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	<title>Emilio Lussu Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Cent&#8217;anni del PSdAz: contesto e premesse di una rivoluzione tradita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Apr 2021 15:47:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri ricorreva il centesimo anniversario della fondazione del Partito Sardo d&#8217;Azione, su Partidu Sardu (per antonomasia). È un&#8217;occasione preziosa per riflettere sul nostro recente passato e sul nostro presente. Occasione colta parzialmente e con qualche distrazione. Non prendo in considerazione il discorso fatto ieri a Oristano dal presidente della Regione Christian Solinas, la cui retorica...</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://external-content.duckduckgo.com/iu/?u=https%3A%2F%2Fwww.lamiasardegna.it%2Fimages%2Fbandiera%2Fpsda.jpg&amp;f=1&amp;nofb=1" alt="La bandiera dei quattro Mori" width="414" height="414"/></figure></div>



<h4 class="wp-block-heading">Ieri ricorreva il centesimo anniversario della fondazione del Partito Sardo d&#8217;Azione, su Partidu Sardu (per antonomasia). È un&#8217;occasione preziosa per riflettere sul nostro recente passato e sul nostro presente.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Occasione colta parzialmente e con qualche distrazione. Non prendo in considerazione il <a href="https://youtg.net/primo-piano/35476-cento-anni-del-psd-az-solinas-riconoscenza-per-i-padri-fondatori" target="_blank"  rel="nofollow" >discorso fatto ieri a Oristano</a> dal presidente della Regione Christian Solinas, la cui retorica auto-assolutoria, in questi giorni e in questo periodo, suona solo indisponente. L&#8217;attuale PSdAz non ha niente a che fare con quello originario di Camillo Bellieni, Emilio Lussu e Marianna Bussalai, ma neanche con quello di Antoni Simon Mossa (quest&#8217;anno, cinquantennale delle morte), o con quello di Mario Melis (su cui è appena uscito un libro di Anthony Muroni). Il paragone con questi predecessori suona davvero impietoso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Talmente impietoso, che forse non è nemmeno così interessante parlarne. Tra i commenti che ho letto, mi pare interessante <a href="https://www.sindipendente.com/blog/il-psdaz-compie-100-anni-il-sardismo-popolare-sta-rinascendo" target="_blank"  rel="nofollow" >la disamina di Cristiano Sabino</a> su S&#8217;Indipendente, che mette in luce i nodi politici di quegli anni e ne offre una lettura feconda anche per il nostro presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlo di distrazione per i seguenti motivi. È mancato un dibattito pubblico di indole più strettamente storiografica, capace di offrire una ricostruzione puntuale dei fatti e del loro senso, dentro il contesto in cui avvennero. È mancata poi pressoché totalmente la discussione politica da parte della altre forze presenti nello scenario sardo e anche quella genericamente intellettuale su tutti gli aspetti che questa ricorrenza pure richiama. Vedremo se succederà qualcosa nei prossimi giorni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza la pretesa di colmare queste lacune, vorrei qui limitarmi a rievocare alcune delle premesse della fondazione del PSdAz che quasi sempre vengono omesse, pur essendo decisive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;enfasi che di solito si pone sulla nascita del partito &#8220;dalle trincee della Prima guerra mondiale&#8221; è sempre troppo sentimentale e dal non sempre vago sentore militarista, per essere convincente fino in fondo. Anche prendendo per buona la cronologia così istituita (ossia, ponendo la radice del PSdAz nei fatti bellici), andrebbe chiarito che la dimensione di massa del partito fu garantita dalle condizioni di vita a cui gli arruolati sardi furono strappati e dalle loro aspettative in proposito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crisi del mondo contadino, le pratiche di sfruttamento brutale del lavoro nelle zone minerarie e nelle attività manifatturiere, la condizione subalterna complessiva dell&#8217;isola preesistevano alla chiamata alle armi ed erano da un lato il motivo dello spirito di corpo dei soldati sardi nelle trincee del Carso e dell&#8217;Altopiano di Asiago, da un altro la base sociale su cui poi si appoggiò la leadership sardista nel dopo guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non è vero che tutto ciò emerse solo in occasione dell&#8217;esperienza bellica e dallo choc da essa causato. In realtà vasti movimenti sociali erano in corso nell&#8217;isola da molti anni. La Sardegna del primo Novecento attraversava una fase problematica e contraddittoria. Dopo la caccia grossa del 1899, con le truppe reduci dalle guerre coloniali africane spedite in Barbagia a sopprimere il banditismo, l&#8217;opinione pubblica e le prime istanze di natura sindacale animarono reiterate dimostrazioni di insofferenza, più o meno coordinate, più o meno strutturate, ma ampiamente diffuse. Dalle campagne alle città, dai villaggi rurali ai centri minerari, cresceva il malcontento per una situazione che era chiaramente percepita dai più come insostenibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vengono dal nulla le manifestazioni operaie che sfociarono, nel settembre 1904, nella durissima