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	<title>Carlo Felice Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Tiranni, statue e nazionalismi: domande giuste, risposte sbagliate, trappole da cui uscire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2021 10:37:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una mozione del gruppo sardista in Consiglio comunale a Cagliari, a proposito della statua di Carlo Felice, innesca una polemica su simboli, memoria, storia e arredi urbani. Non è la prima volta e, come quasi sempre, l&#8217;impressione è che sia tutto sbagliato. La proposta del PSdAz cittadino, alleato con la destra italiana più o meno...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/04/22/tiranni-statue-e-nazionalismi-domande-giuste-risposte-sbagliate-trappole-da-cui-uscire/">Tiranni, statue e nazionalismi: domande giuste, risposte sbagliate, trappole da cui uscire</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Tiranni, statue e nazionalismi: domande giuste, risposte sbagliate, trappole da cui uscire' data-link='https://sardegnamondo.eu/2021/04/22/tiranni-statue-e-nazionalismi-domande-giuste-risposte-sbagliate-trappole-da-cui-uscire/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2021/05/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-4473" width="616" height="403"/></figure></div>



<h5 class="wp-block-heading">Una mozione del gruppo sardista in Consiglio comunale a Cagliari, a proposito della statua di Carlo Felice, innesca una polemica su simboli, memoria, storia e arredi urbani. Non è la prima volta e, come quasi sempre, l&#8217;impressione è che sia tutto sbagliato.</h5>



<p class="wp-block-paragraph">La <a href="https://www.comune.cagliari.it/portale/page/it/consiglio_atti_consiglieri?anno=2021&amp;numero=78&amp;dataRegistro=19/04/2021&amp;annoRicerca=2021&amp;dalNumero=&amp;prev=https://www.comune.cagliari.it/portale/page/it/consiglio_atti_consiglieri%3FpagerItem_3%3D3|amp%3BannoRicerca%3D2021|amp%3BdalNumero%3D|amp%3Bparola%3D|amp%3BtipoRicercaParola%3DE|amp%3BtipoRicercaBacheca%3DattiConsiglioConsiglieri|amp%3Bcaller%3Djiride|amp%3BallaDataAdozione%3D|amp%3BinternalServletActionPath%3D%252FExtStr2%252Fdo%252FComuneCagliari%252FbachecaAttiJIride%252FgetListaAtti.action|amp%3BmittenteInterno%3D|amp%3BalNumero%3D|amp%3Bsorting%3D10|amp%3BinternalServletFrameDest%3D4|amp%3BdallaDataAdozione%3D|amp%3BtipoAttoRicerca%3D0029&amp;parola=&amp;tipoRicercaParola=E&amp;numeroRegistro=4598&amp;tipoRicercaBacheca=attiConsiglioConsiglieri&amp;dallaDataPubblicazione=&amp;caller=jiride&amp;allaDataAdozione=&amp;tipoAtto=0029&amp;internalServletActionPath=/ExtStr2/do/ComuneCagliari/bachecaAttiJIride/attiDetailEntry.action&amp;mittenteInterno=&amp;allaDataPubblicazione=&amp;alNumero=&amp;sorting=10&amp;internalServletFrameDest=4&amp;dallaDataAdozione=&amp;tipoAttoRicerca=0029&amp;fbclid=IwAR1h1M-mesLBnbqSZzBAP8Rezk94dLXZOj29ISqvMs67nYNEKpKlcp1nsiU#!#atto_detail" target="_blank"  rel="nofollow" >proposta</a> del PSdAz cittadino, alleato con la destra italiana più o meno &#8220;nostalgica&#8221; (di che cosa, provate a indovinarlo voi), consiste nell&#8217;idea di sistemare dei pannelli esplicativi ai piedi del monumento. Il contenuto di tali pannelli sarebbe una sorta di atto d&#8217;accusa verso lo stesso <a href="https://treccani.it/enciclopedia/carlo-felice-di-savoia-re-di-sardegna_(Dizionario-Biografico)/" target="_blank"  rel="nofollow" >Carlo Felice</a>, onde rendere edotti passanti e turisti, sardi o meno che siano, delle malefatte del già viceré (1799-1816) e poi re di Sardegna (1821-31).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mozione si intitola: <em>Mozione sull&#8217;installazione di pannelli esplicativi multilingue per la statua di Carlo Felice e la storica Porta di Palabanda e sulla promozione culturale della storia sarda con l&#8217;intitolazione di una via al 28 aprile &#8220;Sa Die de sa Sardigna&#8221;</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo una serie di premesse, suffragate tramite qualche referenza bibliografica, la mozione espone il problema e propone una soluzione. La figura di Carlo Felice è controversa, esistono proposte di rimozione della statua ed esiste una certa opposizione a tale proposta. Se lo scopo deve essere di far conoscere ai sardi e anche ai visitatori occasionali la storia dell&#8217;isola, anche e soprattutto nei luoghi in cui avvennero fatti significativi, perché non corredare il monumento con un allestimento didascalico che ne inquadri il senso e ne chiarisca oggetto e contesto storico?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come proposta non è affatto scandalosa e non è nemmeno provocatoria. Non ha nulla di rivoluzionario, anzi, suona come un tentativo di conciliazione e di mediazione. Certo, assume come vere e valide le ricostruzioni che vedono i Savoia, e Carlo Felice in particolare, come dei personaggi negativi della nostra storia: è una presa di posizione culturale e politica legittima. In definitiva, se ne potrebbe discutere serenamente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In proposito <a href="https://youtg.net/canali/dai-comuni/35578-mulas-progressisti-carlo-felice-tiranno-storia-da-studiare-senza-forzature-ideologiche?fbclid=IwAR1CnDSrQME1XMrIkXJ9x8DT6Pbrh3YxIsuUTXkk08TLEotqC42ET2mnvhk" target="_blank"  rel="nofollow" >è intervenuta</a> su Facebook la consigliera comunale dei Progressisti Francesca Mulas, di formazione archeologica, giornalista e animatrice culturale. Il suo post è una bocciatura senza appello dell&#8217;iniziativa. Non tanto del suo scopo didattico e informativo, quanto delle sue modalità, della sua base storiografica e delle sue finalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come al solito, ne è nata una diatriba che ha presto diviso i commentatori su due fronti contrapposti. Il meccanismo social è impietoso. Invece la questione merita di essere compresa e approfondita fuori dalle dinamiche del tifo e delle antipatie personali o di gruppo. Sarebbe bello anche estrarla dalle inevitabili schermaglie politiche contingenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È chiaro che una mozione del genere, presentata dal gruppo consiliare del PSdAz, ossia dello stesso partito che governa la Regione, che si è sottomesso alla Lega di Salvini e che è alleato con la peggiore destra italiana, già in partenza è debole e sospetta. Debole per contenuto &#8211; perché è vero che avrebbe potuto attingere a fonti più solide (che ne so, almeno un Girolamo Sotgiu) &#8211; e sospetta per le finalità implicite. