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	<title>metodo storico Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Sull&#8217;uso politico della storia e sui suoi pericoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Sep 2018 17:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un uso politico della storia e spesso si è tentati di farne uno a nostro vantaggio, magari per contrastare quello che ci sembra faccia la controparte (vera o ipotetica che sia). Ma cosa significa &#8220;uso politico della storia&#8221;, chi è che se ne serve e, soprattutto, è giusto? Che senso ha? Da qualche tempo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2018/09/19/sulluso-politico-della-storia-e-sui-suoi-pericoli/">Sull&#8217;uso politico della storia e sui suoi pericoli</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Sull&#039;uso politico della storia e sui suoi pericoli' data-link='https://sardegnamondo.eu/2018/09/19/sulluso-politico-della-storia-e-sui-suoi-pericoli/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-2944" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2018/09/42168981_10156109861588525_7626919966943477760_n-635x480.jpg" alt="" width="570" height="431" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2018/09/42168981_10156109861588525_7626919966943477760_n-635x480.jpg 635w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2018/09/42168981_10156109861588525_7626919966943477760_n.jpg 638w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" /></p>
<p>Esiste un uso politico della storia e spesso si è tentati di farne uno a nostro vantaggio, magari per contrastare quello che ci sembra faccia la controparte (vera o ipotetica che sia).<span id="more-2949"></span></p>
<p>Ma cosa significa &#8220;uso politico della storia&#8221;, chi è che se ne serve e, soprattutto, è giusto? Che senso ha?</p>
<p>Da qualche tempo vedo rimbalzare tra un profilo e l&#8217;altro di Facebook il cartello che ho messo qua sopra.</p>
<p>Il senso di questo elenco sinottico di date è &#8211; suppongo &#8211; sostenere una maggiore e più precoce nobiltà della Sardegna rispetto all&#8217;Italia, in ambito giuridico e politico.</p>
<p>Ora, posto che uno scopo del genere abbia senso (e dico subito che per me non ne ha nessuno), qua bisogna fare i conti con almeno due livelli di scorrettezza.</p>
<p>Il primo livello è di metodo. Non puoi paragonare pere con carbone, o dinosauri con pentole.</p>
<p>Non tenere conto dei diversi processi storici intervenuti nel corso dei secoli è palesemente una sciocchezza.</p>
<p>Non tenere conto delle differenze di contesto, è un&#8217;altra sciocchezza.</p>
<p>Non tenere conto della diversità radicale degli stessi termini applicati a realtà storiche diverse e distanti è la sciocchezza ulteriore che ne discende.</p>
<p>A questo primo livello possiamo segnalare, a titolo di esempio, l&#8217;equivoco fondamentale sulla parola <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/parlamento/" target="_blank"  rel="nofollow" >&#8220;parlamento&#8221;</a>.</p>
<p>I parlamenti di tradizione iberica e in generale di epoca medievale non hanno nulla a che fare con i parlamenti dello stato-nazione odierno.</p>
<p>Il preteso primo parlamento sardo del 1355 (ed anche qui&#8230; parliamone) era un raduno di feudatari, di alti ecclesiastici e di rappresentanti delle città non infeudate.</p>
<p>Non rappresentava il popolo, non aveva una funzione legislativa, né &#8211; tanto meno &#8211; una funzione di bilanciamento e controllo degli organi di governo (ossia, le funzioni proprie dei parlamenti contemporanei).</p>
<p>Si trattava invece di un&#8217;entità assembleare tipica del medioevo e, con adattamenti e peculiarità mutevoli, di tutto l&#8217;Antico Regime, che sarà spazzata via pressoché ovunque &#8211; insieme a molte altre cose &#8211; dalla Rivoluzione francese.</p>
<p>Paragonare il &#8220;parlamento&#8221; convocato da Pietro IV il cerimonioso a Castel di Callari (Cagliari) nel 1355 con il primo parlamento dello stato italiano unificato (che però si era già riunito come parlamento del Regno di Sardegna, ricordiamocelo più avanti) non ha alcun senso.</p>
<p>Sono epoche diverse e distanti, sono organismi diversi e distanti.</p>
<p>Allo stesso modo, attribuire lo status di &#8220;costituzione&#8221; alla <em>Carta de Logu</em> arborense (perché a questo si allude, benché in modo criptico, con la data del 1421) è sbagliato.</p>
<p>È sbagliato due volte e poi vedremo il secondo motivo. Qui mi limito a chiarire che la <em>Carta de Logu de Arbaree</em> non era una <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/costituzione/" target="_blank"  rel="nofollow" >costituzione</a>.</p>
<p>Non lo era in senso proprio, perché era una raccolta di leggi e normative di carattere civile, penale, procedurale e amministrativo e non la &#8220;norma fondamentale&#8221; di un ordinamento giuridico statuale su di essa basato.</p>
<p>Non lo era in senso storico, perché a quel tempo non esisteva nemmeno l&#8217;idea (se non vagamente, nel pensiero di qualche filosofo singolarmente visionario) il concetto di &#8220;costituzione&#8221; come lo concepiamo noi oggi (a partire dal Settecento illuminista).</p>
<p>Certo, in senso lato i giudicati sardi &#8211; in quanto ordinamento giuridico sovrano &#8211; avevano una loro &#8220;costituzione&#8221;, sia pure implicita, informale o de facto (come il regno Unito attuale, per capirci, che non ha una costituzione scritta). Ma questa non coincideva necessariamente e in termini esclusivi con le previsioni della <em>Carta de Logu</em>.</p>
<p>Istituire poi il confronto tra un non meglio precisato &#8220;stato sardo&#8221; e lo stato italiano è del tutto fuorviante.</p>
<p>Qui mi limito a segnalare l&#8217;incongruenza cronologica, ossia il fatto che si tratti di entità giuridiche non contemporanee, dunque non paragonabili.</p>
<p>La forma-stato, come la conosciamo noi, è un&#8217;istituzione estremamente recente, nella parabola storica umana.</p>
<p>Sicuramente non ha alcun significato, e spero che sia evidente perché, confrontare ordinamenti medievali con ordinamenti moderni e ancor meno con ordinamenti contemporanei.</p>
<p>Insomma, su questo versante già gli anacronismi evidenti e il paragone tra realtà ed elementi differenti destituiscono di qualsiasi credibilità la ricostruzione proposta.</p>
<p>L&#8217;altro livello di criticità riguarda il merito.</p>