repressione militare di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Buggerru" target="_blank"  rel="nofollow" >Buggerru</a>, così come non erano un&#8217;esplosione estemporanea e senza motivazioni comprensibili la sollevazione delle sigaraie di Cagliari e i susseguenti moti di piazza in mezza Sardegna, nel 1906, anche questi repressi nel sangue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pur senza un punto di riferimento organizzativo e prive di un orizzonte strategico definito, queste mobilitazioni coinvolgevano, direttamente o indirettamente, l&#8217;intero corpo sociale sardo. La mancata politicizzazione dipendeva tra le altre cose dalla separatezza col ceto intellettuale, tradizionalmente organico al conglomerato di potere dominante. La borghesia sarda, tipicamente legata agli apparati del potere costituito, aspirante alla carriera professionale, accademica e politica, era per lo più ostile alle richieste del proletariato urbano e delle campagne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante questo, circolavano parole d&#8217;ordine eversive, opuscoli propagandistici, parole d&#8217;ordine ampiamente condivise. &#8220;Emancipazione&#8221; era una delle parole chiave, e significava &#8220;indipendenza&#8221;. &#8220;A mare sos continentales!&#8221; era un motto che si sentiva in tutte le piazze dell&#8217;isola, come ricordava lo stesso Nino Gramsci (che lo aveva gridato a sua volta). Era netta la percezione dell&#8217;ingiusta condizione in cui ci si dibatteva, tra arricchimenti oltraggiosi dei soliti potenti, spesso forestieri, e miseria degli strati popolari. La sistematica spoliazione di risorse che, a torto o ragione, i poeti cantavano ormai da decenni (pensiamo ai versi di Pepinu Mereu o a quelli del poema <em>Su Triunfu d&#8217;Eleonora d&#8217;Arborea</em> di Franciscu Dore), costituiva un elemento forte del senso comune popolare di quest&#8217;epoca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;egemonia politica di Francesco Cocco Ortu (contro cui non a caso si scaglierà poi con forza la retorica sardista) si tradusse, è vero, in misure straordinarie come il Testo Unico n. 844 del 1907, ma si trattava di una risposta paternalista e assistenzialista. Era già in auge una forma di modernizzazione tipicamente passiva, analoga a quella poi prodotta da tutte le misure straordinarie successive (dalla &#8220;Legge del miliardo&#8221; fascista, del 1924 al Piano di Rinascita). Un approccio che non risolveva i problemi strutturali e anzi spesso li aggravava. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;arruolamento obbligatorio avviato nel 1911 con la guerra in Libia (contro l&#8217;Impero ottomano), se per certi versi aveva costituito uno sfogo e un canale di sbocco per tante energie e per molte giovani braccia, aveva anche mostrato ancora più chiaramente la contraddizione tra le ingiustizie sociali irrisolte e la pretesa dello stato di servirsi della gioventù sarda solo a proprio vantaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso stato che, con i suoi rappresentanti locali e le sue forze dell&#8217;ordine, aveva trattato i sardi come stranieri di razza inferiore, da sfruttare, discriminare e se necessario sopprimere, in occasione dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Itri" target="_blank"  rel="nofollow" >eccidio di Itri</a>, sempre del 1911. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche giovane intellettuale aveva già cominciato a riflettere su questi fenomeni, sia pure dentro cornici spesso condizionate da una formazione scolastica e universitaria ostinatamente reazionaria e patriottarda, ancora largamente risorgimentale. Pensiamo ad <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/attilio-deffenu_%28Dizionario-Biografico%29/" target="_blank"  rel="nofollow" >Attilio Deffenu</a> e alla sua rivista &#8220;Sardegna&#8221;, uscita nel 1914. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio nel 1914, a metà maggio, si tenne a Roma il primo <a href="http://www.fondazionesardinia.eu/ita/wp-content/uploads/2011/05/Congresso-dei-sardi-1914.pdf" target="_blank"  rel="nofollow" >Congresso Regionale Sardo</a>, organizzato dalla locale associazione dei sardi, con interventi di personaggi di grande spessore come Efisio Mameli, scienziato, fratello di Eva, a sua volta scienziata e, accessoriamente, madre di Italo Calvino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È di questi anni, a cavallo tra la crisi di fine Ottocento e la Belle Époque, anche la prima emigrazione sarda. Si computa che proprio nel 1914 fossero già 100mila i sardi partiti in cerca di fortuna. Altri 100mila sarebbero presto stati arruolati per la Grande guerra. Il calcolo del disastro sociale e antropologico che tali eventi produssero non è mai stato fatto fino in fondo, ma se ne intuisce la portata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I reduci sardi dalla Prima guerra mondiale, dunque, non traevano di che riflettere solo dall&#8217;esperienza bellica, ma disponevano anche di questo retroterra di fatti, dinamiche sociali, ragionamenti già avviati. Il dato decisivo di questo momento così peculiare fu che si saldarono il disagio popolare e le istanze che esso esprimeva con una leadership decisa a farne una questione politica ad ampio