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	<title>lingua italiana Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Prendersela con chi (a proposito di questione linguistica sarda)</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2012/09/14/prendersela-con-chi-a-proposito-di-questione-linguistica-sarda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2012 09:28:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[lingua sarda]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[Carta europea]]></category>
		<category><![CDATA[Legge 482 1999]]></category>
		<category><![CDATA[lingua italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un articolo relativo alla Sardegna, comparso qualche settimana fa sulle pagine culturali del Corriere della Sera, torna d’attualità adesso, in prossimità della riapertura della scuole. Il tema è quello linguistico, vexata quaestio quant’altre mai. Nel pezzo si fa cenno della ratifica da parte dell’Italia della Carta europea sulle minoranze linguistiche, un vecchio provvedimento adottato nell’intero...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/09/14/prendersela-con-chi-a-proposito-di-questione-linguistica-sarda/">Prendersela con chi (a proposito di questione linguistica sarda)</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Prendersela con chi (a proposito di questione linguistica sarda)' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/09/14/prendersela-con-chi-a-proposito-di-questione-linguistica-sarda/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/luglio/28/per_Parlamento_sardo_non_rientra_co_9_120728028.shtml" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Un articolo</a> relativo alla Sardegna, comparso qualche settimana fa sulle pagine culturali del Corriere della Sera, torna d’attualità adesso, in prossimità della riapertura della scuole. Il tema è quello linguistico, <em>vexata quaestio</em> quant’altre mai.<span id="more-193"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel pezzo si fa cenno della ratifica da parte dell’Italia della Carta europea sulle minoranze linguistiche, un vecchio provvedimento adottato nell’intero continente che l’Italia – per ragioni non troppo misteriose – ha faticato a fare proprio. L’Italia si è costruita sulla negazione delle diversità al proprio interno, ossessivamente abbarbicata al mito tecnicizzato della nazione italiana, una d’arme, di lingua e di cuor e via dicendo. Niente di strano che la classe dominante italica abbia sempre guardato con sospetto alle pretese dei gruppi alloglotti finiti per avventura dentro i confini dello stato unitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure qualche passo avanti era stato fatto, anche se con fatica e reticenze: nel 1999 era stata approvata la <a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/99482l.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >legge 482</a>, dedicata proprio al riconoscimento delle minoranze linguistiche nel territorio italiano. Tra queste, inevitabilmente e un po’ <em>obtorto collo</em>, anche il sardo. I sardi, in base alla L. 482/99, risultano dunque la più numerosa minoranza linguistica entro i confini italiani. Un riconoscimento assai pericoloso, per una popolazione che non è stanziata sul territorio italiano propriamente detto, ma in un’isola lontana.<span id="more-2283"></span> Il contrappeso politico di questa concessione fu il disconoscimento del sistema linguistico sassarese-castellanese-gallurese e della parlata ligure di Carloforte e Calasetta come minoranze linguistiche. Doppiamente minoranze (in Italia e in Sardegna) e quindi doppiamente beffate. Sul catalano di Alghero non c’erano trucchi possibili, dunque la parlata algherese rientra nella previsione della L.482, ma del resto stiamo parlando di circa 20000 persone, quantità che esclude una potenziale minaccia politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nocciolo della faccenda infatti è che con la 482 si è dato il primo riconoscimento formale a livello giuridico all’esistenza della lingua sarda (dopo un secolo dal riconoscimento scientifico, anche in Italia), ma si è anche istituita una suddivisione artificiosa e di natura esclusivamente politica tra le lingue sarde. Il paradigma del <em>divide et impera</em> qui è stato applicato da manuale. Rendere giuridicamente rilevante la diversità tra abitanti della Sardegna in relazione alla loro lingua ancestrale è un espediente efficace per debilitare la consapevolezza dei sardi, di tutti i sardi, di condividere una storia e un destino.</p>