<p>Anche qui, c&#8217;è da scegliere, purtroppo.</p>
<p>Cominciamo da una petizione di principio di natura preliminare.</p>
<p>Di cosa stiamo parlando in questo caso? Perché è già da chiarire questo.</p>
<p>A me pare &#8211; perché lo so, ma non è detto che lo sappiano tutti coloro che vedono quest&#8217;immagine &#8211; che si parli del Regno di Sardegna più che della Sardegna in quanto tale.</p>
<p>Solo in quest&#8217;ottica &#8211; parziale e arbitraria &#8211; ha senso assumere come elementi identificativi: la bandiera dei quattro mori, i parlamenti di stampo aragonese e quelle date lì anziché altre.</p>
<p>L&#8217;emblema delle quattro teste di moro diademate, nel 1281, non era una bandiera sarda. Probabilmente non era una bandiera affatto. Era un simbolo scelto da Pietro III d&#8217;Aragona per celebrare la sua vittoria contro i Mori.</p>
<p>Solo successivamente, e per vicissitudini mai chiarite completamente, la ritroviamo più avanti come stendardo aragonese in Sardegna e poi, ancora più tardi, stemma del braccio &#8220;militare&#8221; (ossia dei feudatari) del parlamento del Regno di Sardegna, ormai spagnolo.</p>
<p>Da lì comparve poi spesso come stemma del Regno di Sardegna in quanto tale. Nello scudo in cui comparivano tutti gli stemmi dei Savoia, una volta divenuti re di Sardegna (dal 1720), al centro c&#8217;era appunto quello con i quattro mori.</p>
<p>Paragonarlo con il tricolore italiano (risalente alla fine del XVIII secolo) non ha senso. Prima di tutto perché fino al 1861 non esisteva l&#8217;Italia come entità statale.</p>
<p>Inoltre, se proprio vogliamo fare i pignoli, i due emblemi (ma potremmo anche dire i due stati che si pretende di confrontare) non sono affatto in contrasto.</p>
<p>Quando il Regno di Sardegna, dopo aver esteso i suoi confini con le guerre risorgimentali ed aver radicalmente mutato assetto giuridico (fin dalla Fusione perfetta e a maggior ragione dopo), diventa a tutti gli effetti Regno d&#8217;Italia, la bandiera del tricolore sostituisce quella dei quattro mori.</p>
<p>C&#8217;è un rapporto di successione, in un certo senso, non di alternativa/opposizione.</p>
<p>Stesso problema per quanto riguarda la pretesa &#8220;unificazione&#8221;.</p>
<p>Di quale unificazione stiamo parlando?</p>
<p>Ovviamente, se si prende come riferimento la data del 1420, stiamo parlando dell&#8217;unificazione del Regno di Sardegna aragonese.</p>
<p>In quella data, infatti, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_III_di_Narbona" target="_blank"  rel="nofollow" >Guglielmo di Narbona</a>, ultimo sovrano di Arborea, vende i propri diritti al re d&#8217;Aragona.</p>
<p>L&#8217;anno successivo (1421) viene così celebrato il primo vero &#8220;parlamento&#8221; del Regno di Sardegna (quello del 1355 non viene ormai considerato significativo da nessuno storico, date le circostanze precarie in cui fu convocato).</p>
<p>A quella data si fa riferimento circa la pretesa adozione della &#8220;costituzione&#8221; in Sardegna. Ma, come visto, stiamo parlando della <em>Carta de Logu</em> arborense.</p>
<p>Che esisteva già da decenni ed era stata in vigore (praticamente) in tutta l&#8217;isola già sotto Mariano IV, Ugone III e poi Eleonora.</p>
<p>Vero è che nel 1421, nonostante la sconfitta e la scomparsa del giudicato d&#8217;Arborea, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Alfonso_V_d%27Aragona" target="_blank"  rel="nofollow" >Alfonso il Magnanimo</a>, re d&#8217;Aragona e di Sardegna, la mantenne in vigore, in considerazione della sua alta qualità giuridica e del fatto che da tempo era considerata la legge di tutti i sardi.</p>
<p>Affibbiare poi la data del 1861 alla prima costituzione italiana, in un confronto come detto improponibile con la data del 1421, è un errore doppio, se non triplo.</p>
<p>Basterebbe aprire un manuale scolastico per scoprire che la costituzione italiana del 1861 non era alto che&#8230; lo Statuto &#8220;albertino&#8221; del 1848, prima costituzione &#8211; in questo caso sì &#8211; del Regno di Sardegna (ereditata poi dallo stato italiano unificato sotto i Savoia).</p>
<p>Fin qui, le obiezioni specifiche.</p>
<p>Ce ne sarebbe anche una più generale. Cioè: siamo sicuri che giochi a favore di un riscatto della dignità storica della Sardegna presentare come significative le date che segnano i passaggi del dominio aragonese sull&#8217;isola?</p>
<p>Non so voi, ma per quanto mi riguarda questa cosa suona vagamente disturbante.</p>
<p>Farebbe piacere probabilmente al professor Francesco Cesare  Casula (teorico della continuità storica e giuridica tra Sardegna medievale e stato italiano contemporaneo). Ma a me &#8211; abbiate pazienza &#8211; sa di forzatura senza senso.</p>
<p>Tuttavia il quesito che domina tutta la faccenda non è nemmeno di questo tenore.</p>
<p>Al di là degli strafalcioni di tipo storico e giuridico, bisognerebbe prima di tutto porsi il problema della legittimità di un uso così strumentale della storia.</p>
<p>Non vale l&#8217;obiezione che la storia sarda è stata da tempo piegata in modo tendenzioso a letture politiche di tipo subalterno, per giustificare gli assetti politici contemporanei.</p>
<p>Può essere vero. Anzi, a giudicare da come viene raccontata la storia sarda in ambito italiano (specie a scuola o nella divulgazione mainstream), è vero senz&#8217;altro.</p>
<p>Ma è una buona ragione per fare lo stesso, o anche peggio, semplicemente cambiando verso alla falsificazione?</p>
<p>Siamo sicuri di rendere un buon servizio alla storia sarda e alla sensibilità politica dei sardi, cimentandoci in queste prove?</p>
<p>Siamo davvero convinti che assemblando alla bell&#8217;e meglio ricostruzioni storiche pasticciate e tendenziose ne emerga, come per magia, una coscienza politica più solida e votata all&#8217;emancipazione collettiva?</p>
<p>Io personalmente non ne sono affatto convinto.</p>
<p>Anzi, trovo pericolosamente diseducativo e politicamente rischioso un uso così disinibito della storia.</p>
<p>Ho sempre contestato il revival nuragico e la mitopoiesi nazionalista spacciati per riscoperta delle nostre glorie antiche (vere o ipotetiche). Non posso fare diversamente per un tentativo semplicemente spostato più in avanti nel tempo ed anche in modo decisamente maldestro.</p>
<p>Abbiamo davvero bisogno di miti delle origini e di una narrazione edulcorata del nostro passato?</p>
