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	<title>elezioni catalane Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Governarci per cambiare &#8211; di Stefano Puddu Crespellani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2015 10:46:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito su indipendenza e indipendentismo prosegue. Questa volta ospito una riflessione di Stefano Puddu Crespellani, preziosa anche in quanto proveniente da una prospettiva esterna al contesto sardo (oltre che alla militanza indipendentista propriamente detta). Gli articoli di Alessandro Mongili e di Nicoló Migheli apparsi di recente sul sito di Sardegna Soprattutto sono stati due...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/09/18/governarci-per-cambiare-di-stefano-puddu-crespellani/">Governarci per cambiare &#8211; di Stefano Puddu Crespellani</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Governarci per cambiare - di Stefano Puddu Crespellani' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/09/18/governarci-per-cambiare-di-stefano-puddu-crespellani/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><em>Il dibattito su indipendenza e indipendentismo prosegue. Questa volta ospito una riflessione di Stefano Puddu Crespellani, preziosa anche in quanto proveniente da una prospettiva esterna al contesto sardo (oltre che alla militanza indipendentista propriamente detta).</em><span id="more-1952"></span></p>
<hr />
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;">
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Gli articoli di Alessandro Mongili e di Nicoló Migheli apparsi di recente sul sito di Sardegna Soprattutto sono stati due utili sferzate per uno scambio di idee sui limiti e sulle potenzialità della proposta indipendentista in Sardegna. Le successive riflessioni di Omar Onnis, Ivo Murgia e Pier Franco Devias apparse qui su SardegnaMondo, e le altre che verranno, arricchiscono ulteriormente il dibattito e danno una misura dell’interesse che suscita il tema e dello spessore degli argomenti di cui è intessuto. Pur con il rammarico di non essere capace di scrivere questo intervento in lingua sarda (magari potrò tra qualche anno) vorrei aggiungere qualche considerazione in proposito, dalla posizione eccentrica nella quale mi trovo (vivo in Catalogna da 25 anni).</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Devo premettere che il mio percorso politico non viene dall’indipendentismo. Ho partecipato piuttosto alle successive ondate dei movimenti sociali degli anni ’80, di sensibilità ecopacifista (ma non solo), quando si vivevano gli ultimi sussulti della guerra fredda e le prime vampate dell’economicismo rampante che ha fatto terra bruciata ovunque, da una quarantina d’anni in qua. Appartengo cioè a una generazione che in tutti questi anni di pensiero unico ha saputo mantenere, magari sottovoce, il basso continuo di un dissenso nei confronti del “modello”, e che oggi vede con chiarezza la continuità tra le preoccupazioni di allora e l’ampiezza della crisi sistemica attuale, che trafigge la realtà in tutti i suoi livelli, dall’economico all’epistemico, passando per l’ecologico e, ovviamente, il democratico. </span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Una sintesi di tutto questo l’abbiamo vista manifestarsi qualche anno fa con gli “indignados”, un movimento composito, trasversale e intergenerazionale che portava sulla scena politica la nuova versione del conflitto di classe: quello tra l’1% che controlla le risorse e le leve del potere e il 99% che lo subisce. Sono semplificazioni, certo, ma danno una idea di come lo scenario si è modificato. Nella vicenda degli “indignados” (“indignats”, in Catalogna) ho ritrovato molte delle rivendicazioni e delle pratiche conosciute e sperimentate nei movimenti sociali di trent’anni prima: il recupero della partecipazione diretta, la sperimentazione di nuove forme di presenza e di espressione politica, basate sull’organizzazione in rete, la ricerca di meccanismi di diffusione della leadership, tanto per citarne alcuni. La semina di quegli anni può germinare oggi in forme nuove, più adatte ai bisogni del presente, ed è giusto e bello che sia così. Tuttavia, riconosco di non essere cresciuto con l’idea che l’indipendenza della Sardegna fosse una priorità nella mia vita. Piuttosto dovrei dire l’opposto: chi ne parlava mi sembrava, per dirlo in poche parole, fuori dal mondo. Cos’è cambiato, dunque, per me in questi anni?</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Il mio avvicinamento all’ipotesi di un “indipendentismo possibile” è avvenuto su due versanti: il primo è quello della riflessione ecologica, il secondo la mia esperienza di integrazione e appartenenza alla comunità catalana. Sul piano ecologico, l’insularità è un fattore cruciale, al limite dell&#8217;ovvio, di individuazione di un territorio e del suo metabolismo. In un caso come quello sardo, sarebbe un imperativo ecologico, per così dire, quello di amministrare le proprie risorse e farle bastare. In altre parole, essere sostenibili vuol dire fare in modo che l’impronta ecologica della Sardegna non vada oltre il suo territorio e i mari che la circondano — né, d’altra parte, che territori esterni vogliano riversare su di noi gli squilibri del loro metabolismo. Quando si parla di sovranità energetica, idrica, alimentare, e via discorrendo, ci riferiamo non a dei pii desideri ma a necessità fondamentali, che la nostra Isola deve ancora risolvere in chiave di autogoverno e di non-dipendenza.