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	<title>italianizzazione Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Lo sguardo altrui e il rifiuto di noi stessi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2015 12:21:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa avrà fatto di male la geografia, per essere così bistrattata? Appena fa cenno di voler mettere becco in qualche faccenda, viene subito cacciata fuori dalla porta in malo modo. Evidentemente c&#8217;è qualcosa di profondamente torbido e inquietante, nella tettonica a placche, tanto che gli spiriti più sensibili se ne sentono turbati. Così, capita di...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/01/03/lo-sguardo-altrui-e-il-rifiuto-di-noi-stessi/">Lo sguardo altrui e il rifiuto di noi stessi</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Lo sguardo altrui e il rifiuto di noi stessi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/01/03/lo-sguardo-altrui-e-il-rifiuto-di-noi-stessi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium" src="https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/736x/75/44/77/7544778fccc00f338be935c0dff6e1bd.jpg" width="736" height="569" /></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa avrà fatto di male la geografia, per essere così bistrattata? Appena fa cenno di voler mettere becco in qualche faccenda, viene subito cacciata fuori dalla porta in malo modo. Evidentemente c&#8217;è qualcosa di profondamente torbido e inquietante, nella tettonica a placche, tanto che gli spiriti più sensibili se ne sentono turbati.<span id="more-1596"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Così, capita di leggere articoli come <a href="http://www.corriere.it/cultura/15_gennaio_02/sardegna-non-solo-un-isola-5f6e1dee-9267-11e4-aaf8-f7f9176948ef.shtml" target="_blank" rel="nofollow" >quello</a> dedicato alla Sardegna dal <em>Corriere della Sera</em>, nella sua versione online, a firma di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Galasso" target="_blank" rel="nofollow" >Giuseppe Galasso</a>, storico di vaglia. A leggerne il titolo, sembra che il fatto di essere un&#8217;isola sia qualcosa di estremamente sconveniente, a cui, in un impeto di benevolenza, si possono solo cercare attenuanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne viene fuori così un articolo accondiscendente e dall&#8217;impianto storico estremamente debole, il cui senso, sinceramente, è difficile da comprendere. Ma vale la pena di analizzarne il contenuto, perché si tratta di un esempio istruttivo sia di ciò che pensa di noi l&#8217;establishment storico e intellettuale italiano, sia degli stereotipi a cui la stessa storiografia sarda ufficiale si è dovuta nel tempo adeguare, per poter essere legittimata nell&#8217;ambito accademico italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo comincia con la stupefatta constatazione di quanto poco sia conosciuta ancora oggi la Sardegna in Italia, tanto da dare l&#8217;impressione di essere &#8220;un mondo a sé&#8221;. Già qui si evidenzia il tenore generale e la cornice dentro cui la questione sarà affrontata. La Sardegna &#8220;da l&#8217;impressione&#8221; di essere un mondo a sé. Si sottintende che non lo sia, in realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;emersione della Sardegna dall&#8217;oscurità dell&#8217;oblio storico è fatta coincidere con le gesta della Brigata Sassari sul fronte della I Guerra Mondiale e poi col conferimento del premio Nobel a Grazia Deledda. Prima di allora sull&#8217;isola non era successo niente, evidentemente.</p>
<p style="text-align: justify;">Galasso deve però precisare che nemmeno questi eventi hanno rotto del tutto la cappa di inconoscibilità dell&#8217;isola in Italia:</p>
<blockquote><p>Non che la storia sarda sia diventata oggi familiare in Italia come quella di altre regioni. Alla separatezza storica ha corrisposto una sconveniente separatezza storiografica, per cui perdura la convinzione che l’isola sia vissuta in un sostanziale isolamento storico, a mala pena interrotto da questo o quell’episodio [&#8230;].</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Sardegna alla stregua di &#8220;altre regioni&#8221;. Primo equivoco. Confondere le attuali regioni, entità amministrative dello stato italiano, con entità storiche dotate di una storia propria è sbagliato. Considerare la Sardegna in quest&#8217;ottica come una di esse è altrettanto sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il perché è stato già argomentato <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/09/28/definirsi-per-ubicarsi-ubicarsi-per-ri-conoscersi/" target="_blank">in questa stessa sede</a>. L&#8217;isolamento storiografico, invece, chiama in causa pesantemente la storiografia sarda, più di quella italiana. È una faccenda più volte affrontata, quella dell&#8217;inadeguatezza dei nostri storici accademici, che qui trova un&#8217;inaspettata conferma. Lo stesso Galasso deve comunque ammettere che il presunto isolamento della Sardegna è solo un luogo comune senza fondamento storico. È già qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa rivelazione viene però subito ridimensionata:</p>
