamente (per ora) nel gorgo micidiale della subalternità, con la ciliegina dell’appartenenza all’Italia. Il che andava benissimo alla nostra elite dominante, ben lieta di non doversi assumere responsabilità di sorta, se non quella di fare da intermediaria tra il potere esterno di riferimento e il territorio di cui garantiva controllo e subordinazione (traendone vantaggi non indifferenti, non c’è bisogno di dirlo). Andava un po’ meno bene alla vasta maggioranza dei sardi. Che infatti presero ad andarsene, senza aver ancora smesso. Ma non c’è nulla di atavico, in tutto ciò: pura storia contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">La follia, poi, magari legata alla stessa invidia, non mi pare proprio una caratteristica precipua dei sardi. Non riesco a scorgere sul pianeta una popolazione che ne sia del tutto indenne.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa causa storica solitamente chiamata sul banco degli accusati – l’isolamento – è un feticcio ormai consunto dall’uso. La Sardegna non è mai stata isolata da che gli esseri umani hanno preso ad abitarla stabilmente, diecimila anni fa. In proporzione ai mezzi disponibili, il vero embargo della nostra isola coincide con la nostra regionalizzazione, tra seconda metà dell’Ottocento e i giorni nostri. Ed anche qui, vediamo come sia tutt’altro che impermeabile. Per altro, niente esclude che da qui a poco saremo ancora più isolati, visto come girano le cose e quanto poco la nostra classe politica mostri di essere in grado di rispondere alle nostre esigenze vitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Scambiare peculiarità storiche, economiche, sociali e culturali per una forma di malattia congenita discende principalmente dallo sguardo scisso, subalterno e “regionale” con cui da centocinquant’anni siamo ridotti a guardare a noi stessi. Le divisioni, i campanilismi, gli egoismi fanno parte della nostra natura di esseri umani, non di quella di sardi. Il problema, caso mai, è che da noi tali tratti della nostra indole animale sono stati abilmente usati come strumento di dominio, in una realtà che doveva necessariamente rientrare a qualsiasi costo nella tassonomia normalizzatrice dell’unificazione “nazionale” italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, più che gingillarsi con luoghi comuni da bar, sarebbe forse il caso che almeno i commentatori meno vincolati a interessi di parte si dedicassero a trovare i veri nodi delle questioni e magari a proporre soluzioni per scioglierli. Senza timidezze ideologiche e senza opacità culturali. Non è di luoghi comuni autocastranti che abbiamo bisogno per tirarci fuori dei guai. Le esaltazioni etnocentriche e le manie di grandezza da repressi, così diffuse dalle nostre parti e che gli osservatori più avvertiti relegano nel novero delle patologie culturali, non sono in fondo che una risposta al vuoto di identificazione e alle lacune storiche di cui pure la nostra intellighentsia è ampiamente responsabile. Non può dunque essere essa stessa a condannare chiccessia senza prima essersi fatta un bell’esame di coscienza.</p>
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