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	<title>cleptocrazia Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Elezioni USA e cleptocrazia: di cosa stupirsi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2016 09:10:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<category><![CDATA[cleptocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni USA si sono concluse con un esito diverso da quello auspicato dalle élite europee e nordamericane. Il ricco avventuriero Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti d&#8217;America. Basta fare un excursus sulle titolazioni delle maggiori testate occidentali per avere il quadro dell&#8217;impreparazione e della sostanziale inadeguatezza di larga parte del sistema...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/11/10/elezioni-usa-e-cleptocrazia-di-cosa-stupirsi/">Elezioni USA e cleptocrazia: di cosa stupirsi?</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Elezioni USA e cleptocrazia: di cosa stupirsi?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/11/10/elezioni-usa-e-cleptocrazia-di-cosa-stupirsi/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium" src="https://www.newnotizie.it/wp-content/uploads/2016/02/primarie-usa-2016-donald-trump-vince-in-nevada-770x513.jpg" alt="" width="770" height="513" /></p>
<p style="text-align: justify;">Le elezioni USA si sono concluse con un esito diverso da quello auspicato dalle élite europee e nordamericane. Il ricco avventuriero Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti d&#8217;America. <span id="more-2390"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Basta fare un excursus sulle titolazioni delle maggiori testate occidentali per avere il quadro dell&#8217;impreparazione e della sostanziale inadeguatezza di larga parte del sistema informativo. L&#8217;Italia in questo la fa da padrona.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli esperti abituati ad esprimersi ex cathedra hanno preso una cantonata, finendo per credere alle loro stesse mistificazioni. Ora cercano di mostrare che loro la sanno comunque più lunga degli altri e ci spiegano perché siamo stati così fessi da credere alle loro panzane fino a poche ore fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Per esempio, <a href="http://www.corriere.it/economia/16_novembre_09/protezionismo-fed-dollaro-primi-timori-svolta-49de86ae-a6be-11e6-b4bd-3133b17595f4.shtml" target="_blank"  rel="nofollow" >questo commento</a> degli economisti Alesina e Giavazzi, sul Corriere, è quasi comico. Pura ideologia, gli schemi rigidi della dottrina del capitalismo assoluto (volgarmente detta neoliberismo) applicati scolasticamente a una situazione di cui non hanno capito nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Cito questo pezzo perché è esemplificativo di quanto le classi dominanti occidentali siano responsabili dirette di quanto sta succedendo in Europa e negli USA.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dire, a proposito di un tema scottante come le migrazioni e i rapporti sociali, i due analisti sostengono quanto segue:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;] gli Stati Uniti hanno una disoccupazione bassissima. È vero che la partecipazione alla forza lavoro è scesa, ma tutti questi faraonici investimenti pubblici probabilmente richiederanno più immigrati, soprattutto dal Messico, non meno come proclama Trump.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">I dati sulla disoccupazione negli USA, come si sa, sono drogati. In realtà il disagio materiale e culturale di larghe fasce della popolazione e la disgregazione sociale aumentano. Sostenere che un programma di investimenti pubblici alimenterà necessariamente l&#8217;immigrazione (contro cui Trump ha fatto dichiarazioni molto dure) è una scemenza, dato che il livello del reddito dei cittadini statunitensi è spesso basso e non mancherà di sicuro la forza lavoro interna, in caso servisse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il problema per Alesina&amp;Giavazzi e di quelli come loro non è la disoccupazione o l&#8217;inoccupazione, bensì il livello dei salari. Che ovviamente &#8211; in questa ottica squisitamente padronale &#8211; va tenuto il più basso possibile. Non se ne fa cenno, in questa succinta analisi, ma è quello il nodo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo si ventila la necessità di nuova mano d&#8217;opera d&#8217;importazione. Solo così il fattore produttivo &#8220;lavoro&#8221; potrà mantenere i salari abbastanza contenuti da consentire una soddisfacente estrazione di valore ai detentori dei capitali.</p>