<p>Perché, se è così, potremmo anche rispolverare le <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carte_di_Arborea" target="_blank"  rel="nofollow" >Carte di Arborea</a>, senza dovercene inventare delle altre.</p>
<p>A cosa servono queste <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Invenzione_della_tradizione" target="_blank"  rel="nofollow" >&#8220;invenzioni della tradizione&#8221;</a> (o &#8220;della storia&#8221;, più propriamente, in questo caso)?</p>
<p>Io ho idea &#8211; e ho il timore &#8211; che servano a fabbricare dispositivi molto poco liberanti e democratici e invece possano essere molto utili a costruire percorsi reazionari, xenofobi, di chiusura culturale, politica e sociale.</p>
<p>Non è di questo che ha bisogno il processo di autodeterminazione sardo. Non è di questo che hanno bisogno i sardi!</p>
<p>Perciò, attenzione a non farci prendere la mano. Non voglio accusare nessuno di mala fede. Non so nemmeno chi sia l&#8217;autore/trice (o gli/le autori/trici) di questo pastrocchio. Ma vedo che sta avendo un certo successo.</p>
<p>Ribadisco: è un mucchio di sciocchezze miste ad errori pacchiani. E, oltre a questo, è un attrezzo scorretto e pericoloso, per giunta controproducente per chiunque lo usi.</p>
<p>Riflettiamoci su e magari prendiamo in mano qualche libro di storia. Ce ne sono tanti e di validissimi. Vinciamo la pigrizia e studiamo di più, senza aspettare la pappa pronta sui social media. Possiamo farcela.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cos’è la Storia?</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2007/06/20/cose-la-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jun 2007 18:23:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[metodo storico]]></category>
		<category><![CDATA[scuola delle Annales]]></category>
		<category><![CDATA[storiografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti presumono di sapere cosa sia la Storia, se non altro per averla odiata sui banchi di scuola. In realtà non è facile dare una risposta convincente al quesito, perché in genere entrano in gioco sensibilità e propensioni personali che pregiudicano l’obiettività della definizione. Data per scontata la natura approssimativa di ogni tentativo in questo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2007/06/20/cose-la-storia/">Cos’è la Storia?</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Cos’è la Storia?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2007/06/20/cose-la-storia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p align="justify">Tutti presumono di sapere cosa sia la Storia, se non altro per averla odiata sui banchi di scuola. In realtà non è facile dare una risposta convincente al quesito, perché in genere entrano in gioco sensibilità e propensioni personali che pregiudicano l’obiettività della definizione. Data per scontata la natura approssimativa di ogni tentativo in questo senso, sforziamoci di essere almeno chiari.<span id="more-504"></span></p>
<p align="justify">Cominciamo con lo sgombrare il campo dalle definizioni che non mi convincono e non condivido.</p>
<p align="justify">1) La Storia come mera <strong>elencazione di avvenimenti, di date, di nomi</strong>. Questo può essere tutt’al più il livello &#8220;evenemenziale&#8221; del discorso storico. Sotto le scelte politiche, dietro le guerre e le devastazioni o i progressi di questa o quella comunità umana ci sono processi fondamentali, spesso di lunga durata, meno evidenti e &#8220;spettacolari&#8221; ma più significativi. Sto parlando della vita concreta, delle possibilità materiali, di circostanze naturali, economiche, culturali che muovono e vincolano il genere umano nel suo complesso e nelle sue articolazioni parziali. In altre parole, del livello &#8220;strutturale&#8221;. Non dovrebbe la Storia affrontare prima di tutto questo livello del discorso?</p>
<p align="justify">2) La Storia come la <strong>vivificazione fattuale dello Spirito, entità trascendentale e al contempo immanente, che pervade e conforma la realtà così come la percepiamo</strong>. Questa è la visione idealista e storicista, cui si rifà per esempio Benedetto Croce. Ma è un’accezione fondamentalmente retorica e a-scientifica di Storia, che tra l’altro non tiene conto di un dato evidente: l’universo non coincide con l’esperienza umana, perciò interpretarlo semplicemente come lo sviluppo di una proiezione della nostra specie (lo Spirito, ma si potrebbe anche dire Dio) è arbitrario e parziale. E’ un’accezione retorica e a-scientifica, perché utilizza categorie astratte, costruzioni sintattiche prive di referente, asserzioni non verificabili né falsificabili. Inoltre non dice niente sui processi storici così come si verificano, né sulle componenti strutturali delle dinamiche interne ad essi.</p>
<p align="justify">3) La Storia come il <strong>racconto del passato finalizzato al nostro ammaestramento etico (<em>historia magistra vitae</em>)</strong>. Intanto, per lunga che sia la tradizione storica occidentale, non risulta che essa abbia mai scongiurato il ripetersi di orrori e catastrofi, di crudeltà e sofferenze. Ma c’è anche un’obiezione metodologica basilare: dall’osservazione scientifica della realtà non si possono trarre direttamente argomenti etici. Se studio un fenomeno (che sia fisico, sociale, biologico non importa) posso legittimamente stabilirne i contorni, verificarne la regolarità o l’eccezionalità, cercare di riprodurlo per analizzarne i processi interni, usarlo come base per una teoria anche molto complessa, a sua volta suscettibile di verifica critica, ecc. Ma da tutto ciò non posso trarre precetti morali, se non in modo arbitrario. Anche per la Storia è così. Come storico posso stabilire che nel corso del XIX secolo c’è stato un grande sterminio di nativi americani nel territorio corrispondente agli Stati Uniti d’America. Questo è un dato, documentato, verificato, criticato, quantificato, ecc. Che io trovi eticamente ripugnante tale fenomeno storico è un giudizio di valore che non entra nel discorso della mia ricerca. E’ un cambio di prospettiva che non ha più niente di scientifico. Le conclusioni politiche o morali (soggettive, arbitrarie e non &#8220;falsificabili&#8221; per loro intima natura) basate su dati scientifici e/o storici devono giustificarsi con i propri strumenti e i propri argomenti, non con i fenomeni da cui prendono spunto, che come tali sono eticamente neutri.</p>
