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	<title>patrimonio demo-antropologico Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Il folklore sardo e le sue contraddizioni</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2017/05/18/folklore-sardo-le-sue-contraddizioni-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 May 2017 19:19:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Sardegna possiede un patrimonio demo-antropologico (folklore, cultura popolare) di dimensioni eccezionali. È una cosa che sfugge all&#8217;attenzione e su cui ci si interroga troppo poco. Non è nemmeno un fatto così noto come potremmo pensare. Sull&#8217;isola lo si dà per scontato, ma spesso se ne ignorano diffusione e rilevanza. Oltremare se ne sa poco...</p>
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<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter " src="https://www.sardiniapost.it/wp-content/uploads/2016/11/pigliaru-zedda-xi-jimping-costumi-sardi.jpg" width="588" height="441" /></p>
<p>La Sardegna possiede un patrimonio demo-antropologico (folklore, cultura popolare) di dimensioni eccezionali. È una cosa che sfugge all&#8217;attenzione e su cui ci si interroga troppo poco.<span id="more-2623"></span></p>
<p>Non è nemmeno un fatto così noto come potremmo pensare. Sull&#8217;isola lo si dà per scontato, ma spesso se ne ignorano diffusione e rilevanza. Oltremare se ne sa poco o nulla o comunque non se ne ha la misura.</p>
<p>Altrove (per esempio <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/10/14/folklore-il-mondo-parallelo-della-cultura-sarda/">qui</a>, o <a href="http://www.arkadiaeditore.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1274:tutto-quello-che-sai-sulla-sardegna-e-falso&amp;catid=23:eventi&amp;Itemid=33" target="_blank"  rel="nofollow" >qui</a> alla voce &#8220;Folklore&#8221;) ho argomentato l&#8217;ipotesi che la folklorizzazione degli usi e dei costumi, della musica e delle festività popolari sia stato un fenomeno sì di stampo tipicamente colonialista, ma anche &#8211; in modo non intenzionale né ragionato &#8211; anche un mezzo utile per la preservazione e la trasmissione intergenerazionale di forme culturali altrimenti facilmente soccombenti davanti alle spinte della contemporaneità.</p>
<p>Il processo di esotizzazione e minorizzazione della cultura sarda nel suo complesso è un fenomeno storico evidente (anche se non troppo studiato).</p>
<p>La nostra &#8220;orientalizzazione&#8221; non solo anticipa di molto (più d&#8217;un secolo) la teorizzazione di questo processo da parte di Edward Said, ma ha anche una sorta di certificato di nascita.</p>
<p>Come tutti sappiamo, infatti, nel 1850 venne dato alle stampe a Napoli un volume intitolato <a href="http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=20139&amp;v=2&amp;c=2475&amp;c1=2733&amp;t=1" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>Dei costumi dell&#8217;isola di Sardegna comparati cogli antichissimi popoli orientali</em></a>. Era uno studio di un gesuita trentino, padre Antonio Bresciani, ed era contemporaneo dell&#8217;affannosa opera dell&#8217;intellettualità sarda filo-sabauda volta a dare legittimazione alla nazione sarda per integrarla nel contesto italiano.</p>
<p>Sforzo quest&#8217;ultimo non troppo meritorio (pensiamo alla figuraccia fatta con le false <em>Carte di Arborea</em>) e comunque destinato ad essere malamente frustrato.</p>
<p>Questi famosi &#8220;costumi&#8221; dei sardi fin da allora hanno affascinato lo sguardo osservante del forestiero. Una tale diversità, così profonda e così diffusa, è sempre stata difficile da comprendere e in certa misura anche da accettare. Non senza ridurla dentro le categorie razziali (razziste) e colonialiste in voga tra Otto e Novecento.</p>
<p>I sardi erano sì delinquenti, ma anche pittoreschi; ed era affascinante, benché barbarica e &#8220;primitiva&#8221;, la loro musica, era suggestivo in quanto &#8220;arcaico&#8221; il loro modo di ballare insieme, così come era meritevole di attenzione perché &#8220;conservativa&#8221; e &#8220;più vicina al latino&#8221; la lingua sarda.</p>
<p>Una serie di stereotipi molto forti che da allora permeano la coscienza di sé dei sardi, anche di quelli che si dedicano oggi all&#8217;attività coreutica e musicale di tradizione popolare.</p>
<p>Nonostante i meriti (involontari) della folklorizzazione, a cui si è accennato, è infatti evidente come la grandissima diffusione dell&#8217;associazionismo folklorico non corrisponda sostanzialmente mai a una grande e diffusa consapevolezza culturale. Tanto meno politica.</p>