<p style="text-align: justify;">A distanza di qualche anno, dato che comunque la politica sarda non è stata in grado di trasformare il riconoscimento ottenuto in qualcosa di pragmaticamente utile, lo stato centrale si è in qualche modo rimangiato quella concessione. Con la sempre pronta complicità dei parlamentari eletti in Sardegna (evidentemente non per fare gli interessi o curare i diritti dei sardi). Al momento della ratifica della Carta europea sulle minoranze linguistiche, dunque, nessun parlamentare eletto in Sardegna ha chiesto che tra le minoranze linguistiche italiane da tutelare e promuovere fosse ricompreso il sardo. E nemmeno alcun’altra lingua di Sardegna. Del che qualcuno si è approfittato immediatamente. Una sentenza della Corte di Cassazione dell’estate scorsa declassava il sardo a “dialetto” (come se poi un dialetto non fosse una lingua, ma lasciamo state questo profilo della questione). Allo stesso modo, in questi giorni, il Ministero dell’Istruzione ha escluso il sardo dai finanziamenti dedicati all’insegnamento delle lingue minoritarie nelle scuole pubbliche, in quanto appunto non rientrante tra le lingue protette dalla Carta europea (e anche in questo caso declassato a dialetto).</p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo del Corriere sottolinea con stupore proprio l’improntitudine dei parlamentari eletti in Sardegna a proposito della ratifica della Carta europea sulla minoranze linguistiche. Se si fosse limitato a questo, poco da dire. Invece – come capita spesso agli osservatori italiani a proposito di cose sarde – il cronista Franco Brevini si lascia andare a una divagazione di tipo storico-linguistico sulla Sardegna, inanellando una sequela di sciocchezze che vanno ad arricchire il già ampio panorama di fole (come le chiamava Sergio Atzeni, cun sas animas chi siat) che sul nostro conto hanno propalato negli ultimi duecento anni osservatori stranieri a caccia di esotico o sardi desiderosi di accreditarsi fuori dall’isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio questo passaggio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna si vanno superando i conflitti legati alla cosiddetta «limba comuna», promossa qualche anno fa da un provvedimento della Regione. L’idea era di creare una sorta di lingua mediana, una koinè, che mettesse d’accordo le diverse varietà sarde, idea artificiosa respinta ultimamente anche dalla commissione di esperti costituita dall’ Università di Sassari. Se Manzoni non è riuscito a far parlare fiorentino agli italiani, come poteva riuscire Cagliari a convertire alla nuova limba i sardi? I quali di lingue ne hanno almeno tre: il sardo-corso al Nord, il nobile logudorese al Centro e il campidanese al Sud.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Intanto prendere per buono il parere dell’Università di Sassari su qualsiasi aspetto della questione linguistica sarda è come attribuire credibilità scientifica al parere del misogino sulla rispettabilità delle donne. La disinformazione su cosa fosse e sia la LSC è poi l’aspetto meno rimarchevole. Significativo invece che Brevini stabilisca assertivamente che in Sardegna ci sono tre sistemi linguistici distinti: sardo-corso, logudorese e campidanese. Immagino voglia dire che queste sono tre lingue propriamente sarde (mentre algherese e tabarchino non lo sarebbero). Ma anche così tale affermazione è una panzana irricevibile, che denuncia o la mala fede o il pressapochismo di chi se ne rende autore. Se poi il logudorese è “nobile” viene da pensare che il campidanese non lo sia. E qui mi sento di solidarizzare con chiunque si consideri campidanese-parlante e si senta offeso.</p>