<p align="justify">4) La Storia come <strong>erudizione documentaria</strong>. Lo storico sarebbe dunque il classico topo da biblioteca (o meglio, da archivio), in grado di leggere un diploma carolingio del IX secolo o lo statuto del porto di Cagliari del XIV. Sarebbe colui che trova, analizza e pubblica i documenti ufficiali di un’entità politica oppure rende conto delle testimonianze scritte del passato. Per molti in questo consiste ancora il &#8220;mestiere di storico&#8221;. Ma la vita umana associata non produce solo documenti scritti (pubblici o privati che siano), bensì anche culture materiali, tradizioni etiche, migliaia di lingue diverse, usanze e costumi disparati, concezioni del mondo, orizzonti di senso più o meno ampi, religioni, simbolismi, ecc. Può uno storico legittimamente ignorare tutto ciò? Ovviamente no. Dovrà attingere a tutte le branche in cui per comodità di studi abbiamo diviso il sapere umano, comprese le scienze naturali e matematiche. Lo storico dovrebbe essere un meta-scienziato, una sorta di onnisciente e onnivoro osservatore della vita degli uomini.</p>
<p align="justify">La Storia sarebbe dunque una scienza? Qui entriamo nel vivo del discorso.</p>
<p align="justify">Sì, la storia è una scienza. Una scienza il cui oggetto è l’uomo, anzi, gli uomini. E’ la &#8220;scienza degli uomini nel tempo&#8221; (L. Febvre/M. Bloch). Non sono quindi i fatti e i fenomeni umani di per sé ad esser Storia ma il loro studio da parte nostra. Al di fuori dell’approccio critico e della sottomissione alla discussione dei suoi esiti, esiste la memoria individuale e collettiva, esistono le varie culture umane, esistono i fenomeni e i processi, esistono i documenti, ma non esiste la Storia. Come scienza, essa soffre di quell’inevitabile grado di approssimazione di cui soffrono tutte le scienze, anche quelle fisiche (basti pensare alla relatività di Einstein o alla meccanica quantistica). Il grado di approssimazione della scienza storica è maggiore perché il suo oggetto siamo noi stessi. Ma è una differenza quantitativa, non qualitativa e il rigore richiesto dalla ricerca storica non è (non dev’essere) minore di quello inerente la ricerca fisica o astronomica. I suoi esiti devono essere costantemente sottoposti a critica e, quando il caso, rivisti e persino ribaltati, ossia &#8220;falsificati&#8221;.</p>
<p align="justify">La Storia, però, ha anche un ulteriore aspetto fondamentale, che per le altre scienze è invece accessorio. E’ l’aspetto narrativo: quella che comunemente si chiama Storiografia. Alla ricerca ed ai suoi risultati segue necessariamente la loro raccolta e la loro esposizione in forma narrativa. Anche questo aspetto della scienza storica deve essere affrontato con rigore e correttezza, ma in più esso deve tendere ad un alto livello di efficacia comunicativa, perché il suo scopo possa dirsi raggiunto. Un testo storico mal scritto, che non riesca a trasmettere al lettore o all’ascoltatore non specialista il proprio contenuto in termini al contempo comprensibili e corretti non è un buon testo storico. Purtroppo ne esistono molti di questa specie e sono la causa prima dell’ostilità con cui la Storia viene considerata dai più. Questo è ciò che intendo io per Storia ed è l’accezione a cui mi rifarò in queste pagine.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p align="justify">BLOCH M., <em>Apologia della storia o Mestiere di storico</em>, Torino, Einaudi, 1998;</p>
<p align="justify">CHABOD F., <em>Lezioni di metodo storico</em>, Roma-Bari, Laterza, 1969;</p>
<p align="justify">LE GOFF J. (a cura di), <em>La nuova storia</em>, Milano, Mondadori, 1980;</p>
<p align="justify">NIETZSCHE F., <em>Sull’utilità e il danno della storia per la vita</em>, Milano, Adelphi, 1973.</p>
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		<title>Di cosa si parla quando si parla di Sardegna (2. Sardegna e Italia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jun 2007 13:19:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[lingua sarda]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[F.C. Casula]]></category>
		<category><![CDATA[Girolamo Sotgiu]]></category>
		<category><![CDATA[linguistica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[linguistica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Loi-Corvetto]]></category>
		<category><![CDATA[metodo storico]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[storiografia sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di Sardegna in ambiti teorici generali (in un testo storico, in una trasmissione televisiva, in un dibattito letterario, ecc.) ci si imbatte facilmente in eufemismi, in definizioni vaghe al limite dell’insignificanza, in imbarazzanti tentativi di &#8220;politicamente corretto&#8221;, che di solito rendono confuso il discorso o, spesso a dispetto delle intenzioni, ne accentuano...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Di cosa si parla quando si parla di Sardegna (2. Sardegna e Italia)' data-link='https://sardegnamondo.eu/2007/06/12/di-cosa-si-parla-quando-si-parla-di-sardegna-2-sardegna-e-italia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p align="justify">Quando si parla di Sardegna in ambiti teorici generali (in un testo storico, in una trasmissione televisiva, in un dibattito letterario, ecc.) ci si imbatte facilmente in eufemismi, in definizioni vaghe al limite dell’insignificanza, in imbarazzanti tentativi di &#8220;politicamente corretto&#8221;, che di solito rendono confuso il discorso o, spesso a dispetto delle intenzioni, ne accentuano gli aspetti pregiudiziali. <span id="more-506"></span></p>
<p align="justify">Si parla con disarmante facilità di &#8220;popolo sardo&#8221;, di &#8220;rilevante patrimonio culturale&#8221;, di specificità, di particolarità storiche, senza dare il minimo peso al significato e alle connotazioni di ciascuna di tali espressioni, ovvero si scantona nel pressappochismo attribuendo arbitrariamente a contesti storici e culturali generali quanto invece è propriamente specifico, ovvero ancora negando o sminuendo eventi e processi anche strutturali e significativi ma propriamente sardi che mal si adatterebbero al disegno generale in cui bisogna inserirli.</p>
<p align="justify">Qual è l’origine di tali fraintendimenti ed omissioni?</p>