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo punto, va riconosciuto che è una mossa abile. Nel gioco truccato della politica sarda, la sinistra (o la quasi sinistra) istituzionale, succursale isolana di quella d&#8217;oltre Tirreno, è da tempo un baluardo del nazionalismo italiano, magari mascherato da &#8220;patriottismo costituzionale&#8221;. Il che ha inevitabili effetti politici sulla misconoscenza delle radici storiche dei nostri problemi attuali. Anche di questo bisognerebbe discutere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosiddetta &#8220;cultura di sinistra&#8221; (secondo il senso che a questa locuzione dà la satira indipendentista) è una postura conformista, snob e totalmente <em>self-colonized</em> che però attrae molta parte del ceto medio istruito e dell&#8217;intellighenzia più o meno stabilmente incardinata nelle strutture culturali, amministrative e accademiche. Non c&#8217;è niente di più facile che scandalizzarla con proposte del genere, per stanarla. Di solito, ci casca con entrambi i piedi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non voglio dire che Francesca Mulas, che so essere persona integerrima e consapevole, partecipi di questa sub-cultura conservatrice (a dispetto delle pose e degli slogan), ma mi pare che sia un po&#8217; caduta nella trappola. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel suo intervento e in altri commenti critici sull&#8217;iniziativa leggo appelli alla correttezza storica e alla &#8220;contestualizzazione&#8221;. Mi aspetterei che chi fa questi appelli li applicasse per primo/a. Se contestualizziamo davvero la vicenda della statua di Carlo Felice, dalla prima idea del 1827 all&#8217;erezione del monumento nel 1860, non possiamo che confermarne la natura simbolica reazionaria. Le connotazioni politiche di quell&#8217;operazione sono abbastanza chiare. Così come la dedica di spazi urbani e di luoghi pubblici ai Savoia e agli eroi del Risorgimento italiano. Non c&#8217;è alcuna oggettività storica, in queste faccende, è solo pura e semplice politica, è egemonia culturale dispiegata. Si può e per certi versi si deve poterne discutere. Confrontando argomentazioni e obiettivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è anche un aspetto di metodo da chiarire, in queste dispute. La contestazione delle iniziative come questa del PSdAz cagliaritano non serve a nulla, nemmeno quando è ben motivata. Allo stesso modo in cui non serve a niente il <em>debunking</em> delle cosiddette <em>fake news</em> e delle tesi cospirazioniste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;esercizio della decostruzione delle bufale e il preteso &#8220;asfaltamento&#8221; o &#8220;blastamento&#8221; dei reprobi che le propalano o che semplicemente (e ingenuamente) ci credono serve solo a consolare chi si dedica a tali pratiche polemiche, ma non sposta di mezza virgola le intime convinzioni di chi prende parte a tali dispute. Non muta nulla nel senso comune. Di sicuro, non è un esercizio democratico ed emancipativo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I motivi dell&#8217;inefficacia di queste pratiche di preteso svelamento sono diversi. Ci sono motivi per così dire &#8220;tecnici&#8221;; ossia, dal punto di vista del funzionamento della comunicazione umana, smentire una panzana non serve a rimuoverla né ad evitare che qualcuno ci creda. È nota la faccenda del funzionamento narrativo e metaforico del nostro cervello, la rilevanza di quello che <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/George_Lakoff" target="_blank"  rel="nofollow" >George Lakoff</a> chiama <em>framing</em>. Se dici a qualcuno di non pensare a un elefante, quel qualcuno penserà a un elefante. Non si scappa. Se vuoi contestare una posizione o un contenuto, farlo sullo stesso terreno e con le sue stesse parole non farà che confermarli. </p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è anche un problema ulteriore. Di solito, tesi tendenziose, fantasie cospirazioniste e bufale non nascono per mera malvagità di chi le diffonde o ci crede, né sempre e solo per puro calcolo. Certo, poi capita che se ne faccia un uso politico e che qualcuno ci guadagni persino su, ma, alla radice di questo fenomeno diffuso e storicamente di lunga durata, quasi sempre ci sono domande sensate.*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si attacca una mozione come questa del PSdAz cagliaritano non bisogna delegittimare &#8211; insieme all&#8217;iniziativa, discutibile e opinabile come altre &#8211; anche la domanda a cui intende rispondere, strumentalmente o meno che sia. Contestare le pubblicazioni militanti o le ricostruzioni fantasiose sul nostro passato non serve a nulla, se non si offre qualcosa di altrettanto forte ed efficace, magari più corretto sul piano del metodo e più affidabile sul piano dei contenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La meraviglia e l&#8217;incanto non sono un male e la curiosità sulla nostra storia è tutt&#8217;altro che un problema. Il problema caso mai è che tale curiosità sia soddisfatta tramite materiali dozzinali e con intenti politicamente orientati quanto opachi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A me pare che la sistematica delegittimazione dei tentativi di riappropriarci del nostro passato, per quanto pasticciati e fantasiosi siano, alla fine nasconda un nucleo solido reazionario, il fastidio per l&#8217;intrusione della cultura popolare e della spontanea curiosità degli ignari in campi da cui dovrebbero essere esclusi. La paura di perdere il controllo egemonico su ambiti e materie che hanno inevitabilmente un peso politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente è più politico della storia. Non esiste una storia e una storiografia a-politica. Ne ho già scritto molto, qui e <a href="https://www.filosofiadelogu.eu/2020/la-storia-fuori-di-se-uso-pubblico-della-storia-e-public-history-in-sardegna/" target="_blank"  rel="nofollow" >nei miei interventi</a> per Filosofia de Logu, compreso il saggio pubblicato nel <a href="https://www.filosofiadelogu.eu/2021/libro-nelle-librerie/" target="_blank"  rel="nofollow" >libro collettivo</a> del gruppo di studio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Considerare inaccettabile che si discutano i Savoia e si detesti Carlo Felice non ha alcun senso. L&#8217;unica risposta utile non è il tentativo di delegittimare queste posizioni, per ingiustificate che possano sembrare, ma diffondere in alternativa una narrazione ancora più esauriente, onesta e attraente, sottomettendola alla discussione pubblica. Smontare il meccanismo del tifo e delle fazioni e restituire alla storia tutta la sua complessità e la sua vita, facendo conoscere fatti, luoghi, circostanze, sviluppi, connessioni col nostro presente. Perché è di questo che c&#8217;è bisogno ed è questo che molta parte dell&#8217;opinione pubblica chiede. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi pare però che la storiografia accademica e l&#8217;ambito della cultura istituzionalizzata siano alquanto restii a sobbarcarsi questo compito civico; che abbiano in odio la <em>Public History</em>, ma non abbiano intenzione nemmeno di cimentarsi in prima persona con la divulgazione. Così come li vedo molto timidi nel contrastare, con la stessa acribia e animosità usata in queste circostanze, le ricostruzioni tendenziose, quando non palesemente false, che ammorbano la grande narrazione storica italiana, dalla televisione ai libri di testo, dalla retorica politica all&#8217;odonomastica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella controversia tra PSdAz cagliaritano e Francesca Mulas mi trovo nella scomoda situazione di dover dare un po&#8217; di ragione e un po&#8217; di torto a entrambi. Forse perché non è quello il modo migliore per impostare il dibattito pubblico su questi temi. Il mio invito, dunque, è prima di tutto ad uscire dalla trappola, a fare uno o più passi indietro e a provare a ricominciare la discussione su altre basi e senza ipocrisie o disconoscimenti pregiudiziali delle posizioni altrui. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi ha intenzione di fare magheggi con la storia, usandola come mera arma propagandistica, sarà costretto a venire allo scoperto e si esporrà al giudizio pubblico. Allo tesso modo chi ha una concezione ideologicamente orientata ma solo in modo implicito e inconfessato, ugualmente dovrà mettere sul tavolo tutte le carte. Non esiste un dibattito pubblico illegittimo in partenza o in cui qualcuno abbia torto e qualcun altro ragione a prescindere, magari in virtù di un qualche principio di <em>auctoritas</em> o di un titolo accademico in più o in meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Confido che nessuno intenda negare la rilevanza della conoscenza storica, specie in una terra deprivata e minorizzata culturalmente come la Sardegna. E che nessuno voglia più a lungo negare il problema della questione sarda anche in relazione alla costruzione della nostra identità subalterna, a cui non è affatto estranea l&#8217;ignoranza diffusa sulla nostra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo di che, una statua si può anche togliere, così come è stata eretta, e il nome di vie e piazze, cambiato centocinquanta anni fa o anche meno, si può ripristinare com&#8217;era o rinnovare secondo la sensibilità di oggi. Sono questioni che rispondono a scelte ideologiche e politiche sempre situate nel tempo. Al mutare delle sensibilità e delle condizioni politiche possono mutare anche le loro ricadute monumentali e odonomastiche. Non è certo così che si cancella la storia, soprattutto in un luogo in cui la storia è già stata ampiamente cancellata come la Sardegna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br /><br /><br /><br /><br /></p>



<p class="wp-block-paragraph">*Su questi temi &#8211; e su altro &#8211; consiglio di leggere <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/08/la-neutralita-che-difende-golia-scienza-feticismo-dei-fatti-e-rimozione-del-conflitto/" target="_blank"  rel="nofollow" >questo pezzo</a> di Mariano Tomatis e il recente <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2021/03/q-di-qomplotto/" target="_blank"  rel="nofollow" >libro</a> di Wu Ming 1 <em>La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema</em>, Alegre, 2021.</p>
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		<title>Abbattere statue, sanare le ferite</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2020 13:39:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito in corso sulla rimozione di statue o sulla problematizzazione di opere cinematografiche e/o letterarie che contengano messaggi o connotazioni discriminatorie si sta svolgendo su un piano sbagliato. Non c&#8217;è da stupirsene. In Sardegna &#8211; come in altre circostanze, anticipatrice di fenomeni generali &#8211; è una questione aperta da anni. Intanto va fatta una...</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-1-700x525.jpg" alt="" class="wp-image-3839" width="607" height="455" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-1-700x525.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-1-640x480.jpg 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-1-768x576.jpg 768w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-1-800x600.jpg 800w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-1-80x60.jpg 80w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-1.jpg 1024w" sizes="(max-width: 607px) 100vw, 607px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito in corso sulla rimozione di statue o sulla problematizzazione di opere cinematografiche e/o letterarie che contengano messaggi o connotazioni discriminatorie si sta svolgendo su un piano sbagliato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è da stupirsene. In Sardegna &#8211; come in altre circostanze, anticipatrice di fenomeni generali &#8211; è una questione aperta da anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto va fatta una distinzione tra livello artistico/estetico e livello politico/simbolico. Mescolare le due cose genera solo confusione. Inoltre vanno mantenuti tutti i distinguo del caso tra opere di epoche diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa va però osservata, preliminarmente. Se dalle discussioni emerge, come argomentazione paradossale, che la gran parte del patrimonio artistico/culturale occidentale si fonda su valori di dominio, discriminazione, sopraffazione culturale e spesso violenza, forse dovremmo farci delle domande su questo punto, più che usarlo come banale arma retorica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che civiltà è quella che deve il suo successo sulle altre civiltà umane alla mera imposizione di una forza superiore, a processi di aggressione e sottomissione militare, economica e culturale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non approfittare di queste circostanze per farci delle domande impegnative su come la civiltà europea sia arrivata a dominare il pianeta?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispolverare recenti classici come <em>Armi, acciaio e malattie</em> di Jared Diamond potrebbe aiutare (cito un titolo popolare e di facile reperibilità).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La rimozione non è mai una buona idea. Chi ne trae vantaggio, per altro, sono sempre i gruppi umani che possono controllare le informazioni e la formazione delle opinioni. In altre parole, l&#8217;opinione dominante è di norma quella della classe dominante. Se viene messa in dubbio, quasi sempre è un segnale positivo, comunque significa che è in moto un sommovimento sociale e culturale (dunque politico) profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non aver mai seriamente problematizzato, a livello di egemonia culturale e di senso comune, le modalità di affermazione storica della civiltà europea ha impedito di riconoscere anche i termini, le circostanze e gli effetti del conflitto *interno* alla civiltà europea stessa. Il conflitto più propriamente di classe, quello di genere e quello tra porzioni territoriali e etno-culturali vincenti e porzioni territoriali e etno-culturali sconfitte, minorizzate e rese subalterne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non deve stupire che in ambito italiano alcuni degli interventi più lucidi sulla questione della persistenza del razzismo e su quella della <a href="https://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2020/06/09/tracce-passato-colonialismo-razzismo-fascismo" target="_blank"  rel="nofollow" >simbologia ufficiale da problematizzare</a> siano di un&#8217;autrice come Igiaba Scego, per biografia e formazione capace di uno sguardo più ampio, non unidirezionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è affatto strano che le analisi e le prese di posizione più chiare arrivino da posizioni oblique, dai margini, da sguardi non del tutto partecipi dell&#8217;ideologia dominante, non