<p style="text-align: justify;">Le magagne non finiscono qui, comunque. Sostenere che nel 1720, con l’arrivo dei Savoia, il “toscano” scalza il castigliano dalla Sardegna è come minimo semplicistico. Lasciamo stare che per il 1720 si dovrebbe parlare semplicemente di lingua italiana, non già di “toscano”, dato che così era ormai riconosciuta e definita – sia pure come lingua scritta, letteraria o amministrativa – almeno dal 1525 (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Bembo" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Pietro Bembo</a>, <em>Prose della volgar lingua</em>), o dal 1612 ad essere di manica larga (prima edizione del <em>Vocabolario</em> dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Accademia_della_Crusca" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Accademia della Crusca</a>). A parte questo aspetto, qui marginale, il dato storico da sottolineare è che l’italiano non scalzò un bel nulla per un pezzo, in Sardegna. Solo nel 1760, sotto il ministero del Bogino, si ufficializzò l’uso legale dell’italiano sull’Isola, ma per diventare a tutti gli effetti una lingua dei sardi la lingua della Crusca ci avrebbe messo un altro paio di secoli, come sappiamo. Facilonerie giornalistiche, si dirà.</p>
<p style="text-align: justify;">Magari è così. Il guaio è che non finiscono lì. Tutto l’articolo è ricolmo di tali errori o approssimazioni. La pretesa per esempio che il “logudorese” sia il sardo illustre e che “[&#8230;] quasi tutti nell’isola riconoscono che la «lingua nazionale sarda» è il logudorese” è una banale falsità. Immediatamente dopo, inoltre, si può leggere un prezioso consiglio pratico e metodologico a cui nessuno tra noi poveri “italiani speciali” aveva mai pensato: “l’invito all’unità può essere raccolto scrivendo tutte le varietà locali secondo una comune norma ortografica”. Geniale! È proprio vero quel che diceva Camillo Bellieni: senza la luce della civiltà che ci arriva dall’Italia noi sardi siamo destinati a non uscire mai dalle tenebre cui ci condanna la nostra storia barbarica.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là delle stupidaggini o delle approssimazioni imbarazzanti di cui è cosparso l’articolo, quel che però mi preme sottolineare ancora una volta è come sia facile per chiunque scrivere cose del genere sul nostro conto. Ma l’aspetto più inquietante è il ragionevole sospetto che dietro tali enormità si celi alla fin fine il suggerimento di un sardo.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi a concepire i nostri elementi identificativi come cliché folkloristici siamo noi. I primi propalatori del nostro mito identitario fasullo siamo noi. I più grandi spacciatori di immani catzate sul nostro stesso conto siamo noi stessi sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendersela col Ministero dell’Istruzione perché taglia i fondi per l’insegnamento del sardo è un esercizio rivendicativo sterile e fuorviante. Ricercare la tutela dell’Italia sul patrimonio linguistico sardo è del tutto insensato. Lagnarsi perché tale tutela non si manifesta è stupido. A chi deve interessare la nostra questione linguistica se non a noi? E dove si deve cominciare a farla valere e a risolverla se non in Sardegna, tra i sardi? Siamo così sicuri che l’agonia delle nostre lingue minorizzate sia tutta da attribuire alla perfidia di un potere esterno, ossessionato dalla nostra diversità? Non lo siamo prima di tutto noi stessi?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché di ossessione si tratta. Non avere ancora metabolizzato compiutamente la nostra estraneità all’Italia e il nostro essere altro causa costantemente dei disturbi della personalità, dei diffusi sintomi di patologie psichiche. Anche l’incapacità di accettare il fatto che l’italiano sia ormai una lingua dei sardi, negando valore così a una ulteriore risorsa culturale a nostra disposizione, è un sintomo di questa debilitazione psichica e culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unica risposta seria al MIUR, al parlamento italiano e alle nostre paure è nello specifico appropriarci compiutamente e definitivamente dell’intera questione linguistica, dotandoci degli strumenti culturali e legislativi necessari a risolverla, e più in generale prenderci in carico tutto l’ambito dell’istruzione e dell’università. Non ci sono le risorse? Balle. Cominciassimo a pretendere dall’Italia i 10 miliardi della vertenza entrate e approvassimo immediatamente l’istituzione di una agenzia sarda delle entrate qualcosa a disposizione ci sarebbe, eccome. Ma si tratta fondamentalmente di assumere l’intera questione come una priorità politica e investirci tempo, risorse e competenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando le lingue sarde saranno morte e ci troveremo – forse unici al mondo &#8211;  a parlare quel che resta dell’italiano, se proprio avremo voglia di piangere sul latte versato, dovremo ricordarci che il latte l’abbiamo versato noi.</p>