<p align="justify">Fondamentalmente si tratta di un’origine ideologica, su cui vale la pena indagare: la forzata italianizzazione nelle ricostruzioni teoriche dei processi storici, culturali, politici della Sardegna.</p>
<p align="justify">Come si sa, la problematica unificazione politica dell’Italia ebbe la caratteristica quasi paradossale di essere stata guidata da un ceto dominante ben poco filo-italiano, come quello piemontese, per di più alla guida di una compagine statuale (il Regno di Sardegna) le cui origini, le cui vicende e le cui strutture socio-economiche e culturali, non solo erano quanto mai eterogenee al suo interno (dove si giustapponevano senza integrarsi Sardegna e possedimenti continentali dei Savoia), ma ancor meno si conciliavano con quelle degli stati della penisola italica. Questo ha comportato che dopo aver fatto l’Italia si dovevano ancora fare gli italiani. La sovrastruttura ideologica, con cui si sono giustificate e poi difese e consolidate l’unificazione dell’Italia e le dinamiche socio-economiche su cui essa è incardinata, ha orientato l’intellettualità italica verso il reperimento di una storia comune da porre alla base dei processi politici in corso. Tale produzione ideologica, dopo la crisi degli anni Sessanta-Ottanta del Novecento, ha ripreso vigore ed è in corso ancora oggi.</p>
<p align="justify">Come si inserisce la Sardegna in tale contesto? Certamente in modo problematico. Rimaniamo in epoca moderna e contemporanea. A leggere i documenti (che certo non esprimono la sensibilità e la coscienza di sé dell’intera popolazione sarda), anche quando si impone l’uso della lingua italiana come lingua di cultura e dell’amministrazione (ossia tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo), nessun autore sardo (nemmeno il Manno, pure apertamente filo-sabaudo) avanza anche solo implicitamente la confusione culturale o storica tra l’isola e i suoi abitanti e le altre terre e popolazioni su cui regna la Casa Savoia. Tanto meno si pone il problema di accomunare la Sardegna con altre terre italiche. Se era stata quasi completamente rimossa ogni memoria circa il periodo giudicale, restavano però molto saldi, ancora all’inizio dell’Ottocento, i legami storici con la penisola iberica. Troppo saldi e radicati perché ad essi si potessero arbitrariamente sostituire improbabili legami con l’Italia (Il La Marmora nel suo <em>Itinerario dell’Isola di Sardegna</em> riporta l’episodio di un suo scontro polemico col sindaco di Alà dei Sardi, il quale nell’occasione si disse pronto ad arrivare sino a Madrid pur di vedersi riconosciute le proprie ragioni!). Verso la metà del XIX secolo, quando ormai la residua statualità autonoma sarda era stata liquidata nell’Unione Perfetta con gli stati continentali (1847), cominciò a manifestarsi una visione delle cose parzialmente diversa, diciamo anche un poco schizofrenica, nell’intellettualità sarda. Si trattava di un ceto intellettuale assolutamente organico alla nascente borghesia liberale, abbastanza filogovernativo per raggiungere cariche e posti di responsabilità di qualche rilievo, ma contemporaneamente desideroso di riscattare la dignità storica e culturale della propria terra d’origine. Il Manno può essere annoverato tra i pionieri di tale leva di quadri amministrativi, burocratici e giurisdizionali che tentarono la prima sprovincializzazione dell’isola. Beninteso, sulla base della propria appartenenza sociale e dei propri convincimenti politici. La schizofrenia sta nel fatto che si tentava di conciliare e far procedere di conserva due tendenze opposte: la fedeltà alla Corona e alle pulsioni risorgimentali moderate, da una parte; dall’altra, l’emersione della storia della Sardegna, della sua cultura, della sua lingua ad un livello sovra-provinciale. Tendenze opposte perché, se portate alle ultime conseguenze, avrebbero finito inevitabilmente per creare paradossi inestricabili ovvero collisioni esplosive. All’interno di questo movimento politico-culturale nacquero quasi contemporaneamente tanto gli entusiasmi per le false <em>Carte di Arborea</em> (nelle quali si documentavano sia la rilevanza delle antiche istituzioni statuali isolane, sia la nascita in Sardegna nientemeno che del volgare italico), quanto le prime espressioni del pensiero autonomista (i vari Tuveri, Asproni ed altri). Ancor prima che il Risorgimento conducesse all’inaspettata e poco voluta Unità d’Italia, la Sardegna faceva i conti con le conseguenze della propria inclusione in una compagine statuale più estesa, dalle caratteristiche geografiche, economiche e culturali quanto mai diverse, in posizione di fatale subalternità.</p>
<p align="justify">Ormai il dado era tratto. Da stato sovrano a provincia emarginata e sottosviluppata il passo, benché a ben guardare solo di natura formale e giuridica, non era stato breve. Per di più il danno era irreparabile. Altre esigenze premevano su Casa Savoia e sul nuovo ceto dominante, non più sardo-piemontese ma ormai italiano. La Sardegna non era più la fonte della legittimità monarchica dei regnanti, né una porzione cospicua del territorio statale. Era un territorio d’oltremare la cui unica attrattiva erano le risorse che vi si potevano reperire e mettere a frutto. Di un’economia coloniale, nell’immaginario collettivo (ideologico), poteva esistere solo una proiezione colonialista. Le voci dei primi autonomisti, benché sempre caute, non trovavano riscontro se non in generiche attestazioni di stima e in promesse di attenzione da parte dell’Autorità sovrana. Nei fatti, la noncuranza verso i sardi e la loro terra fu sempre esplicita, spesso anzi degenerò nella repressione violenta (che si trattasse di moti popolari contro le Chiudende e l’abolizione degli antichi usi civici, o di fenomeni più propriamente banditeschi, poco cambiava, nella risposta istituzionale). Qualsiasi pretesa di attribuire dignità alla storia e alla cultura dei sardi venne incanalata opportunamente in ambito folklorico, come espressione di una porzione minoritaria e poco significativa di una compagine &#8220;nazionale&#8221; più ampia, il cui baricentro socio-economico-culturale era piuttosto lontano dall’isola. Quando, negli anni Novanta dell’Ottocento, la situazione arrivò a un limite estremo di degrado (specie per via delle recrudescenze criminali, o definite tali), la commissione parlamentare incaricata dal governo Crispi di far luce sui mali della Sardegna, guidata dal deputato Pais-Serra, riuscì a mettere in luce con una certa chiarezza cause ed effetti, ma