spettro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I giovani ufficiali della Brigata Sassari divennero non solo i leader del movimento, ma anche i suoi ideologi, i razionalizzatori di pulsioni e richieste fino a quel momento non del tutto elaborate. Diventando moderno fenomeno di massa, il movimento dei reduci, per le sue dimensione e per le sue caratteristiche, creò una sorta di campo gravitazionale in grado di attirare altre personalità, di varia estrazione, compresi opportunisti e avventurieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pur nelle sue contraddizioni, trasformato in partito politico di massa, il movimento poneva delle domande impegnative e non eludibili e offriva una serie di opzioni che a quel tempo suonavano radicali e persino rivoluzionarie, compreso il discorso autonomista/federalista. La stessa crisi ideale e organizzativa del neonato PSdAz, sotto la spinta del fascismo, deve indurci a un ragionamento articolato sulle sue cause, i suoi passaggi e i suoi sviluppi, anche alla luce della storia sarda successiva. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, a ripercorrere quegli eventi e a soppesare l&#8217;interpretazione che ne diedero protagonisti e osservatori, l&#8217;impressione è che uno dei pochi ad averne intuito la reale portata fu non tanto Emilio Lussu, quanto Antonio Gramsci. Di ciò non possiamo stupirci: Lussu fu un grande leader, un lucido antifascista (dopo un primo periodo di indecisione), un combattente per la democrazia; non fu una mente politica eccelsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le questioni che evoca questo anniversario sono insomma molte e ancora vive: meriterebbero di essere trattate con la dovuta attenzione analitica e ricostruttiva. Collocare quegli avvenimenti nel loro contesto, con le loro premesse e tutte le loro implicazioni, è necessario anche per capirne una certa drammatica attualità. Al contrario, non serve a nulla, o peggio può essere un comodo diversivo, il dispiego di retoriche nostalgiche o l&#8217;appropriazione indebita di eredità politiche e morali che nessuno, nel quadro della mediocre e subalterna politica sarda di oggi, può legittimamente rivendicare.</p>
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		<title>Punti di riferimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 11:36:58 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Punti di riferimento' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/02/25/punti-di-riferimento/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">In queste settimane si avvicendano alcuni anniversari significativi: quello della nascita di Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891), quello della morte di Giovanni Maria Angioy (Parigi, 22 febbraio 1808) e quello della morte di Emilio Lussu (Roma, 5 marzo 1975). Accade tutti gli anni, ovviamente. La significatività di queste ricorrenze sta non solo e non tanto nella statura dei personaggi a cui si riferiscono, ma soprattutto nella loro rimozione dall&#8217;agenda pubblica sarda, sia politica sia mediatica.<span id="more-1721"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;opinione pubblica e l&#8217;immaginario collettivo hanno inevitabilmente bisogno di punti di riferimento. Essi variano in base a diversi fattori, ma in generale sono i processi egemonici a decretare i riferimenti più diffusi per l&#8217;intero corpo sociale, sono i soggetti che dominano la produzione dei contenuti e i mass media che li veicolano a stabilire chi e cosa debba essere assunto come esempio o come simbolo. Quali sono dunque i punti di riferimento diffusi e conclamati, certificati da ricorrenze pubbliche, in Sardegna?</p>
<p style="text-align: justify;">È interessante constatare come i tre personaggi menzionati, pure così diversi tra loro, siano sostanzialmente evitati dalla classe dirigente sarda, dalle istituzioni, dall&#8217;ambito intellettuale. Hanno un posto marginale anche nella toponomastica. Qualche via è dedicata dedicata loro, nei nostri comuni, ma a ben guardare è niente rispetto alla toponomastica savoiarda e risorgimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Maria Angioy è senza dubbio uno dei personaggi più significativi della nostra storia e continua a chiamarci in causa per via della portata che la sua vicenda ha avuto per la Sardegna degli ultimi duecento anni, compreso il nostro presente. Eppure è di fatto assente dall&#8217;immaginario collettivo e non viene mai citato né evocato nel discorso pubblico mainstream.</p>
<p style="text-align: justify;">Antonio Gramsci viene solitamente percepito in Sardegna come uno dei padri del Partito comunista italiano e associato al paese di Ales (dove nacque), benché fosse di Ghilarza. Poco altro si sa e si dice di lui. Il fatto che fosse sardo e che il fatto di essere sardo per lui stesso fosse determinante (come riconosce un osservatore lucido e disinteressato quale Eric Hobsbawm) non gli è mai valso come motivo per godere di un trattamento particolare nel discorso pubblico isolano, spesso così generoso con fatti o personaggi di ben minore spessore solo perché appunto sardi. La sostanziale rimozione del patrimonio di pensiero gramsciano dal dibattito culturale e politico sardo discende da quella operata nel dibattito culturale e politico italiano, di cui il nostro