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		<title>Spiriti liberi… o solo indecisi</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2009/03/31/spiriti-liberi-o-solo-indecisi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2009 09:22:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Diamo un’occhiata a questi due pezzi, un commento e una lettera, apparsi sul quotidiano IlSardegna di oggi, 31 marzo 2009: &#160; Da un lato, uno storico mette in evidenza una tipica dinamica di potere in Sardegna: la delegittimazione di ogni possibile aspirazione all’autodeterminazione politica (economica, culturale, ecc.). Lo fa con cognizione di causa, richiamando eventi...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Spiriti liberi… o solo indecisi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2009/03/31/spiriti-liberi-o-solo-indecisi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p align="justify">Diamo un’occhiata a questi due pezzi, un commento e una lettera, apparsi sul quotidiano <em>IlSardegna</em> di oggi, 31 marzo 2009:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><span id="more-440"></span>Da un lato, uno storico mette in evidenza una tipica dinamica di potere in Sardegna: la delegittimazione di ogni possibile aspirazione all’autodeterminazione politica (economica, culturale, ecc.). Lo fa con cognizione di causa, richiamando eventi di un passato non tanto lontano (ma forse sì, in questo mondo reso smemorato dall’eccesso di scempiaggini a buon mercato). Episodi di una cronaca che molti lettori possono agevolmente ricordare da sé. L’intento è quello di mettere le mani avanti, in un periodo in cui gli organi si disinformazione mainstream hanno già cominciato a ventilare sciocche minacce &#8220;indipendentiste&#8221; contro il prossimo vertice G8 in programma all’inizio dell’estate sull’isola della Maddalena. Un’intenzione onesta, dovuta alla consapevolezza di quali siano gli strumenti della classe dominante e di come sia tanto più facile farne uso in un contesto culturale deprivato e assuefatto al non-senso come quello sardo.</p>
<p align="justify">Il secondo estratto, la lettera firmata di un lettore, è un appello alla salvezza della &#8220;nostra&#8221; lingua. Quella italiana, ovviamente. Un appello accorato, venato di una giusta dose di nazionalismo (la lingua del sì che ha &#8220;fatto&#8221; l’Italia). Ora, non sappiamo chi abbia scritto e inviato la lettera: potrebbe benissimo essere stato un italiano che, per qualche ragione, vive in Sardegna. Un militare, magari, o un funzionario ministeriale. In questo caso, rendendo pubblica la propria doglianza su un organo di stampa sardo, l’estensore della lettera non ha colto alcun equivoco, alcuna incongruenza, nella propria legittima azione. Ed è naturale, forse, che sia così. Perché mai dovrebbe esserci qualcosa di strano nell’appellarsi alla buona coscienza dei sardi per la difesa della &#8220;nostra&#8221; lingua italiana? E aggiungiamo pure che, se veramente si trattasse di difendere la lingua italiana (prima di tutto dagli italiani), noi sardi avremmo da fare la nostra bella parte, e non senza ragioni. Tuttavia, potrebbe anche essere stato un sardo a inviare la lettera. Qui subentrano considerazioni un po’ più articolate, inerenti ai processi di indentificazione cui siamo soggetti (nel senso che li subiamo, più che esserne consapevolmente partecipi). Certo è che la direzione del giornale ha scelto deliberatamente di pubblicare detta missiva. Una scelta che magari non equivale ad una presa di posizione, seppure mediata e indiretta, ma che pare funzionare da contraltare proprio allo spazio concesso poco prima al prof. Casula circa la legittimità del discorso indipendentista.</p>
