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	<title>Mediterraneo Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>La rimozione delle cause e altre debolezze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2015 13:10:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ripropongo qui la lettura di un importante articolo di Limes, in cui si intervista Eugene Rogan, storico oxfordiano. Una lettura che offre parecchi spunti sulla nostra attualità mediterranea, europea e anche sarda. Non si tratta di nozioni o informazioni esoteriche, di difficile accesso, eppure faticano a prendere piede nel dibattito pubblico e a farsi largo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/09/03/la-rimozione-delle-cause-e-altre-debolezze/">La rimozione delle cause e altre debolezze</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La rimozione delle cause e altre debolezze' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/09/03/la-rimozione-delle-cause-e-altre-debolezze/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.framor.eu/wp-content/uploads/2012/07/cartina-medio-oriente-728x344.jpg" alt="" width="728" height="344" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ripropongo qui la lettura di un importante <a href="http://www.limesonline.com/cosi-noi-europei-inventammo-il-medio-oriente/65558" target="_blank" rel="nofollow" >articolo di Limes</a>, in cui si intervista <a href="http://www.sant.ox.ac.uk/people/eugene-rogan" target="_blank" rel="nofollow" >Eugene Rogan</a>, storico oxfordiano. Una lettura che offre parecchi spunti sulla nostra attualità mediterranea, europea e anche sarda. <span id="more-1916"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di nozioni o informazioni esoteriche, di difficile accesso, eppure faticano a prendere piede nel dibattito pubblico e a farsi largo nel senso comune dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo naturalmente la responsabilità dei mass media e anche del mondo intellettuale è al solito notevole. Ma lascerei sullo sfondo questo problema e mi concentrerei su quanto Rogan spiega nella conversazione riportata, restituendo alle cose la loro corretta sequenza cronologica e causale, senza rinunciare alla loro complessità.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi hanno idea da cosa nasca l&#8217;odierna situazione di disordine del Medio Oriente, pochissimi si interrogano su cosa significhi appunto Medio Oriente, sull&#8217;evidente radice ideologica ed eurocentrica di tale denominazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non sono passati ancora cent&#8217;anni dalla fine dell&#8217;Impero ottomano, evento decisivo per quest&#8217;area. La storia recente dell&#8217;area tra il Marocco e la Turchia, passando per Egitto, Mesopotamia e Penisola araba, è una storia che ci chiama in causa. Quello che oggi chiamiamo Medio Oriente nasce lì.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questa storia è parte integrante la folle accondiscendenza e l&#8217;ancor più folle appoggio politico dell&#8217;Europa e degli USA al disegno sionista di costruire ex novo uno stato ebraico in Palestina, dove la popolazione ebrea residente era integrata, da piccola minoranza, in un tessuto etnico e sociale in larga parte arabo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne sono parte le vicende dei cosiddetti &#8220;mandati&#8221; internazionali, che le potenze europee si fecero conferire dall&#8217;appena nata Società delle Nazioni (precorritrice non troppo virtuosa dell&#8217;ONU) per dividersi l&#8217;influenza sulla sponda sud del Mediterraneo e sull&#8217;area araba. Vicende spesso non troppo edificanti, fatte di accordi traditi, imposizioni di stampo coloniale, maneggi geopolitici ed economici del tutto indifferenti alla sorte dei popoli coinvolti.</p>
<p style="text-align: justify;">La ricostruzione proposta nell&#8217;articolo, benché necessariamente sintetica, non solo fa giustizia di alcuni luoghi comuni e comunque della diffusa ignoranza in merito a tutto ciò, ma suona anche come un ammonimento ai governi presenti. Intervenire nel cosiddetto Medio Oriente da padroni o da portatori di interessi desiderosi solo di far valere il proprio esclusivo tornaconto è un tragico errore. Pretendere di non pagare il prezzo dei guai a cui abbiamo contribuito, persino quando sia minimo come l&#8217;accoglienza di qualche centinaio di migliaia di profughi, è schifosamente meschino.</p>