</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Per altro verso, seguire gli ultimi 25 anni di storia catalana mi ha aperto uno spaccato interessantissimo della complessità implicita in un processo di emancipazione nazionale, che nel caso catalano è giunto oggi a un grado di maturazione tra i più alti che si conoscano in Europa. In questo paese ho respirato il senso della “normalità” di una appartenenza aperta, che certamente ha nella lingua un perno essenziale, ma che si basa su un menú di valori estremamente ricco — che sarebbe qui lungo elencare. La società catalana viene da lontano, ha costruito nei secoli una complessa architettura di prosperità economica che è anche culturale e associativa, e ha mantenuto la propria volontà collettiva attraverso tappe dolorosissime della propria storia recente. Viverci dentro, diventarne in qualche modo cittadino, mi ha permesso di capire le ragioni profonde di una richiesta di autogoverno che oggi viene anzitutto dalla base sociale, e che pretende una trasformazione dei criteri di gestione politica a favore della maggioranza della popolazione, e in particolare di quella più vulnerabile. Tuttavia, è stato anche istruttivo vedere fino a quale estremo di durezza possa giungere la reazione delle forze oppositrici, politiche e amministrative, per non parlare dei mezzi d’informazione, davanti alla “trasgressione” che rappresenta qualunque rivendicazione di indipendenza davanti alla “sacra unità” dello stato. Fra una settimana, com’è risaputo, ci saranno elezioni al parlamento catalano, il cui voto dovrà dirimere quali reali equilibri di forza esistono tra gli elettori, a favore o contro. Sarà un nuovo passaggio da seguire con attenzione, insieme ai passi successivi, improntati fin d’ora a una tensione estrema tra forze contrapposte, in un contesto che non è stato capace di dialogare sugli snodi essenziali dell’autogoverno. Questa resistenza politica del sistema è stata anche la ragione per la quale, in Catalogna, si è dovuto e voluto cominciare a “ridiscutere tutto”, cioè andare al fondo delle questioni relative al modello di società che l&#8217;eventuale nuovo stato vorrebbe costruire. Anche questo mi sembra uno snodo essenziale per ciò che riguarda il nostro tema, e cioè la Sardegna.</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">La conclusione provvisoria è la seguente: l’autodeterminazione, l’autogoverno, l’indipendenza della Sardegna hanno senso politico non solo in quanto sono il legittimo diritto di ogni popolo, ma soprattutto perché rendono più facile (o meno difficile) il compito essenziale di trasformare il modello economico e politico in cui ci troviamo —la cui derivata sociale è ormai prossima all’asfissia. Se l’indipendenza può aiutarci a riportare l’economia in una reale orbita di compatibilità ecologica, se può rappresentare un varco di uscita dalla dittatura finanziaria globalizzata che svuota di significato la democrazia, se ci permette di ripensare il modo di riequilibrare i comparti economici, il lavoro, il reddito, il territorio, allora certamente questo progetto mi interessa.</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">L’indipendenza, insomma, può essere una nuova cornice per fare scelte su questioni che, finora, restavano fuori dalla scelta. Per esempio, sulle servitù militari. Per esempio, sui grandi complessi industriali inquinanti. Per esempio, sulla rete energetica. C’è un gran bisogno di sperimentare dei modelli di convivenza alternativi alla ferocia patinata del capitalismo neoliberale. Per tutto questo, penso che la Sardegna vive oggi, rispetto alla variabile indipendentista, una fase di transizione, tra la fine di una tappa chiamiamola utopica, di testimonianza, quasi sempre a guida carismatica e, per ciò stesso, tendente alla frammentazione, che ha avuto però l’enorme merito di rompere la barriera percettiva che tagliava fuori l&#8217;indipendenza dalla versione dominante del “realismo politico”; e l’inizio di una tappa nuova, appena inaugurata, di indipendentismo chiamiamolo possibilista, e direi anche poietico, cioè costruttivo, creativo, disposto a cimentarsi con la realtà, insomma strategico. </span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Considero che questa tappa è stata inaugurata nelle passate elezioni regionali del 2013 da Sardegna Possibile, e il modo con cui saremo capaci di analizzarne il risultato e di raccoglierne il lascito sarà essenziale per la sua evoluzione nei prossimi anni. Aver portato l’indipendentismo sardo nell’orizzonte della realtà implica, tra le altre cose, poter misurare la distanza tra questa prospettiva futura e lo scenario attuale. Sapere a che punto siamo è il primo passo per riformulare il progetto, l’analisi su necessità e risorse, i metodi, i principi, ecc., cercando degli obbiettivi temporali concreti, fattibili, non velleitari, a breve e a medio termine. Governarsi da soli implica insomma il raggiungimento di traguardi intermedi, la capacità di fornire una serie di prestazioni dalle quali siamo ancora piuttosto lontani.</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Per questo concordo con Ivo Murgia quando dice che occorre una dose di umiltà altissima per impegnarsi in questo progetto. Umiltà, determinazione, competenza, allegria e capacità di lavorare insieme. Dobbiamo sovvertire le nostre proprie (presunte) regole di relazione, se è vero quel che siamo abituati a sentire, che i sardi sono invidiosi, individualisti, rissosi e intrattabili. Sviluppare una politica di stato richiede aperture di ogni tipo, e il coinvolgimento di tutte le intelligenze possibili, in Sardegna o nel cosiddetto “disterru”. Richiede generosità e onestà intellettuale senza fine. Tutto il contrario di quel che, in generale, ha offerto finora la classe politica “digerente” sarda.