ne scaturì una determinazione ancor più feroce ad usare la sola leva militar-repressiva, senza tentare minimamente di incidere sulle strutture produttive-distributive e sulle dinamiche politiche. La base teorica all’operazione &#8220;Caccia Grossa&#8221; (come la definì lo scrittore Giulio Bechi nell’omonimo romanzo ad essa dedicato) venne fornita dagli studi lombrosiani di A. Niceforo (il suo <em>La delinquenza in Sardegna</em> è del 1897, di due anni precedente la spedizione punitiva di cui sopra). Il sardo è congenitamente delinquente, si sosteneva, non basterebbe a redimerlo tutta la buona volontà e la condiscendenza del mondo. La reazione polemica a tali prese di posizione, cui era chiamata l’intellettualità sarda, non mancò. Tanto Grazia Deledda (pure in partenza non ostile agli studi dei lombrosiani in Sardegna), quanto Sebastiano Satta, allora entrambi autori emergenti nel panorama italiano, si schierarono con enfasi diversa ma comunque esplicitamente, a difesa della dignità dei conterranei. Con pochi risultati, a dire il vero. Del resto, in generale, l’esigua e poco progressiva borghesia isolana si guardava bene dal sollevare questioni radicali e risolutive circa i problemi sardi. Tanto meno i personaggi politici più i vista, come F. Cocco-Ortu, parlamentare di lungo corso e ministro giolittiano, abbandonarono la comoda via del clientelismo e della difesa interessata dello status quo. Le repressioni di Bugerru (1904) e della sollevazione popolare di Cagliari (1906) lasciarono qualche traccia nella cronaca e qualche esito nelle vicende del sindacalismo italiano, ma quasi nessun effetto sulla situazione sarda. Per tutti l’isola era una terra economicamente e demograficamente povera, quasi un peso morto che il Regno d’Italia doveva portarsi appresso per antichi vincoli di gratitudine maturati dalla casa regnante (che, come è noto, vi aveva trovato rifugio in epoca napoleonica), ma senza alcun trasporto emotivo. Salvo sfruttarne ampiamente le risorse e accumularvi fortune, da investire o mettere al sicuro altrove, ovviamente. La stampa locale, in mano al ceto padronal-parassitario, era quanto mai distaccata da ogni velleità riformistica, sia pur blanda. L’immagine di sé dei sardi medesimi era quella di vittime di una condizione ancestrale di grettezza, miseria e arretratezza, da cui nessuna forza umana sembrava in grado di estrarli. L’ideologia dominante era introiettata dall’uomo comune fino a giustificare lo stato delle cose. Chi si ribellava alla situazione lo faceva senza alcuna coscienza politica, in nome di una sorta di anarchismo individuale che non trovava sbocchi in alcuna istanza consapevolmente condivisa. La classe intellettuale, anche quella formatasi negli anni intorno alla Grande Guerra, alla luce del riscatto pagato col sangue dei fanti sardi nelle trincee del Carso e dell’Altipiano d’Asiago, non poteva prescindere dall’immagine mortificante che della Sardegna esprimevano tanto le gazzette quanto i libri di storia. Persino menti più aperte e votate al cambiamento, come Gramsci e Lussu, si guardarono bene dal tentare di rivedere gli schemi teorici consolidati. Tutt’al più arrivarono a parlare della Sardegna come una &#8220;nazione mancata&#8221;, quasi a dare per infondata qualsiasi possibile rivendicazione culturale o politica alternativa. Allorché in parlamento, prima dell’imposizione della dittatura fascista, qualcuno fece balenare l’ipotesi che per la Sardegna si aprisse una strada simile a quella intrapresa dall’Irlanda in quegli anni (formale autonomia e effettiva indipendenza dal Regno Unito, 1921), lo steso Lussu rifiutò categoricamente la sola idea. Al di là delle ragioni di realismo politico, ciò evidenzia la poca coscienza di sé e la mancanza di autostima di cui soffrivano persino gli spiriti più onesti e coraggiosi. D’altro canto, lo stesso programma del Partito Sardo d’Azione, radicale ma non indipendentista, rimase lettera morta, sia a causa dell’avvento del regime fascista, sia a causa di debolezze intrinseche ad una compagine la cui composizione sociale era troppo eterogenea per dar vita a un movimento forte e determinato. La componente politica indipendentista rimase assolutamente minoritaria e quasi assente dal dibattito generale pre e post fascista. La storiografia non prese affatto in considerazione altra impostazione che quella canonica, accademica, di matrice romantico-risorgimentale. Altre scienze umane non esistevano o, come la linguistica (per altro promossa fondamentalmente dagli studi di M.L. Wagner), erano troppo marginali per condurre ad un rivolgimento teorico complessivo. Solo a fatica e solo dagli anni Sessanta del Novecento, in realtà, l’impostazione consolidata circa le cose sarde (tanto quelle attuali, quanto quelle del passato) ha cominciato a mutare, sia pure poco a poco e in modo contrastato. Troppi interessi forti (militari ed economici, in primis) erano determinati a tenere l’isola in uno stato di inferiorità strumentale alle proprie esigenze strategiche. D’altra parte la classe dominante sarda era ancora quella di tipo clientelare, maturata sin dal secolo precedente, portatrice di una visione patrimoniale dei ruoli istituzionali e burocratici che dura praticamente ancora oggi. Nemmeno l’economia coloniale ha mutato segno. Si è aggiunta, mercé il debello della malaria, la speculazione turistico-immobiliare e quella industriale. Entrambe propagandate come risolutive dei mali storici dell’isola, ma in breve rivelatesi fini a se stesse ed anzi socialmente ed economicamente destabilizzanti. A compenso di tale inerzia produttiva e politica, nel secondo dopoguerra sono cresciuti la scolarizzazione e l’accesso a mass-media universalizzanti (prima la radio, poi la televisione, infine l’informatica) e con essi la larga diffusione di strumenti critici presso un’opinione pubblica in fase di drastica mutazione. La stessa cultura tradizionale, benché travolta dalle novità e in gran parte marginalizzata in ambiti di devianza, ha resistito ed ha imparato a sopravvivere servendosi dei mezzi della modernità. Le dinamiche economiche, demografiche e sociali sono state finalmente analizzate con metodi nuovi e libertà di giudizio crescente da una classe intellettuale più aperta e meno organica al potere costituito. Alla fine degli anni Settanta M. Pira, sostenendo la necessità del mutamento di status della Sardegna da oggetto della storia e della cronaca a soggetto attivo e partecipe, poneva i presupposti per un ribaltamento totale della prospettiva teorica e politica sotto cui valutare la situazione sarda.</p>