<p>Anzi, spesso il mondo del folklore è quello più auto-colonizzato, più vittima del nostro mito identitario subalterno.</p>
<p>Non deve stupire la buona disposizione d&#8217;animo, se non proprio la gratitudine, con cui molti gruppi folklorici si prestano alle passerelle in favore dei potenti di turno, di passaggio sull&#8217;isola.</p>
<p>Persino in ambito linguistico il mondo del folklore nostrano tende ad essere conservativo, vittima della visione &#8220;dialettale&#8221; ed esotica a cui soggiace la cultura sarda nel suo insieme e la lingua in particolare.</p>
<p>Ci sono esempi piuttosto clamorosi di cori <em>a tenore</em> che definiscono se stessi &#8220;tenores&#8221;, mutuando l&#8217;errata dizione italiana. E ne rivendicano la correttezza, contro ogni ragionevolezza, oltre che contro la stessa lingua sarda.</p>
<p>Sempre in ambito musicale, è evidente la rarità di tematiche politiche e sociali nel patrimonio testuale dei tanti cori sardi, <em>a tenore</em> o meno che siano. Cosa che differenzia la Sardegna dalla Corsica o dai Paesi Baschi, per esempio.</p>
<p>Questa è una casistica chiaramente limitata, ma significativa. Dimostrazione di quanto profondo sia lo scollamento tra passione sincera, abilità tecniche e coscienza  di sé.</p>
<p>Naturalmente esistono delle eccezioni. Penso ai <a href="https://www.youtube.com/watch?v=lgFZCQMZtPI" target="_blank"  rel="nofollow" >cori <em>a tenore</em> orgolesi</a>, specie tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, ed altre esperienze analoghe. È anche probabile che attualmente siano in corso processi di aggiornamento culturale che sfuggono alla percezione superficiale e occasionale.</p>
<p>Tuttavia qui c&#8217;è una spia importante di quanto sia stata pervasiva e di quanti danni faccia l&#8217;opera di minorizzazione e di folklorizzazione del nostro patrimonio culturale.</p>
<p>Essendo privi di un orizzonte condiviso, i sardi pensano a se stessi prima di tutto dentro la categoria del locale, tra la famiglia, il vicinato e <em>sa bidda</em>. Il livello di appartenenza successivo non è la Sardegna, quanto piuttosto la nebulosa di segni, linguaggi, immagini, simboli veicolata dai mass media principali. Prima di tutto, ancora oggi, dalla televisione italiana (e dall&#8217;italiano, per quanto riguarda la lingua).</p>
<p>Non è un fenomeno assoluto e senza crepe, ma è molto forte.</p>
<p>Chi frequenta l&#8217;associazionismo folklorico fatica a uscire da questa trappola. Soprattutto le generazioni meno giovani.</p>
<p>La scarsa consapevolezza del significato delle tradizioni popolari è una carenza che viene esportata anche fuori dall&#8217;isola. Pensiamo alle ricorrenti manifestazioni folkloriche presso i circoli dei sardi emigrati o nei festival internazionali.</p>
<p>Senza parlare del fatto che a volte le associazioni che si dedicano alle tradizioni popolari sono diventate bacini di consenso per politici locali, comodi &#8220;pacchetti di voti&#8221; da mobilitare all&#8217;occorrenza e certo non sempre a vantaggio di formazioni politiche sarde.</p>
<p>Tutte ombre che attenuano la visione entusiastica a proposito di questo vasto ambito culturale e sociale.</p>
<p>In ogni caso, si tratta di un ambito di importanza decisamente maggiore di quella attribuitagli dai mass media e dagli studi accademici. A parte circostanze particolari (le feste più importanti, come Sant&#8217;Efisio o il Redentore, ecc.), l&#8217;attenzione giornalistica è del tutto assente. Nel campo della ricerca, lasciati a un discorso a parte gli studi etno-musicologici, latitano percorsi strutturati di ampio respiro.</p>
<p>Anche qui ha prevalso la visuale etnografica, antropologica, che tipicamente si riserva ai luoghi e ai popoli percepiti come estranei dall&#8217;osservante &#8220;occidentale&#8221;. Invece si tratta di un ambito che andrebbe vagliato e compreso in termini sia storici sia sociologici, misurato coi criteri della nostra contemporaneità, calato nella realtà viva in cui questi fenomeni esistono e si riproducono.</p>
<p>Data la sua ampiezza, il fenomeno folklorico in Sardegna avrà ancora per un pezzo un suo peso. Se sarà solo una zavorra o invece un bagaglio culturale creatore di emancipazione sarà il futuro a dirlo.</p>
<p>Conoscerlo, studiarlo, farne emergere le contraddizioni, valorizzarne le potenzialità positive è necessario per la sua crescita e prima di tutto per la consapevolezza di chi lo vive.</p>
<p>Altrimenti si ridurrà inevitabilmente a una banale mistificazione di tradizioni popolari più o meno genuine, buona per intrattenere i turisti e poco più. Salvo poi riconsegnarci collettivamente, dopo un effimero momento di gloria posticcia, al nostro destino di dipendenza e di impoverimento materiale e immateriale.</p>