è per lo più un&#8217;appendice provinciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Emilio Lussu poi è una specie di figlio di nessuno. Troppo irreprensibile dal punto di vista etico, troppo severo, duro, restio all&#8217;accomodamento. Troppo di sinistra per molti, troppo sardista per altri, troppo poco indipendentista per altri ancora. Nemmeno il suo talento narrativo basta a imporlo come riferimento culturale. La complessità della sua parabola biografica e intellettuale ne fa un oggetto poco incasellabile in schemi semplicistici. Più facile evitarlo che confrontarcisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, ciò che accomuna Angioy, Gramsci e Lussu è il fatto di costituire, ognuno per la sua parte e da un certo punto di vista, una nemesi per l&#8217;attuale classe dirigente sarda. La quale non ha l&#8217;intraprendenza e lo spirito innovatore di Angioy, non ha la lucidità politica, la statura intellettuale e morale e la generosità umana di Gramsci e non è nemmeno lontana parente della fermezza, della forza d&#8217;animo, dell&#8217;intransigenza etica e politica di Lussu.</p>
<p style="text-align: justify;">Non può stupire dunque che, se si ignorano questi tre personaggi noti e in qualche modo già storicizzati, non ci si sia ricordati di Angelo Caria, leader indipendentista scomparso il 24 febbraio 1996, a 48 anni. Una mente lucida e una personalità generosa come poche altre in tutto quel decennio. La sua attualità &#8211; al netto di qualche distanza lessicale, forse &#8211; è fin troppo esemplificativa della nostra inerzia storica. Come se in vent&#8217;anni niente fose cambiato se non in peggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le istituzioni sarde sono sempre solerti nel partecipare e finanziare ogni ricorrenza ufficiale (dalla Giornata dell&#8217;unità nazionale e delle forze armate, al Giorno del ricordo, alla festa delle Repubblica, ecc.), così come hanno amato le celebrazioni per il 151esimo anniversario dell&#8217;unificazione italiana, nel 2011, e non si fanno mai scappare la minima ricorrenza relativa ai personaggi risorgimentali o sabaudi. Si fanno persino un vanto della sardità di un personaggio piuttosto equivoco come Francesco Cossiga e ricordo ancora con un certo stupore la commemorazione di Armando Corona, noto Armandino, in Consiglio regionale, il 30 giugno 2010. Le nostre istituzioni, o meglio, i soggetti e le consorterie che le occupano, amano molto meno dedicare occasioni di ricordo e celebrazioni a fatti e personaggi significativi della nostra storia e della nostra cultura, soprattutto se potenzialmente evocativi di una emancipazione sociale e/o politica. È un fatto evidente. E non è un caso.</p>
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		<title>Gli equivoci dell’autonomia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2014 10:13:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La parola autonomia in Sardegna è fonte di continue incomprensioni, vuoi per la congenita ambiguità semantica del termine, vuoi per mancanza di conoscenze storiche e/o giuridiche, vuoi per volontà di sviare il discorso da parte di chi ha voce in capitolo nel dibattito culturale e nei mass media. Succede così che per molti indipendentisti autonomia...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Gli equivoci dell’autonomia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/04/14/gli-equivoci-dellautonomia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://2.bp.blogspot.com/-D0eRnKjzRGU/UIk5liL4ptI/AAAAAAAAk20/rQqX-TCC2qI/s1600/emilio-lussu.jpg" alt="" width="450" height="352" /></p>
<p style="text-align: justify;">La parola <em>autonomia</em> in Sardegna è fonte di continue incomprensioni, vuoi per la congenita ambiguità semantica del termine, vuoi per mancanza di conoscenze storiche e/o giuridiche, vuoi per volontà di sviare il discorso da parte di chi ha voce in capitolo nel dibattito culturale e nei mass media.<span id="more-80"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Succede così che per molti indipendentisti autonomia significhi sostanzialmente “dipendenza” e autonomista sia un sinonimo di “anti-indipendentista” o (per usare un gergo di matrice esogena) “unionista”, mentre viceversa per chi difende lo status quo e per molti osservatori ignari autonomia è quasi un sinonimo di “indipendenza”. In altri casi l’autonomia regionale sarda viene usata come prova storica dell’insensatezza delle aspirazioni all’autodeterminazione: non siete stati bravi a usare l’autonomia, figuriamoci se sapreste essere indipendenti! Altre volte si contestano le analisi storiche e politiche di partenza di chi promuova l’autodeterminazione dei sardi sostenendo che in realtà l’autonomia è stata positiva per l’isola e che disconoscere questo assunto sia frutto di un fraintendimento ideologico. In tutto questo, l’unica cosa che risulta certa è che l’autonomia, nella sua ricetta sarda, sia diventata ormai un feticcio, tanto per i suoi fautori, quanto per i suoi detrattori.