<p style="text-align: justify;">In caso contrario, aumentando la domanda di manodopera, il suo costo aumenterebbe (aumentando le retribuzioni). Di pari passo con la maggiore forza contrattuale dei lavoratori. Il che potrebbe avere anche degli effetti politici generali.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti effetti che la classe dominante occidentale e i loro portavoce tendono a scongiurare.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi dilungo in questo esempio perché vorrei richiamare l&#8217;attenzione su quella che mi pare la questione di fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elezione di Trump non è causa di nulla, non sconvolgerà affatto l&#8217;andamento del mondo, non stabilirà l&#8217;inizio di una nuova epoca. È in realtà un effetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono diversi decenni che l&#8217;economia mondiale e le sue risultanze sociali e politiche vanno verso una stretta conservatrice e anti-popolare. Da quando Nixon (precursore di questa stagione) stabilì l&#8217;uscita del dollaro dagli <a href="http://www.borsaitaliana.it/notizie/speciali/fondo-monetario-internazionale/storie-funzioni/fmi-fine-sistema-di-bretton-woods/fmi-fine-sistema-di-bretton-woods.htm" target="_blank"  rel="nofollow" >accordi di Bretton Woods</a> (1971) è stato tutto un susseguirsi di fenomeni dal segno molto chiaro.</p>
<p style="text-align: justify;">La partita giocata dalle classi popolari dopo la seconda guerra mondiale volgeva al termine. Tanto più rapidamente, quanto maggiore era stato lo spavento generato dagli anni Sessanta, dal Sessantotto e dai sui strascichi.</p>
<p style="text-align: justify;">Troppo benessere diffuso, troppa facilità di accesso ai livelli più alti dell&#8217;istruzione, troppa conoscenza condivisa. E una larga fetta dell&#8217;intellettualità mondiale ad alimentare consapevolezza e aspettative.</p>
<p style="text-align: justify;">Già la decolonizzazione rischiava di mettere a repentaglio il dominio dei padroni del mondo. I fallimenti post-coloniali non sono un caso, ma l&#8217;esito di condizionamenti potentissimi a cui i nuovi stati indipendenti e le loro popolazioni sono stati sottoposti fin dal giorno stesso del loro affrancamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Le stagioni di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan hanno solo esplicitato un mutamento di paradigma che era già nelle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lì in poi, l&#8217;ideologia dominante nel mondo è stata una e domina ancora oggi. Le sinistre europee hanno avuto il terribile torto di abbandonare il proprio ruolo dialettico e conflittuale e di accettare la nuova narrazione ideologica. Abbiamo visto con quali esiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nuova narrazione ideologica che, come tutte le false rappresentazioni, serve a giustificare a posteriori un determinato assetto dei rapporti di produzione e di forza, un certo modello economico e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le classi dominanti europee e statunitensi e l&#8217;intellettualità ad essi organica hanno promosso scientemente l&#8217;impoverimento delle masse, la disarticolazione sociale, l&#8217;indebolimento dei corpi intermedi (a cominciare dai partiti), l&#8217;abbassamento costante del livello di istruzione e di informazione reale (in rapporto alla complessità dei fenomeni).</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è nulla di romantico o di anche solo astrattamente emancipativo in quella che Bauman definiva la &#8220;<a href="http://www.treccani.it/vocabolario/societa-liquida_(Neologismi)/" target="_blank"  rel="nofollow" >società liquida</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia questo è un gioco pericoloso. La paura di perdere status sociale e ricchezze fa fare sempre errori macroscopici. E le classi dominanti attuali non sembrano molto più sveglie e lungimiranti di quelle di cento anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terrore di possibili rovesciamenti sociali, la pretesa che non siano messi in discussione i meccanismi dell&#8217;appropriazione e dell&#8217;accumulo, spingono sempre a inscenare il conflitto fittizio tra i poveri e gli impoveriti, ad alimentarlo, a servirsene come base per il proprio dominio.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove non ci sono più le masse proletarie &#8211;  com&#8217;era un secolo fa &#8211; si può sempre ricorrere all&#8217;immigrazione in grande stile e al razzismo indotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Da notare che i numeri delle attuali migrazioni non sono che una frazione di quelli delle migrazioni ottocentesche e novecentesche. Eppure il costante bombardamento mediatico, gli allarmismi, la sollecitazione degli istinti più bassi del volgo (privato di strumenti di comprensione), hanno l&#8217;effetto di produrre una distorsione patogena delle percezioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quando anestetizzi la ragione fino ad addormentarla, i mostri che ne popolano gli incubi sono difficili da controllare.</p>