definitivamente attratti dal campo gravitazionale del &#8220;centro&#8221;. Quindi, in Italia, soprattutto dalle minoranze politiche e sociali, dai confini e dalle isole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla questione delle opere d&#8217;arte o narrative, cinema compreso, alcuni osservatori hanno saggiamente suggerito di non porre la questione sul piano della censura e della cancellazione, ma caso mai su quello dell&#8217;educazione al gusto e al senso, della consapevolezza diffusa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è alcun pericolo di interiorizzare approcci discriminatori guardando un film come <em><a href="https://www.ilpost.it/2020/06/10/hbo-max-rimosso-via-col-vento/" target="_blank"  rel="nofollow" >Via col vento</a></em>, se si è coscienti della sua collocazione storico-culturale e se si ha presente il problema della schiavitù e della segregazione razziale negli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per altre opere e altri contesti. A patto che sia forte e ben socializzata la conoscenza dei problemi, il loro significato storico, la loro connessione col nostro presente. Cosa che, sul nostro passato coloniale &#8211; &#8220;nostro&#8221; nel senso di &#8220;europeo&#8221; o &#8220;occidentale&#8221; o specificamente &#8220;italiano&#8221; &#8211; non sempre possiamo affermare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La faccenda delle statue e dell&#8217;odonomastica è collegata con questa e tuttavia non è del tutto sovrapponibile. Se un&#8217;opera d&#8217;ingegno ha il suo senso nella sua cifra estetica e narrativa, nella sua forma e nel suo contenuto, in quanto tali, quali che ne siano le ulteriori connotazioni, negli arredi urbani e nelle denominazioni degli spazi pubblici prevale il significato simbolico e politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Biasimare l&#8217;abbattimento delle statue di noti schiavisti, o di sovrani colonialisti (Leopoldo II del Belgio, per dire), o l&#8217;imbrattamento simbolico di statue di personaggi dal passato discutibile (e magari mai rinnegato), come Indro Montanelli, coperto di vernice rosa dalle attiviste di Non una di meno, è un atteggiamento ipocrita con tratti politicamente detestabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che dire, in Sardegna, del rifiuto non tanto di trovare una nuova collocazione o una nuova contestualizzazione per la statua di Carlo Felice a Cagliari o per quella di Vittorio Emanuele II a Sassari, quanto, ancor prima, di discuterne?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito in corso in questi giorni mette allo scoperto un nervo della nostra condizione storica e politica (nostra=sarda) che l&#8217;establishment culturale isolano da sempre cerca di tenere ben coperto. La classe politica, forte di questa posizione della cultura &#8220;ufficiale&#8221;, si sente legittimata a non affrontare il problema, ben lieta di non essere messa alle strette su questo punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da anni ormai si discute in particolare della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Monumento_a_Carlo_Felice" target="_blank"  rel="nofollow" >brutta statua di Carlo Felice</a>, posta a presidio di una zona di Cagliari simbolicamente e urbanisticamente centrale e da lì irradiante senso e connotazioni storico-politiche sull&#8217;intera isola. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un lascito di un periodo in cui la classe dominante sarda si sentiva in dovere di affermare, contro ogni possibile dubbio, la propria fedeltà allo stato sabaudo. E, nonostante questo, passarono decenni prima che il monumento, fatto e compiuto, venisse posto nel luogo ad esso destinato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ripeterò <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/">quanto scritto in precedenza</a> a tal proposito qui su SardegnaMondo. Devo però segnalare come, proprio in questi stessi giorni, sia stato nominato a direttore dei Musei statali sardi <a href="https://www.ansa.it/sardegna/notizie/2020/06/08/billeci-nuovo-direttore-dei-musei-della-sardegna_00cb0c25-9fa2-459d-acab-61f457406169.html" target="_blank"  rel="nofollow" >il prof. Bruno Billeci</a>, già Soprintendente per l&#8217;Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio per le Province di Sassari e Nuoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo segnalo perché il prof. Billeci si è distinto nel recente passato per la sua creativa opposizione al mutamento dell&#8217;odonomastica di alcuni comuni sardi (celebre il caso di <a href="https://www.unionesarda.it/articolo/news-sardegna/sassari-provincia/2019/11/29/bonorva-il-nome-della-via-dedicata-ai-savoia-non-si-puo-cambiare-136-958753.html" target="_blank"  rel="nofollow" >Bonorva</a>), specie se riguardava i Savoia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco tempestiva, questa nomina, in un momento di reviviscenza della discussione su monumenti e odonomastica sabauda in Sardegna. Oppure a suo modo tempestiva, guardando la faccenda dal lato dello stato centrale. I meriti acquisiti sul campo vanno premiati, sembrerebbe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se il prof. Billeci in fondo è un ospite dell&#8217;isola, non così si può dire dei tanti osservatori e commentatori nostrani, più o meno qualificati, che nel tempo e ancora oggi alzano le barricate al solo menzionare la possibilità di modificare la destinazione della statua di Carlo Felice di Savoia. Barricate invero sorrette da argomentazioni come minimo di dubbia sostanza, per non dire del tutto fallaci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come per esempio quella che vuole ogni minimo intervento a discapito dei Savoia come una sorta di rimozione oscurantista della Storia. Posizione che è già in partenza un&#8217;evidente sciocchezza. Non meriterebbe di essere contestata se non fosse una delle più forti e reiterate nel dibattito in proposito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti gli arredi urbani e l&#8217;odonomastica sabauda e risorgimentale esistenti in Sardegna sono a loro volta modificazioni, spesso arbitrarie e puramente autoritarie, di un assetto toponomastico anteriore. Il che significa che l&#8217;obiezione &#8220;storica&#8221; alla loro modificazione è già una contraddizione di suo. È perfettamente normale che l&#8217;odonomastica muti col mutare delle condizioni politiche, con gli orientamenti di chi di momento in momento detiene il potere e l&#8217;egemonia culturale. È stato così nel corso dell&#8217;Ottocento, non si capisce perché non debba essere così sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;obiezione è infondata anche nel merito. Se quei monumenti, quelle denominazioni viarie, rappresentano una &#8220;storia&#8221;, è del tutto possibile che, mutando la valutazione politica e/o etica di quella &#8220;storia&#8221; e dei personaggi che la rappresentano, si decida di rimuoverne la simbologia e il senso di esemplarità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beninteso, siamo pur sempre dentro lo stato italiano, il luogo che ha inventato il fascismo e il luogo dove, nonostante questa responsabilità