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		<title>Folklore, il mondo parallelo della cultura sarda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2015 12:34:46 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/10/14/folklore-il-mondo-parallelo-della-cultura-sarda/">Folklore, il mondo parallelo della cultura sarda</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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<p style="text-align: justify;">La Sardegna produce molta cultura a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, dalla musica all&#8217;arte, dalla letteratura al cinema, ecc. È un dato ormai accertato, ma non definitivamente acquisito né compiutamente studiato. C&#8217;è tuttavia una sorta di cenerentola della nostra produzione culturale, negletta e possibilmente tenuta in disparte, ma capace di trasformarsi in una bella principessa, all&#8217;occorrenza. Ne parlava pochi giorni fa un articolo sull&#8217;Unione sarda. È il nostro folklore.<span id="more-1995"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, dire &#8220;folklore&#8221;, mi rendo conto, è pericoloso o come minimo fuorviante. Nell&#8217;ambito culturale italiano folklore è sinonimo di posticcio, di artefatto, di dilettantesco; quando va bene, di mera rappresentazione di pratiche musicali e coreutiche popolari ormai morte e sepolte, prive di qualsiasi rilevanza estetica o semantica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in Sardegna ha preso piede questa accezione del termine ed anche in Sardegna l&#8217;ambito intellettuale ufficiale, nonché i mass media e le istituzioni, hanno da tempo assunto tale punto di vista verso le manifestazioni di cultura popolare nostrane. Le si considera una riproposizione stereotipata di pratiche grosso modo tradizionali (quindi non moderne, arretrate), senza collegamenti con la nostra contemporaneità, né alcuna vera rilevanza culturale. Rappresentano anche la sede riconosciuta dell&#8217;uso del sardo e delle altre lingue storiche isolane, minorizzate e folklorizzate a loro volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un caso se la nostra cultura, nelle sue espressioni ritenute &#8220;tipiche&#8221; o tradizionali, sia finita in questo ghetto. Il processo di modernizzazione della Sardegna, forzato e attuato con modalità coloniali, ha prodotto inevitabilmente anche questo esito. All&#8217;interno di tali dinamiche le nostre tradizioni popolari si sono barcamenate tra le mode del momento, i nuovi mass media, i gusti, le pratiche di consumo, con alterne fortune.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sardismo e tutto l&#8217;apparato mitologico e simbolico su cui esso si basa non ha contestato tale ghettizzazione, ma l&#8217;ha assunta come fondante e come &#8220;vera&#8221;, semplicemente cambiandola di segno, provando a rivendicare come buono e simbolicamente forte ciò che era stato schematizzato e irregimentato per essere sminuito.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente questo genere di processi, quando toccano fattori culturali e sociali profondi, non riescono ad avere un andamento lineare ed è sempre in agguato una sorta di eterogenesi dei fini, come segnalato <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/11/17/cultura-popolare-in-sardegna-patrimonio-misconosciuto/" target="_blank">qui</a> e <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/07/30/lingua-e-musica-in-sardegna/" target="_blank">altrove</a>. Così, la folklorizzazione di tutto il nostro patrimonio demo-antropologico ha sì escluso dall&#8217;ambito della cultura &#8220;alta&#8221; la gran parte della nostra produzione culturale autoctona (ossia non replicante in modo passivo modelli di importazione), ma in un certo senso l&#8217;ha anche perpetuata, dandole una nuova possibilità di esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortunatamente i nostri modernizzatori (compresi i suoi agenti locali, cioè la nostra sedicente classe dirigente contemporanea) non hanno mai capito nulla della Sardegna e dei Sardi. Per questo è stato così facile fargliela in barba e ritrovarci oggi, nel XXI secolo ormai inoltrato, con schiere di sardi che si dedicano al canto, alla musica, al ballo così come recepiti dalla trasmissione intergenerazionale nell&#8217;ultimo secolo, e nel contempo alla loro contaminazione, alla loro rielaborazione alla luce dei nuovi gusti e dei nuovi media, senza che questo abbia arrecato danno alcuno né alle espressioni di