</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Quindi, a mio avviso, pensare a un pieno autogoverno della Sardegna è politicamente significativo se questa ipotesi è piena anche di contenuti concreti: relativi al nodo del lavoro e del reddito (come suggeriva Alessandro Mongili), alla sostenibilità economica (che vuol dire, tra le altre cose, sfuggire al giogo della dittatura finanziaria globalizzata), alla compatibilità ecologica (cominciando dal territorio e dalla gestione dei “beni comuni”), all’investimento culturale (nel quale dovrà occupare un posto di rilievo lo snodo della lingua), e non ultimo alla bonifica democratica (a suo modo uno dei territori più inquinati dell’Isola).</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Vedo la costruzione di questo progetto come un obbiettivo a 15-20 anni, che coinvolgerà diverse generazioni di sardi e per il quale, ovviamente, non valgono personalismi. Sarà il frutto di un lavoro di cooperazione paziente e generoso, o non sarà. E dovrà risultare attraente anche per quelle intelligenze oneste e coinvolte nella realtà dell’isola che pure non considerano l’indipendenza, di per sè, come un proprio obbiettivo prioritario, ma che hanno perso peraltro ogni fiducia verso le ricette che vengono d’oltremare per risolvere i nostri problemi. Parlo dei famosi “non-dipendentisti”. Cercare di coinvolgerli in una proposta nuova, pienamente politica, di costruzione dell’autogoverno è stata la grande intuizione di Sardegna Possibile, a mio parere il maggiore esperimento di innovazione politica che la Sardegna abbia vissuto negli ultimi trent’anni (almeno), del quale mi sembra che Michela Murgia sia stata una straordinaria ispiratrice e interprete. </span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Parrebbe ora che questa esperienza sia stata bruciata in una stagione breve e intensissima, in gran misura a causa di una legge elettorale maramalda, promossa dalla paura e approvata dalla malafede di una classe politica incollata a poltrone e sistemi di potere da sottosviluppo. Sono state formulate numerose interpretazioni sul perché questa candidatura non ha raggiunto l’obbiettivo di entrare nel parlamento sardo, e qualcosa di vero c’è probabilmente in tutte; vale anche ricordare il tempo di gestazione eccessivamente breve di una proposta che non si limitava a un messaggio semplice, di natura populista, ma cercava di offrire un insieme di proposte articolato, non sempre facile da spiegare. Comunque sia, Sardegna Possibile ha ottenuto alla sua prima uscita un risultato politico non piccolo (oltre il 7%) e, quel che più conta, ha proposto una formula vincente di alleanza pratica tra percorsi personali e tradizioni politiche diversi, e una metodologia innovatrice, nella partecipazione e nelle proposte (lo studio di microprogetti, le “open space technology”, o il fatto di proporre in partenza la squadra di governo, un fatto inaudito nella politica italiana).</span></span></p>
<p class="western" lang="ca-ES" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Questo bagaglio può e deve essere arricchito, ma in nessun caso deve andare perduto. Di più: quel che è necessario è riuscire a riproporlo dal basso. Sardegna Possibile deve rigermogliare nei territori, in modo diffuso, sulla base di pochi, chiari principi: basta con la gestione succursalista delle segreterie “locali” di partiti politici con sede a Roma, Genova o vattelapesca: possiamo essere aperti all’Europa senza passare per il loro filtro; partire dalle comunità concrete, per conoscere il territorio, le sue necessità e risorse; formarci senza sosta, imparare, scambiare informazioni, cooperare, crescere nell’intelligenza collettiva, per trovare soluzioni reali e se possibile innovative alle necessità di tutta la popolazione; pensare alla Sardegna come a un insieme, qualcosa che coltiva le sue diversità come un patrimonio comune, di cui tutti possiamo andarne orgogliosi, che è la base per poter pensare e progettare “politiche di stato”; riscoprire il senso di una prosperità antica, fatta di condivisione, di visione a lungo termine, di assenza di sprechi, di rinuncia a ostentare ciò che non possiamo permetterci; volontà di costruire una società senza esclusi, accogliente e allegra, ecologica, sana, matura, anzitutto politicamente, se volessimo provarci. Sono queste, se non altro, le sfide del tipo di indipendentismo nel quale mi sento coinvolto.</span></span></p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Governarci per cambiare - di Stefano Puddu Crespellani' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/09/18/governarci-per-cambiare-di-stefano-puddu-crespellani/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Governarci per cambiare - di Stefano Puddu Crespellani' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/09/18/governarci-per-cambiare-di-stefano-puddu-crespellani/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/09/18/governarci-per-cambiare-di-stefano-puddu-crespellani/">Governarci per cambiare &#8211; di Stefano Puddu Crespellani</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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