storica, è difficile anche solo discutere dei monumenti fascisti, persino di quelli più palesemente ideologici. Almeno su questo la porzione sedicente progressista dell&#8217;establishment culturale e politico fa meno resistenza, parrebbe; ma non sempre e non senza distinguo a volte davvero capziosi. Come ha osservato qualcuno, richiamandosi a <a href="https://www.dass.uniroma1.it/sites/default/files/allegati_notizie/Le_Goff.pdf" target="_blank"  rel="nofollow" >Le Goff</a>, c&#8217;è ancora molta confusione &#8211; non sempre involontaria &#8211; tra &#8220;doc-umento&#8221; e &#8220;mon-umento&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel caso sardo, però, bisogna aggiungere un ulteriore livello di analisi. E qui tornano utili le riflessioni dei movimenti per i diritti civili e la giustizia sociale, nonché gli studi post-coloniali e sulla subalternità e ancora le analisi del femminismo intersezionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema dei monumenti sabaudi, dell&#8217;odonomastica savoiarda e risorgimentalista e in molti casi persino della toponomastica tout court (con tutte le italianizzazioni arbitrarie e fantasiose di cui è costellata l&#8217;isola) non è un problema di rivincita ideologica oscurantista, né di reazione mitopoietica ostile alla Storia vera e certificata. Posto che questi elementi siano presenti, sarebbero giusto accessori e in fondo inevitabili. Il nucleo forte della richiesta di ridiscutere statue, piazze e denominazioni viarie sta invece nel loro senso simbolico e politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo, c&#8217;è poco da contestare. Se nel senso comune di chi vive in Sardegna va sviluppandosi una crescente avversione per i simboli di un passato non più ignorato e la cui narrazione ideologica non soddisfa più, di questo va preso atto. Si può studiare come fenomeno sociologico e culturale e come sviluppo politico, ma decretarne l&#8217;illegittimità è solo una presa di posizione conservatrice, tutt&#8217;altro che neutra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sardegna ci sono ancora troppe ferite aperte, nodi mai sciolti, la cui radice non è posta in un lontano e indistinto passato, ma nella stessa epoca contemporanea i cui sviluppi stiamo ancora vivendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ostinarsi a rifiutare questo dato di fatto storico non è solo una disattenzione o una forma di ignoranza; c&#8217;è della malafede, o comunque ha un ruolo l&#8217;istinto di sopravvivenza di una classe dominante, che, nelle sue diverse articolazioni, comprese quelle culturali, ha molto da temere da una presa di coscienza collettiva sul nostro recente passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che le piazze e le vie sarde siano state ridefinite, con diffusione capillare e con metodo, tramite una rivisitazione ideologica, calata dall&#8217;alto e orientata alla sottomissione di un territorio riottoso e non del tutto sotto controllo, è evidente. Anche nella interpretazione più indulgente è innegabile che si sia trattato di scelte puramente politiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al contempo si è costantemente rimossa, sminuita o resa anodina ogni possibile simbologia alternativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La poca odonomastica riservata a personaggi della storia sarda sono spesso concessioni dovute, o addirittura scelte fatte in spregio ai personaggi chiamati in causa, non senza imbarazzanti falsificazioni storiche (sia pure avallate, a volte, dalla stessa <a href="https://sardegnamondo.eu/2019/12/05/angioy-lautonomismo-e-i-fraintendimenti-storici/">intellettualità accademica). </a></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-700x525.jpg" alt="" class="wp-image-3838" width="440" height="330" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-700x525.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-640x480.jpg 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-768x576.jpg 768w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-800x600.jpg 800w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine-80x60.jpg 80w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2020/06/immagine.jpg 1280w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /><figcaption>Sanluri, via secondaria dedicata a Giovanni Maria Angioy &#8211; foto di Andrea Caneglias</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in questo ambito ha prevalso l&#8217;ideologia del &#8220;come se&#8221; e la collocazione della Sardegna e della sua storia non al suo proprio posto, con tutte le contraddizioni e le complessità del caso, ma in un &#8220;altrove&#8221; astratto e largamente fittizio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è la rimozione dell&#8217;intera &#8220;questione sarda&#8221;, al centro della querelle odonomastica e monumentale. Proprio per questo, perché questo problema è sempre lì lì per emergere e deflagrare, la sua rimozione o, al peggio, il suo ridimensionamento sono necessari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allo stesso modo in cui in Italia si <a href="https://www.corriere.it/esteri/20_giugno_11/proteste-statue-nessuno-tolga-montanelli-suoi-giardini-f35060ec-ab4f-11ea-ab2d-35b3b77b559f.shtml?fbclid=IwAR3CrOCviW1ej_cBeCeNh7BsjJ1sadeElCadYhwHEThjxpZoR2EE5I0hSxc&amp;fbclid=IwAR2rx4KOqMPi_hj2EtV3Fx9gIyJMtxiFtW11SBrjd_saPD3CBINioLObRpk" target="_blank"  rel="nofollow" >lanciano proclami</a> a favore dei monumenti dedicati a personaggi <a href="https://www.lavocedinewyork.com/news/primo-piano/2019/03/12/indro-montanelli-con-quella-sua-sposa-bambina-in-affitto-non-si-merita-una-statua/" target="_blank"  rel="nofollow" >come minimo problematici</a> o si <a href="https://www.informatore.info/2020/06/11/odio-verso-occidente-1/" target="_blank"  rel="nofollow" >grida allo scandalo</a> per l&#8217;abbattimento &#8211; realizzato o minacciato &#8211; delle statue altrui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lamentele e scandalo che &#8211; detto <em>en passant</em> &#8211; provengono, non a caso, dagli stessi ambienti che quasi negli stessi giorni, per non dire nelle stesse ore, stigmatizzavano <a href="https://www.huffingtonpost.it/entry/nel-paese-ce-un-inaccettabile-spirito-anti-lombardo-intervista-a-ferruccio-de-bortoli_it_5edccc25c5b6f55cca35e8b2" target="_blank"  rel="nofollow" >presunti rigurgiti anti-lombardi</a> (ossia, traducendo, ostili alla classe dominante italiana e ai suoi assetti). </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;indignazione della classe o del genere dominante, dei padroni, dei colonialisti è una spia del fatto che non è tanto la loro etica o la loro sensibilità civica ad essere messa in discussione, quanto precisamente il loro ruolo privilegiato. Dietro i simboli del potere ci sono sempre assetti materiali, rapporti di forza, diseguaglianze sociali. Vale anche per la Sardegna e per la questione delle statue e dell&#8217;odonomastica sabaude.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il che, lungi dall&#8217;essere un argomento a favore della conservazione, al contrario è una ragione di più per perseverare in questa discussione e nelle lotte di emancipazione che da essa possono scaturire.</p>