<blockquote><p>Certo, l’isolamento dell’isola è un dato storico innegabile. Ritenere, però, che esso abbia significato una vera segregazione da ciò che si pensava e si faceva in Italia e in Europa è un errore. Latente o no, non cessò mai la comunicazione dell’isola col mondo circostante, anche se come una lontana (nel pensiero più che nello spazio) periferia. I tempi suoi non furono quelli europei e italiani, ma essa seguì sempre, in una qualche misura, gli sviluppi della «grande storia» d’Italia e d’Europa.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Cioè, non è vero che la Sardegna sia sempre stata isolata però in realtà è sempre stata isolata. I conti non tornano. Non tornano nemmeno nel prosieguo.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda storica dei Sardi sembrerebbe destinata ad assumere un valore e un significato solo in funzione di quanto succedeva altrove. Come se nel corso dei secoli i Sardi, nella loro composizione sociale, nella loro produzione culturale, negli esiti politici, giuridici, socio-economici che i vari fattori storici hanno prodotto sull&#8217;isola, dovessero prima di tutto e sempre preoccuparsi di quel che &#8220;si pensava e si faceva in Italia e in Europa&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia? E perché mai? L&#8217;Italia non esisteva fino al 1861, almeno in termini politici e giuridici. C&#8217;era il papato, c&#8217;era stata Pisa, due entità con cui la Sardegna ha avuto a che fare a suo discapito. Ma c&#8217;era anche il regno di Aragona e c&#8217;era il ducato d&#8217;Angiò, c&#8217;era Genova, c&#8217;erano gli Arabi e poi le basi saracene del Nord Africa, con cui fare i conti. C&#8217;erano, come sempre ci furono e ci sono ancora, vari soggetti storici, vari ambiti culturali, vari spazi geografici contigui con cui la Sardegna, in virtù della sua posizione centrale, da sempre interagisce.</p>
<p style="text-align: justify;">I tempi della Sardegna furono in tutto e per tutto gli stessi del resto d&#8217;Europa e del Mediterraneo, solo, declinati in modo peculiare, a volte anticipando soluzioni che altrove si svilupperanno in seguito, altre volte procedendo parallelamente, secondo modalità proprie; qualche volta pagando il pegno della dipendenza, altre volte esercitando una soggettività forte, precocemente sulla breccia degli sviluppi storici. Basti pensare, in questo senso, alla civiltà giudicale e alla sua originalità, così evocativa di una modernità ancora di là da venire, a quei tempi. O alla Rivoluzione sarda, anticipatrice applicazione sull&#8217;isola di forze e ideali altrove portati solo dalle armi francesi, negli anni successivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la parte davvero sorprendente, in termini negativi, dell&#8217;articolo di Galasso, è quella che arriva dopo. Un&#8217;esaltazione della Sardegna risorgimentale del tutto fuori luogo e fuori dalla storia. Introdotta per giunta dalla definizione del ministro Bogino come &#8220;illuminato governatore dell&#8217;isola&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una topica clamorosa, in quanto Bogino non fu mai governatore di un bel nulla, ma caso mai ministro degli affari sardi, a Torino, e tuttavia va anche detto che la sua figura è stata bistrattata in modo strumentale proprio dalla storiografia sabauda, attribuendogli colpe non sue.</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno l&#8217;Emanuele Pes di Villamarina, evocato come altro illuminato governatore della Sardegna, lo fu mai. Fu segretario generale degli affari sardi, a Torino. Il suo parente don Giacomo fu invece &#8211; lui sì &#8211; viceré, dal 1816, succedendo a Carlo Felice di Savoia, dopo essere stato il più spietato oppressore di rivoluzionari sardi: un personaggio tragico e funesto, che meriterebbe di essere ricordato come esempio deleterio, nell&#8217;ambito della storia sarda di quegli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è proprio la pretesa adesione della Sardegna al Risorgimento, che fa suonare l&#8217;allarme panzana a tutto spiano. È ampiamente documentata la risibile partecipazione emotiva e numerica dei sardi alla vicenda risorgimentale. Non solo, ma si sa perfettamente che quando Cavour, intorno al 1859, progettò di cedere l&#8217;isola alla Francia in cambio di Nizza e della Savoia, i Sardi dimostrarono una tale indifferenza da allarmare gli esponenti più in vista della politica sarda di allora (in primis Giorgio Asproni) e gli osservatori italiani meno succubi del governo sabaudo (come Giuseppe Mazzini). Accostare i due termini &#8220;Sardegna&#8221; e &#8220;Risorgimento&#8221; è un&#8217;operazione avventurosa, e rischia sempre di finire male per chi la intraprende.</p>