<p style="text-align: justify;">Di quei profughi, come di qualsiasi altro fuggiasco da fame, malattie e guerre provocate e alimentate dagli interessi della parte ricca del mondo, bisogna farsi carico. Ogni singolo povero cristo morto nel tentativo di raggiungere l&#8217;Europa è una nostra colpa. Ogni bambino orfano o peggio deceduto, ogni genitore privato dei propri figli gravano sulla nostra coscienza. È vero che molti (?) di noi non sono razzisti e tendenzialmente capiscono che in quelle fughe, in questa migrazione di massa, non c&#8217;è alcuna colpa, non c&#8217;è alcunché di cui chiedere scusa, non è insita alcuna minaccia, ma forse non ci è abbastanza chiaro che in gioco non c&#8217;è solo una faccenda etica o politica ma prima di tutto economica e sociale ed anche ecologica. Per loro e per noi. Il confine tra &#8220;loro&#8221; e &#8220;noi&#8221; è fin troppo labile e in Sardegna dovremmo saperne qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">In ballo ci sono i modelli economici dominanti, le forme della divisione del lavoro, i diritti fondamentali, gli equilibri tra risorse e consumi, le possibilità di vita libera e dignitosa per milioni di esseri umani. È tutta roba molto concreta, che ha una consistenza fisica non comprimibile, che pesa, che fa massa, che puzza di ingiustizia, di sfruttamento, di paura e di fatica, di malattia e di brutta morte. E ci sta arrivando addosso, dall&#8217;esterno e anche dall&#8217;interno. Ci stiamo in mezzo, dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">La conversazione di Eugene Rogan offre anche spunti politici ulteriori, suona come un&#8217;evocazione di cose ancor più vicine a noi sardi in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi nessuno in buona fede, a patto di non essere del tutto sprovveduto, può negare la portata epocale, in Sardegna, della nostra crisi sistemica e della questione della nostra autodeterminazione. Eppure su questo terreno, pure ormai in qualche modo entrato nell&#8217;agenda politica e nel dibattito pubblico, siamo ancora fermi alle scaramucce retoriche, ai posizionamenti tattici dentro un quadro socio-economico, politico e strategico che nessuno ha davvero voglia di mettere in discussione.</p>
<p style="text-align: justify;">Importa davvero poco che siamo o no convinti della necessità dell&#8217;indipendenza della Sardegna. La cosa costituisce una questione importante, ma resta su un piano formale e giuridico, che andrà affrontato prima o poi con le dovute conoscenze e competenze. Tuttavia oggi si tratta di impostare la discussione più sugli aspetti materiali, culturali, sociali, economici e strategici della questione, che su quelli formali.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è la condizione storica dell&#8217;isola e dei suoi abitanti? Quali sono le questioni strategiche prioritarie? In base a quale impostazione andrebbero affrontate? In nome di chi? E da chi?</p>
<p style="text-align: justify;">Questi interrogativi incombono su di noi e se decidiamo di eluderli stiamo solo lasciando che le risposte le trovino altri, nel loro interesse, e non noi nel nostro. Noi come collettività storica cosciente di sé. Illuminanti in proposito le parole di Rogan riguardo i Curdi. Lì c&#8217;è una lezione politica da apprendere al più presto.</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione di condizioni di vita dignitose nel presente e di una possibilità per il futuro che non sia fatta solo di povertà, malattie e spopolamento ha come premessa che si formi in Sardegna una massa critica quanto meno consapevole del proprio posto nel mondo e dei propri problemi. Prevede anche che le forze sociali che raggiungono tale consapevolezza esprimano una classe dirigente (usiamo questa definizione per comodità) che si faccia carico delle scelte strategiche fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">È impressionante ad esempio la sottolineatura di come i Curdi, tra le cose basilari grazie a cui stanno costruendo la loro indipendenza, in particolare stiano riscrivendo la loro propria storia, dal proprio punto di vista. È una faccenda estremamente problematica, ma dato che tocca temi trattati spesso in questo spazio, la segnalo come elemento specifico di riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma soprattutto i Curdi, a differenza di altre popolazioni della regione nei decenni trascorsi dopo la caduta dell&#8217;impero turco, stanno maturando una propria classe dirigente degna di questa definizione. E non lo stanno facendo certo ponendosi al servizio, nelle varie regioni del Kurdistan, di forze politiche esterne, ostili alla loro autodeterminazione, ma caso mai facendo valere il peso della propria diaspora o delle proprie comunità presso i centri di potere da cui ancora formalmente dipendono.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiaramente le condizioni delle popolazioni curde non sono sovrapponibili a quelle dei Sardi. Non lo sono in termini demografici, non lo sono in termini socio-economici. Non dimentichiamo che laggiù si vive da molti anni in una situazione di conflitto più o meno aperto, l&#8217;aspetto militare della questione ha il suo peso.  