<span id="more-3569"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L’autonomia, che etimologicamente significa “potere di darsi le leggi da sé”, di suo non è affatto un male. Anche nella sua accezione giuridica e politica specifica (che dunque restringe di molto la sua portata semantica) non è una condizione deprecabile. Tutt’altro. Se applicata alla situazione sarda, tuttavia, questa condizione favorevole denuncia due limiti decisivi. Il primo è di natura profonda e strutturale ed attiene a fattori geografici, storici, culturali. L’altro è di natura contingente, pragmatica e politica. Questi due limiti sono correlati tra loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Partirei dal secondo. L’autonomia sarda è stata un fallimento, questo lo dicono gli autonomisti stessi. Il perché sia stato un fallimento di solito non viene esplicitato in modo chiaro. In realtà non doveva per forza di cose andare così. Se si fosse tenuto fede al contenuto politico dell’autonomia così come concepita dentro l’ordinamento italiano, se ne sarebbe potuto fare uno strumento di acquisizione di responsabilità e di vantaggi materiali e culturali, per la Sardegna. L’autonomia avrebbe potuto generare… autonomia. O meglio: autonomie. Avrebbe potuto alimentare un decentramento amministrativo più efficace, avrebbe potuto far acquisire alla Sardegna, anche nella condizione penalizzante di regione italiana, facoltà, poteri, libertà. In fondo, se l’autonomia fosse stata fatta funzionare, sarebbe stata una premessa forte per un ulteriore salto di qualità, verso l’assunzione piena della nostra autodeterminazione. Non è andata così, ma non (solo) per limiti intrinseci dell’autonomia medesima, quanto piuttosto per responsabilità conclamate sia dell’apparato di potere italiano, sia dei suoi complici sardi, ossia della nostra classe dirigente. Naturalmente non è un caso. Essendo nata come antidoto all’indipendenza e non come sua potenziale premessa, l’autonomia sarda doveva servire allo scopo per cui è servita (e continua a servire). Innervata di dipendentismo e di ideologia sardista (quindi nazionalista di serie B, rivendicazionista, delegante, ecc.) essa ha finito per essere uno strumento di accentramento (verso Cagliari e Roma) anziché di decentramento. Ha prodotto ulteriore dipendenza, anziché ridurla (pensiamo ai Piani di Rinascita, alle servitù, alla debolezza in tutte le questioni strategiche: trasporti, energia, istruzione, comparto agroalimentare, patrimonio storico e culturale). Ha generato una classe politica mediocre e conformista, totalmente asservita a grossi centri di interesse economico esterni e ai centri di potere italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro limite dell’autonomia è strutturale e non contingente. Non dipende dalla pessima classe dirigente sarda contemporanea, ma da fattori obiettivi, con cui si devono fare i conti. Tali fattori sono quelli che anche nel caso di una autonomia proficuamente applicata prima o poi avrebbero richiesto una soluzione diversa e più forte. Anzi, se l’autonomia avesse davvero funzionato a dovere, tale limite sarebbe balzato in primo piano in modo ancora più evidente. Sto parlando della questione geografica, quella che fa sì che la Sardegna sia un’entità territoriale e storica altra, distinta, dall’Italia (qualsiasi cosa sia l’Italia nel suo insieme). La nostra condizione geografica e storica fa in modo che le necessità di base e gli interessi collettivi strategici dei sardi non coincidano con quelli dell’Italia e spesso anzi siano in conflitto con essi. Questo limite esiste e c’è una casistica piuttosto consistente di eventi specifici, anche recenti, in cui è emerso platealmente. È la risposta politica a tale limite che è debole.</p>
<p style="text-align: justify;">La debolezza della risposta politica dipende a sua volta da due fattori. Da un lato c’è la congerie di interessi che trovano nel rapporto di dipendenza la propria linfa e la propria legittimazione. Pensiamo a tutti gli ambiti in cui la politica ami mettere lo zampino: là i partiti italiani e le loro filiali locali hanno buon gioco a tenere in piedi lo status quo. Qualche privilegio basta a tenere buoni i podatari. Persino in ambiti potenzialmente fecondi di consapevolezza e libertà, come l’università, il dipendentismo è eretto a sistema e ha gioco facile. Una forma di dominio postcoloniale ha usato e usa ancora l’autonomia come elemento narrativo di controllo dell’opinione pubblica e come strumento di depotenziamento delle rivendicazioni di autodeterminazione. Da tale apparato di interessi, di potere e di consenso è temuta la potenzialità emancipativa di una vera autonomia (e delle autonomie specifiche che ne discenderebbero); esso opererà sempre per favorire il centralismo e l’autoritarismo, quale che sia la forma che assumeranno. In questo momento di forte spinta centralista e autoritaria a livello italiano, non potranno essere le forze politiche che a quest’ambito fanno riferimento a costituire un baluardo contro la nostra ulteriore soggezione. Ma questo lo sappiamo (o dovremmo saperlo).