<p align="justify">Si potrà accusare il giornale di &#8220;cerchiobottismo&#8221;, e forse, nel caso della testata in questione, non sarebbe un’accusa campata in aria. Ovvero, più magnanimamente, si potrebbe semplicemente pensare ad una libertà concessa a voci diverse, anche dissonanti rispetto alla linea editoriale prevalente.</p>
<p align="justify">La somma algebrica del tutto, alla fine, è che emerge prepotente, ancora una volta, la maledizione del nostro spirito scisso. Quell’ambiguità irrisolta che ci condanna alla condizione frustrante di &#8220;italiani speciali&#8221; e non ci promuove mai a &#8220;sardi normali&#8221;. L’impossibilità dolente di poterci sentire qualcosa, qualsiasi cosa, al 100%, senza remore di coscienza o paura di perderci qualche pezzo importante di noi stessi. Ecco che riemerge la faccenda del processo di identificazione. La maggior parte dei sardi non solo non ha piena coscienza del problema, ma tende anche a rifiutarne l’esistenza, quando lo si mette in evidenza. Un tentativo di rimozione un po’ patetico, che, come sappiamo, non può portare se non ad esiti patologici.</p>
<p align="justify">E quelli, non c’è bisogno di dirlo, li abbiamo sotto gli occhi.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Spiriti liberi… o solo indecisi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2009/03/31/spiriti-liberi-o-solo-indecisi/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Spiriti liberi… o solo indecisi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2009/03/31/spiriti-liberi-o-solo-indecisi/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2009/03/31/spiriti-liberi-o-solo-indecisi/">Spiriti liberi… o solo indecisi</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>Un’espressione geografica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 11:38:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[storia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella che attraversa l’Italia in questo periodo non è una crisi contingente, l’esito locale di un momentaneo sbandamento della civiltà occidentale. La fase di crisi di civiltà esiste, intendiamoci, e l’Italia non può esserne esentata. Ma quel che succede nel bel paese dove il sì suona è qualcosa di parzialmente diverso e più profondo, che...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2008/12/20/unespressione-geografica/">Un’espressione geografica</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Un’espressione geografica' data-link='https://sardegnamondo.eu/2008/12/20/unespressione-geografica/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Quella che attraversa l’Italia in questo periodo non è una crisi contingente, l’esito locale di un momentaneo sbandamento della civiltà occidentale. La fase di crisi di civiltà esiste, intendiamoci, e l’Italia non può esserne esentata. Ma quel che succede nel <em>bel paese dove il sì suona</em> è qualcosa di parzialmente diverso e più profondo, che si somma ai problematici processi in corso e li complica ulteriormente, investendo l’ambito più propriamente etico, la produzione di senso, i processi di identificazione collettiva, il tessuto connettivo di una comunità che si definisce, a cuor leggero e apoditticamente, &#8220;nazionale&#8221;.<span id="more-453"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Il guaio è che le collettività umane hanno in sé tanto il proprio presente quanto il proprio passato. La storia umana procede per accumulazione, non per rimozione e sostituzione. Il passato sedimenta e si stratifica, a volte crea dei giacimenti di materia culturale che poi riemergono come polle di una vena sotterranea mai estinta del tutto. Una sorte di ereditarietà bio-storica ineludibile. Nel caso dell’Italia, quel che si sconta è un multiforme peccato originale, sommatoria di problemi accumulatisi in ognuna delle componenti umane e geografiche che concorrono a formare questo strano oggetto storico, il quale a sua volta, nei modi e nei tempi della sua conglomerazione istituzionale unitaria, lungi dal risolverli, non ha fatto che aggravare quelli esistenti e aggiungerne degli altri.