Però i tratti generali di quel processo storico dovrebbero richiamare la nostra attenzione ed ammonirci ad una maggiore serietà nell&#8217;affrontare i nostri problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Serietà che latita o manca del tutto in quella che in Sardegna si presenta come classe dirigente locale e che invece, come sappiamo, è solo un ambiente malsano fatto di podatari (o aspiranti tali), di avventurieri, di prestanome, di intermediari, di arrivisti di bassa lega. Un eterogeneo gruppo sociale dalla mentalità tragicamente provinciale, tenuto insieme solo da ragioni di bassa convenienza, animato e rappresentato da personaggi che non riescono nemmeno ad avere l&#8217;apparenza di statisti, benché ne rivendichino a volte, grottescamente, lo status.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo più vicini alle popolazioni del Medio Oriente e della sponda sud del mediterraneo di quanto ci piaccia pensare. Da molti punti di vista. Forse, anziché scimmiottare l&#8217;atteggiamento prevalente in Italia (quello di chi sta meglio e non vuole rinunciare a nulla del proprio benessere, salvo indignarsi o darsi al più schifoso razzismo, a comando), dovremmo maturare una nostra visione delle cose e collocarci opportunamente in un contesto storico internazionale che ci vede comunque pesantemente coinvolti. A noi decidere se assumere la parte della vittima sacrificale o quella del soggetto dotato di voce e forza proprie. Per la prima, siamo già ben attrezzati e basta lasciare le cose come stanno. Per la seconda, bisogna ancora darsi molto da fare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;inadeguatezza è un lusso che non possiamo permetterci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 10:51:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È angosciante seguire le cronache di questi giorni, tra eccidi di profughi e studenti, morte di migranti, sviluppi bellici e diplomatici in grande stile. Infuriano una corsa agli armamenti, un&#8217;assuefazione progressiva alla violenza e un rinfocolarsi di nazionalismi che ricordano troppo da vicino quel che successe un secolo fa per non essere inquietanti. È troppo...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='L&#039;inadeguatezza è un lusso che non possiamo permetterci' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/04/15/linadeguatezza-e-un-lusso-che-non-possiamo-permetterci/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">È angosciante seguire le cronache di questi giorni, tra eccidi di profughi e studenti, morte di migranti, sviluppi bellici e diplomatici in grande stile. Infuriano una corsa agli armamenti, un&#8217;assuefazione progressiva alla violenza e un rinfocolarsi di nazionalismi che ricordano troppo da vicino quel che successe un secolo fa per non essere inquietanti. <span id="more-1783"></span></p>
<p style="text-align: justify;">È troppo pretendere che ci sentiamo coinvolti in queste vicende? Woody Allen, in una nota scena, a chi gli obiettava qualcosa circa la sua militanza <em>liberal</em>, rispondeva che per lui era impossibile pensare che in quello stesso momento qualche bambino stesse morendo di fame in Africa senza che questo gli rovinasse la serata. Una battuta cinica, indubbiamente, ma molto più severa verso l&#8217;atteggiamento <em>radical chic</em> che verso chi invece semplicemente se ne frega.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai <em>radical chic</em> ci sono purtroppo anche gli stupidi, i razzisti e i fascisti a incrementare il tasso di inquinamento morale e politico. Questa gentaglia, in servizio permanente effettivo a vataggio dei poteri costituiti di turno, ci sguazza beatamente in momenti storici come quello presente. La Sardegna non ne è affatto immune. Ma è la sostanziale indifferenza dei più a preoccupare.</p>
<p style="text-align: justify;">Che ci piaccia o non ci piaccia, tutto quello che succede all&#8217;infuori di noi e della nostra ristretta cerchia personale ci riguarda. Le pretese individualistiche nulla possono davanti alla constatazione che siamo tutti nodi di una grande rete di relazioni, rapporti di forza, canali di comunicazione. Non esistono compartimenti stagni. Le idee di purezza etnica o di protezione della propria identità sarebbero ridicole, davanti allo spettacolo del mondo, se non fossero così minacciose.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe bello e utile se la coscienza della complessità e della profonda connessione tra il nostro destino e quello altrui fosse ben radicata in ciascuno di noi. Ovviamente è una pretesa utopistica. Mi accontenterei però che tale coscienza fosse presente almeno in chi ha ruoli pubblici e in chi deve prendere decisioni sulla vita di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso è generalizzabile, chiaramente, ma riflettevo su quanto, anche da questo lato, sia debole e inadeguata la classe dirigente sarda. O meglio, quella che dovrebbe essere la classe dirigente sarda. Una terra come la nostra, così esposta ai frangenti della storia, avrebbe necessità di una diffusa consapevolezza dei nostri legami con quanto ci circonda. Invece ci ostiniamo ad accettare di rimanere relegati in una sorta di limbo, storditi da sciocchezze propalate ad arte, ignoranti di noi stessi quanto di tutto il resto.