<p style="text-align: justify;">Così succede che soffochi il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Biennio_rosso_in_Italia" target="_blank"  rel="nofollow" >Biennio rosso</a> e ne viene fuori la Marcia su Roma. Alla ventilata minaccia socialista, in Germania, si rispose favorendo l&#8217;affermazione del nazismo. Non l&#8217;abbiamo già visto succedere?</p>
<p style="text-align: justify;">È un meccanismo inevitabile. Di cui le classi dominanti si servono quasi istintivamente, magari facendo finta di scandalizzarsi, sulle prime.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché quali che siano i meccanismi di manipolazione delle coscienze messi in campo, quale che sia la forma che assume il rapporto di dominio, le condizioni materiali delle persone hanno il loro peso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il popolo, le masse senza voce e senza soggettività storica, non scompaiono nel nulla e non si possono gestire a proprio piacimento. Nemmeno se hai eliminato dalla scena le formazioni politiche alternative, e controlli i big data, e manipoli sistematicamente i sondaggi demoscopici e la loro diffusione, e ti impossessi dei profili social di centinaia di milioni di esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Alimentare individualismo e paura non contribuisce a produrre rapporti sociali più sereni. Rendere via via più accettabile la violenza non è mai servito a contenerla.</p>
<p style="text-align: justify;">Il conflitto è immanente nelle nostre società, nella nostra specie. La diseguaglianza tra individui esiste ed è un fattore di evoluzione indispensabile. Le relazioni sociali, la cultura, la condivisione, la comprensione profonda del rapporto tra necessità e mezzi disponibili, sono le risorse che abbiamo sviluppato nei millenni per temperare il conflitto interno e tradurlo in una fonte di sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nelle società complesse &#8211; e le società complesse l&#8217;umanità le conosce almeno dalla <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_neolitica" target="_blank"  rel="nofollow" >rivoluzione del Neolitico</a> &#8211; tendono per propria inerzia a trasformarsi in brutali cleptocrazie. Ossia in società gerarchizzate, i cui vertici, dopo aver accumulato ricchezza e potere, ben presto lavorano solo per la propria auto-perpetuazione a discapito del resto del gruppo umano di cui sono parte.</p>
<p style="text-align: justify;">I principi di eguaglianza, di libertà reale e diffusa, di condivisione delle risorse, di equilibrio nel rapporto con l&#8217;ambiente naturale e la biosfera non sono dunque una posizione ideologica. Sono le modalità che abbiamo sviluppato per contenere il conflitto interno alla nostra specie e per poter vivere e riprodurci su questo pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;individualismo, l&#8217;egoismo, l&#8217;odio sociale, il razzismo non li ha inventati Donald Trump e non è certo lui il primo che se ne serve come strumento di affermazione politica personale. E i valori che incarna e promuove sono ben presenti negli USA da tempo immemore.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, molti di coloro che in queste ore si dichiarano preoccupati per la sua affermazione, hanno contribuito negli anni a giustificare e imporre il modello di convivenza che ha prodotto questo esito.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia chiaro, non c&#8217;è niente di tanto radicalmente distante da quello che penso e che sento come giusto quanto un personaggio come Donald Trump. Ma non mi associo agli <em>atitidos</em>, ai lamenti funebri, dei dottor Frankentein che hanno creato il mostro ed ora ne sono spaventati.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono lacrime di coccodrillo, che si asciugheranno rapidamente appena si troverà un modo di vedersi garantita la conservazione degli attuali rapporti sociali e degli accordi con le altre élite internazionali. E del resto Trump appartiene ai vertici della cleptocrazia attuale. Non lavorerà mai ad abbatterla.</p>