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		<title>La statua di Carlo Felice e l&#8217;ignoranza di sé che genera mostri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2016 10:55:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Felice]]></category>
		<category><![CDATA[identità sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fa discutere l&#8217;iniziativa di un gruppo informale, creato su Facebook, a proposito della statua di Carlo Felice, a Cagliari. Se ne propone lo spostamento e un&#8217;adeguata informazione storica in merito. Non una proposta polemica e nemmeno violenta. Semplice constatazione di un nodo storico piuttosto ingarbugliato che è necessario sciogliere, anche partendo dai simboli che lo...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La statua di Carlo Felice e l&#039;ignoranza di sé che genera mostri' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://unaltrasestu.files.wordpress.com/2012/10/cagliari_-statua-di-carlo-felice-coperta1.jpg" alt="https://unaltrasestu.files.wordpress.com/2012/10/cagliari_-statua-di-carlo-felice-coperta1.jpg" /></p>
<p style="text-align: justify;">Fa discutere l&#8217;iniziativa di un gruppo informale, creato su Facebook, a proposito della statua di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Felice_di_Savoia" target="_blank"  rel="nofollow" >Carlo Felice</a>, a Cagliari. Se ne propone lo spostamento e un&#8217;adeguata informazione storica in merito.<span id="more-2215"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Non una proposta polemica e nemmeno violenta. Semplice constatazione di un nodo storico piuttosto ingarbugliato che è necessario sciogliere, anche partendo dai simboli che lo rappresentano.</p>
<p style="text-align: justify;">Indubbiamente Carlo Felice si presta a esprimere in modo plastico la sorte che la Sardegna ha subito dal tempo della Rivoluzione a oggi. È colui che ha esercitato il dominio sull&#8217;isola per tanti anni, dall&#8217;arrivo della corte sabauda a Cagliari e fino al 1816 (quando tornò definitivamente a Torino, finalmente liberata dalla minaccia napoleonica).</p>
<p style="text-align: justify;">I moti antifeudali e antisabaudi in Sardegna erano una faccenda che durava da molto tempo. Le prime avvisaglie di insofferenze popolari si erano avute fin dal 1780. I fatti più clamorosi della stagione rivoluzionaria, nel decennio successivo, ne furono un esito politico macroscopico, la continua resistenza di tanti sardi alla repressione antirivoluzionaria (fino al 1812) ne furono un lungo strascico. Carlo Felice fu protagonista di tale repressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di suo era un personaggio a dir poco mediocre, accreditato più di una notevole passione per il genere femminile che di capacità politiche, ottuso e reazionario, ostile ai sardi fino al razzismo palese (al pari di altri personaggi della corte sabauda come <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_de_Maistre" target="_blank"  rel="nofollow" >Joseph de Maistre</a>, del resto). Ebbe un certo peso già sotto suo fratello Vittorio Emanuele I, nel corso del lungo esilio sardo dei Savoia (1799-1814), come viceré.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è nulla di edificante nella sua azione politica in Sardegna, nulla che valga la pena di celebrare. Il fatto che abbia promosso la realizzazione dell&#8217;arteria stradale a cui ha attribuito il nome non ne fa solo per questo un benefattore dell&#8217;isola. L&#8217;abrogazione della <em>Carta de Logu</em> arborense come legge generale del regno, a favore del nuovo Codice legislativo (1827), non ne fa un sovrano illuminato.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, Carlo Felice (Feroce, per i suoi conterranei piemontesi) rappresenta perfettamente la condizione storica della Sardegna post rivoluzionaria, non solo per quel che riguarda l&#8217;epoca della Restaurazione, ma in generale per tutti i due secoli successivi. L&#8217;impostazione politica dei rapporti tra l&#8217;isola e il centro del potere (Torino, comunque &#8220;il continente&#8221;); l&#8217;approccio paternalistico; le misure calate dall&#8217;alto, senza la minima considerazione per le risorse, i modelli produttivi e sociali, le necessità stesse del territorio; la preferenza data sistematicamente ai capitali di ventura esterni, chiamati a sfruttare le risorse sarde: tutte modalità e prassi che ritroviamo pari pari nei decenni successivi, fin dentro la nostra stessa storia attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha senso dunque discuterne la presenza simbolica in un luogo centrale di Cagliari? Io credo di sì. E non solo per fare i conti con una porzione del nostro passato, ma prima di tutto perché quel passato non è affatto passato del tutto (e forse per niente).</p>
<p style="text-align: justify;">Comprendo le obiezioni di chi, come <a href="http://www.marcellomadau.it/wordpress/carlo-felice/" target="_blank"  rel="nofollow" >Marcello Madau</a>, considera il nostro continuum storico-culturale, nelle sue articolazioni concrete urbanistiche e monumentali, un &#8220;bene&#8221; da preservare comunque. È un ragionamento del tutto legittimo e metodologicamente (nonché politicamente) corretto. Tuttavia in questo caso, dato che non si tratta di abbattere violentemente alcunché ma più che altro di ricontestualizzare spazi e simboli, farei decisamente un&#8217;eccezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto meno comprensibili <a href="http://www.sardegnablogger.it/tutta-colpa-carlo-felice-francesco-giorgioni/" target="_blank"  rel="nofollow" >gli attacchi</a> &#8211; quasi sempre poco informati &#8211; di chi preferirebbe non parlarne affatto, per paura, per conformismo, per ignoranza; così come quelli che la buttano sul benaltrismo più volgare (con tutti i problemi che ci sono, dobbiamo perdere tempo con questa cosa!): posizione chiaramente in mala fede oppure del tutto ottusa, dato che tutti questi altri problemi così ingombranti hanno strettamente a che fare proprio col passato che Carlo Felice rappresenta tanto bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto stesso che questa iniziativa susciti discussioni dimostra che tocca un nervo sensibile della nostra identificazione collettiva e della nostra appartenenza. E allora bisogna parlarne e discuterne e far emergere sia le ragioni a favore dell&#8217;iniziativa sia le vere ragioni delle obiezioni alla medesima. Che risiedono più nella fedeltà a una ortodossia culturale centrata sull&#8217;Italia e sull&#8217;Italia risorgimentale, sulla retorica sciovinista che ne ha conformato l&#8217;unificazione e il discorso pubblico anche in epoca post fascista e repubblicana, che non su vere obiezioni storiche o politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">I sardi istruiti soffrono spesso di un eccesso di conformismo ai modelli interiorizzati nel corso dei loro studi. Tanto che più che istruiti in molti casi si potrebbero definire&#8230; ostruiti. È inevitabile. Gli studi postcoloniali e quelli sociologici possono fornirci ampio materiale di riflessione, per darci conto di questi processi culturali (pensiamo al fenomeno del <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Passing_%28sociology%29" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>passing</em></a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Il nodo però esiste e bisogna risolverlo. Non vogliamo togliere di lì la statua di Carlo Feroce? Va bene. Propongo un&#8217;alternativa (già emersa tra i promotori dell&#8217;iniziativa su Facebook): corredare la statua di pannelli esplicativi, almeno in tre lingue (sardo, italiano, inglese) che spieghino (sul serio) chi è quel signore acconciato da antico romano che indica una direzione a caso e che diano conto degli eventi di cui fu protagonista. Ci farei anche, intorno, un bel giardinetto, non grande per non ostacolare il traffico cittadino (non sia mai!).</p>