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Perché l’Italia in fondo è solo un’espressione geografica, come sosteneva lucidamente il grande ministro asburgico Metternich. Tale sentenza, fattaci studiare a scuola con una calibrata dose di indignazione nazionalista, lungi dall’essere un insulto è semplicemente la descrizione obiettiva della realtà. L’Italia non esiste, se esiste è inconoscibile, se si può conoscere è incomprensibile. Perché è un non-senso storico. Un coacervo forzato di entità politiche e culturali eterogenee, tenute insieme da un sistema egemonico alquanto malfunzionante.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Pensiamo solo alla lingua. Un idioma artificiale, prettamente letterario, codificato da Pietro Bembo e dall’Accademia della Crusca tra XVI e XVII secolo e, al momento dell’unificazione politica italica (1861), ancora sconosciuto alla stragrande maggioranza di coloro che da un giorno all’altro avrebbero dovuto usarlo (DE MAURO, 1963). Uno strumento di sopraffazione piuttosto efficace, ma certo non un elemento di emancipazione storica e di coesione interna tra le componenti sociali del nuovo stato.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">La visione politica che condusse alla creazione quasi a tavolino dello stato italiano unitario era una visione asfittica, reazionaria, ostile a qualsiasi pulsione &#8220;progressiva&#8221;, vincolata a interessi di bottega ben definiti (come spiegava efficacemente Gramsci con la sua definizione di &#8220;blocco storico&#8221;). Tutta la vicenda storica italiana è contraddistinta da una evidente debolezza etica della sua classe dominante, dal totale disprezzo di questa verso qualsiasi cosa possa essere definito &#8220;bene comune&#8221;, da un’avversione profonda agli strumenti politici basilari che pure la modernità ha prodotto (libertà fondamentali, etica pubblica, meccanismi di controllo istituzionale). La disarticolazione culturale e politica delle masse – tenute il più possibile a distanza dai processi decisionali, usate senza scrupoli come carne da macello a basso costo in guerra, o come &#8220;pubblico&#8221; plaudente della rappresentazione politica sotto tutti i regimi – non ha mai fatto maturare una vera partecipazione popolare democratica alla vita collettiva, sia culturale sia politica. La tipica avversione italica per la complessità e gli sforzi di elaborazione teorica e risoluzione pratica dei problemi che essa comporta ne è sia una causa lontana, sia un effetto duraturo, abilmente perpetuato. L’elitarismo e la stringente e patologica autoreferenzialità corporativa delle categorie sociali avvantaggiate, ereditati dal passato signorile, hanno imposto le proprie logiche anche allo stato unitario, a dispetto dei rari momenti di resipiscenza della classe dominante.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Oggi si assiste all’ennesima replica di un copione già visto. Il tessuto economico, sociale e anche morale dello stato italico sembra in fase di rapida lacerazione, apparentemente a causa di spinte esogene. In realtà, la crisi mondiale è solo un pretesto che consente alla classe dominante di attutire gli effetti peggiori delle dinamiche economiche contemporanee facendone pagare il prezzo alla massa asservita e imbelle dei cittadini/consumatori/telespettatori. Se si guarda bene, oltre la patina ideologica egemonica, tutte le misure prese o previste (di tipo finanziario, economico, sociale, culturale, ecc.), non sono che mezzi per garantire i vantaggi di chi può intervenire, in un modo o nell’altro, sulla formazione delle decisioni politiche. I vari personaggi che si affastellano sul palcoscenico mediatico non sono che prestanome e rappresentanti di centri di interesse concreti che hanno ben poca convenienza a mostrarsi per quello che sono. La debolezza culturale della stragrande maggioranza degli italiani, abilmente coltivata nel tempo, ne sancisce la legittimità dell’azione e l’effettività del potere. D’altra parte, la costante ma infruttuosa azione della parte indipendente della magistratura, le denunce dei pochissimi operatori dell’informazione che abbiano ancora accesso al circuito mediatico mainstream, le forme di resistenza culturale, intellettuale ed economica di componenti sociali più responsabili, si miscelano in un embrione di alternativa civile al sistema esistente senza avere i numeri per fare &#8220;massa critica&#8221; e imporsi storicamente alla collettività.