</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro elemento di debolezza riguarda invece la risposta alternativa a questa forma di autonomia normalizzata e ai soggetti che la alimentano. Prima di tutto all’ambito politico indipendentista. Benché l’aspirazione all’autodeterminazione sia un fattore storico duraturo, in Sardegna, raramente esso ha trovato compiutamente voce. Oggi sappiamo che, nonostante tutto, una buona parte dell’opinione pubblica sarda nutre sentimenti favorevoli all’autodeterminazione e una parte decisamente maggioritaria della nostra collettività sente forte l’appartenenza sarda. Lo studio compiuto nel 2012 dalle università sarde insieme a quella di Edimburgo ne sono solo la testimonianza più recente. Tuttavia è altrettanto evidente che tali propensioni diffuse non trovano rispondenza nel consenso dato alle forze politiche di matrice indipendentista e nemmeno in una distribuzione omogenea di tali istanze tanto a livello territoriale quanto a livello sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Al netto di altri fattori, occorre dire che le organizzazioni politiche indipendentiste hanno in questo caso una propria consistente responsabilità. Tanto quelle che hanno ripiegato sul neoautonomismo “sovranista”, quanto quelle che fanno della propria identificazione indipendentista un elemento politico dirimente (a volte l’unico). Le prime, pur presentandosi come depositarie di una linea pragmatica e responsabile, che fa accettare loro le condizioni date per ritagliarsi uno spazio di azione dentro il sistema di potere della dipendenza, semplicemente hanno del tutto sbagliato i calcoli, dato che quel sistema non sarà in nulla modificato dalla loro presenza e che loro invece dovranno subirne dinamiche e rapporti di forza, funzionando al più da foglia di fico o da alibi. Questo, senza voler entrare nel merito della debolezza etica di alcune scelte individuali specifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, le organizzazioni che hanno rifiutato la fascinazione del potere per il potere, non hanno però offerto molto di meglio di una propria pretesa purezza ideale alla domanda di politica che pure risulta fortissima nella società sarda (perché anche così si può interpretare l’altissima astensione elettorale). Nel momento in cui la prospettiva dell’autodeterminazione, anche nella sua forma politicamente compiuta (l’indipendenza), sta smettendo di essere un tabù, chi dovrebbe farsene promotore non ha ancora dimostrato di saper leggere bene la situazione sociale, culturale e politica in cui sta agendo. Il tempo dei folklorismi e delle leadership carismatiche è finito, così come quello dei settarismi e dell’immaturità politica. Sono le condizioni storiche attuali a richiedere un approccio diverso. Una grossa fetta di società sarda è già avviata su un percorso di autodeterminazione, non solo e non tanto in termini di consenso politico o di militanza, ma prima di tutto in termini di scelte economiche, di orizzonte pragmatico, di assunzione di responsabilità. Questo vale anche per la nostra diaspora, che non è più quella deprivata e intimorita degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo coacervo di forze sociali e intellettuali non sa dare più alcuna risposta credibile l’apparato di potere e di consenso dominante. I suoi limiti, il grado di compromesso etico e culturale a cui deve abbassarsi per perpetuarsi sono sempre più evidenti e la crisi economica non fa che accentuarne la visibilità e l’inaccettabilità. Aprire la prospettiva dell’autodeterminazione e renderla attraente, inclusiva, partecipativa sono i compiti di chi si ponga come punto di riferimento politico nel processo della nostra emancipazione collettiva. O così, o le condizioni storiche con cui abbiamo a che fare non troveranno altra risposta strutturata che quella della dipendenza e di chi ne trae vantaggio. Il che è decisamente troppo pericoloso, se si ha a cuore la sopravvivenza della nostra collettività storica e la conquista dell’eguagianza nella libertà.</p>
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		<title>La memoria e il rispetto</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2013/06/03/la-memoria-e-il-rispetto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jun 2013 17:27:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[2 giugno]]></category>
		<category><![CDATA[Brigata Sassari]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Lussu]]></category>
		<category><![CDATA[identità sarda]]></category>
		<category><![CDATA[mito identitario]]></category>
		<category><![CDATA[Prima Guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Probabilmente a molti sardi avrà fatto piacere la vista della Brigata Sassari in testa al corteo militare del 2 giugno. Una festa della Repubblica italiana davvero fuori luogo e anche alquanto inquietante, se solo si pensa alle condizioni della festeggiata. Per i sardi la rappresentazione mediatica di ieri ha un sapore ancora più amaro e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La memoria e il rispetto' data-link='https://sardegnamondo.eu/2013/06/03/la-memoria-e-il-rispetto/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Probabilmente a molti sardi avrà fatto piacere <a href="https://www.youtube.com/watch?v=lOD2RUKj4DQ" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >la vista della Brigata Sassari in testa al corteo militare del 2 giugno</a>. Una festa della Repubblica italiana davvero fuori luogo e anche alquanto inquietante, se solo si pensa alle condizioni della festeggiata.<span id="more-134"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Per i sardi la rappresentazione mediatica di ieri ha un sapore ancora più amaro e beffardo. Per l’ennesima volta ci viene propinata la polpetta avvelenata dell’orgoglio identitario e del sacrificio per la grande patria italiana, così benigna da accoglierci nel suo seno nonostante i nostri scarsi meriti. Beffarda, questa messinscena, in quanto volutamente ammiccante al nostro sempiterno complesso da “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=0MjaAClNGnk" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >negri da cortile</a>“, in un momento in cui dovremmo invece essere tutti molto ben concentrati sulla nostra precaria condizione storica, precarietà cui la dipendenza dall’Italia non è affatto estranea.</p>