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi governa la Sardegna e dovrebbe rappresentanrne gli interessi, nella loro coplicata composizione, non mostra di avere alcuna idea compiuta su come vada il mondo. Personaggi da poco diventano leader; gente che ha letto giusto qualche libro anni fa o ha fatto carriera all&#8217;ombra di qualche padrone può avere l&#8217;ultima parola su questioni rilevanti, a volte vitali; furbi, corrotti, arrivisti brulicano a tutti i livelli e raggiungono facilmente ruoli di vertice. La nostra condizione di dipendenza genera una pressione selettiva a favore della mediocrità e del conformismo. Il che è esiziale sempre, ma tanto più in un momento di gravi squilibri e di crisi storica conclamata.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i membri della giunta Pigliaru e i nostri consiglieri regionali a proposito di quanto succede oggi nel Mediterraneo, dai naufragi dei migranti agli sviluppi in atto nei paesi del Maghreb, alla questione greca, fino alla situazione del Vicino Oriente. Sono o non sono fatti e processi che ci toccano? O ci interessa solo quanti soldi ha da investire in Sardegna, beninteso nel proprio interesse, il fondo sovrano del Qatar? Possibile che al di fuori della spartizione delle ASL e del dirottamento dei soldi pubblici verso progetti insulsi o pericolosi (ma molto lucrosi) tipo inceneritori e chimiche verdi non ci sia nulla che interessi la nostra classe politica e la nostra intera classe dirigente?</p>
<p style="text-align: justify;">La somma della profonda ignoranza su noi stessi con quella, altrettanto radicata, sul mondo circostante è un peccato mortale della Sardegna contemporanea. Ma non sarebbe giusto né corretto prendersela con i Sardi in generale. A volte si dice che è sbagliato essere indulgenti verso i cittadini: dopo tutto siamo in democrazia e ognuno deve assumersi la sua bella parte di responsabilità. È vero, non lo nego, ma a questa osservazione generica va aggiunto anche un insegnamento della storia che non si può eludere: la buona cittadinanza la fa la buona politica.</p>
<p style="text-align: justify;">La responsabilità della classe dominante sarda negli ultimi duecento anni è evidente. Se per altre epoche potevamo accettare distinguo e attenuanti, per questi anni no. Non è più possibile nasconderci la drammatica realtà. Chi ha potere decisionale oggi in Sardegna è del tutto impari al compito. Non c&#8217;è giunta dei professori che tenga. Questo è un problema strutturale estremamente serio. L&#8217;assoluto disinteresse per gli eventi internazionali e l&#8217;ignoranza di tutto quanto ecceda il mero rapporto di vassallaggio con le forze economiche e politiche che dominano l&#8217;Italia è uno dei fardelli più pesanti della nostra condizione storica attuale. Liberarcene è fondamentale. E sarà fondamentale anche il modo in cui ce ne libereremo.</p>
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		<title>Premonizioni</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/01/30/premonizioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2011 14:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli eventi che scuotono la sponda sud ed est del Mediterraneo ci interrogano su molti fronti. Il Mediterraneo è in tutto e per tutto il mare nostrum: non perché ci appartenga, quanto perché noi apparteniamo ad esso, alla sua geografia, alla sua storia. Non è pensabile che quanto succede sulle sue sponde non ci riguardi...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2011/01/30/premonizioni/">Premonizioni</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Premonizioni' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/01/30/premonizioni/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft" src="https://www.corriereuniv.it/cms/wp-content/uploads/2008/05/mediterraneo.jpg" alt="" width="266" height="123" />Gli eventi che scuotono la sponda sud ed est del Mediterraneo ci interrogano su molti fronti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Mediterraneo è in tutto e per tutto il <em>mare nostrum</em>: non perché ci appartenga, quanto perché noi apparteniamo ad esso, alla sua geografia, alla sua storia. Non è pensabile che quanto succede sulle sue sponde non ci riguardi direttamente.<span id="more-313"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A parte questa considerazione generale, convalidata da millenni di storia, osservando più da vicino possiamo constatare alcune ricorrenze, nelle dinamiche in corso. Paesi non considerati nel novero di quelli più poveri del pianeta soffrono pesantemente della crisi globale, anche in termini materiali, relativamente alla soddisfazione di bisogni primari.