<p style="text-align: justify;">È da un pezzo che il mondo va così e niente ci garantisce che non andrà anche peggio. Le destre europee stanno già cantando vittoria. Nelle stesse ore, però, negli USA migliaia di persone scendono in piazza dichiarando a gran voce di non accettare Donald Trump come presidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno può davvero sapere cosa succederà. Di sicuro con una Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca l&#8217;inerzia storica non sarebbe certo mutata in meglio. Anzi, per certi versi la minaccia sarebbe stata ancora più profonda, benché meglio mascherata.</p>
<p style="text-align: justify;">I nostri governi &#8211; in Italia in particolare, e in Sardegna con un rischio ancora maggiore &#8211; stanno lavorando da un pezzo a formalizzare anche giuridicamente i nuovi rapporti di dominio. Centralismo, riduzione degli spazi democratici, razzismo diffuso, aumento del tasso di violenza, populismi di reazione: sono tutti fenomeni che fanno parte del quadro.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera alternativa consiste nel chiamarsi fuori da questa partita truccata. Nel non accettare di fare la &#8220;corsa dei topi&#8221;, l&#8217;affannosa rincorsa <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Riflesso_condizionato" target="_blank"  rel="nofollow" >pavloviana</a> di ciò che ci apparecchia quotidianamente la cronaca.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il paradigma non ti piace, non puoi esserne parte e sperare di migliorarlo dall&#8217;interno, partecipando ai suoi meccanismi senza discuterli. Devi avere un altro orizzonte e altri obiettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, non è escluso che lo choc delle elezioni statunitensi possa provocare una reazione di resipiscenza, un recupero di lucidità e di consapevolezza. Non c&#8217;è che augurarselo. Magari contribuendovi attivamente.</p>
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		<title>Autodeterminazione vs. cleptocrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2015 13:52:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel continuo gioco tra fattori storici (condizioni ambientali, demografia, tecnologia, stratificazione culturale, accidenti politici) si creano situazioni di equilibrio o di conflitto a seconda che alcuni fattori o un fattore in particolare prevalgano sugli altri. L&#8217;equilibrio è sempre temporaneo, ma può essere accentuato dal fatto che le soluzioni praticate in certi casi si rivelino particolarmente...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Autodeterminazione vs. cleptocrazia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/03/11/autodeterminazione-vs-cleptocrazia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.corriere.it/methode_image/2014/03/28/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/Wassily%20Kandinsky,%20Improvvisazione,%201913%20circa%20Primorskaya%20State%20Picture%20Gallery-kgTG-U430101286306878zTD-593x443@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=20140328185759" alt="" width="593" height="443" /></p>
<p style="text-align: justify;">Nel continuo gioco tra fattori storici (condizioni ambientali, demografia, tecnologia, stratificazione culturale, accidenti politici) si creano situazioni di equilibrio o di conflitto a seconda che alcuni fattori o un fattore in particolare prevalgano sugli altri. L&#8217;equilibrio è sempre temporaneo, ma può essere accentuato dal fatto che le soluzioni praticate in certi casi si rivelino particolarmente efficaci.<span id="more-1747"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi fattori possono dare adito a esiti diversi se il loro mix varia o varia il loro peso relativo. Per questo la civiltà europea moderna, pure così forte e vincente su scala globale, presenta comunque al suo interno una certa varietà.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;economia di tipo capitalista, fattore storico decisivo, ha trovato diverse modalità di adattamento e di sviluppo nelle diverse situazioni locali. Benché il suo meccanismo, così brutale nella sua essenzialità, sia sempre il medesimo, dove ha trovato altri fattori forti non ha potuto prendere il sopravvento in modo indiscriminato e totalitario o lo ha fatto al prezzo di qualche cedimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Così conosciamo società capitaliste avanzate e ricche che però presentano forme di riequilibrio piuttosto robuste (da quella anglosassone a quelle scandinave o a quella francese, per fare degli esempi assortiti). Altrove invece la debolezza relativa degli altri fattori storici ha tradotto il successo dell&#8217;economia di tipo capitalista in ordinamenti politici e sociali squilibrati, fragili, poco efficienti. Pensiamo ai tanti paesi che hanno