<p style="text-align: justify;">Galasso non scende in particolari, ma arriva poi a scrivere quanto segue:</p>
<blockquote><p>Decisivo emerge sempre il momento della fusione con gli altri Stati sabaudi, unificati sotto il nome di Regno di Sardegna, nel 1847. È allora, già prima dell’unità italiana, che sorgono pure la «questione sarda» e l’autonomismo dell’isola. Quella fusione rese più subalterna l’isola rispetto a Torino e, in specie, a Genova? È vero, ma non fu un prezzo eccessivo per la rottura del suo precedente, tradizionale assetto, benché sia significativo che sorgano proprio allora gli interrogativi che ancora aleggiano nell’isola.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La subalternità e la dipendenza come un prezzo che valeva la pena di pagare. Rispetto a cosa? E perché? Diventare italiani è tanto fondamentale, per i Sardi, da poter sacrificare a tale scopo qualsiasi altra cosa? E perché l&#8217;estraneità dell&#8217;isola alla &#8220;grande storia&#8221; sarebbe negata solo da un evento equivoco e fondamentalmente penalizzante come la Perfetta Fusione e gli annessi malumori autonomisti? Non è dato avere risposte. È tutto affidato a un registro apodittico, come se non ci fosse nulla da spiegare. Mancano argomentazioni serie, manca una corretta ricostruzione storica, manca qualsiasi accenno al rigore necessario quando si maneggiano tali materiali narrativi.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo articolo non c&#8217;è praticamente nulla della Sardegna. Non c&#8217;è la sua gente, non ci sono le sue vicende, non c&#8217;è la sua cultura, non c&#8217;è il suo complesso patrimonio storico. Perché mai dovrebbe essere importante Vincenzo Brusco Onnis e non invece Melchiorre Murenu, ad esempio? E le ribellioni contro le chiudende e contro il fisco rapace, o tutta la questione linguistica, o la depredazione delle risorse dell&#8217;isola, o &#8211; per altri versi &#8211; la sua vivacità culturale, la sua ricchezza musicale, sono o non sono fenomeni storici degni di essere studiati e raccontati? Evidentemente non lo sono solo perché non si incastrano nella narrazione nazionalista, italocentrica e provinciale tipica della storiografia italiana, ma non perché si tratti di fenomeni di per sé privi di significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tentativo di normalizzazione della storia sarda dentro la cornice della storia italiana anche in questo caso mostra tutta la sua debolezza teorica e metodologica. La Sardegna non sarà &#8220;solo un&#8217;isola&#8221;, come vuole il titolo dell&#8217;articolo, ma prima di tutto <em>è un&#8217;isol</em>a. Più precisamente, è una grande isola del Mediterraneo, un polo di civilizzazione dentro un contesto geografico e storico tra i più ricchi e fecondi che la specie umana abbia mai creato. Niente di quanto è accaduto in questa porzione di pianeta ha visto l&#8217;isola estranea. L&#8217;unico fattore che ne ha sempre tarpato le energie sono state, nel corso delle epoche, la dipendenza, la subalternità e l&#8217;adesione a tali situazioni da parte dell&#8217;élite dominante sull&#8217;isola, esattamente come oggigiorno, non certo la condizione geografica o altre presunte magagne insuperabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe bello che una volta tanto gli storici accademici sardi prendessero esplicitamente le distanze e precisassero adeguatamente i termini della questione. Farebbero un ottimo servizio alla storia sarda e anche alla storia italiana ed europea. Temo che invece nessuna voce si solleverà a contestare questa ennesima operazione manipolatoria, solo parzialmente attenuata dalla ipotizzabile buona fede di Giuseppe Galasso. Finché non ci libereremo da queste catene di nonsenso storico, da questa prigionia di ignoranza, saremo esposti a subire qualsiasi cosa di brutto altri decidano per noi. Senza nemmeno avere le parole per opporci.</p>