<span id="more-720"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò inevitabilmente comporta l’abbassarsi del livello di sopportazione dei disequilibri nella distribuzione delle risorse e nelle distanze socio-economiche tra la fascia più avvantaggiata e quella più povera delle popolazioni. Il tutto reso ancor meno accettabile dalla subordinazione a regimi corrotti, incentrati su figure di leader ormai anziani (dai settanta anni in su), vanamente resi presentabili mediaticamente da operazioni di maquillage chirurgico e/o dalle arti dei truccatori. Leader che si sono imposti come garanti di assetti geopolitici regionali, in virtù dell’appoggio internazionale (specialmente USA, ma anche francese e in genere occidentale), giovandosi del controllo dei mezzi di informazione di massa e della complicità dei maggiori centri di potere (economico, militare, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Tali assetti, oltre che dall’aggravarsi delle condizioni economiche, sono messi in crisi in buona parte dall’imporsi della Rete come mezzo di comunicazione aperto, difficilmente controllabile, alla portata soprattutto dei giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio la mancanza di prospettive accettabili per i giovani, la netta prevalenza di aspettative decrescenti per le loro condizioni, anche in presenza di livelli di formazione ed istruzione più alti rispetto alle generazioni precedenti, sono una delle molle dell’esplosione di malcontento cui stiamo assistendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo, ovviamente, al netto di altri elementi, che pure un loro peso lo hanno o lo avranno, comprese le interferenze esterne o i riposizionamenti dei centri di potere che fino ad oggi tenevano in piedi i regimi adesso contestati.</p>
<p style="text-align: justify;">Se quanto precede non è del tutto infondato, allora non c’è che prendere atto di alcune impressionanti analogie con la situazione italiana: un regime allo sbando, incentrato sulla figura di un anziano leader, implicato in vicende di corruzione, anche morale; una distanza crescente e sempre più percepibile tra detentori di posizioni privilegiate e resto della popolazione; una situazione giovanile precaria e senza molte prospettive di miglioramento. Sono elementi che l’Italia ha in comune con i paesi oggi in subbuglio.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo scenario, è doveroso fare i conti con le possibili conseguenze politiche e sociali su di noi, specie considerando lo stato di crisi profonda della Sardegna. Stato di crisi fin qui sempre gestito e controllato in funzione del mantenimento dell’assetto di potere dominante, grazie a una egemonia pervasiva e occhiuta, padrona dell’offerta politica e mediatica, o di larga parte di essa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma oggi questo assetto di potere mostra crepe e limiti evidenti. Abbiamo avuto un assaggio di quanto possa succedere nei mesi scorsi, con un susseguirsi di manifestazioni, non sempre pacifiche, per le vie di Cagliari, sotto le finestre o addirittura dentro le stanze del Palazzo. Una congerie di vertenze e proteste che per adesso non hanno trovato un collegamento tra di loro, né una sintesi politica. Non è detto che non succeda, però.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto potrà durare infatti questo difficile equilibrio sulla lama del rasoio? Siamo sicuri che non basterà anche qui una scintilla (l’aumento del prezzo di qualche bene di prima necessità, qualche fatto particolarmente simbolico) per far scoppiare l’incendio?</p>
<p style="text-align: justify;">È un problema che come cittadini attivi nella sfera pubblica, oltre che come cittadini e basta, dobbiamo porci, anche perché la scena politica è occupata da figuranti di basso profilo, del tutto inadatti a gestire una situazione realmente critica. Né esiste oggi come oggi una forza politica in grado di imporre una disciplina consapevole al malcontento crescente, benché fino ad ora disgregato, delle tante componenti sociali in fermento.</p>
<p style="text-align: justify;">I nostri fratelli dirimpettai, quegli altri noi stessi che ci guardano dall’altra riva del nostro mare, ci stanno mostrando un nostro possibile futuro prossimo, ci stanno mettendo sull’avviso. La storia non è finita, né si ferma. E non ama tener conto dei desideri o delle aspettative ristrette e limitate degli individui o delle singole categorie sociali. Così come difficilmente tiene conto dell’illusorio controllo che sui processi profondi ritengono di poter esercitare le elite, le consorterie dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe oltremodo auspicabile, date tali premesse, che tra i sardi prendesse finalmente piede una consapevolezza condivisa, il senso di appartenenza a una collettività storica dotata di una soggettività propria, da spendere  come antidoto a derive violente incontrollabili o, verso l’esterno, come forza da opporre all’imposizione di  interessi di parte o alieni.</p>
<p style="text-align: justify;">Spendersi su questa strada, proporre orizzonti di senso condivisi, appellarsi a un bene che sia il più possibile comune, generale, al di là degli egoismi e dei campanilismi, non sarà certamente poco meritorio. L’auspicio è che possa bastare a scongiurare esiti dolorosi.</p>
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