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">In definitiva, non c’è nulla di emergenziale in quello che succede: è pura fisiologia di un organismo malato per sua origine e natura. Applicare dei rimedi drastici significherebbe causarne la morte. Se si mettesse in moto un vero processo di disvelamento e di presa di coscienza collettiva, l’Italia rischierebbe seriamente di scomparire dal novero degli stati. Perché è pura rappresentazione, mistificazione storica e culturale. Tutto ciò che ne sappiamo è falso o corrotto. Prenderne coscienza ne sancirebbe la fine.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Quanto tutto questo possa essere deprimente, se lo si osserva dalla Sardegna, emerge da sé. Noi che non siamo nemmeno per finta italiani (chi ci crede seriamente?), ci troviamo a condividere e spesso a essere i più strenui difensori di un sistema socio-culturale che ci vede necessariamente destinati alla marginalità e alla sottomissione. Ma non per nostre pretese debolezze ataviche (la &#8220;nazione abortiva&#8221; o &#8220;fallita&#8221; di Bellieni e Lussu), bensì per ragioni obiettive di carattere strutturale, attinenti ai rapporti di forza tra entità politiche e agli interessi concreti delle classi dominanti.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">In ogni caso, se lo stato italiano dovesse finalmente smembrarsi, lasciando libero sfogo alle sue reali componenti storiche, credo che nessuno, tranne alcuni di quelli che hanno tratto vantaggio da questa grottesca messinscena politica, avrebbe di che lamentarsi. Noi sardi meno di tutti.</p>
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		<title>La questione linguistica sarda: qualche riflessione</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2008/02/13/la-questione-linguistica-sarda-qualche-riflessione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2008 09:35:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[lingua sarda]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[bilinguismo]]></category>
		<category><![CDATA[lingua italiana]]></category>
		<category><![CDATA[questione linguistica]]></category>
		<category><![CDATA[scuola sarda]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La questione linguistica sarda: qualche riflessione' data-link='https://sardegnamondo.eu/2008/02/13/la-questione-linguistica-sarda-qualche-riflessione/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div align="justify">Passa il tempo, ma la questione linguistica sarda non cessa di essere attuale. A chi riteneva (o auspicava) che i nuovi media rendessero obsoleto il problema per… estinzione spontanea dell’oggetto (il sardo), tanta pervicacia del medesimo nel sopravvivere e nel perpetuarsi anche nelle forme della modernità deve sembrare un sortilegio. Eppure la tanto arcaica, povera, sclerotica lingua sarda non mostra segni di cedimento. La sua evoluzione, con le evidenti influenze subite, il radicale cambiamento di paradigma (da lingua orale, agro-pastorale, poetica, a lingua scritta, intellettuale, in prosa), è difficile, non scevra di pericoli, ma sta avvenendo sotto i nostri occhi.</div>
<p><span id="more-488"></span></p>
<div align="justify">Rischia però di mancare all’appello un elemento strutturale decisivo per la sopravvivenza del sardo: quello didattico.<br />
Quando riemerge la <em>vexata quaestio</em> dell’insegnamento e dell’uso del sardo nelle scuole c’è sempre qualche voce &#8220;autorevole&#8221; che smonta subito qualsiasi discussione banalizzandola e derubricandola a pretesa ideologica dal sapore nostalgico, poco consona alle dinamiche della contemporaneità. Già la normativa sull’uso amministrativo e legislativo del sardo ha incontrato svariati ostacoli: immaginarne un uso a livello scolastico appare veramente arduo.<br />
Gli argomenti usati di solito sono sempre gli stessi: il sardo sarebbe una lingua povera, evolutasi in un contesto intellettualmente sottosviluppato, perciò del tutto inadatta a essere usata come lingua veicolare, né può essere studiato e imparato a scuola come le lingue &#8220;di cultura&#8221; o &#8220;nazionali&#8221;. C’è poi il cavillo dell’oralità: il sardo, perpetuatosi nella trasmissione spontanea da una generazione all’altra non sarebbe adatto ad uno studio teorico e grammaticale che da un lato ne pregiudicherebbe la naturale evoluzione, dall’altro mancherebbe di un serio scopo socio-politico.<br />