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		<title>Italia e Sardegna: nuovo centralismo e soluzioni cervellotiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 10:34:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è mai molto edificante parlare di politica italiana. Figuriamoci quando si devono affrontare questioni delicate e complesse dentro cornici politicamente e intellettualmente penose. Questo è un caso. Merita di farne un oggetto di analisi perché ha comunque risvolti importanti. Il PD intende proporre una riforma costituzionale per ridisegnare le regioni. Ora, che l&#8217;assetto regionale...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/12/16/italia-e-sardegna-nuovo-centralismo-e-soluzioni-cervellotiche/">Italia e Sardegna: nuovo centralismo e soluzioni cervellotiche</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Italia e Sardegna: nuovo centralismo e soluzioni cervellotiche' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/12/16/italia-e-sardegna-nuovo-centralismo-e-soluzioni-cervellotiche/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Non è mai molto edificante parlare di politica italiana. Figuriamoci quando si devono affrontare questioni delicate e complesse dentro cornici politicamente e intellettualmente penose. Questo è un caso. Merita di farne un oggetto di analisi perché ha comunque risvolti importanti.<span id="more-1560"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il PD intende proporre una <a href="http://roma.ilquotidianoitaliano.it/proposta-pd-per-ridurre-regioni-come-cambierebbe-litalia-foto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >riforma costituzionale per ridisegnare le regioni</a>. Ora, che l&#8217;assetto regionale dello stato sia ridicolo è un dato di fatto. Ma non per le ragioni solitamente propagandate. Sembra che il problema delle regioni italiane sia la loro natura di catalizzatori di corruzione. Tale tesi è ridicola, perché l&#8217;unico vero motivo di stupore sarebbe se le regioni italiane NON fossero catalizzatori di corruzione. In Italia <em>tutto è catalizzatore di corruzione</em>. Lo stato italiano è nato su queste basi. Uno stato fondato sulla frode, sulle palesi violazioni del diritto internazionale, sulla repressione delle istanze di giustizia e di libertà delle popolazioni, sul patto strettissimo tra industriali del nord e latifondisti del sud, la cui manovalanza è sempre stata quella malavitosa (la premiata ditta mafia e affini). La corruzione è un elemento strutturale di questo sistema politico, ne è la linfa vitale, la vera spina dorsale economica. Così come l&#8217;impostazione feudale dei rapporti di produzione e di forza, il familismo amorale, la fedeltà di clan e di consorteria al posto del senso civico e dell&#8217;etica pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno stato che neanche nato già faceva la guerra ai suoi cittadini (ricordiamoci delle <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_di_Bronte" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >repressioni garibaldine</a> in Sicilia e della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Brigantaggio_postunitario_italiano" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >guerra &#8220;al brigantaggio&#8221;</a> del primo decennio dopo l&#8217;unificazione), consentiva ai più ricchi di prosperare indisturbati ai danni dei più poveri (come con la famigerata <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tassa_sul_macinato" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >&#8220;tassa sul macinato&#8221;</a>), o si dava agli scandali finanziari e corruttivi (pensiamo all&#8217;<em>affaire</em> della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_della_Banca_Romana" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Banca romana</a>). Uno stato centralista, brutale verso le differenze culturali pur presenti in larga misura al suo interno, ostile a qualsiasi idea di giustizia sociale. Uno spazio politico e culturale artificioso e propenso a esaltare la mediocrità, l&#8217;ignoranza, l&#8217;ottusità, pur ammantandosi di cultura aulica e di reminiscenze classiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Piero Gobetti definiva il fascismo come la &#8220;biografia della nazione&#8221; non faceva che indovinare una formula generale che andava al di là del fenomeno fascista in senso stretto. È la propensione gattopardesca, la passione per le rivoluzioni passive, l&#8217;amore viscerale e di massa per i cialtroni sfacciati e fantasiosi a  caratterizzare la storia italiana contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo a un soggetto storico come l&#8217;Italia, è davvero possibile concepirne un riscatto decisivo, un mutamento radicale? Io penso di no. Non c&#8217;è proposta seria e lungimirante che abbia diritto di cittadinanza, nel suo ambito politico. Invece, qualsiasi idea strampalata troverà puntualmente dei difensori e dei sostenitori. La proposta odierna sulla riforma delle regioni non è la prima baggianata pericolosa con cui abbiamo a che fare, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Le obiezioni al riguardo non possono riguardare i nuovi confini regionali proposti. Anche quelli attuali sono cervellotici e per lo più artificiosi. A parte