<p align="justify">È dunque definitivamente mutata da allora la visione della nostra storia, della nostra cultura, delle cause dei problemi e delle risorse della Sardegna? Direi di no. Non ancora, o solo in parte. Proprio l’ostinata perpetuazione dello schema italo-centrico rende vano ogni tentativo di libertà critica e di arricchimento teorico. Ancora oggi nelle università sarde fa fatica ad imporsi l’emancipazione dai percorsi di ricerca canonici.</p>
<p align="justify">In proposito farò solo qualche esempio, che ritengo significativo. Innanzi tutto devo segnalare che non esiste (a metà dell’anno 2007) un testo di storia sarda il cui centro focale siano i sardi stessi, non una forza politica ed economica esterna (i Romani, i Bizantini, i Pisani, i Genovesi, gli Aragonesi) ovvero l’autorità costituita straniera (la Corona Spagnola, i Savoia, lo stato italiano). Le &#8220;Storie&#8221; della Sardegna, nella quasi totalità dei casi scritte da sardi, sono piene di resoconti e ricostruzioni relative per lo più a compagini, formazioni sociali e ordinamenti giuridici che in Sardegna avevano l’oggetto del loro interesse, possedimenti o autorità politica, ma si dedicano poco e marginalmente (sia pure con qualche eccezione, vedi per esempio SOTGIU G., <em>Storia della Sardegna sabauda</em>, Roma-Bari, 1984) ai sardi in quanto tali, alle loro dinamiche ed articolazioni produttive, sociali, culturali e politiche. Il tentativo di F.C. Casula di reimpostare la storiografia sarda esaltando il livello evenemenziale e statuale dei processi politici (cfr. CASULA F.C., <em>La storia di Sardegna</em>, Cagliari-Pisa, 1994) rimane isolato e per di più basato su una visione nonostante tutto provinciale: la storia sarda sarebbe importante perché si inserisce in modo determinante nell’ambito della storia italiana. Come si vede è quasi un paradosso. Se la storia sarda riveste un qualche interesse sovra-locale è per sua virtù intrinseca, per la natura singolare ed esemplare di molti processi storici che vi si sono sviluppati, per la tipicità delle sue dinamiche culturali, ecc. Cercare di inserirla quasi a forza in un contesto alieno, allo scopo di renderla più accettabile o interessante, non serve ad altro che a sminuirne la reale portata. La storia sarda non è una parte rilevante di una storia nazionale altra da sé, bensì una parte rilevante della storia europea ed occidentale generale, come la storia di qualsiasi altro territorio o popolo, al di là del contingente e per certi versi fortuito inserimento della Sardegna nel contesto statuale italiano.</p>
<p align="justify">Un altro esempio significativo. A proposito di lingua sarda, benché sia quasi definitivamente risolta la <em>vexata quaestio</em> circa la natura da attribuire agli idiomi isolani, si pongono problemi socio-linguistici ulteriori. Da una parte ancora recentemente si esprimeva esplicita ostilità verso il bilinguismo e la pretesa dei sardi di usare la propria lingua in ogni contesto e su ogni tema possibile, allargandone i confini lessicali e ampliandone gli ambiti d’uso (vedi in proposito: DURANTE M., <em>Dal latino all’italiano moderno</em>, Bologna, 1981). Si manifesta cioè una resistenza alquanto radicale al fatto che tra i sardi esista una naturale tendenza a non volersi sbarazzare a cuor leggero del proprio patrimonio culturale a favore di quello italiano, pure ormai in parte interiorizzato, ma pur sempre imposto dall’esterno. Da un altro lato, anche in Sardegna, si insiste sull’intensità dei rapporti storici tra cultura sarda e cultura italiana, facendoli risalire ovviamente all’epoca delle relazioni tra regni giudicali e Comune pisano, attestandone una sopravvivenza lungo tutto l’arco di tempo che separa quei secoli dall’epoca contemporanea. In particolare, sul tema segnalo: LOI-CORVETTO I., <em>La Sardegna</em>, in AAVV., <em>L’italiano nelle regioni</em>, Torino, 1992-4, I vol.; EAD., <em>La Sardegna</em>, in AAVV., <em>L’italiano nelle regioni</em>, Torino, 1992-4, II vol. Nei due saggi (nel primo in particolare), l’autrice enumera alcuni esempi di utilizzo del volgare italico e poi della lingua italiana da parte di appartenenti al ceto intellettuale e burocratico, in periodi in cui la Sardegna non era che regno minore della Corona Aragonese e poi di quella Spagnola, culturalmente inserita, sia pure in forme provinciali e marginali, in quel contesto politico. In questo caso, benché la fonte sia autorevole, la forzatura è palese. Non solo si prende in considerazione un uso della lingua ristretto ad una porzione sociale esigua e circoscritta (il ceto intellettuale-amministrativo, di estrazione ecclesiastica o aristocratica), ma si spaccia l’uso scritto di una delle principali lingue di cultura del tempo (specie nel XVI-XVII secolo) per un uso spontaneo e diffuso, come se la competenza linguistica dell’italiano fosse concorrente non dico col sardo, ma almeno col catalano e col castigliano. Cosa decisamente falsa. Non solo abbiamo testimonianze della quasi assoluta ignoranza dell’italiano in Sardegna sino alla fine del XVIII secolo (dopo che il governo piemontese ne aveva promosso l’uso almeno a livello amministrativo sin dai primi decenni e, massicciamente, dal 1760) e perfino oltre (ancora all’inizio dell’Ottocento si redigevano atti notarili in catalano e in sardo, ma non in italiano); ma se ampliamo lo sguardo agli strati popolari (ossia alla stragrande maggioranza dei sardi), bisogna pur sottolineare che ancora al momento dell’Unità d’Italia in Sardegna aveva una conoscenza almeno passiva dell’italiano una percentuale minima della popolazione, il 5, forse il 10%, ad essere di manica larga. Nel 1861 la percentuale degli analfabeti in Sardegna, cioè di coloro che non sapevano leggere e scrivere in italiano, era del 91,17% (cfr. PIRA M., <em>La rivolta dell’oggetto</em>, Milano, 1978; del resto, sul tema basta consultare: DE MAURO T., <em>Storia linguistica dell’Italia unita</em>, Roma-Bari, 1963). Quasi nessuno, insomma, lo parlava e moltissimi non lo conoscevano che poco o nulla. In ambito letterario – a parte gli scritti teorici, linguistici, storici, destinati ad un pubblico fondamentalmente non sardo e di estrazione alto-borghese, accademica, ecc. redatti in italiano a partire dagli ultimi decenni del XVIII secolo – l’italiano era usato marginalmente. Ma la poesia popolare (ossia quella a vasta diffusione spontanea), anche quando veniva scritta e stampata, era poesia in sardo (com’è tutt’ora, del resto). Cosa rimane dunque della tesi della Loi-Corvetto? Ben poco direi, se non la manifestazione di un’adesione acritica a modelli esogeni piuttosto dura a morire.</p>