<p style="text-align: justify;">A poco vale dare risalto al valore e al sacrificio dei sardi per l’Italia medesima, quando poi rimane irrisolta (o <a href="http://www.ilminuto.info/2013/06/lo-spettro-di-unaltra-servitu-militare-il-muos-in-ras-interrogazione-zuncheddu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >in via di peggioramento</a>) la questione delle servitù militari, la carenza di investimenti in infrastrutture, l’esclusione sistematica della Sardegna dalle pianificazioni strategiche in materia di trasporti ed energia o di turismo e cultura. Il che del resto è inevitabile, non solo per la scarsa propensione della classe dominante italiana a curarsi dei beni comuni e farli diventare risorsa di sviluppo diffuso, ma soprattutto perché l’inconciliabilità strutturale degli interessi italiani con quelli sardi è solo resa più evidente, non certo generata, dall’attuale stato di crisi.<span id="more-3137"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che molti sardi si lascino incantare così a buon mercato discende anche dalla rimozione forzosa della nostra memoria collettiva, dall’ignoranza profonda della nostra storia e dalle dosi massicce di mitologie posticce fateci ingurgitare nel corso dei decenni. Benché le ferite della Grande Guerra abbiano lasciato cicatrici profonde in buona parte delle famiglie sarde, il mito si è sostituito non solo alla memoria collettiva ma persino al ricordo personale e familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">La spiegazione di questo fenomeno (nient’affatto inedito: non siamo speciali nemmeno in questo, non facciamoci illusioni) può risiedere anche nella fatica e nella reticenza con cui i reduci della Brigata Sassari hanno sempre raccontato le proprie vicende, affidando preferibilmente la ricostruzione dei fatti ai bollettini ufficiali e alle rimembranze celebrative. Lo choc e l’orrore che i nostri nonni e bisnonni dovettero sopportare tra 1915 e 1918, tra il Carso, il Piave e l’Altopiano di Asiago, erano indicibili, troppo duri da cancellare ma ancora più duri da rievocare. Chiunque abbia avuto in casa un ex sassarino della Grande Guerra questo lo sa.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là della patina retorica, i fatti furono allora decisamente molto meno esaltanti e poetici di come ci piace ripensarli adesso. Ne sarebbe testimonianza diretta ed efficace il bellissimo romanzo di Emilio Lussu <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Un_anno_sull%27Altipiano" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" ><em>Un anno sull’altipiano</em></a>, se solo l’autore non avesse scelto di camuffare l’appartenenza dei fanti delle cui gesta e delle cui tragiche sorti raccontava. Tanto che, anche a leggere quelle righe, pure preziose e irrinunciabili, ben pochi sardi riescono ad immedesimarsi, benché parlino del loro stesso sangue. Il libro dunque ha (o meglio, ha avuto) più peso in Italia di quanto ne abbia mai avuto in Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">La leva obbligatoria che toglieva braccia preziose alle famiglie, il trauma del viaggio in piroscafo e in treno fino al fronte, la demenzialità ottusa della guerra di trincea, la perdita drammatica, violenta, di parenti, amici, compagni, potevano essere compensati solo in scarsa misura dallo spirito di corpo e dal senso di emulazione. La verità è che con le gesta dei sassarini c’entrava ben poco l’eroismo bellico e molto di più la volontà di riportare a casa la pelle o di ottenere la concessione di un pezzo di terra o una buona pensione da medaglia per i familiari. Il sacrificio degli eroici sardi aveva un lato molto materialistico che viene sempre tenuto nascosto. In ogni caso ciò che rendeva accettabile il male era l’idea di combattere per sé, per la propria gente, per la propria terra, non certo per i Savoia né per l’Italia (che i sardi allora, così come in larga parte oggi, non sapevano nemmeno cosa fosse).</p>
<p style="text-align: justify;">L’unico onore che possiamo rendere ai nostri nonni è rispettarne il desiderio di riscatto e il senso della dignità. L’unica cosa che possiamo fare per dare un significato al loro sacrificio è costruire una Sardegna più libera, più forte e più prospera, alla massima distanza possibile da qualsiasi tipo di retorica militaresca e sicuramente su un altro livello rispetto alla nostra identificazione come razza inferiore che può solo sacrificare se stessa per avere diritto ad esistere.</p>
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		<title>La storia siamo noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 09:37:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[autonomismo]]></category>