alcuni casi (come la Sardegna, o il Sud-Tirol), non c&#8217;è niente che li giustifichi. A meno di non voler tenere conto dei fattori storici, culturali e geografici reali. Ma allora si dovrebbe ridiscutere l&#8217;impianto centralista dello stato e le sue articolazioni interne. Non nel senso di ridisegnare le regioni, bensì proprio di abolirle e di riformulare l&#8217;assetto politico e giuridico complessivo in termini federali, tenendo conto da un lato di processi partecipativi dal basso, realmente democratici, dall&#8217;altro delle continuità storiche. Il Mezzogiorno, la Toscana, il territorio dell&#8217;ex Repubblica veneziana, il vecchio Ducato di Milano, ecc. Bisognerebbe fare oggi, con tutta l&#8217;acqua che intanto è passata sotto i ponti, quel che non si volle fare un secolo e mezzo fa, quando la proposta federale fu scartata con forza dal novero delle possibili scelte concrete.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutto ciò il discorso relativo ala Sardegna assume un colore ancora diverso. A prescindere dagli assetti interni dello stato italiano, la Sardegna rimane sempre e comunque un&#8217;entità a sé stante. Persino nelle fantasiose partite a Risiko della politica italica l&#8217;isola è difficile da accorpare ad altri territori. La geografia, nel nostro caso più che in qualsiasi altro, ha un peso ineliminabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo. Un&#8217;altra cosa deve essere chiara a tutti, fuori dai giochi retorici o dalle scappatoie furbesche: quale che sia il destino dell&#8217;Italia, la Sardegna ne sarà sempre coinvolta inevitabilmente come territorio oltremarino, con un ruolo strumentale, subalterno, funzionale a interessi e a scelte che non nascono e non hanno il proprio baricentro sull&#8217;isola. Non dipende nemmeno dalla buona o dalla cattiva predisposizione di questo o quel gverno. In questo genere di rapporti di forza ci sono fattori concreti che si impongono per virtù propria. Pensare che la Sardegna si salvi se &#8220;salviamo l&#8217;Italia&#8221;, come troppo spesso recitano ancora oggi leader politici nostrani, è una fesseria assoluta, persino mortificante. Solo l&#8217;autocolonizzazione della nostra classe dirigente (e di quella intellettuale in primis) può far sì che ancora abbia tanta forza un&#8217;egemonia culturale favorevole all&#8217;italianità della Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti esponenti politici o accademici difendono questa dipendenza mortifera in nome di concetti astratti o di costrutti puramente retorici, come la democrazia conquistata con la Resistenza (da chi? dove? con quali risultati?), la bellezza della costituzione italiana (ce ne saranno almeno sei o sette più belle, in giro per il mondo, e comunque questo è un criterio politico davvero imbarazzante), l&#8217;appartenenza alla cultura di Dante, del Rinasciemnto, di Verdi (totalmente usurpata, nel nostro caso), ecc. ecc. Proprio qui siamo in presenza dei sintomi più evidenti dell&#8217;autocolonizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli unici effetti che l&#8217;italianizzazione della Sardegna ha prodotto su di noi sono stati: acculturazione forzata e desardizzazione, imposizione di scelte di politica economica devastanti (Piano di Rinascita e contorno), sudditanza a condizioni materiali inaccettabili (nei trasporti, nelle infrastrutture, nello sfruttamento energetico, nelle servitù militari e oggi probabilmente anche in quella nucleare), spopolamento. Potrò anche consolarmi leggendo la Divina commedia (capolavoro assoluto della cultura umana, per carità), ma la cruda realtà è che non siamo più nella condizione di poter accettare tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Che giochino a ridisegnare la cartina dell&#8217;Italia, se hanno voglia. Sappiamo bene che l&#8217;unico vero scopo è irrobustire l&#8217;apparato di dominio vigente, imbastire una finzione credibile affinché, se le cose cambieranno, non cambi niente. Noi faremmo meglio a ragionare su una manovra di sganciamento il più rapida e indolore possibile. Dante lo leggeremo comunque e, se proprio il cruccio è questo, di costituzione ce ne potremo sempre scrivere una tutta nostra, anche più bella. E senza l&#8217;incombenza di sorbirci un predicatore barboso come è diventato Roberto Benigni a decantarne la bellezza a reti unificate un paio di volte all&#8217;anno.</p>