<p style="text-align: justify;">Cambierei anche il nome della piazza: non più Piazza Yenne (chi era costui? semplice: un altro viceré piemontese!), ma Piazza 28 aprile. Perché 28 aprile? Be&#8217;, i fatti del 28 aprile 1794, a cui opportunamente è dedicata Sa Die de sa Sardigna, si svolsero in larga parte proprio lì o nelle immediate vicinanze (tra Stampace, Castello e la Marina). Senza scartare a priori nemmeno il ripristino della toponomastica urbana originaria (che potrebbe restare comunque anche come seconda denominazione).</p>
<p style="text-align: justify;">La statua non sarebbe toccata, nemmeno per essere conservata in un museo (come proposto come prima opzione da chi perora la causa della sua rimozione) e i suoi amatori non subirebbero il conseguente choc antropologico. I tifosi del Cagliari (tra cui mi annovero io stesso) avrebbero ancora un sostegno adeguato per i loro stendardi in occasione dei festeggiamenti calcistici e non ci sarebbe alcuna cancellazione di un tratto sia pure discutibile della storia urbanistica di Cagliari. Solo, ne cambierebbe radicalmente il significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché di quello stiamo parlando, di significati. Di senso delle cose, di nozioni e informazioni e della coscienza di sé che ne deriva. Che non sono cose astratte e marginali, ma il nucleo vivo della nostra condizione di esseri umani e di cittadini. Sminuirne la portata significa rinnovare la ferita collettiva che il nostro passato misconosciuto e irrisolto continua a infliggerci.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Ancora a proposito del ricordo di Palabanda e della rimozione della nostra storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 12:13:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In seguito alle commemorazioni di lunedì 29 e martedì 30 ottobre e al dibattito che – nella pressoché totale indifferenza dei mass media mainstream – ne è comunque nato, riporto un pezzo uscito in proposito su SardiniaPost, con le considerazioni dello storico Luciano Marrocu, e la mia risposta (inviata alla medesima testata, ma non pubblicata)....</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2012/11/02/ancora-a-proposito-del-ricordo-di-palabanda-e-della-rimozione-della-nostra-storia/">Ancora a proposito del ricordo di Palabanda e della rimozione della nostra storia</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Ancora a proposito del ricordo di Palabanda e della rimozione della nostra storia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2012/11/02/ancora-a-proposito-del-ricordo-di-palabanda-e-della-rimozione-della-nostra-storia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><em>In seguito alle commemorazioni di lunedì 29 e martedì 30 ottobre e al dibattito che – nella pressoché totale indifferenza dei mass media mainstream – ne è comunque nato, riporto <a href="http://www.sardiniapost.it/politica/1210-lo-storico-e-scrittore-marrocu-ma-non-si-puo-cancellare-la-storia" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >un pezzo uscito in proposito su SardiniaPost</a>, con le considerazioni dello storico Luciano Marrocu, e la mia risposta (inviata alla medesima testata, ma non pubblicata).</em><span id="more-179"></span></p>
<p>———————————————-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Articolo di SardiniaPost</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Con questa furia demolitrice si vogliono cacciare dal nostro corpo sociale aspetti che ormai fanno parte di noi. Invece di concentrarci sulla demolizione fisica, che mi sembra balzana, esercitiamoci in uno sforzo di riflessione sulla nostra storia”. (di A.T.)</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico e scrittore cagliaritano Luciano Marrocu replica con queste parole alla proposta di demolire la statua di Carlo Felice, situata nell’omonimo Largo, e di rispedirla a Torino. L’occasione della provocazione è stata fornita dall’anniversario dei duecento anni dalla Rivolta di Palabanda, quando un gruppo di congiurati stampacini provarono a ribellarsi al re Vittorio Emanuele I (del quale Carlo Felice era il fratello) e all’imposizione fiscale massiccia che si abbatté in quegli anni sui sardi per finanziare le spese di corte.</p>
<p style="text-align: justify;">La congiura consisteva in un’insurrezione pianificata per la notte tra il 30 e il 31 ottobre del 1812 e finì male:<span id="more-2550"></span> alcuni dei cagliaritani coinvolti vennero giustiziati, altri morirono in carcere. Ed ecco che, in occasione dell’anniversario, un gruppo di indipendentisti ha l’idea di rimuovere la statua.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma è ormai passata molta acqua sotto i ponti di quel luogo fisico e virtuale”, ragiona Marrocu. “Mi viene in mente un ricordo dei miei vent’anni, quando il Cagliari vinse lo scudetto e Carlo Felice fu vestito di rossoblù. Quel luogo ha osservato molti momenti della nostra storia e non demolirei quella statua neppure virtualmente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo pur dando un giudizio fortemente negativo sulla figura di Carlo Felice. “Ma farei delle distinzioni – precisa Marrocu – Se partiamo dall’assunto che i principi e gli aristocratici, salvo quei pochi che durante la rivoluzione francese hanno preso le parti del popolo, andrebbero rottamati tutti, se proponiamo insomma una rottamazione dei potenti e dei prepotenti, allora anche Carlo Felice andrebbe rottamato. Se invece ragioniamo sulla sua figura, certo Carlo Felice era tra i peggiori, ma non il peggiore. Lo metterei in una posizione di demerito ma non di fortissimo demerito”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla congiura di Palabanda invece lo storico ci tiene a mettere in risalto due aspetti: “Palabanda fu il risultato del ricordo di quello che era avvenuto il 28 aprile del 1794, con la cacciata dei piemontesi. Nel 1812 il miracolo non riuscì perché quella volta mancava l’appoggio popolare. Vedo però in Palabanda la rivolta di un quartiere, di Stampace, che coltivava una vocazione rivoluzionaria che si è espresssa in più momenti della sua storia. Palabanda allora era un’area quasi ai confini esterni di Cagliari e di Stampace, dove quel po’ di borghesia che c’era aveva i suoi caseggiati di campagna. Si riunivano nella zona dell’orto botanico, vicino dalle rovine dell’Anfiteatro romano, che ricordavano, a Salvatore Cadeddu e agli altri congiurati, un simbolo del passato della grandezza cagliaritana”.</p>