matrice tradizionale né alle produzioni legate a modelli esterni, anzi vivificando entrambi gli ambiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che vorrei sottolineare, in questo caso, non è tanto la constatazione della forza della nostra creatività popolare, quanto l&#8217;assurdità del persistente ostracismo che essa deve ancora patire da parte del potere istituzionalizzato e della cultura accademica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non in termini assoluti, per fortuna. Qualche ambito, come la musica, ha avuto negli anni riconoscimenti (prima di tutto esterni) che l&#8217;hanno salvata dalla sua folklorizzazione e ne hanno fatto una forma di espressione riconosciuta a livello internazionale, per la sua complessità ed espressività. Canto a tenore e launeddas continuano a stupire gli ascoltatori in tutto il mondo e a suscitare curiosità e studio anche molto lontano dalla Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">In altri ambiti non c&#8217;è stata la stessa cura e la stessa &#8220;riscoperta&#8221; virtuosa, ma è sempre vivo l&#8217;interesse spontaneo delle persone. Basti pensare alla facilità con cui ci si imbatte in cerchi danzanti in ogni occasione, anche estemporanea, in cui ciò sia possibile, in privato e in pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò significa che non si tratta di mero folklore, in senso italiano. Siamo in presenza di usi e forme di espressione ancora vivi, concepiti come propri anche dalle nuove generazioni, che ne partecipano con la stessa disinvoltura con cui fruiscono o praticano le forme musicali odierne, di importazione, o usano i mezzi tecnologici più sofisticati.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è anche un aspetto sociale (e sociologico) in questo fenomeno. Migliaia e migliaia di sardi di tutte le età dedicano tempo ed energie a prove, incontri, esibizioni in pubblico, organizzazione di eventi, ecc. Spesso in comunità che, per la maggior parte, sono piccole o piccolissime e non godono di servizi, opportunità di distrazione e divertimento paragonabili a quelle offerte dai centri più grandi. Ed anche in questi ultimi tutto sommato l&#8217;associazionismo folklorico ha un peso ancora notevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Ignorarlo, considerare questo fenomeno come un residuato del passato o tutt&#8217;al più una sorta di risorsa pubblicitaria a buon mercato, da sbandierare davanti al potente <em>buana</em> di turno, salvo poi vergognarsene, è un tipico atteggiamento da colonizzati. Che poi è lo stesso che vediamo dominare la scena a proposito della lingua sarda. Lo stigma e la vergogna di noi stessi sono stati interiorizzati in profondità dalla nostra classe dominante e vengono replicati in modo spontaneo. Solo il radicamento, la profondità della nostra stratificazione culturale hanno consentito a molte delle sue forme di sopravvivere in ambiente ostile. Mimetizzandosi, accettando all&#8217;occorrenza di essere relegate nel folklore, ma sempre riproducendosi e rilanciandosi, a dispetto del mutare dei gusti e delle mode.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un fattore anche economico, a conti fatti, se visto nell&#8217;ottica produttivista e commerciale imperante. Solo che è un&#8217;ottica che funziona un po&#8217; a intermittenza, evidentemente. Così un gigantesco patrimonio di saperi pratici e teorici, di produzione artigiana, di socializzazione virtuosa resta ai margini della politica culturale, resta escluso dalla cura e dal riconoscimento che invece chi governa la cosa pubblica dovrebbe garantire alle nostre risorse collettive più preziose.</p>
<p style="text-align: justify;">Abituati come siamo a pensare che in Sardegna non ci sia nulla, non riusciamo nemmeno a vedere la bellezza e la ricchezza di cui disponiamo. Bellezza e ricchezza che esportiamo e che sono oggetto di ammirazione incredula ovunque se ne venga a conoscenza, per altro. Ma questo non basta a chi deve mantenere la Sardegna soggetta e dipendente. Anzi, costituisce una minaccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa in fondo è l&#8217;ennesima prova di quale grado di deprivazione e di annullamento di sé possa raggiungere la subalternità politica e culturale, quella che vediamo agire a proposito di servitù militari, di carenze infrastrutturali, di inquinamento, di povertà crescente e di spopolamento. Fa tutto parte dello stesso gioco a perdere. Esito al quale, però, come dimostra la stessa forza vitale delle nostre tradizioni popolari, non siamo affatto condannati.</p>
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