Come giudicare tali argomenti? Si tratta di corbellerie sesquipedali, non c’è altro da dire.<br />
Non esiste lingua al mondo che non sia stata definita e strutturata oltre che dall’uso quotidiano orale, anche e soprattutto dall’uso amministrativo e scolastico. Le grandi &#8220;lingue di cultura&#8221; o &#8220;nazionali&#8221; esistono solo perché sono diventate lingue scritte, lingue dell’amministrazione pubblica e della scuola. Il francese contemporaneo non esisterebbe senza la forza dello stato moderno francese. L’inglese e il castigliano idem, e lo stesso il russo, il giapponese, il cinese mandarino, ecc.<br />
E l’italiano? L’italiano, la più tardiva e meno &#8220;naturale&#8221; delle grandi lingue europee, esiste praticamente dagli anni Sessanta del XX secolo, imposto come lingua di prima socializzazione soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa (TV), e dalla scuola, oltre che, naturalmente, dall’amministrazione pubblica (l’&#8221;antilingua&#8221; di calviniana memoria nasce dall’imporsi della sclerotica e retorica lingua burocratica come registro alto dell’italiano). Al momento dell’Unità d’Italia era una lingua di cultura, quasi esclusivamente scritta e conosciuta da una porzione ridottissima degli &#8220;italiani&#8221; (si vedano in proposito gli studi di T. De Mauro, per es., che calcola la percentuale di italiani italofoni nel 2,5% della popolazione).<br />
Altra storica e ricorrente obiezione, ormai meno utilizzata perché scaduta nel ridicolo, è quella secondo cui l’interferenza del sardo con l’italiano non consentirebbe di imparare bene quest’ultimo. La verità è che studiare e imparare due lingue fa aumentare, non diminuire, la competenza linguistica in entrambe; inoltre, se l’obiezione fosse vera per il sardo, non si vede perché non dovrebbe esserlo, ad esempio, per l’inglese. Sulla questione rimangono illuminanti le parole che ottant’anni fa o giù di lì scriveva A. Gramsci a una sorella, proprio a proposito del rifiuto di quest’ultima di far imparare il sardo ai figli: avrebbero finito per imparare male il sardo, dagli amici, dal contesto informale quotidiano, e anche l’italiano, apprendendolo solo scolasticamente e, in questo caso sì, col rischio delle commistioni inconsapevoli (perciò pasticciate) tra un sistema linguistico e l’altro.<br />
Per tornare ai giorni nostri, una recente e piuttosto esaustiva ricerca socio-linguistica commissionata dalla regione sarda (recuperabile nel portale web della medesima) mostra chiaramente quanto il problema del bilinguismo imperfetto sia ancora serio. Alcuni linguisti (per es. Roberto Bolognesi) non esitano a collegare tale questione con i dati, sempre allarmanti, sulla dispersione scolastica. Del resto, già trent’anni fa M. Pira insisteva sulla necessità dell’insegnamento contrastivo di sardo e italiano nella scuola, proprio per fornire a tutti gli strumenti di comunicazione più adeguati ad inserirsi alla pari nel contesto sociale, produttivo e culturale contemporaneo.<br />
Nessun idioma umano può evolversi dallo stadio dell’oralità quotidiana e pragmatica se manca la &#8220;seconda gamba&#8221; della competenza linguistica, che è quella fornita appunto dallo studio. Né vale, nel caso del sardo, l’obiezione che non esista un sardo insegnabile perché di sardi ce ne sono tanti e diversi. Basterebbe che ognuno studiasse il proprio. La soluzione sarebbe nella formazione e nella selezione del corpo docente, niente a che fare con difficoltà intrinseche alla lingua.</div>
<div align="justify">In realtà ciò che si oppone all’insegnamento del sardo nella scuola sono da una parte pigrizia e menefreghismo (delle istituzioni, della scuola), dall’altra interessi consolidati (di chi ha il timore, per non dire il terrore, che cresca il livello medio di consapevolezza dei sardi). Spesso le due cause si legano insieme, a tutto svantaggio della collettività. Niente di condivisibile o anche solo vagamente serio, dunque.<br />
In definitiva, le conoscenze acquisite e ragioni pratiche pressanti non consentono di ritardare oltre la soluzione positiva del problema, con buona pace dei sardofobi di ogni specie.</div>
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