<p style="text-align: justify;">————————————————–</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia replica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le obiezioni di Luciano Marrocu alla proposta (chiaramente provocatoria) di rispedire a Torino la statua di Carlo Felice meritano una replica, sia storica sia politica.</p>
<p style="text-align: justify;">In termini storici, è evidente come Marrocu non abbia colto il significato di una manifestazione che non voleva essere banalmente iconoclasta, bensì mirava a destare un minimo di interesse nella cittadinanza per la nostra storia, palesemente ignorata dalla grandissima maggioranza dei sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le altre cose, della nostra storia è indispensabile maturare una conoscenza non episodica e superficiale ma documentata e meditata su quello snodo fondamentale che fu la stagione rivoluzionaria sarda, di cui la repressione della cosiddetta congiura di Palabanda è in qualche modo l’episodio finale e l’epitaffio.</p>
<p style="text-align: justify;">Marrocu purtroppo in questa circostanza dà prova degli stessi limiti di cui soffre da duecento anni la nostra storiografia, più preoccupata di garantirsi una propria legittimità nel sistema accademico prima sabaudo poi italiano, che di svolgere con acribia e onestà intellettuale il proprio delicato compito culturale. Culturale e politico, dato che alla polis è rivolto e della polis forma il sostrato di conoscenze e narrazioni su cui si fonda, nel nostro mondo contemporaneo, la coscienza di sé come collettività e lo stesso senso di appartenenza dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Derubricare i moti rivoluzionari sardi e i singoli episodi che li hanno caratterizzati a vicende di second’ordine, a ribellioni irriflesse di una plebe senza coscienza politica, o a fatti di quartiere (come fa Marrocu con la “congiura di Palabanda” o fanno altri per il 28 aprile), è un espediente narrativo molto praticato dai nostri storici, quasi tutti fedeli prosecutori, in questo senso, dell’opera normalizzatrice di Giuseppe Manno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo di questa difficoltà a raccontare la Sarda Rivoluzione per quello che fu è al contempo estremamente opaco, camuffato da una cortina di disinformazione e artifici retorici, e chiarissimo, nella sua radice storica e culturale. L’ambiente accademico sardo fa parte di quella classe dominante uscita dalla stagione rivoluzionaria in una nuova posizione di forza. Accogliere a Cagliari la corte sabauda in fuga, nel 1799, senza metterla alle strette e conquistare, da una posizione di indubbio vantaggio, tutto ciò che solo pochi anni prima anche la stessa aristocrazia e l’alta borghesia avevano rivendicato, è significativo di quale sia stata allora la scelta di fondo: non diventare una classe dirigente in senso moderno, ma ripiegare su un ruolo di intermediazione tra il centro del potere e degli interessi dominanti – esterno – e il territorio della Sardegna, sul quale tale classe dominante otteneva mano libera.</p>
<p style="text-align: justify;">Le evoluzioni politiche successive non sono riuscite a scalfire tale struttura di base. L’opera fittiziamente riformatrice di Vittorio Emanuele I e dello stesso Carlo Felice la consolidarono (chiudende, abolizione del feudalesimo a spese delle comunità, ecc.), la Perfetta Fusione la canonizzò in termini giuridici e politici, così come fece – a maggior ragione – l’unificazione italiana, che relegò definitivamente la Sardegna a un ruolo periferico e insignificante nell’ambito del nuovo stato italiano e delle dinamiche internazionali, mero oggetto economico e politico in mano a interessi esterni. Le pratiche clientelari e proconsolari di Francesco Cocco-Ortu in età giolittiana (vero paradigma della politica sarda contemporanea) e persino l’autonomia regionale del 1948 non hanno fatto che conferire semplicemente un abito nuovo a tale rapporto di potere e di dipendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché evitare di sciogliere il nodo storico e politico della nostra stagione rivoluzionaria è fondamentale per il mantenimento dello status quo in Sardegna. Ed ecco perché la nostra storiografia accademica, organica all’apparato dominante in Sardegna, si è in larghissima parte dedicata negli ultimi due secoli a certificare tale status quo come inevitabile ed anzi addirittura preferibile a qualsiasi alternativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sollevare il problema, come ha tentato di fare la manifestazione che ricordava il martirio dei patrioti di Palabanda, non è dunque un esercizio di rimozione storica, né di iconoclastia senza costrutto. Non ha nulla del rifiuto della nostra storia, ma anzi è un grido collettivo che reclama di riappropriarcene. Gli storici sardi avrebbero il compito di fare prima di tutto il proprio mestiere, raccogliendo e pubblicando documenti (che anche per quest’epoca decisiva non mancano, ma vengono lasciati a giacere negli archivi, salvo rare e meritorie eccezioni), offrendo una ricostruzione metodologicamente corretta di quelle vicende, senza sudditanze verso le cornici storiografiche nazionaliste e risorgimentaliste italiane, inserendo anzi la Sardegna, come sarebbe giusto e onesto fare, nell’ambito delle correnti culturali e politiche internazionali in cui era effettivamente immersa, restituendo ai protagonisti di quelle vicende drammatiche la loro dignità e il giusto riconoscimento per il loro tentativo di modernizzazione reale dell’Isola.</p>
<p style="text-align: justify;">La rivoluzione sarda è stata la prima vera rivoluzione europea dopo quella francese. Questo non sta scritto in nessun libro di storia italiano su cui noi stessi (non) studiamo la nostra storia. È stata un’epopea lunga e articolata, complessa e affascinante, pienamente inscritta nella temperie intellettuale e sociale di quell’epoca. Ridurla – come fa Marroccu e come fanno troppi storici sardi – a un fatto provinciale di poco conto e di scarso respiro, ridimensionarla a rivendicazione “autonomistica”, eliminare dalla scena tutti i significati e tutte le connotazioni problematiche per il nostro presente che porta con sé, è un atto politico ben preciso, nelle sue implicazioni e nei suoi obiettivi: perpetuare la nostra condizione di dipendenza e il nostro status di oggetto storico. In storiografia la auspicata “rivolta dell’oggetto” non si è ancora compiuta. È una grave responsabilità degli storici e degli intellettuali sardi. Non si possono colpevolizzare i cittadini o le formazioni politiche indipendentiste che – al solito, più avanti di chi detiene una qualche forma di potere da preservare – intendono riappropriarsi della nostra storia e contribuire a una nuova, vera memoria collettiva. Nel nostro processo di emancipazione storica e politica, la rimozione simbolica della statua di Carlo Felice a Cagliari o l’eliminazione delle intitolazioni sabaude da strade e piazze sarde non saranno certo azioni dal sapore oscurantista, né un prezzo troppo alto da pagare.</p>
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