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		<title>Sardegna e unificazione italiana: l’italianizzazione dei sardi</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2011/03/08/sardegna-e-unificazione-italiana-litalianizzazione-dei-sardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 09:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2011/03/08/sardegna-e-unificazione-italiana-litalianizzazione-dei-sardi/">Sardegna e unificazione italiana: l’italianizzazione dei sardi</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Sardegna e unificazione italiana: l’italianizzazione dei sardi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2011/03/08/sardegna-e-unificazione-italiana-litalianizzazione-dei-sardi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">C’è un momento della storia dei sardi in cui si generò un cortocircuito tra processi di identificazione collettiva e relazione con gli interessi delle classi dominanti dell’Isola. Un rapporto sempre difficile, quest’ultimo, come testimoniano le vicende dei secoli precedenti, dai fatti del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_Sardegna_spagnola#Trame_politiche" target="_blank" rel="nofollow" >1668</a> (fronda aristocratica e assassinio del viceré), alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moti_rivoluzionari_sardi" target="_blank" rel="nofollow" >Sarda Rivoluzione</a> degli anni 1794-6, alla successiva repressione e alla restaurazione sabauda. Un continuo altalenare dell’aristocrazia sarda (di origine iberica, per lo più) tra la fedeltà alla monarchia e rivendicazioni di maggiore condivisione del potere.<span id="more-302"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma nel corso del primo Ottocento qualcosa cambia. La base sociale di sostegno alla monarchia si allarga alle borghesie emergenti, che vengono cooptate nei quadri della burocrazia, dell’accademia e in parte minore delle forze armate. La legislazione che sopprimeva le antiche norme sulla comunione delle terre e gli usi civici ad essa connessi e promuoveva l’appropriazione esclusiva dei fondi, nonché l’abolizione del feudalesimo fatta scontare sotto forma di ulteriori imposizioni tributarie alle stesse popolazioni soggette, avevano ridato fiato alle classi dominanti, rendendole più partecipi alle scelte governative, benché queste fossero sempre rigorosamente impostate su un approccio dall’alto verso il basso. Viceversa, tali politiche avevano comportato un’ulteriore dose di privazioni e difficoltà materiali per larga parte della popolazione.<span id="more-798"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Così, mentre gli strati popolari reagivano spesso spontaneamente in modo violento, l’aristocrazia e l’alta borghesia cercavano una via per parificarsi con le omologhe classi sociali del resto del regno sardo. I primi decenni dell’Ottocento vedono così un notevole sforzo da parte di storici ed eruditi sardi volto a dare dignità alle proprie radici nazionali (che allora erano quelle sarde, senza possibilità di equivoci) e al contempo giustificare la propria adesione ai disegni della monarchia sabauda. Ne nacquero curiosi paradossi culturali, come quello rappresentato da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Angius" target="_blank" rel="nofollow" >Vittorio Angius</a>, fiero esaltatore dell’epopea di Eleonora d’Arborea (divenuta grazie a lui un’eroina da romanzo storico), estensore delle voci sarde del grande <em>Dizionario</em> storico-geografico del Casalis sui possedimenti sabaudi,  e al contempo fedelissimo suddito della casata savoiarda (suo il testo dell’inno <em>Cunservet Deus su Re</em>, ancora oggi inno di casa Savoia).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non era un caso isolato. Lo sforzo di accreditarsi come nazione dotata di una propria storia, inserita a tutti gli effetti nella grande vicenda dei popoli mediterranei ed europei, contraddistingue tutta l’intellettualità sarda dell’epoca. Ricordiamo i vari <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Spano" target="_blank" rel="nofollow" >Giovanni Spano</a>, Pietro Martini, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Manno" target="_blank" rel="nofollow" >Giuseppe Manno</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Siotto_Pintor" target="_blank" rel="nofollow" >Giovanni Siotto Pintor</a>, nonché, tra i forestieri appassionati di cose sarde, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Bresciani" target="_blank" rel="nofollow" >padre Antonio Bresciani</a>, Carlo Baudi di Vesme e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_La_Marmora" target="_blank" rel="nofollow" >Alberto La Marmora</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che ne scaturì furono conseguenze sia culturali sia politiche di notevole rilevanza, che in parte ci portiamo ancora appresso.