conquistato l&#8217;indipendenza dopo la decolonizzazione. Ma pensiamo anche all&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi casi il meccanismo dell&#8217;accumulo primario e dell&#8217;estrazione di valore dalle risorse e dal lavoro ha assunto varie gradazioni di autoritarismo politico, garanzia di un equilibrio altrimenti non ottenibile tramite meccanismi compensatori affidati alla dialettica sociale. Le forme dell&#8217;articolazione sociale e della gestione e distribuzione delle risorse hanno dunque preso la strada della cleptocrazia, il dominio dei ladri. Una condizione instabile e poco efficiente che però riesce a riprodursi grazie alle disparità di accesso alle risorse, alla tecnologia e alle informazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La cleptocrazia è un esito storicamente piuttosto diffuso sia in termini diacronici (ossia lungo il corso del tempo), sia sincronici (ossia dando uno sguardo d&#8217;insieme al nostro presente). È un regime a cui tende naturalmente il capitalismo, propenso al monopolio tanto dei mezzi di produzione, quanto dell&#8217;estrazione del valore economico. Niente di strano che regimi politici rigidi e molto gerarchizzati si siano rivelati situazioni ideali allo sviluppo capitalista, persino laddove siano nati in antitesi alle economie capitaliste di tipo occidentale, borghese e liberale.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esempio della Cina è sotto gli occhi di tutti, ma pensiamo anche alla rapidissima crescita del Giappone moderno, dagli anni Settanta del XIX secolo in poi. I regimi di tipo fascista tra le due guerre mondiali non costituirono affatto un ostacolo allo sviluppo del capitalismo, benché la loro retorica osteggiasse strumentalmente la cosiddetta plutocrazia (specialmente quella di stampo anglosassone, attribuita però astutamente a una potentissima quanto evanescente lobby giudaico-massonica).</p>
<p style="text-align: justify;">Le condizioni storiche concrete &#8211; e tra esse in particolare i rapporti di forza &#8211; hanno un peso che non si può eludere. Si possono solo affrontare o subire passivamente. Nella nostra situazione, in Sardegna, siamo esposti ai peggiori esiti della cleptocrazia italiana, senza poter opporre ad essa alcun altro fattore storico. Non la robustezza e la coesione demografica, non una articolazione sociale viva e dinamica, non una consapevolezza culturale diffusa, non una classe dirigente propriamente detta.</p>
<p style="text-align: justify;">Caliamo in questa situazione deficitaria i fatti contingenti. Il governo italiano si appresta a decidere la sede di stoccaggio delle scorie nucleari accumulate su tutto il territorio statale. Si appresta anche a varare una riforma costituzionale di stampo autoritario e centralista, che ottunderà ulteriormente le autonomie locali. Il sistema claptocratico italiano sta gettando le basi per la propria perpetuazione, sacrificando le vite di milioni di cittadini, intere porzioni di territorio, beni comuni, diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ci poniamo, come Sardegna, davanti a queste sfide? Il governo regionale del meno peggio o del voto utile si sta rivelando compiutamente per quel che si sapeva già sarebbe stato:  dipendentismo applicato. Essendo un governo di secchioni, tale applicazione sarà pedissequa e pignola come non mai, molto di più che nel caso degli avventurieri del cosiddetto centrodestra. E non sarà certo meno classista. Ce ne vuole a risultare più dannosi della giunta Cappellacci! Ma se c&#8217;è una cosa che non spaventa il PD sardo e i suoi satelliti è il senso del ridicolo. C&#8217;è solo da confidare che la residua parte sana di questa aggregazione sappia trovare il modo di staccarsene e contribuire positivamente al nostro percorso di emancipazione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale percorso naturalmente ha bisogno di robuste dosi di realtà. Gli slogan e gli appelli identitari servono a ben poco. Forse solo a confortare qualche animo in debito di autoidentificazione. Tutta la prosopopea sugli elementi costitutivi della vera sardità, su ciò che legittima o non legittima a &#8220;dirsi sardi&#8221;, mi pare il sintomo di un&#8217;insicurezza di fondo, che viene sublimata e quindi proiettata verso l&#8217;esterno sotto forma ideologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Può la nostra autodeterminazione camminare solo sulle gambe dei precetti identitari? Non credo proprio. Con ciò voglio forse negare che le questioni culturali abbiano un peso in Sardegna? Niente affatto. Semplicemente è sbagliato credere &#8211; e pretendere di imporre &#8211; che assumendo il