		<category><![CDATA[Camillo Blelieni]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Lussu]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una classe politica votata alla mediazione col potere centrale, a protezione di privilegi suoi e altrui. Le risorse del territorio appaltate o cedute al controllo forestiero, per lo più di natura parassitaria e speculatrice. Disagio sociale, inadeguatezza dei salari al costo della vita e costante ricatto occupazionale come garanzia di condizioni lavorative scadenti. Controllo dell’informazione...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La storia siamo noi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2010/01/08/la-storia-siamo-noi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div align="justify">Una classe politica votata alla mediazione col potere centrale, a protezione di privilegi suoi e altrui. Le risorse del territorio appaltate o cedute al controllo forestiero, per lo più di natura parassitaria e speculatrice. Disagio sociale, inadeguatezza dei salari al costo della vita e costante ricatto occupazionale come garanzia di condizioni lavorative scadenti. Controllo dell’informazione e repressione del dissenso. Diffuso sentimento popolare di stanchezza e desiderio di affrancamento politico.</div>
<p><span id="more-394"></span></p>
<div align="justify">Questa era la situazione della Sardegna cento anni fa. Somiglia tanto a quella attuale.<br />
Le ragioni di tale somiglianza risiedono sia nella congiuntura, sia nei nodi strutturali del nostro rapporto con l’Italia, tutti ancora irrisolti.<br />
Sappiamo come andò allora. Il sentimento popolare, che nelle manifestazioni di piazza così come nelle chiacchiere da bettola si traduceva nel motto &#8220;a fora sos continentales&#8221;, trovò una formalizzazione più precisa in seguito all’esperienza dei sardi nelle trincee della Grande Guerra. La definitiva presa di coscienza della propria diversità culturale e storica richiedeva uno sbocco politico. Il quale fu offerto dalla trasformazione del partito dei reduci nel Partito sardo d’azione. Era il 1921.<br />
Allora si giocò una partita decisiva, per la nostra sorte collettiva. Benché la base dello stesso PSdAz fosse largamente sensibile all’idea del distacco dallo stato italiano (allora si chiamava, in senso spregiativo, &#8220;separatismo&#8221;) i suoi dirigenti (Camillo Bellieni in primis e Emilio Lussu a rimorchio) fecero di tutto per convogliare quelle energie spontanee entro l’alveo artificioso e complicato (come spiegava lo stesso Bellieni) dell’autonomismo. Mentre nel parlamento italiano si ventilava la possibilità che la Sardegna seguisse la sorte che in quegli stessi mesi aveva portato l’Irlanda a ottenere un primo riconoscimento di sovranità, lo stesso E. Lussu, alla Camera dei deputati, si premurava di tuonare contro ogni possibile fraintendimento separatista, difendendo l’idea di una Sardegna fedele allo stato italiano, disponibile a qualsiasi sacrificio a patto di ottenere più attenzioni e più sostegno.<br />
Si trattò, come oggi è evidente, di un clamoroso abbaglio politico, le cui conseguenze abbiamo pagato fino ad oggi. Le premesse storiche erano di tutt’altro segno, ma qui entra in gioco quell’elemento non controllabile delle vicende umane per cui una necessità storica non è affatto detto che trovi compimento nei termini che sembrano più scontati o probabili sul momento.<br />
Ma oggi? Oggi – a fronte di una situazione in qualche modo analoga a quella di cento anni fa, con la differenza fondamentale, forse, di una fase declinante della civiltà in cui siamo immersi e di cui facciamo parte – quali sbocchi si profilano alla nostra crisi economica, morale e spirituale?<br />
Difendere l’autonomia come ricetta vincente in un mondo ipercomplesso e assai più dinamico di cento e di sessanta anni fa, più che miope sembra proprio irrealistico. Ma chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e assumersi la responsabilità storica di proporre un orizzonte teorico e pragmatico che risponda alle esigenze profonde della nostra collettività?<br />
Io credo che, a uno sguardo puro, onesto, non possa bastare come risposta l’apparato partitico italiano che domina (per lo più per conto terzi) la nostra terra. È di nuovo maturo il tempo per cui ci assumiamo direttamente il carico della nostra sorte, senza recriminazioni, senza piagnistei poco edificanti, senza attese di salvezza dall’esterno o dall’alto. Serve un altro Partito sardo? Forse sì, un partito che sia nazionale e contemporaneamente non vincolato a interessi alieni o particolaristici, ma nemmeno che si appesantisca da solo con la zavorra della subalternità all’Italia. Aguzziamo la vista: forse <a href="http://www.irs.sr/domo/Article.aspx?a=1460" target="_blank" rel="nofollow" >qualcosa</a> in questa direzione si muove, forse è già nata una nuova consapevolezza che si va declinando in termini politici. Non sarà maggioritaria, ma sta facendo passi enormi verso quella quota di consenso e partecipazione attiva che farà massa critica, che darà uno scossone all’inerzia storica fin qui apparentemente irremovibile.<br />
Per parafrasare uno dei politici più sopravvalutati del Secolo breve (ma dotato di acume retorico), non chiediamoci cosa può fare la Sardegna per noi, chiediamoci invece cosa possiamo fare noi per la Sardegna. E diamoci una mossa.</div>
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