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1846 vennero resi pubblici dei documenti d’archivio che parevano rivoluzionare le conoscenze storiche di allora non solo sulla Sardegna ma addirittura sull’Italia: le famigerate <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_Sardegna_contemporanea#Le_Carte_di_Arborea" target="_blank" rel="nofollow" >Carte di Arborea</a>. Spacciate per originali medievali, sconquassarono il mondo accademico internazionale per trent’anni, fino alla definitiva condanna come falsi maldestri ad opera dell’Accademia di Berlino, presieduta dall’eminente storico Theodor Mommsen. Al contempo, mentre si provava ad accreditarsi come la culla della civiltà e della civiltà italiana in particolare, si chiedeva al re Carlo Alberto la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_Sardegna_sabauda#Unione_Perfetta_e_fine_del_Regno_di_Sardegna" target="_blank" rel="nofollow" >Perfetta Fusione</a> con gli stati della terraferma (1847), in un tentativo di omologazione addirittura geografica, oltre che politica e culturale, chiaramente illusorio (come del resto fu presto chiaro a tutti).</p>
<p style="text-align: justify;">Di pochi anni dopo fu invece la pubblicazione dello <a href="http://books.google.it/books?id=mo8KAAAAIAAJ&amp;printsec=frontcover&amp;dq=antonio+bresciani+sardegna&amp;source=bl&amp;ots=AYi7dPFSam&amp;sig=p4w7eDkimxnjtOiKMtZBMBkQIds&amp;hl=it&amp;ei=tO11TbD9I4XOswaWv7T9BA&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=2&amp;ved=0CB8Q6AEwAQ#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="nofollow" >studio</a> di padre Antonio Bresciani sulle tradizioni culturali dell’Isola (1850), paragonate esplicitamente a quelle degli antichi popoli orientali. Una risemantizzazione della sardità volta a giustificare la sua esoticità rispetto alla cultura del continente, cui pure con tanto affanno le elites dominanti sarde tentavano di uniformarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Carlo Baudi di Vesme, che di Sardegna aveva esperienza diretta, avendo amministrato le miniere d’argento dell’Iglesiente (sua è la pubblicazione del <em>Codex Diplomaticus Ecclesiensis</em>, infatti), sosteneva in quegli stessi anni (1848) l’irriducibilità dei sardi a una matrice culturale italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo già in pieno Risorgimento. Mentre si fa l’Italia e gli italiani sono ben lungi dall’essere fatti, su una cosa pare che concordassero tutti: l’estraneità dei sardi a questi eventi. Lo sapevano bene i forestieri, che non esitavano a metterlo in luce, a volte con atteggiamenti paternalistici da bravi colonizzatori evoluti verso un popolo barbaro da trarre alla luce della civiltà. E lo sapevano bene i sardi stessi, che non lesinavano sforzi per accreditarsi in vari modi come partecipi attivi a quella storia italiana cui sentivano in cuor loro di non appartenere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono anche gli anni in cui, mentre le campagne venivano periodicamente percorse da ribellioni contro la soppressione dei diritti comunitari e civici, dalla delusione per la Fusione Perfetta nasceva il primo pensiero autonomista dei vari Asproni, Tuveri, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Il compimento dell’unificazione italiana nel 1861 non sembrò produrre in Sardegna particolari effetti. I sardi non furono nemmeno coinvolti in quella specie di messinscena diplomatico/mediatica che furono i plebisciti per l’annessione al Regno di Sardegna degli altri stati italiani. Da bravi sudditi sabaudi, non c’era motivo che venissimo consultati, avendo per altro rinunciato dal 1847 alle istituzioni proprie dell’Isola.</p>
<p style="text-align: justify;">A quel punto, dunque, come erano da fare gli italiani, erano anche da fare italiani i sardi. Operazione su cui nessuno si mise all’opera convintamente. La semitizzazione della razza sarda era perfettamente riuscita. Che fossimo di stirpe fenicia nessuno lo metteva in dubbio. I nuraghi stessi, monumenti troppo rilevanti per essere ignorati e al contempo troppo significativi per essere attribuiti a una civiltà autoctona, erano considerati universalmente fenici anch’essi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli studi dell’antropologia positivista, poi, ci misero del loro, per sancire la peculiarità etnico-razziale dei sardi. I nostri crani – pareva – attestavano una propensione congenita a pessime abitudini, la predisposizione all’inciviltà, che nelle famigerate Zone Interne (la “nostra Patagonia” come scriveva <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Bechi" target="_blank" rel="nofollow" >Giulio Bechi</a>) si trasformava in indole delinquenziale (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Niceforo" target="_blank" rel="nofollow" >Alfredo Niceforo</a>, 1897). Niente di meglio, per mettere a posto questa popolazione così aliena e distante dai canoni della civiltà, che inviare sull’Isola le truppe reduci dalle spedizioni coloniali africane (1899).