<p align="justify">Per cambiare punto di vista, e metterci dalla parte dei non sardi, bisogna sottolineare che accedere a informazioni corrette sulla Sardegna è ancora molto difficile. Per esempio, chi studia in buona fede la storia italiana, anche a livello universitario, non ha che pochissime e vaghe notizie sulla Sardegna. Della storia giudicale non c’è traccia nei testi generali e ben poco se ne trova in quelli specialistici o nelle monografie (di più nei testi esteri). In un manuale di storia medievale, ormai datato ma utilizzato sino ad anni molto vicini a noi (VILLARI R., <em>Storia medievale</em>, Roma-Bari, 1969) si dice esplicitamente in un riassunto cronologico tra un capitolo e un altro: &#8220;1016, Pisa conquista la Sardegna&#8221;. Tale evento non è MAI avvenuto.</p>
<p align="justify">Proseguiamo. Della lunga parabola del Regno di Sardegna, benché radice storica e giuridica del Regno d’Italia, in genere non si fa cenno almeno fino al momento dei primi moti risorgimentali. In una recente trasmissione televisiva di grande ascolto (il programma &#8220;Ulisse: il piacere della scoperta&#8221; curato da Piero e Alberto Angela) si parlava addirittura di &#8220;regno piemontese&#8221;, senza il minimo riferimento, nemmeno fuggevole, alla Sardegna. In un’edizione non particolarmente datata della <em>Divina Commedia</em> (Milano, 1991), nel commento al v. 82 del canto XXII dell’Inferno, si informa che &#8220;<em>quel di Gallura</em>&#8220;, come dice Dante, è &#8220;uno dei quattro giudicati in cui i Pisani divisero la Sardegna&#8221;. Anche qui, una falsità storica grossolana, alquanto inaccettabile al giorno d’oggi.</p>
<p align="justify">Allo stesso modo, simmetricamente, è del tutto fuorviante presentare la cultura tradizionale sarda come espressione della cultura nazionale italiana. Nel 2007 si è svolta in Giappone una grandiosa manifestazione culturale organizzata dai due paesi, con tanto di esposizione di celebri dipinti (tra gli altri, persino l’<em>Annunciazione</em> di Leonardo), concerti, mostre agroalimentari, ecc. A rappresentare la tradizione culturale italica è stato chiamato un coro <em>a tenore</em> sardo. Certo, si tratta pur sempre di cittadini italiani, ma perché voler trasmettere un’idea tanto fuorviante? Pressapochismo, si dirà. E forse opportunismo. Il discorso può essere serenamente esteso a tutti gli ambiti della comunicazione e dei media.</p>
<p align="justify">Rimane da analizzare la ragione di tutto ciò. Ho parlato più sopra di ideologia. Intendo dire che, consapevolmente o meno, da sempre si è cercato di creare una falsa coscienza della realtà, in primis tra i sardi, quindi anche negli osservatori estranei: da una parte negare che in Sardegna si sia mai sviluppato alcun processo storico o culturale significativo, dall’altra inserire nel contesto italiano quanto di significativo si è verificato o è rimasto. In nessun altro modo si sarebbe potuta mantenere e giustificare l’imposizione di un sistema culturale, linguistico e insieme economico-produttivo e politico quasi completamente alieno, in una terra come la Sardegna, caratterizzata da quella che G. Lilliu chiamava &#8220;costante resistenziale&#8221;. Evitare che nell’isola emergesse ed emerga definitivamente una coscienza di sé diversa da quella strumentale alla classe dominante ed alle sue espressioni economiche e politiche è lo scopo fondamentale di tale complesso ideologico. La consapevolezza della debolezza del sistema statuale italiano da parte della sua mediocre classe dominante e la sudditanza ad essa dei mass-media (adesso come e più che in passato) sono le ragioni e gli strumenti del processo così sviluppato. Un processo ancora in atto, cui naturalmente non è estranea la componente repressiva dell’apparato militar-poliziesco.</p>
<p align="justify">Tenere i sardi in uno stato di perenne minorità è stata una operazione a lungo vincente. Grandi interessi strategici, sia economici che militari, non solo e non necessariamente italiani, vedevano nella Sardegna uno strumento prezioso per perseguire i propri scopi, come tale da non lasciare in balìa alla libera determinazione di chi ci vive. La selezione di una classe dominante locale vincolata e dipendente dall’esterno ha fatto sì che il sistema si perpetuasse. Questo è il panorama che appare ad uno sguardo obiettivo. Al di là delle ricadute politiche che tale conclusione può avere, non si può negare la sua portata, né la si può tenere più a lungo nascosta.</p>
<p align="justify"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p align="justify">ALIGHIERI D. (commento a cura di Giuseppe Villaroel, revisione del comm. di Guido Davico Bonino e Carla Poma), <em>Divina Commedia</em>, Milano, Mondadori – Grandi classici, 1991</p>
<p align="justify">BECHI G., <em>Caccia grossa</em>, Nuoro, Ilisso, 2000</p>
<p align="justify">BURGIO A., <em>Gramsci storico. Una lettura dei &#8220;Quaderni dal carcere&#8221;</em>, Roma-Bari, Laterza, 2003</p>
<p align="justify">CASULA F.C., <em>La storia di Sardegna</em>, Cagliari-Pisa, ETS, [1998?]
<p align="justify">DE MAURO T., <em>Storia linguistica dell’Italia unita</em>, Roma-Bari, Laterza, 1963</p>
<p align="justify">DURANTE M., <em>Dal latino all’italiano moderno</em>, Bologna, Zanichelli, 1981</p>
<p align="justify">LOI-CORVETTO I., <em>La Sardegna</em>, in: AAVV. (a cura di F. Bruni), <em>L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali</em>, Torino, UTET, 1992-4, I vol., pp. 875-917</p>
<p align="justify">EAD., <em>La Sardegna</em>, in: AAVV. (a cura di F. Bruni), <em>L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali</em>, Torino, UTET, 1992-4, II vol., pp. 861-894</p>
<p align="justify">PIRA M., <em>La rivolta dell’oggetto. Antropologia della Sardegna</em>, Milano, Giuffrè, 1978</p>
<p align="justify">SOTGIU G., <em>Storia della Sardegna sabauda</em>, Roma-Bari, Laterza, 1984</p>
<p align="justify">VILLARI R., <em>Storia medievale</em>, Roma-Bari, Laterza, 1969</p>
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