nostro mito identitario &#8211; elaborato dentro la nostra condizione di dipendenza e subalternità e a sua giustificazione &#8211; si possa automaticamente ottenere il nostro riscatto storico. È una drammatica illusione. Senza considerare i pericoli di chiusura, oscurantismo, violenza che le ideologie basate su discriminanti razziali o culturali si portano inevitabilmente appresso. Ma è un discorso già fatto. Lo richiamo qui solo per ribadirne la problematicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dovrebbe avvenire il nostro processo di autodeterminazione? Selezionando i veri sardi dai finti sardi e operando una pulizia etnica? Chiaramente no. Naturalmente, essere stati deprivati di una vera memoria collettiva, non aver mai imparato a collocarci nel tempo e nello spazio (prima di tutto per carenza di nozioni storiche minime), aver subito un fortissimo stigma negativo sugli aspetti più evidenti della nostra stratificazione culturale (a cominciare dal nostro patrimonio linguistico) sono tutti fatti che hanno un peso notevole. Ma non esclusivo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autodeterminazione della Sardegna non è una necessità storica perché l&#8217;Italia maligna ci ha tolto la nostra lingua. Lo è perché stiamo morendo. Il discorso culturale deve essere inserito dentro il percorso di autodeterminazione, non esserne la cornice. E deve esservi inserito insieme alle necessità concrete, vitali, dei Sardi. Dei Sardi che, nel sistema cleptocratico in cui viviamo, costituiscono al contempo la maggioranza della popolazione e anche la parte più debole della medesima.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un percorso facile, perché la dipendenza socio-economica e la subalternità culturale si autoalimentano e producono anche una sorta di potenti anticorpi contro la responsabilizzazione e le aspirazioni emancipative. Molti Sardi sono al contempo vittime e complici dell&#8217;attuale sistema di dominio. Come detto altre volte, sono nella stessa condizione dei tossici: sanno che stanno contribuendo alla propria dissoluzione fisica ma, anziché un rimedio, chiedono un&#8217;altra dose.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la condizione che si prospetta, presentando come auspicabile la nostra autodeterminazione, non è anche appetibile sul piano della convenienza materiale, temo che l&#8217;aspirazione all&#8217;autodeterminazione rimarrà appannagio di una minoranza più o meno illuminata dei Sardi. Purtroppo lo slogan di Antoni Simon Mossa, secondo cui è meglio una repubblica di straccioni che una colonia di miserabili, ha un suo potente fascino evocativo, ma al lato pragmatico è difficilmente spendibile. Deve essere chiaro che l&#8217;attuale condizione è un processo di estinzione già in corso, non una situazione contingente a cui rimediare con qualche stratagemma fantasioso. Stiamo parlando di questioni strutturali. E di queste bisogna occuparsi. Al discorso va aggiunta, insomma, la parte pragmatica, riguardante i fattori concreti, i modelli produttivi, l&#8217;utilizzo delle risorse, le forme di redistribuzione e le dinamiche sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">I giochetti tattici della politica italiana in questo percorso non dovrebbero nemmeno entrarci. Non si tratta di conquistare posti di sottogoverno o clientele nelle ASL e nelle varie categorie sindacali. Non si tratta nemmeno di garantirsi un po&#8217; di visibilità personale o di gruppo o di partito, per aspirazioni corporative o interessi di parte. Stiamo parlando di questioni di portata storica. Chi fa politica oggi in Sardegna, anche in senso lato, chi partecipa, a qualsiasi titolo, al dibattito pubblico, deve porsi in termini molto responsabili davanti a tale sfida. Non negando le differenze e nemmeno il conflitto, ma portandoli alla luce in termini chiari, senza paura, senza attaccarci ad appartenenze fittizie buone solo per annullare, in modo fuorviante, la distanza tra interessi confliggenti. Non è detto che si rivelerà un gioco a somma zero. Chi oggi prospera nella situazione di dipendenza e degrado, avrà qualcosa da perdere dalla nostra liberazione, inutile negarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">È necessario trovare una via percorribile perché entro una o due generazioni non finiamo per essere di meno, più poveri, più vecchi, più ignoranti e più malati, ma possibilmente demograficamente vitali, economicamente robusti, culturalmente ricchi e socialmente giusti. Questa è la sfida politica sul tappeto e non la scopriamo oggi. Bisogna vedere se ne siamo all&#8217;altezza.</p>
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