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni successivi furono caratterizzati da episodi di ribellione più o meno organizzata (sciopero dei minatori a Buggerru 1904; rivolta del pane a Cagliari e dintorni, 1906), sempre repressi manu militari, e dalle prime avvisaglie di risveglio identitario. Chi scriveva opuscoli e articoli anonimi incitando all’”emancipazione”, chi commentava nelle bettole o gridava nelle piazze “<em>a mare sos continentales!</em>“.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft" src="https://ecx.images-amazon.com/images/I/31%2B42LpwIUL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="168" height="168" />Nel frattempo non si placava l’operazione normalizzatrice rivolta al contesto più propriamente culturale. Mentre gli studi glottologici – specie tedeschi – individuavano nel sardo una lingua neo-latina particolarmente interessante e “conservativa”, i costumi, le musiche e le tradizioni popolari dei sardi venivano incasellati nel comodo ambito del folklore “regionale”. Nell’Esposizione Internazionale del 1911 (svoltasi tra Torino, Firenze e Roma, le tre capitali del giovane Regno d’Italia) il vestiario tradizionale sardo venne esibito in tutti i suoi colori, forme e stili come le vestigia di una cultura indigena appena acquisita alla civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi anni dopo, lo scarto necessario a passare da popolo barbaro, ma fiero e ribelle, o se vogliamo delinquente, a popolo generoso di abili combattenti, tutto sommato fu minimo. Così ecco trasformati i sardi piccoli, villosi e testardi in grandi eroi da trincea, nella macelleria della Prima guerra mondiale. Mentre gli altri “italiani” imparavano a riconoscersi come tali, a prescindere dalle differenti radici e dall’incomprensibilità reciproca, i sardi ricevevano una rivelazione sulla propria alienità identitaria. Un contro-choc antropologico che li rendeva consapevoli di essere altro, ma non per questo da meno, rispetto ai depositari della civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che ne scaturì, purtroppo, data la lunga tradizione accademica e intellettuale che ci aveva conformato come popolo senza storia, fu quella specie di nazionalismo abborracciato, quella patacca di autoidentificazione collettiva subalterna che fu ed è il sardismo. Ed ecco i sardi eroici diventare un popolo anelante… l’autonomia, perseguire il riconoscimento della propria “specialità”. Della specialità come italiani, ovviamente. Ossia, non potendo pretendere una piena identificazione italiana, ci si accontentò di una assimilazione in un ruolo subalterno, per di più da meritare costantemente in nome del proprio sacrificio e della propria fedeltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Per altro, dagli anni Sessanta, grazie a scolarizzazione e mass media, i sardi hanno appreso a usare l’italiano anche come lingua di prima socializzazione, parallelamente a quanto avveniva sul continente. Ma, qui da noi, con notevole pervicacia compulsiva. Il sardo, le parlate locali, erano il male assoluto. Come possono testimoniare ancora bene coloro che furono scolari nel secondo dopoguerra e fino agli anni Settanta, qualsiasi sardismo era punito come il peggiore degli errori. Non parliamo poi di usare direttamente il sardo! E del resto il sardo era “la lingua della fame”: sostituirlo con una lingua più civile, come avevamo sostituito gli abiti di un tempo col vestiario appunto “civile” (come si diceva cento anni fa) era un passaggio necessario.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Serie_A#Una_piccola_favola:_il_Cagliari_di_Gigi_Riva" target="_blank" rel="nofollow" >il Cagliari vinse lo scudetto</a> e Gianni Brera, il grande giornalista, scrisse che finalmente la Sardegna era entrata in Italia. Bontà sua. Era il 1970.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, quel che emerge da una disamina anche rapida è che il nostro processo di italianizzazione (cui non sono estranee le applicazioni delle strane teorie economiche e sociali che produssero i Piani di Rinascita) è un fenomeno alquanto superficiale, problematico e mai del tutto metabolizzato. Che ancora oggi esistano in Italia e nel mondo tante associazioni di sardi emigrati la dice lunga sul nostro intimo senso di appartenenza. Che oggi queste associazioni siano <a href="http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2011/03/07/anche-il-circolo-su-nuraghe-di-biella-si-mobilita-con-la-mostra-fratelli-ditalia-storia-e-memoria-tra-rito-e-mito/" target="_blank" rel="nofollow" >in prima fila</a> nei festeggiamenti per i 150 anni dell’unificazione italiana dimostra il nostro smarrimento storico e culturale: una patetica ricerca di approvazione, basata sul sospetto profondo e rimosso di non meritarla. Può esserci qualcosa di più rivelatore?</p>
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